Ultimi scritti
by Charles Baudelaire
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"Ultimi scritti" non rappresenta solo l'ultima opera di Charles Baudelaire ma anche la sua opera definitiva e assoluta. Si condensa in essa tutto l'odio per l'orrore della vita del suo tempo, tutta la sua ansia di riscatto e di salvezza. Nietzsche, Proust, Valéry riconobbero in queste pagine una vertiginosa

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Alessandro P.Alessandro P. wrote a review
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ZorbaZorba wrote a review
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Ultimi scritti è una raccolta degli appunti di Charles Baudelaire uscita postuma.
Tutti questi appunti erano contenuti in un baule conservato dalla madre del poeta; questi fogli passarono nelle mani di Asselineau e quindi in quelle di Poulet-Malassis, che le classificò numerandole progressivamente. Furono quindi pubblicate nel 1887 con il titolo di Jornaux Intimes (Diari Intimi) nel volume Oeuvres posthumes da E.Crépet.
Il figlio J.Crépet ne pubblicò un’altra edizione nel 1908 inserendo anche tutto il materiale tagliato nella prima edizione.

Ultimi scritti è un titolo globale per quelle che in realtà avrebbero dovuto essere tre opere distinte: Razzi, Il mio cuore messo a nudo e Povero Belgio.

Razzi
Razzi non ha riscontri nella letteratura francese. Non sono aforismi, ma veri e propri appunti, abbastanza casuali, su riflessioni del poeta (molte delle quali sfoceranno nello Spleen di Parigi dei Fiori del Male) o su abbozzi di opere da comporre in futuro; esempi di questo tipo di materiale letterario si trovano invece tra i romantici tedeschi, come Schlegel o Novalis, anche se non esistono prove che Baudelaire conoscesse i loro lavori.

Il mio cuore messo a nudo
La seconda parte prende il titolo da una provocazione di Edgar Allan Poe in “Marginalia“:

Se qualche ambizioso accarezza l’idea di rivoluzionare con un colpo solo l’universo del pensiero, delle opinioni e del sentimento umano [...] non deve far altro che scrivere e pubblicare un librettino. Il titolo sarà semplice, poche parole di uso corrente: “Il mio cuore messo a nudo”. Ma poi il libretto dovrà tener fede al titolo. [...] Nessuno ha il coraggio di scriverlo. Nessuno avrà mai il coraggio di scriverlo. Nessuno saprebbe scriverlo, se pure avesse il coraggio.
L’idea di questo libro, come già in quella di Poe, non è tanto un libro di confessioni autobiografiche dell’autore: il cuore di cui parla è una sorta di pathos, o forse meglio una pietas; una condivisione del cuore, come se fosse il senso comune dell’umanità, come nei Fiori del Male quando Baudelaire chiama fratello il lettore e sorella l’amante. Il cuore dell’umanità che si mette a nudo, che si descrive, che parla. Un “libretto” che parla di pietà, ma anche di odio, di odio come forza in grado di rompere le barriere erette da chi si pone al di là del bene e del male in modo da restarsene tranquillo e appagato (non a caso Nietzsche, dopo aver letto questi appunti definirà Baudelaire il primo grande uomo moderno).

Povero Belgio
Baudelaire va in Belgio nel 1864 per due motivi: tenere una serie di conferenze e per incontrare gli editori de “I miserabili” di Victor Hugo nella speranza di strappargli un contratto vantaggioso che possa sollevarlo dalla sua miseria economica. Le conferenze sono un fallimento e gli editori non vogliono in nessun modo pubblicare la sua opera.
E’ con questo stato d’animo che il poeta visita il Belgio. Un Belgio borghese, dove germogliano i primi germi della massificazione, della decadenza della religione e della morale in funzione del denaro. Ne diventa anche dipendente, di questa sua “Passione per la stupidità”

Un libro magnifico, che lascia un solo unico rimpianto: che Charles Baudelaire sia morto a 46 anni senza aver avuto la possibilità di completare questi tre progetti. Il mondo sarebbe balzato avanti in fretta, Baudelaire è stato il giro di boa della letteratura moderna, del pensatore moderno: finito il mecenatismo rinascimentale è l’emblema dell’intellettuale escluso, spesso deriso, povero, che vive una vita intensa tra mille difficoltà senza mai scendere a patti con il grigiume e la piattezza del mondo che lo circonda.