Un viaggio che non promettiamo breve
by Wu Ming 1
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In Italia molti comitati e gruppi di cittadini resistono a grandi opere dannose, inutili, imposte dall’alto. Tra questi, il movimento piú grande, radicale e radicato è senz’altro
quello No Tav in Val di Susa, all’estremo occidente del Paese, fra Torino e il confi ne con la Francia. Un movimento che da venticinque anni sperimenta forme nuove – e al tempo
stesso antiche – di partecipazione, autogestione, condivisione.
Perché proprio in Val di Susa? Per piú di tre anni Wu Ming 1 ha cercato la risposta a questa domanda. Si è immerso nella realtà del movimento No Tav, partecipando a momenti-chiave della lotta, intervistando decine di attivisti, incrociando storia orale e fonti d’archivio, contemplando la valle dall’alto dei suoi monti.
Un viaggio che non promettiamo breve è il risultato di quel lavoro. La voce del narratore ci fa passare dal romanzo di non-fiction alla chanson des gestes, dall’inchiesta serrata alla saga popolare di ispirazione latinoamericana, con omaggi a Gabriel García Márquez e al Ciclo andino di Manuel Scorza.
Dopo Point Lenana, una nuova opera-mondo sulle montagne, il territorio e il conflitto.

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MorenaMorena wrote a review
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YarnspinnerYarnspinner wrote a review
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Grazie
E' di parte, questo "oggetto narrativo non identificato"? Sì, certamente lo è. Ma ben vengano lavori come questo che, anche se chiaramente schierati, raccolgono dati e documenti che aiutano la comprensione di quell'universo nato in Val Susa quasi tent'anni fa e che si chiama "No Tav". Da quando se ne parla, ho sempre pensato che il TAV Torino Lione fosse un inutile, anzi dannoso, sperpero di risorse economiche e ambientali. Però facevo fatica a comprendere tutte le istanze che stavano alla base della lotta senza quartiere che i Valsusini stavano portando avanti. Anch'io vengo da una valle attraversata da ferrovia e autostrada, una valle di altissimo transito di persone e merci, dove si sta scavando proprio in questi anni il tunnel ferroviario di base: non mi sembra che gli abitanti della val d'Isarco si siano opposti più di tanto al tunnel o, per lo meno, l'opposizione non è emersa così rumorosamente. Forse perché per i pochi abitanti della Wipptal il problema più grande è effettivamente la congestione del traffico di camion che attanaglia costantemente l'autostrada del Brennero per cui il tunnel è, in fondo, benvenuto. Questo lavoro di Wu Ming 1 mi ha aperto gli occhi sui perché: perché qui, perché così. Ma mi ha aperto gli occhi anche su un modo bellissimo di intendere la comunità, il bene comune, il lavoro, l'armonia con l'ambiente. Tanti e contrastanti erano i sentimenti che affioravano durante la lettura: rabbia nei confronti di questura e forze dell'ordine, del loro senso di "stato" che difende i privati ai danni dei cittadini; ma anche partecipazione, gioia, sollievo. In me è sorta anche la domanda: come fare a diffondere il messaggio "no-tav", a farlo condividere. Perché i media sono schierati. In TV non si vedono mai esposte le ragioni no tav, solo qualche grillino, assolutamente incapace di uscire dalla logica degli slogan e degli hashtag. La Gruber invita le "madamine" di Torino, ma nessuno del movimento. Mi vengono i brividi quando sento che qualcuno vuole sottoporre la questione TAV a un referendum: ma su quale base la gente può decidere? Mi è capitato alcune volte di confrontarmi sul tema. Premetto che, per scelta non frequentavo "berlusconiani" così come adesso non frequento leghisti (ovviamente non è che posso evitarlo: nel caso, per come sono fatto, evito di parlare); tuttavia, anche tra le persone che frequento prevale il "buon senso": il treno è ecologico, abbiamo bisogno di infrastrutture, rischiamo di rimanere isolati, ecc. Manca proprio un altro approccio, un'informazione scevra dai condizionamenti di che vuole sempre decidere. Per cui grazie WM1, anche per aver messo questo lavoro a disposizione per il download gratuito: adesso mi informo su quali modi ci sono per un sostegno concreto.
Francesco PlatiniFrancesco Platini wrote a review
08
Ho scelto di leggere questo libro per due ragioni:
1) non ho una peculiare sintonia con WM;
2) sono stato per vent’anni favorevole al Tav; non un «Sì Tav», piuttosto uno che il Tav lo considerava un dato acquisito, qualcosa che s’aveva da fare.
Detestando l’attitudine al pensiero confermativo per cui si cerca nella lettura quello che già si sa per sentirsi dare ragione, ho declinato questa idiosincrasia in prassi e intrapreso questo viaggio che non mi promettevano breve.

