Un'educazione milanese
by Alberto Rollo
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Questa è una ricognizione autobiografica ed è il racconto della città che l’ha ispirata.
Si entra nella storia dagli anni Cinquanta: l’infanzia nei nuovi quartieri periferici, con le paterne “lezioni di cultura operaia”, le materne divagazioni sulla magia del lavoro sartoriale, la famiglia comunista e quella cattolica, le ascendenze lombarde e quelle leccesi, le gite in tram, le gite in moto, la morte di John F. Kennedy e quella di papa Giovanni, Rocco e i suoi fratelli, l’oratorio, il cinema, i giochi, le amicizie adolescenziali e i primi amori fra scali merci e recinti incustoditi.
E si procede con lo scatto della giovinezza, accanto l’amico maestro di vita e di visioni, sullo sfondo le grandi lotte operaie, la vitalità dei gruppi extraparlamentari, il sognante melting pot sociale di una generazione che voleva “occhi diversi”.
A questa formazione si mescola la percezione dell’oggi, il prosciugamento della città industriale, i progetti urbanistici per una Grande Milano, le trasformazioni dello skyline, il trionfo della capitale della moda e degli archistar.
Un romanzo autobiografico magistralmente scritto, lo sguardo teso della visione: la storia di una città, di una generazione.

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Giogio53Giogio53 wrote a review
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Internazionale - 27 gen 19
Non meravigliatevi se ogni tanto anche il vostro ragno preferito che tesse trame e reti sottili, decide di investire in un libro a prezzo pieno. Ma questo era un finalista del Premio Strega 2017, e mi aveva incuriosito il premio, l’autore, nonché l’editore di cui credo avere poco o nulla. Non meravigliatevi anche del lungo tempo di lettura, che, come orami sapete, quest’ottobre sta diventando il mio mese da badante ben referenziato. Non mi dispiace, ma di necessità questo sottrae tempo a tutte le altre amene attività che compongono il puzzle della mia vita. Allora, per prima cosa il Premio. Non che io straveda per i premi letterari, ma la vincita o la nomina nelle cinquine finali portano interesse a libri nuovi, magari aprendo panorami che non ci si aspettava di vedere (pardon, di leggere). Avendo quindi dato una scorsa ai finalisti, ho deciso che questo mi attirava più degli altri, anche se poi non vinse, ma prevalse il montanaro Cognetti. Saltando l’autore, dedico alcune note alla casa editrice, piccola ma sempre foriera di una sua linea di coerenza. Nascosta nelle pieghe del barocco leccese, ha sempre avuto un suo interesse in alcuni ambiti, diciamo anche di nicchia, di letteratura e saggistica. Nonché, ricordo, la speciale attenzione alla poesia, con Alda Merini e Giorgio Caproni in testa. Infine, Rollo, uno dei grandi operatori culturali, anche se non sempre noto al grande pubblico, ed anche non sempre uscito dalla cerchia milanese. Dopo un suo percorso personale, di cui questo libro dona una traccia esauriente, alla fine degli anni Settanta (più o meno lì dove finisce l’educazione del titolo) inizia a lavorare nell’editoria. Prima con Editori Riuniti, poi per vent’anni alla Feltrinelli, diventandone nell’ultimo periodo Direttore Letterario, quindi una breve stagione da Baldini+Castoldi, per diventare nell’ultimo anno consulente narrativo alla Mondadori. Nelle sue lunghe stagioni, di lavoro e di formazione, è inserito intrinsecamente nella vita culturale e politica (ma una volta questi erano anche sinonimi) milanese. E se ora può parlare di Testori o di Fo, di Caproni o di Rostagno, in questa sua prova letteraria, esordio narrativo, dopo aver fatto da curatore e saggista per decenni, prova a mettere in fila i pensieri spettinati che lo hanno portato dalle “case di ringhiera” al suo stato attuale, di Alberto Rollo a tutto tondo. Con un andamento narrativo che non sempre mi è stato di aiuto, che troppe volte andar per ponti e viali mi ha distolto da uno scorrimento lineare delle vicissitudini di Rollo, l’autore cerca di dare sensi e nomi al modo in cui ha costruito sé stesso. Tolte le sovrastrutture, al fine vedo disegnarsi a poco a poco il personaggio. Figlio di immigrati pugliesi, con il padre operaio meccanico in una “fabbrichetta” come direbbe un milanese doc, e madre ex-sarta, ora sposata e dedicatasi tutta alla famiglia (ci sarebbe anche da riflettere sulla possibilità di mantenere una famiglia di 4 persone con un solo stipendio, ma forse è un discorso lungo). Padre operaio, dicevo, e comunista. Di quel comunismo di adesione piena che nasceva nel dopoguerra, e che si è sviluppato come filo rosso fino alla fine degli anni Sessanta. Alberto a scuola alle elementari, Alberto con i parenti, i sodalizi amicali della gioventù, la sorella maggiore ma di troppo più grande per essere un sodalizio vero. Poi il liceo, nel pieno del ’68, visto che Rollo è del ’51. Con gli amici, i compagni veri, che segneranno la sua vita. Le manifestazioni, la morte di Pasolini e quella di Feltrinelli. Insomma, tutta l’Italia che ho vissuto anch’io, seppur di poco più giovane di Alberto. Mescolate alle pieghe narrative, questi intarsi miei e suoi mi hanno suonato a fondo (anche perché sono anche fresco della lettura dello speciale di MicroMega sul ’68). Meno altro, meno l’espediente narrativo centrale, di tirar fuori tutto il corpo centrale della sua narrazione mentre, ora, “carico d’anni”, ma forse non di sventura, aspetta forse inutilmente l’ultima metropolitana per tornare a casa. Lì sulle panchine deserte, come bolle affiorano questi ricordi, ritornano i pensieri di cosa sarebbe potuto essere, e non è stato. Ritorna l’incidente mortale dell’amico Marco, ed in sottofondo, ma non scordato, la morte per overdose dell’amico Franco. Il tutto condito con Milano, una città che in gioventù rifiutavo, non capivo, ma che, andata a vedere in tempi maturi, mi ha lasciato impressioni diverse e contrastanti. Capisco cosa sia potuto nascere lì, come capisci, quando li vedi, i luoghi dove nascono le cose. Se non vedi Milano non capisci, tanto per dire una battuta, “Avanguardia Operaia”, come se non passeggi per il Ladakh non capisci Milarepa. Pur con tutta la buona volontà, alla fine, tuttavia, il libro è rimasto distante da me. Che sono abituato ad essere coinvolto direttamente, di pancia, quando ce n’è bisogno. Mentre pensare anche in modo profondo attraversando il Ponte della Ghisolfa lo capisco con la testa ma non con il cuore. Qualcuno meno romantico di me (o del mio essere attuale) ne sarà entusiasta. Io l’ho trovato un libro che, seppur a fatica, non mi è dispiaciuto leggere.
PiotrgrinjovPiotrgrinjov wrote a review
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FrancescoFrancesco wrote a review
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Trenette65Trenette65 wrote a review
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