Un eremo non è un guscio di lumaca
by Adriana Zarri
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Adriana Zarri decise nel 1975 di imprimere una svolta "radicale" alla sua vita monastica e di abbracciare l'eremitaggio. Intraprendendo una scelta di vita che privilegia la solitudine e il silenzio. Quello che con questo racconto di esperienze, ricordi e riflessioni di vita contemplativa, vuole offrirci è una particolare, concreta e umana idea di monachesimo. Una scelta di solitudine può essere infatti un luogo fecondo di incontro, il silenzio contemplativo può essere un modo di parlare più forte e meglio a tutti ed essere un luogo dove racconto e realtà convivono e si contaminano, dove "lo studio e la riflessione sono impastati di vita". Nel libro, Adriana Zarri illustra via via diversi aspetti della sua vita: dalle circostanze che l'hanno spinta verso questa decisione, all'organizzazione pratica della casa e delle sue giornate, al rapporto con la natura e il ritmo delle stagioni, alla relazione con il mondo secolare e i mezzi di comunicazione, alle paure e pericoli che nascono da una vita simile, agli animali che le fanno compagnia. Agli incontri con amici, scrittori e intellettuali, che vengono a trovarla e a discutere con lei. Ma ogni argomento, anche il più umile e quotidiano, è trattato con bonaria e umanissima ironia (e autoironia). E soprattutto diventa lo spunto per una riflessione sulla meditazione e sul silenzio necessario affinchè ognuno possa trovare la sua voce: perché "occorre avere del silenzio un concetto vitale e non formale". Con uno scritto di Rossana Rossanda.

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IsaironIsairon wrote a review
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Jessica FletcherJessica Fletcher wrote a review
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Mi trovo in difficoltà a dare un giudizio a questo testo. Se dovessi esprimere il mio gradimento, due stelle sarebbero troppe; ma in base ad un criterio di utilità e stimolo alla riflessione, tre sarebbero poche.

Ho raccolto il libro dall'espositore della biblioteca più attratta dalla copertina (chi ama i gatti è già sulla buona strada con me) e dal titolo (sembrava capitare giusto giusto nel susseguirsi dei ragionamenti che stavo facendo).

Ecco, da un po' infatti sto riflettendo sul mio isolamento sociale. Negli anni dell'adolescenza lo rifuggivo e mi ci ritrovavo sempre come al centro di un labirinto, ora lo coltivo come una grande fortuna, che a volte però mi scappa di mano.

Non conoscevo l'autrice prima d'ora, apprendo che fu teologa, scrittrice e fece una scelta di eremitaggio durato diversi anni in una cascina piemontese. In questo libro la donna espone le sue ragioni, che ho puntualmente confrontato con le mie.

Racchiusa nella cascina chiamata Molinasso, predica che Dio è in ogni forma di vita, in ogni stagione dell'anno e in ogni discorso, anche nel più banale. Posso concordare, anche se più che cattolico, questo ragionamento sa di panteistico (che per me è meglio di cattolico).

Dice di scegliere la vita in solitudine (che è diversa da isolamento e poi spiego i due termini) per potere con la preghiera solitaria meglio incontrare nella eucarestia gli amici e le persone tutte. Ora, io non sono una teologa né una filosofia, ma qui mi puzza di qualquadra che non cosa.

Sostiene che la propria solitudine, che ammette poche visite, i telegiornali e comunque l'essere aggiornati sul mondo, sia diversa dall'isolamento, che è pura ricerca del quieto vivere, estraneo e lontano dai problemi del mondo. Su questo punto le do ragione in modo consapevole. La mia vita, secondo il distinguo dell'autrice, si configura più come isolamento che come solitudine (applausi dal pubblico).