Vent’anni fa facevo spola con Lione e mi allettava l’idea di viaggi più rapidi, anche se la ragione mi diceva che non li avrei mai compiuti io, a Lione in via transitoria. Sarà perché viaggiavo a ridosso dei weekend, prima e dopo le festività, ma salivo su treni pieni e mi aveva sorpreso scoprire, poco dopo la fine del mio pendolarismo, che quasi tutti i treni su cui avevo viaggiato erano stati soppressi. Avrei dovuto insospettirmi: non l’ho fatto.
A quel tempo morivano suicidi Edoardo «Baleno» Massari e Maria Soledad «Sole» Rosas, due dei tre anarchici ingiustamente accusati di essere «terroristi No Tav». Curiosamente, a differenza dell’autore, smarrito nelle elucubrazioni dell’analisi, avevo provato empatia per Sole e Baleno. Forse proprio perché sentivo che la loro battaglia non era la mia: potevo stigmatizzarne le ragioni ma sulla morte, e quella morte, non ero disposto a cercare giustificazioni. Mi faceva male, punto.

Esaurita la mia storia di viaggi a Lione e con essa la spinta emotiva verso l’Alta Velocità, sono rimasto favorevole al Tav. Il perché, mi rendo conto, è complicato da spiegare.
Ho raccontato a una persona, con cui condividevo l’opinione sull’argomento, che stavo leggendo un libro sul Tav e cominciavo a realizzare che i No Tav, probabilmente, hanno ragione. Il mio interlocutore ha reagito con sconcerto, quasi incredulità. Quando ho portato qualche esempio tratto dal libro, ha replicato: «Non dico niente, perché non so niente». Touché.
La replica era sintomatica, ma non esatta: il mio interlocutore qualcosa sapeva, e anch’io. Conoscevamo gli argomenti che facevano della costruzione del Tav un’operazione «di buon senso» [1].

WM1 riunisce in modo organico questi argomenti mettendoli in crisi con documenti, esempi, analogie, autorevoli pareri. Rimandando al libro per verificare la solidità delle critiche, riporto le ragioni del «Sì Tav» confutate:
ce lo chiede l’Europa; (Argomento odioso, se falso, per un europeista quale mi ritengo: si regala un rigore a porta vuota ai detrattori della UE. Di contro, ammanta di un’aura ideale la costruzione del Tav agli occhi di chi nell’Europa ci crede.)
ce lo chiede l’Europa per il corridoio 5 Lisbona-Kiev;
le linee ferroviarie esistenti sono sature;
i viaggiatori hanno bisogno dell’Alta Velocità; (Un treno veloce lo avevano: il Pendolino. E chi se lo ricordava più? Non fa onore a me, ingegnere, aver rimosso uno dei migliori prodotti tecnologici degli ultimi decenni, che poteva viaggiare sulle infrastrutture esistenti senza bisogno di linee dedicate.)
i viaggiatori hanno bisogno dell’Alta Velocità per andare a Lione; (Ne avrei avuto bisogno anch’io, vent’anni fa. Poi, quei treni su cui viaggiavo non diventarono più veloci: sparirono dall’orario ferroviario. Avrei dovuto insospettirmi: non l’ho fatto.)
le merci hanno bisogno dell’Alta Velocità; (Ancora devo fare ammenda come ingegnere: qui si esce dal dominio della logica. En passant: proprio dalla mia Alma Mater, che pure ha sede a Torino [2], provengono molte voci critiche al Tav.)
ci saranno opportunità di lavoro durante la costruzione;
ci saranno opportunità di indotto per i territori attraversati;
si ridurrà finalmente il trasporto merci su gomma;
la Francia è molto avanti nei lavori;
gli oneri sono equamente ripartiti tra Francia e Italia;
se rinunciamo al progetto dovremo pagare le penali;
in Val Di Susa è attivo un cantiere dove si costruisce il Tav;
la Val di Susa ha la «vocazione al transito»;
la Val di Susa avrà delle «compensazioni»;
il progetto è economicamente sostenibile e viene finanziato in larga parte da privati.

