Una vita come tante
by Hanya Yanagihara
(*)(*)(*)(*)(*)(1,416)
Una storia epica e magistrale sull’amicizia e sull’amore nel XXI secolo. Caso editoriale del 2015, forse il più importante romanzo letterario dell’anno, opera di rara potenza e originalità, 'Una vita come tante' è doloroso e spiazzante, scioccante e magnetico. Vasto come un romanzo ottocentesco, brutale e modernissimo per i suoi temi, emotivo e realistico, ha trascinato lettori e critica per la sua forza narrativa, capace di creare un mondo di profonda, coinvolgente verità.

All Reviews

282 + 7 in other languages
PrimaVeraPrimaVera wrote a review
00
(*)(*)(*)(*)(*)
𝘕𝘦𝘴𝘴𝘶𝘯𝘰 𝘩𝘢 𝘥𝘦𝘵𝘵𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘴𝘢𝘳𝘦𝘣𝘣𝘦 𝘴𝘵𝘢𝘵𝘰 𝘧𝘢𝘤𝘪𝘭𝘦
Inizia proprio così, o forse no non è proprio l’inizio, succede tipo ad un certo punto, tra le note di un pianoforte, che la canzone grida : “𝘕𝘦𝘴𝘴𝘶𝘯𝘰 𝘩𝘢 𝘥𝘦𝘵𝘵𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘴𝘢𝘳𝘦𝘣𝘣𝘦 𝘴𝘵𝘢𝘵𝘰 𝘧𝘢𝘤𝘪𝘭𝘦”.

Nessuno, ma forse ti è capitato di convincerti che per te lo sarebbe stato.
E così ti sei immersa consapevolmente in 𝟭𝟬𝟵𝟰 pagine.
Di cui 𝟴𝟬𝟬 di vita vissuta, sofferta e trascinata.
𝟭𝟬𝟬 pagine di respiri affannati, interrotti ma vitali.
Per poi sbracciare in acque profonde, scure e melmose fino ad arrivare a 𝟭𝟬𝟵𝟰 pagine di vita appesa, sospesa e densa non proprio come tante.

È in un punto indefinito di queste pagine che sono annegata.
Sono stata prima Willem.
Poi Malcom, a tratti anche JB, e in fine inesorabilmente sono stata Jude.

Ho smesso di muovermi, ho sentito solo l’acqua richiudersi sopra di me. Avvolgente, confortante, accogliente.

Nessuno Giulia, nessuno ti ha detto che sarebbe stato facile.

Non avevo peso, consistenza e forma.
Il colore ha smesso di essere colore.
C’era il buio.
C’ero io.
E c’erano loro.

Ed è in quel buio che vi ho cercato.
È in quel posto che vi ho immaginato.
È in quell’abbraccio che vi ho riconosciuti.

Va tutto bene.
Ora, va tutto bene.

Ho chiuso gli occhi, e ho solo lasciato che sia.
Che sia tu, lui, io o lei.
Siamo noi.
Tu e il tuo migliore amico.
Tu e la tua amante.
E tu con il tuo cane, o tuo padre o tua madre.
Siamo tutti noi in lui, e lui è noi.
Perché se è vero che 𝘟 sarà sempre uguale ad 𝘟, è altrettanto vero che lui è noi ed essendo noi è altrettante cose insieme.

E allora, come volevasi dimostrare, non sarebbe potuta mai essere una vita come tante.

Ma dimmi, cosa altro ti aspettavi?

Alle volte ti capiterà di guardare un palazzo e immaginare cose o vedere
persone.
Tipo ora, guarda lì, li vedi anche tu quei due che cercando di aprire una finestra dall’esterno?
Ne ero sicura.
Sorridi, piangi.
Che differenza fa, ti dici.
Un’emozione come tante, la mia.
Lo so, lo so.


https://www.instagram.com/stortami/p/CYbMKhAsBh8/?utm_medium=copy_link
ChiattivaChiattiva wrote a review
02
(*)(*)( )( )( )
Dopo questo mio commento scatenerò un florilegio di insulti, ché questo romanzo ha vinto un sacco di premi e suscitato tenerezza, commozione, pianti. A quanto ho capito, addirittura negli Usa c'è un'intera comunità votata al culto di questo libro e dei suoi personaggi, i lispenerds, ché all'inizio i protagonisti vivono a Lispenard Street.

Se, per un momento, sembra che la storia si concentri su quattro amici (Jude, JB, Malcom e Willem), si capisce poi subito che il vero protagonista è Jude.

La storia ha certamente il merito di far incuriosire il lettore per la vita passata del protagonista, che l'autrice distilla – letteralmente – nel corso del testo, avendo capito che è il motore trainante della lettura.