Passa a confutare la tesi secondo cui eremita=morto di fame dalla vita scomoda e piena di privazioni. Benissimo. Lei però ha avuto chi le ha pagato le spese per l'allaccio alla rete elettrica, chi l'ha aiutata nei lavori pesanti nei campi con una ruspa prestata dal comune (per me è fantascienza una roba del genere) per portare via vecchissimi apparati radicali arborei e rendere coltivabile la zona e in casa, tipo recuperare una vasca in pietra per farne un fonte battesimale... avesse dovuto lottare contro le amministrazioni che si rifiutano dopo mesi di sollecito di portare l'acqua alla casa che devi ristrutturare, contro il comune che non ne vuole sapere della tua via privata, anche se sostiene che sia ad uso pubblico, scommetto che allora si sarebbe espressa diversamente sulle motivazioni che la spingevano a scegliere la solitudine. (Per inciso, ho qui anche io una vasca di pietra in giardino che attende di essere posata da almeno 7 mesi). Me le deve presentare 'ste persone che la aiutano nei lavori senza neppure conoscerla o volere qualcosa (scilicet pecunia) in cambio.

Un'altra spinosa questione è il vegetarianesimo. Chi ama gli animali, dovrebbe aderirvi, a logica. Però la carne è buona. L'autrice ha risolto la cosa nel mio identico modo, accettando la propria natura di onnivora e provando gratitudine per la carne che un tempo fu di creatura viva e in qualche misura senziente. Non so se questa soluzione sia giusta, certo - per quanto io la condivida - riconosco che sia capziosa.

Insomma, una riflessione via l'altra, lo scopo pare unicamente quello di tirare l'acqua al proprio Molin(ass)o -> battuta che volevo inserire ad ogni costo -> altri applausi a cascata dal pubblico.

Dopo un certo punto, i concetti sembrano ripetersi e diventare monotoni. Il resto è tutto una descrizione il più possibile suggestiva delle piccole cose della natura, che ho comunque apprezzato molto.

L'esperienza di eremitaggio si è conclusa quando la donna ha avuto un incontro con un ladro più brutale dei precedenti. Ormai su d'età, ha accolto le insistenze degli amici di tornare in mezzo agli uomini, per una sorta di sicurezza che ti dà abitare vicino a qualcuno.

Ora mi chiedevo: che fine avrà mai fatto la cascina che ha abitato e tanto amato?! Sarà finita nelle mani dei signori Okkupiamo-tutto oppure dei signori Rasista-noi-scapiamo-da-guera?

Ecco, più o meno implicite, le mie di motivazioni a starmene bellamente fuori dal mondo.

Rimane cosa? L'amore per i gatti. Quello sì, quello è il mio credo.


"Infine faccio la casalinga: un lavoro che, da bambina, scioccamente sdegnavo ma che ora, come tanti altri, sto scoprendo: un lavoro bellissimo nella sua varietà, nella sua intimità, nella sua fantasia... E mi dispiace per le femministe che sembrano essere ancora in quel mio atteggiamento adolescenziale. Chiedano pure l'accesso a tutte le altre professioni - lo chiederò con loro - ma non dicano che il lavoro domestico è frustrante. Chi lo dice dimostra già d'essere frustrato, per altre cause." (P. 104)

Dalla prefazione di Rossana Rossandra: "Ho pensato allora, con qualche malizia, che delle virtù teologali la mia amica ne aveva in sovrabbondante due, fede e speranza, mentre frequentava a modo suo la carità, il suo amore essendo tutto per Dio e qualche grande causa, ma poco incline alla sofferenza dei singoli, che in verità non ha nulla di splendido." (P. VIII-IX)
SvalbardSvalbard wrote a review
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Adriana Zarri, me la ricordo per averla vista, tanti anni fa, in televisione, e per aver letto suoi articoli su qualche giornale. Diceva cose sensate, persone che conoscevo la apprezzavano molto, sapevo che era una persona molto religiosa e spesso in feroce rotta di collisione con l’ortodossia della chiesa, ma non ho mai approfondito il discorso. Poi non se n’è sentito più parlare; morta nel 2010, evidentemente la sua figura è stata rapidamente archiviata. Non volontariamente, penso, nessuno si è preso la briga di agire nei suoi confronti una damnatio memoriae; più semplicemente, si è passati ad altro.

Quasi fortuitamente, mi è capitato tra le mani questo suo libro. Non è uno dei suoi trattati religiosi, che non ho letto e credo che difficilmente leggerò (sempre che anche quelli non mi capitino fortuitamente tra le mani). Questo, è semplicemente una serie di appunti e di riflessioni legate alla sua permanenza nel suo eremo, come lo definiva lei, la cascina del Molinasso dalle parti di Ivrea, dove trascorse molti anni coltivando la terra, allevando animali, pregando e ospitando persone che volessero condividere la sua vita per qualche giorno.