Scopro voci di dissenso al Tav che non mi erano mai giunte: Luigi Preti, Beniamino Andreatta – ad averlo saputo..: stravedevo per quell’uomo –, Mario Schimberni.
Matteo Renzi, quand’era rottamatore, era contrario al Tav per la più solida delle ragioni: la non plausibilità del progetto. Arrivato al governo cambiò idea, ma rimane la forza del concetto che aveva dimenticato: senza tirare in causa un solo argomento ideologico, sociale, ecologico, il Tav può essere criticato dal punto di vista economico e tecnologico.
Secondo WM1 il Tav è un prodotto del «neoliberismo». Allora il neoliberismo non è liberista: se fossi un imprenditore liberista in un contesto liberista e mi venisse l’idea di fare il Tav, con investimenti miei e rischio d’impresa per il ritorno dei medesimi, non lo farei, anche perché nessuna banca mi concederebbe credito [6][7][8].
Il Tav ritratto da WM1 sembra piuttosto una declinazione lisergica del keynesismo: lo Stato eroga ai privati, lo Stato si accolla investimenti e ricavi. O, come le analisi sembrano prospettare, le perdite. Solo che lo Stato non ha soldi suoi: ha soldi [anche] miei; quando lo Stato perde denaro lo perdo [anche] io.
Se il Tav fosse solo una questione di «tecnocrazia», come ingegnere dovrei pormi sfide più interessanti della mera questione infrastrutturale, passare dalla tecnica bruta alla tecnologia – parola di cui ci si riempie la bocca fino al momento in cui è richiesto di investirci.
Posso chiudere il libro. Posso affermare che, a costo di criticare vent’anni passati a pensarla diversamente disseminando i social di opinioni in questo senso – non andrò a sbianchettarle come nei migliori stalinismi: ho il vizio poco italiano di ammettere d’essermi sbagliato –, la costruzione del Tav non mi sembra più un’operazione «di buon senso». Per me è sufficiente.

– Fine?
– No.

Posso chiudere il libro. Ma ne ignorerei la parte più consistente: intrecciata agli aspetti tecnologici ed economici c’è la Val di Susa. Una vicenda che combina ordine pubblico, amministrazione della giustizia, narrazione della stampa, partecipazione delle comunità locali, salvaguardia del patrimonio ambiente [11], critica del concetto di grande opera [3].
Faccio fatica a addentrarmi in questa parte, per una scarsa abitudine, e attitudine, a ragionare su questi aspetti. Certamente rimando al libro: sono seicento pagine più o meno, qualsiasi sintesi sarebbe riduttiva.
Ma anche se poco abituato a ragionare su certe istanze, non posso non affermare che le storie di arresti e processi, espropri e militarizzazione sconcertano. I «vulnera» sono tanti, tanti. Bisogna considerarli, anche se non se ne ha l’abitudine, e l’attitudine. Bisogna accettare che possa far parte dei «cattivi» anche un personaggio che normalmente è ascritto alla categoria dei «buoni», Giancarlo Caselli – ed è solo un esempio.
Una scena marginale mi ha provocato un «vulnus», forse trascurabile ma è il «vulnus» che può aprirsi su tutto il resto per cambiare le abitudini, e le attitudini: mi ha sconvolto la scoperta dei vigili del fuoco impiegati in operazioni di ordine pubblico. (Rileggo la frase e penso che forse non è una scena marginale, ma un sintomo di quanto ci sia spinti in là.)
Credo, spero, che le ferite si possano sanare. Ma la prima condizione è di non infierire su quelle aperte e non provocarne di nuove. (Mentre scrivo, 10.10.2018, giungono notizie di nuovi «vulnera». Il viaggio non è breve.)
Non me ne vogliano per l’estrema sintesi i tanti per cui questa parte è la più importante della vicenda Tav. Non voglio negarla e nemmeno sminuirla; eventuali tracce in questo senso che posso aver lasciato in passato non saranno sbianchettate; sono appena all’inizio di un viaggio che non immagino breve. WM1 spiega che la lotta della Val di Susa è una lotta contro i «tempi imposti»: io seguo i miei.