Però, secondo me, ha anche il demerito di essere troppo prolisso: infinite pagine che si potevano riassumere, anche considerando che la scrittura è scorrevole, ma stiamo parlando di una poco più che sceneggiatura, senza guizzi letterari (e con quel tema hai voglia tu a inventare frasi e gesti drammatici) in una confusione temporale, poi, che è strenuante, dopo le prime quattrocento pagine.

Appunto, il personaggio attorno a cui ruota tutto è Jude, che lotta affinché la sua sia una vita come tante, ma che non riesce a ottenerla perché è invece stata piena di pene, tristezza e abusi infantili che sono sfociati nell'autolesionismo.

*** spoiler ***
*** non leggere se non vuoi sapere ***

La situazione, tranne che per i tagli che Jude si procura, sembra normalizzarsi quando inizia una relazione con Willem, con cui però il sesso è traumatico. E qui giù pagine e pagine di psicologia spicciola sulle sue paure, pallose e ridondanti, a mio parere.
Una fine tragica (e inaspettata) accomunerà i due amanti.

Ammetto di non piangere mai quando leggo, ma le ultimissime pagine mi hanno strappato qualche lacrima.
Andrea CarnevaleAndrea Carnevale wrote a review
13
(*)(*)(*)( )( )
Una sofferenza che non convince
Capisco che leggere 1000 pagine tutto d'un fiato sotto Natale non è proprio il massimo, tanto più quando si sa già ciò che si andrà a leggere (mi sono spoilerato da solo la trama prima di iniziarlo). Mi avevano parlato di questo libro quasi avvisandomi: "ho pianto come un agnellino", "è una delle cose più intense che abbia mai letto". Anche meno.
Ciò che colpisce in primo luogo è la distanza tra il titolo del libro e il suo contenuto. Una vita come tante non racconta di una vita come tante, tutt'altro. Una vita come poche, se mai, o forse, come nessuna. I protagonisti sono quattro studenti universitari, o almeno così l'autrice fa intendere visto che nelle prime 200 pagine ci viene raccontata la vita di tutti e quattro i ragazzi. Poi, quasi improvvisamente, quasi senza ragione, l'attenzione si sposta su uno di loro, Jude. Da qui in poi inizia il racconto della sua vita tormentata, piena di sfighe inenarrabili. Provo a riassumere: nasce e viene subito abbandonato vicino ad un cassetto dell'immondizia, lo raccolgono dei frati che gli infliggono delle violenze che manco all'Inferno, riesce a scappare dal convento con uno dei frati, che si scoprirà essere pedofilo e lo costringe a prostituirsi. Il frate viene beccato e si uccide, Jude va in orfanotrofio ed è costretto ancora a prostituirsi. Riesce miracolosamente a scappare, viene preso da un dottore che, indovinate un po', a sua volta è pedofilo e lo sevizia (e che cazzo). A ciò si aggiungono le violenze che Jude fa a sé stesso, le violenze che subisce da un uomo con cui si frequenta, e la morte improvvisa del compagno di vita. Secondo me il libro, che rimane un buon libro, non convince fino in fondo. Le sofferenze sono troppe e, ad un certo punto, poco credibili. Se l'obiettivo è commuovere (e non ho dubbi che il libro possa indurlo a farlo, non a me, ma ad altri sì) il rischio è quello di apparire, ad un occhio disincantato, un po' comico. Il libro non è solo questo, ci sono personaggi minori che rappresentano una parte importante di tutto il romanzo. Il personaggio meglio riuscito, secondo me, è Harold, professore universitario che finisce per adottare lo sfortunato (senza ironia) Jude. Anche Harold soffre (perde l'unico figlio per una malattia rara), ma in questo caso la sofferenza è compassata, sussurrata, più umana e forse più credibile delle mille sofferenze di Jude.
CarloCarlo wrote a review
01
(*)(*)(*)(*)(*)
GiuGiu wrote a review
15
(*)( )( )( )( )
Brodo allungato.
Leggere questo libro è come ascoltare la voce narrante di una serie tv senza vedere lo schermo: niente colori, niente sguardi, gesti, forme, ambienti, luci, manca pure la musica, solo la voce monocorde (tipo documentario) che racconta delle circostanze, più o meno vaghe, di un qualcosa, che succede a qualcuno.
Sono arrivata alla fine per ostinazione, per punirmi di averlo comprato e di averci pure stampato l'ex libris (maledetta me). Un po' anche perché a un certo punto speravo davvero che crepassero tutti i personaggi. E poi perché volevo essere onesta nella mia recensione: nel senso che ci sono libri "così così" che decollano nel finale. Questo no: questo precipita. Ma mooolto lentamente.
Un camion di ghiaia che ti seppellisce piano piano, questa è la sensazione. Monotono, noioso, squilibrato. Melenso. E' come guardare per ore, in loop, la pubblicità della Barilla con il gattino bagnato e la bambina con l'impermeabile giallo (per chi se la ricorda, con quella musica, sì, quella).
La sensazione migliore è a noia, quella peggiore è una grande presa in giro.
Pagine, pagine, pagine di roba violentissima cosparsa di zucchero a velo, con spruzzate di glitter. Pochissimi dialoghi. Tonnellate di trapassati e di discorsi indiretti che, mattone dopo mattone, alzano un muro davanti al lettore e mettono una tale distanza in mezzo, che anche quando viene lanciata una corda ti passa la voglia di afferrarla.
La faccio breve perché ci ho perso già troppo tempo: a mio parere è scritto in modo maldestro, non fa scattare la complicità del lettore, i personaggi sono odiosi, patinati e goffi. In questo brodo allungato galleggiano argomenti delicatissimi, rischiosi, morbosi. Ma la tensione non si alza mai, come succede quando il pedale emotivo viene tenuto schiacciato troppo forte e troppo a lungo.
Magari ne verrà fuori una bella serie tv... per una volta il film potrebbe venire meglio del libro.