Tutto bello, tutto interessante, tutto per certi versi seducente. Ma c’è qualcosa che non mi ha convinto fino in fondo.

Ci ho pensato. Non è la sincerità delle sue scelte e dei suoi sentimenti, quella è fuori di ogni ragionevole dubbio. Non è il fatto di essersi messa contro la chiesa e la sua ortodossia con una feroce critica “dal di dentro”, questo se mai è grandemente meritorio. Non è nemmeno il fatto di definirsi “eremita” per una scelta di vita che non sembra aver molto in comune con quella dei padri del deserto (la sua cascina era vicina ad altre cascine, non lontano da un paese che lei raggiungeva in auto; mancava l’energia elettrica, ma aveva il telefono – a filo, all’epoca i cellulari erano al di là da venire – e in ogni caso nessuno le avrebbe proibito di cercare un “eremo” cablato alla rete elettrica; se avesse voluto veramente cercarsi un eremo lontano ore di cammino e senza strade che la congiungessero a qualsiasi aggregazione umana avrebbe potuto cercarlo agevolmente, senza andare troppo lontano, in qualche località sperduta dell’Appennino). Non è il fatto di dare una veste mistica e religiosa a cose che tante altre persone hanno fatto e fanno, il mitico “ritorno alla terra”, alla natura e alle cose semplici e vere, che a volte va bene, altre no, ma nel concreto può essere una cosa tanto bellissima quanto normalissima.

È l’atteggiamento che ho trovato piuttosto irritante. Un po’ alla maniera di Tiziano Terzani, mi ha infastidito, come mi infastidisce sempre, la pretesa di aver capito tutto e di additare la via, la verità e la vita ai poveretti che vagano nell’oscurità non del peccato, ma dell’ignoranza. Ovviamente, lei non pretendeva che chiunque mollasse tutto e se ne andasse a vivere in campagna, coltivando l’orto e allevando galline e conigli (che poi ammazzava e si mangiava, sia pure con disagio e sensi di colpa). Ma, come dire, un certo qual senso di saccenza e di sentenziosità l’ho percepito piuttosto palpabile. La preghiera, la meditazione, la riflessione mistica sono cose bellissime, ma non sono poi questa cosa così speciale, così diversa, che fa così tanto la differenza. E in ogni caso sono scelte legittime, ma non vedo in cosa e perché debbano essere superiori, ad esempio, alla scelta di chi preferisce strafarsi di sport, passare la notte a fare nightclubbing o vedersi film e concerti a ripetizione (vale ovviamente il discorso dell’uso, dell’abuso e della dipendenza. Ma, attenzione, anche la preghiera e la meditazione possono dare dipendenza. E non in senso metaforico, bensì legato all’autoproduzione di quelle sostanze fisiologiche che altri stimolano per via chimica o sensoriale).

Curiosamente, la visione della Zarri viene un po’ smontata anticipatamente nella lunga prefazione al libro scritta da una sua amica, Rossana Rossanda. La simpatica comunistaccia, sua coetanea, la ricorda con simpatia ma anche senza farle sconti (il libro fu pubblicato subito dopo la sua morte), e soprattutto offre immediatamente una chiave di lettura che pesa pesantemente su tutta la narrazione successiva: l’esperienza del Molinasso finì malissimo. Talvolta la Zarri era stata visitata da ladri e rapinatori, ma l’ultima volta le andò peggio, perché fu aggredita e legata, venendo liberata solo due giorni dopo dalla postina. La Rossanda racconta ancora che alla sua amica venne offerta ospitalità in una comunità per tossicodipendenti, ma non fu un’esperienza particolarmente positiva, lei non era una madre Teresa o un don Ciotti, non aveva dimestichezza e attitudine alla comunanza col disagio (in questo la capisco benissimo). Le venne infine offerta un’altra cascina, meno isolata della precedente, e qui mise in piedi un ulteriore eremo, ancora meno… eremitico ma certo più sicuro, dove trascorse i suoi ultimi anni.
AciliaAcilia wrote a review
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Nel 1975, dopo 5 anni trascorsi in un castello ad Albiano d'Ivrea di proprietà della diocesi con altri religiosi e laici, la teologa (e scrittrice) Adriana Zarri decide di fare una scelta eremitica: scelto un vecchio cascinale isolato e abbandonato da 20 anni, il Molinasso, vi va ad abitare da sola.
Scelta eremitica, come dice il titolo del libro, non significa priva di relazioni sociali, che per la Zarri saranno comunque intense negli anni a venire, ma - come spiega lei stessa in una lettera agli amici - rappresenta il tentativo di ritrovare una "normalità" fatta della rinuncia a stili di vita eccezionali e di povertà evangelica.
Tant'è che non rinuncia - se necessario -alla esposizione pubblica per l'affermazione delle sue idee, girando ad esempio l'Italia per due mesi per difendere la legge sull'aborto.