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A parte il Vangelo nessun libro è il Vangelo. Non credo a un automatismo per cui si legge questo libro e non si può non diventare No Tav. Bisogna riflettere su quanto esposto, constatare che vengono prodotti documenti, testimonianze, pareri autorevoli, e decidere se si ritiene ragionevole l’impianto della narrazione. Io l’ho ritenuto tale, mantenendo il diritto alla perplessità su alcuni passaggi.
Volendo fare l’avvocato del diavolo sino in fondo, si può però obiettare che, nonostante gli inserti che conferiscono oggettività alla narrazione, ci possono essere state scelte mirate e opportuniste, taglia e cuci di materiali favorevoli alla tesi dell’autore con esclusione di quelli che la confuterebbero.
Idealmente ci vorrebbe un «controlibro» dove le obiezioni al Tav vengono criticate con l’impiego di documenti, testimonianze, pareri autorevoli. Sarebbe forse immaginabile per le parti che ho definito «economiche» e «tecnologiche».
Sulle altre istanze la confutazione potrebbe essere più complicata, o forse più semplice: basterebbe accusare l’autore e le persone a cui dà voce di essersi immaginate un «fumus persecutionis», quando si è trattato soltanto di applicazione corretta della legge e della giustizia. Sarebbe una contestazione debole perché determinati episodi, tesi espresse in sede processuale, anche solo l’abnorme concentrazione di forze dell’ordine in pochi chilometri quadrati, in un Paese che lamenta la perenne «emergenza sicurezza», meritano molto più di una risposta «ideologica».

WM1 ha preso una narrazione di venticinque anni e l’ha trasposta in narrativa, secondo la logica WM degli «U.N.O.». Uno dei riferimenti letterari da cui si è fatto guidare è Lovecraft. Io sono legato a un altro esperto di «eldritch»; addentrandomi nella lettura mi sentivo come Philip K. Dick dopo le esperienze di febbraio-marzo 1974: assistevo allo svelamento di una realtà che coesiste con la realtà che chiamiamo «reale». Non è così semplice elaborare, e accettare.
Per farla breve: rileggere la vicenda del Tav, e partendo da un’opinione più o meno «Sì Tav», pone seri problemi di esegesi della realtà. Grossolanamente si potrebbe chiedere a WM1: secondo te esiste davvero un oggetto chiamato l’Entità che da venticinque anni porta avanti un progetto diabolico? più prosaicamente, esiste una «cabina di regia» che ha reso uniforme il pensiero di politici provenienti da tutte le filiere ideologiche, giornalisti delle grandi testate italiane, magistrati e alti gradi delle forze dell’ordine? ti sembra razionale?

È il passaggio più critico. Accettando le ragioni dell’irragionevolezza del Tav; accettando le istanze sociali e ecologiche di valsusini e non; accettando la critica all’azione della magistratura e alla militarizzazione a tutela di aziende private a fronte di zero minacce all’incolumità delle persone da parte del movimento No Tav… resta la madre di tutte le domande: come può essere materialmente possibile? venticinque anni senza sbavature, con la cooptazione di voci critiche, tutto per un progetto insensato.
Ho provato a darmi una risposta; è limitata, diversa da quella dell’autore, ma ne ho bisogno perché la mia mente ha bisogno di ricondurre il reale al razionale, e possibilmente con una spiegazione mia. Nel Tav convergono interessi economici, un gusto italiano per l’edilizia bulimica [5], una scarsa propensione alla sfida tecnologica – il Tav è mastodontico nella realizzazione ma tecnicamente grossolano – che a un certo punto si sono combinati in un progetto. Una volta accertate le debolezze del progetto, gli interessi che erano stati allettati non hanno ovviamente voluto cedere posizioni e hanno trovato una controparte incapace di tornare indietro, di trovare una «exit strategy» decorosa, perché è scattato automaticamente un altro meccanismo italiano: l’incapacità di dire «ci siamo sbagliati».

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Un libro così dilatato – una delle critiche «classiche» a WM è di produrre «mattoni»; la questione non mi appassiona – fornisce molti spunti. Mi sono abbandonato al pensiero confermativo leggendo le critiche dell’autore a Calatrava, che mi è sempre parso sopravvalutato [10]. Avrei da dire su molti altri passaggi, ma non vorrei essere accusato di produrre «mattoni» a mia volta. Esaurita la questione Tav sì / Tav no, mi concedo ancora tre riflessioni.