Sandra82Sandra82 wrote a review
03
(*)(*)(*)(*)(*)
Stupendo
Che brutti commenti che ho letto, e meno male che dovremmo essere in un gruppo di appassionati di libri. Per nulla superficiali poi! Leggo che la foto in copertina ha costituito un deterrente per il mancato acquisto o in altri casi è stata la proverbiale goccia per farvelo odiare del tutto. Inoltre, vedo rimostranze sulla lunghezza del testo. Ma come si fa? Questo romanzo è epico, ma non certo per la mole. E' epico nel tratteggiare i personaggi, epico nell'emozionare. Attenzione perché testi così escono una volta ogni decennio, e poi e poi. Io l'ho amato moltissimo, e penso che uno dei grandi meriti del libro sia stato quello di farsi amare o odiare, senza mezze misure. Personalmente ho apprezzato tantissimo l'andamento narrativo, il fatto che ci sia uno stacco netto tra la prima parte, in cui conosciamo i ragazzi e le loro vite, persone come tante con i problemi di ragazzi che si trovano a fare i conti con i pochi soldi, il trovare casa, e il trovare la propria direzione nel mondo. Poi, d'improvviso, la svolta: bruscamente l'autrice si concentra sulla storia di uno di loro, Jude, raccontando una vita di violenze, soprusi, abusi, dolori. La solitudine di questo ragazzo e il dolore che è in grado di sopportare sono tali che si rimane senza fiato, l'unico desiderio che ti coglie è quello di macinare le pagine sperando che il dolore si plachi, che la sua vita prenda una piega migliore. Non ho parole per descrivere la bellezza di quest'opera incredibile, incredibile come la vita, con la sua imprevedibilità e cattiveria, ti stupisce e ti affossa. Stupendo
Chiara WhiteChiara White wrote a review
438

E’ troppo lungo, inutile girarci intorno: un buon terzo di pagine, se non di più, era evitabile. Troppi i capitoli filler, nei quali non succede nulla. Ripetizioni, lungaggini, descrizioni inutilmente minuziose, anche in quei momenti nei quali vorresti che la pagina finisse subito.

Sì, perché ci sono situazioni, dettagliate e ridondanti, che ritornano, dolorose, sempre più dolorose, quasi impossibili da leggere e, ahimè, perfino morbose, che ti rendono la lettura peggio del tormento di Tantalo, lasciandoti sempre in un tempo indefinito .

Eppure.

Eppure è scritto bene, in alcuni momenti ti cattura ed ipnotizza, ti porta negli inferi, forse proprio per questo suo aspetto ossessivo.

La storia, che inizialmente sembra quella di 4 amici newyorkesi, in realtà si concentra su uno di loro e tutto ben presto ruota intorno al suo passato, ai suoi segreti, al suo essere, al suo dolore, alla sua solitudine.

Non voglio raccontare quanto accade non tanto per spoiler, quanto perché credo che la lettura di questo romanzo sia una lunghissima seduta di terapia, una discesa nel profondo dell’essere umano, irritante, difficile, noiosa, estrema, una vera elaborazione del lutto.

Molti gli elementi che non mi sono tornati però, molti i personaggi che via via non sono rimasti che figurine sbiadite, a dispetto di un lungo percorso, mentre altri, nella loro natura aberrante, hanno squarciato poche pagine. Molte le condizioni improbabili e insostenibili.

Sinceramente, non lo rileggerei. Ma sono comunque contenta di averlo fatto.

Mentre alla Yanagihara consiglio un buon editor coraggioso, le dico: per spiegare il dolore non c’era bisogno di torturare tanto il lettore.