Negli anni successivi, dal suo eremo (all'inizio senza acqua, nè luce nè telefono: e la luce non arriverà mai) la Zarri scrive riflessioni quotidiane a partire dalle piccole cose e dalle incombenze quotidiane - l'orto, il giardino, gli animali... - che a volte precedono, ma più spesso includono, il momento della preghiera.
Questa "non separazione" dell'esperienza di vita e dell'esperienza di preghiera è uno dei temi su cui la Zarri ragiona più a lungo.
Dicendosi contraria all'idea che l'ingresso in chiesa costituisca una separazione (anche fisica e visiva) tra la vita quotidiana di un essere "contaminato", immerso nell'esistenza, e un essere irrealmente "purificato", che esiste davvero in grazia di Dio solo ponendo una distanza dalla sua vita reale.
E insiste sullo "sporcarsi le mani" con il lavoro manuale, e quindi sempre con la realtà, cosa che ha trasformato anche lei, prima "intellettuale pura".

Le sue riflessioni partono da elementi concreti: le stagioni, il freddo, le stufe che non funzionano o funzionano male, l'umidità spaventosa al pian terreno che finisce per allagare la cappella allestita nella vecchia cantina ("il Signore in questi casi lo lascio dove sta perchè non penso soffra di reumatismi e, anche se l'acqua dovesse crescere, immagino che sappia nuotare, lui che bazzicava sul lago e frequentava barche e pescatori"), la propria gatta, la paura della notte, i furti...
(Queste riflessioni entreranno in "Erba della mia erba", nel 1981, che questo volume contiene integralmente insieme a riflessioni più recenti, fino alla morte della Zarri avvenuta nell'autunno 2010, a 91 anni).

Sarà una sortita di ladri particolarmente violenta, qualche anno dopo, ad indurre i suoi amici a convincerla ad abbandonare l'isolato Molinasso e ad approdare in una vecchia abitazione messa a disposizione dalla diocesi, che la Zarri trasformerà in breve tempo da luogo orribile a piccolo paradiso ornato da rose antiche (unica sua concessione, più alla bellezza non anonima che al lusso), dove proseguirà la sua esperienza eremitica fino alla fine - sempre ospitando amici e visitatori in cerca di spazi di silenzio e preghiera.

Tra gli amici, è curioso ritrovare Rossana Rossanda (qui firma la amichevole e scabra prefazione, che racconta anche una Zarri spigolosa e contraddittoria): le due, profondamente diverse eppur molto simili, si praticavano con continuità e con reciproco rispetto (anche se sono immaginabili le scintille tra due caratterini del genere...)

Riassumendo, il libro è una collezione di pacate, interessanti, stimolanti riflessioni sulla vita.
Di cui, leggendo, si comprende di avere un grande bisogno, in tempi di emozioni che bruciano in fretta, e crepitano ad un volume esagerato rispetto al poco calore che offrono: qui ogni riflessione è un ceppo che brucia piano, a lungo, dando luce e calore a sufficienza.
Si può dunque leggere (e rileggere, come ho già fatto) tranquillamente a pezzi, senza vincoli di percorso o di tempo, visto che è strutturato in forma di articoli che la Zarri pubblicò su diverse riviste ecumeniche dell'eporediese.
Sorseggiando una tisana, davanti al camino (se avete la fortuna di possederlo), o in giardino tra i fiori.

Ognuna di queste riflessioni è una carezza tiepida e piacevole sull'anima, anche per i vecchi atei come me. Godetevela.