1) Anche se WM1 e il movimento a cui ha dato voce contestano in generale il concetto di grande opera, mi riservo la facoltà di ragionare caso per caso, ovvero: non considererò ogni «No Qualcosa» a priori sacrosanto. Piuttosto, cercherò di migliorare l’attitudine critica per leggere vicende e situazioni e giudicare, pur con il pericolo di sbagliare connaturato alla condizione umana, basandomi sulla maggior quantità possibile di informazioni.

2) «Perché proprio in Val di Susa?» è la domanda fondamentale di questo libro. Venticinque anni di movimento senza recedere mai di un passo sono un unicum.
Nelle note finali, è riportata una citazione di Marco Aime che si può condensare in «valsusini si diventa»: non mi convince. Proprio perché giunge dopo centinaia di pagine in cui WM1 ha mostrato come il presidio e la Libera Repubblica No Tav siano il risultato di una storia che viene da lontano, dalle contese di Donno e Cozio con i Romani, passando per l’Occitania (quelle musiche che di tanto in tanto si sentono le conosco, le ho ballate anch’io, con i Lou Dalfin e non solo), i catari e la Confederazione degli Escartouns; che si consolida coi pellegrini di passaggio per la Via Francigena e con le proprietà collettive del mondo alpino; che si avvicina a noi con le ferrovie in cui tanti valsusini hanno lavorato, con il movimento operaio, con la Resistenza; che si ravviva con i cattolici del dissenso, i nonviolenti e gli obiettori di coscienza – istanze che in Val di Susa hanno generato esperienze personali e vicende collettive.
Una storia che deflagra nel 1985 dopo che una serie di grandi opere ante litteram avevano esasperato gli abitanti della Val di Susa. Quando nel 1991 si comincia a parlare di Tav Torino-Lione [9], il terreno è da tempo arato, e seminato. Il movimento lo alimenterà rifiutando spontaneismi, emotività e questioni di principio: primo studiare, documentarsi, informarsi, chiedere pareri autorevoli. Non avrebbe senso tagliare la rete di un cantiere senza la copertura della consapevolezza che viene dalla conoscenza del perché lo si fa. Senza questa base rocciosa il movimento non sarebbe durato venticinque anni, senza sbavature, senza scoraggiamenti, superando anche i pericoli al suo interno, addirittura offrendo una comunità e un senso a persone dalle esistenze segnate da alcool, disperazione, solitudine.
È potuto succedere qui perché c’erano rapporti già saldi e stratificati.
Si può leggere la narrazione come una forzatura dell’autore che ha voluto costruire un’epica a tutti i costi per nobilitare il movimento No Tav della Val di Susa. Oppure, io scelgo questa lettura, concludere che il movimento No Tav della Val di Susa sia il risultato di una storia, che risale al tempo di re Donno e si è nutrita, nei secoli, di esperienze [4].
Allora mi domando se si potrebbe scrivere un libro come questo per ogni regione o comunità; se accetteremmo di leggere una lunga storia per ogni regione o comunità, anche quando sta combattendo una battaglia che «non ci piace»; o quando, per una disposizione che viene dalla sua storia, non sta combattendo nessuna battaglia. Vedo due pericoli: uno è un determinismo per cui certe situazioni «epiche» sono possibili solo a chi ha una storia particolare alle spalle; l’altro una possibile scarsa disposizione a ri-leggere la storia di una comunità se la sua battaglia «non ci piace».
In conclusione: sarem[m]o disposti a applicare il metodo narrativo di WM1 per comprendere la realtà attuale di una regione o di una comunità alla luce della sua storia anche quando quella realtà, o qualche elemento della sua storia, recente o remota, «non ci piace»?
(Si potrebbe estendere il ragionamento dalla comunità all’individuo, alla persona e alla sua storia personale, ma ne risulterebbe ben più di un «mattone».)

3) Nella narrazione della Val di Susa compaiono molti cattolici. Cattolici partigiani, cattolici di base, cattolici del dissenso, cattolici senza etichetta che partecipano a un movimento in cui si trovano istanze di ogni tipo, che proprio il movimento sa armonizzare, superando in avanti le differenze e i potenziali conflitti. Si racconta di processioni con la statua della Madonna e una statua di Padre Pio a ridosso di un cantiere; il tono non è mai irriverente. Nelle narrazioni usuali processioni e statue vengono trattate, nel migliore dei casi, con sufficienza.
Come se i credenti, i cristiani soprattutto, i cattolici specialmente, dovessero sempre «dimostrare qualcosa»: credenti «ma», cristiani «ma», cattolici «ma». Se stanno «dalla nostra parte» vanno bene e la processione è una cosa seria, se stanno «da un’altra parte» la processione è bigotta, ridicola, fuori dal tempo. Come se i credenti, i cristiani, i cattolici non possano essere accettati «in sé e per sé». (Rileggo e mi sembra di aver polemizzato con l’autore, rivolgendogli un’accusa per attitudini che sono di altri. Non riscrivo ma preciso che non stavo questionando con lui. Solo riflessioni, forse un po’ generali, ad alta voce.)
Alla statua di Padre Pio è legato uno dei passaggi del libro che ha fatto risuonare frequenze che sento mie. Davanti a quella statua si tengono momenti di preghiera, che una partecipante racconta con parole emozionanti [12]. Un gruppo di credenti in preghiera dovrebbe, e sembra che per ora abbia funzionato, disinnescare la violenza: come si può perquisire, scacciare, reprimere, caricare con idranti e lacrimogeni persone che pregano? La storia insegna che, purtroppo, non è così: tante volte la violenza non è stata disinnescata; c’è chi, credente di un'altra fede o di nessuna fede, non ha esitato a colpire credenti in preghiera.
(Lo so, questa riflessione è strettamente personale ma, in un viaggio non breve, e in cui i tempi non devono essere imposti, mi sono preso un momento per me.)

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[1] È strano che chi è contrario sia la gente informata e chi è favorevole sia la gente che ragiona per slogan. Di solito è chi è contrario a ragionare per slogan, e invece…
(Roberto Vela)

[2] Torino è il luogo della galassia più lontano dalla Val di Susa.
(Luca Rastello)

[3] Quella contro le grandi opere era una delle lotte del secolo, come quelle contro il riscaldamento globale, il land grabbing, i trattati «di libero commercio» a misura di multinazionali, l’industria della guerra permanente, gli internamenti e le deportazioni di profughi causati da tale industria.
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[4] La valle era cattolica, ugonotta, eretica, ortodossa, italiana, occitana, urbana, montanara, contadina, industriale, guerrigliera, nonviolenta, rossa, bianca, mistica, anarchica, sempre animata da sincretismi.
C’era chi la chiamava «Val di Susa», chi la chiamava «Valle di Susa», chi la chiamava «Valle Susa» e chi la chiamava «Valsusa». Per altri, il nome giusto era «Valli di Susa».

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[5] Per dirla ancora con Sergio Bologna, l’Av era «principalmente un business immobiliare».
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[6] In realtà si stima che al mondo ci siano solo due linee ad alta velocità in attivo. La Tokyo-Osaka e la Parigi Lione.
(Eduardo Mendoza)

[7] La ferrovia ad alta velocità ha affascinato governi ai quattro angoli del mondo. È high-tech in modo attraente, è più verde dell’aereo e promette di rivitalizzare regioni depresse. Inoltre gli altri paesi ce l’hanno. In generale, però, i treni-proiettile si sono dimostrati molto più costosi di quanto pensino le autorità, e spesso sono utilizzati. Mentre si accumulano gli esempi di cattivi investimenti, l’alta velocità comincia a sembrare un fenomeno di un boom passato.
(The Economist, 2013)

[8] Secondo i proponenti, la grande opera avrebbe cominciato a produrre vantaggi economici nel 2073.
La previsione sul 2073 si basava su stime di crescita del prodotto interno lordo e del traffico merci che la realtà andava smentendo di anno in anno. Più in generale, quella che si propagandava era un’idea del futuro come semplice prolungamento lineare del presente.

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[9] L’idea di linee ferroviarie costruite ex novo per l’Alta velocità, elettrificate a 25 kV cc, era apparsa all’orizzonte nel 1986, all’improvviso. Nel Piano generale dei trasporti, messo a punto solo due anni prima, non se ne faceva menzione.
Pensata per il territorio francese, dove si potevano percorrere lunghe distanze in pianure poco abitate, l’Av era inadatta a un paese prevalentemente montuoso e collinare, disseminato di centri urbani medi e piccoli.

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[10] Ogni opera di Calatrava era un monumento all’art pour l’art.
Se volevi fare
art pour l’art, meglio lasciar perdere ponti e stazioni, e fare qualcosa che si dovesse solo contemplare.
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[11] L’ecosistema alpino è la più grande riserva di acqua e aria pulita di tutta l’Europa, dobbiamo salvaguardarla.
(Alexander Langer)

[12] La nostra è una presenza come quella dell’acqua quando scorre in un ruscello, vedi e non te ne accorgi, però quell’acqua lì sta limando. Sta limando, sta limando delle situazioni. Questa nostra presenza non la capiscono e sta diventando complicata per loro: come fai a picchiare delle persone che vanno là solo per pregare? È un modo non violento, ma assolutamente determinato, di portare avanti queste nostre ragioni.
(Gabriella Tittonel)
UlisseUlisse wrote a review
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Cera un volta uno stato democratico, e la sua classe politica si impegnava a far raggiungere al proprio popolo la felicità... ma questa è solo una vecchia fiaba senza lieto fine. Esiste invece il perenne scontro, come lo definiscono gli americani, fra politica UP, calata dall'alto con divieti, restrizioni e imposizioni anche violente, e politica DOWN, che proviene dalla spinta popolare fatta di esigenze ed istanze. Nel caso specifico della Val di Susa, si può dire che lo stato è si è mosso con atteggiamento dilettantesco, andando a stuzzicare proprio una popolazione che ha nel suo dna una lunga storia, dal medioevo ai giorni nostri, di ribellioni, rivolte e resistenza e che è, inoltre, culturalmente affine ai vicini francesi, popolo quieto, ma che quando parte con le rivoluzioni è in grado di stravolgere i sistemi sociali e politici del mondo intero. Io guardo il lato positivo di questa imposizione: ha fatto emergere la parte migliore di noi italiani, che nel momento del bisogno sappiamo veramente essere solidali ed ha suscitato la creazione di un movimento che ha sepolto le differenze culturali, politiche, sociali e generazionali, tutto rivolto alla protezione del proprio ambiente e della qualità della vita e quindi della felicità. E dico pure che se le imposizioni dall'alto provocano tali reazioni, come quella in Val di Susa ed altre parti d'Italia, mi auguro che vengano progettate altre mille grandi opere, nella speranza che anche noi italiani saremo in grado di ribellarci e forse di fare rivoluzioni contro questo modo becero ed arcaicodi fare politica.
Gau82 Gau82 wrote a review
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Gauss74Gauss74 wrote a review
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Dall'altra parte della barricata.
Tutte le volte che mi appresto a commentare uno degli "oggetti letterari non identificati" di Wu ming sono in difficoltà e quasi intimidito, principalmente perchè l'opera del quintetto bolognese va a colpire al cuore la contraddizione del mio pensiero politico di emiliano, e di emiliano di sinistra.
Contraddizione che alla fine della fiera è sempre la stessa dai tempi del primo governo Prodi a questa parte: lo scontro fra l'ambizione ad essere forza di governo per cambiare le cose dal di dentro, e l' irrinunciabile struttura rivoluzionaria, provocatoria, alternativa senza la quale i pensiero di sinistra sembra essere snaturato, almeno in Italia.

Non c'è compatibilità tra questi due aspetti, ed anche la pruridecennale e sofferta vicenda dei no TAV e della Val di Susa, che Wu Ming ci racconta qui dal punto di vista degli oppositori, non fa che confermarlo: il testa a testa tra la sinistra di governo (rappresentata da Piero Fassino) e la sinistra alternativa (i no TAV, ma anche i black bloc, ma anche gli anarchici che arrivano in questa tormentata valle attratti dalla comunanza ideologica con questa protesta) è solo apparentemente paradossale, in realtà è molto logica. quasi altrettanto logica dello schifoso e dittatoriale pugno d'acciaio che Berlusconi, Pisanu e compagnia bella fanno cadere senza pietà su questa gente quando al governo ci sono loro.

Un emiliano non può non provare simpatia per i Valsusini raccontati in questo libro con le loro eccentricità, il loro irriducibile spirito di sopportazione, la loro cultura ricca e vitale; quasi quanto mi stava sul cazzo la bellissima ventenne ricca e berlusconiana che attorno ad un tavolino in spiaggia si lamentava che per colpa dei No Tav lei non poteva andare a sciare a Bardonecchia. Resta quindi vero che per farsi un'opinione chiara ed equilibrata su cosa sta succedendo nei fronti di lotta alla cementificazione (in Val Susa ma non solo) libri come questi vadano letti, soprattutto dopo il bombardamento mediatico che giornali come la Stampa hanno esercitato nei confronti di questa terra e questa gente.

Poi però. Poi però è troppo facile e troppo comodo, come sempre, fare l'anarchico, fare l'alternativo quando i conti in fondo al mese non li fai tu, quando la riga in fondo al bilancio che è sempre invariabilmente rossa non è un problema tuo. La sinistra alternativa (ma anche il Movimento 5 stelle se ne sta accorgendo a sue spese) somiglia molto ai giovai studenti universitari con troppo tempo libero e troppo pochi problemi che riempiono la loro vita di sogni, che poi però quando mettono su casa e cominciano a lavorare diventano i più arcigni conservatori. In fin dei conti "Un viaggio che non promettiamo breve", come tutta l'opera di Wu Ming è una critica feroce ed argomentata ad un progetto di sviluppo feroce e nichilista che non guarda in faccia a nessuno ma la domanda è: siamo poi così sicuri che l'alternativa esista? Quando si tratta di fornire un reddito a quaranta milioni di persone (e fornirglielo insieme all'impressione di esserselo meritato, cosa che per mia esperienza almeno nel 40% dei casi è falsa), a quaranta milioni di persone che affollano un paese troppo piccolo e senza risorse, al di là dell'indubbiamente presente corruzione il sospetto che non ci sia spazio per una eccessiva delicatezza per le peculiarità locali esiste, ancor meno per un rispetto verso le ansie Nimby degli interessati di turno. Non possiamo dimenticare che il più grande crimine contro l'ambiente della storia dell'umanità (il prosciugamento del lago d'Aral) è stato commesso dal Comunismo, ovvero dall'unica alternativa seria all'economia turboliberale, evidentemente alle prese con gli stessi problemi.
Non si può dimenticare che lo sviluppo di un paese, soprattutto alle prese con la crisi che stiamo vivendo, non può non passare per le grandi opere, e questo indipendentemente dalla loro redditività economica (che pure c'è). Il punto principale è che sia la classe imprenditoriale che la classe lavoratrice, in questi anni non sono più all'altezza della situazione: se lo fossero stati non saremmo in crisi. Quindi per smuovere le acque occorrono progetti grandi, semplici, dalla redditività misurabile e che inducano le persone a muoversi il più possibile. Altrimenti si torna al medioevo. Questo è vero in tutto il mondo, ed il fatto che in Italia ci scontriamo con la mancanza di spazio di cui parlavo sopra è la ragione per cui nascono tragiche storie come questa. Il punto è che i nostri imprenditori ed i nostri operai non sanno fare altro, e allora che si fa? Si torna alla servitù della gleba? I valsusini che lottano per non trovarsi un traforo davanti casa hanno il diritto di dimenticarsene, Wu Ming no.

Dei movimenti di cultura alternativa che si sono affiancati a questa lotta quasi non vale la pena di parlare. Parlano di lotta non violenta e sfasciano tutto, parlano di disobbedienza civile ma quando poi si tratta di pagare il conto si scandalizzano, parlano di guerra allo stato poi quando lo stato imbraccia le armi contro chi si dichiara suo nemico ne fanno un dramma storico. I collettivi anarchici che affiancano i valsusini citano Gandhi a sproposito, poi per una sorta di amnesia selettiva si dimenticano che il re della non violenza predicava di accettare a testa alta le ritorsioni e le punizioni per le leggi che deliberatamente avevano violato.

E' un libro che fa capire tante cose, a partire dalle ragioni di chi sta dall'altra parte della barricata in questo tipo di lotte. E' un libro che fa conoscere la Val Susa e fa venire voglia di andarle a vedere, questa gente e queste montagne. però è anche un libro scandalosamente di parte, volutamente miope. Come contrappunto alle badilate di merda che la stampa berlusconiana ha sbadilato sui rivoltosi, forse ci sta.

La grande novità di oggi è che adesso a Torino c'è il M5S. Coniugare le necessità di bilancio, le ancor più pressanti necessità di lavoro e di sviluppo in una terra dove imprenditori e lavoratori di alto livello non ce ne sono, con l'inimicizia verso le grandi opere che da sempre il M5S sbandiera, è la grande sfida di Chiara Appendino (che a dirla tutta, da qui non sembra neanche male come sindaco). Per adesso le barricate sono ancora tutte li, staremo a vedere.