Uno, nessuno e centomila
by Luigi Pirandello
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Pubblicato nel 1927 è il romanzo più tipico di Pirandello, quello in cui meglio si manifesta il nucleo fondamentale di quel particolare sentimento della vita e della società che sta alla base di tutta la sua grande opera teatrale. Vitangelo Moscarda si convince improvvisamente che l'uomo non è "uno", ma "centomila"; vale a dire possiede tante diverse personalità quante gli altri gliene attribuiscono. Solamente chi compie questa scoperta diventa in realtà "nessuno", almeno per se stesso, in quanto gli rimane la possibilità di osservare come lui appare agli altri, cioè le sue centomila differenti personalità. Su questo ragionamento il tranquillo Gengé decide di sconvolgere la sua vita.

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Pasquale De DonnoPasquale De Donno wrote a review
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Maurizio GMaurizio G wrote a review
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Un gigante del pensiero
Pochi autori nella storia della letteratura sono stati capaci di cimentarsi con altrettanta genialità e originalità tanto nel teatro quanto nella prosa come Luigi Pirandello. Aggiungerei: con coerenza. Perché lo scrittore agrigentino è sempre lui, quasi dagli esordi “veristi” fino alle opere della senilità, di cui questo romanzo scritto a cinquantotto anni è espressione, e nella sua maturazione è costante la ricorrenza dei suoi temi, nei romanzi come nelle novelle e nei testi teatrali. E, se Pirandello è riconosciuto come il massimo commediografo del XX secolo, non allo stesso modo si valuta la sua opera narrativa, che forse è più frammentaria, episodica, ma di non minore influenza nel catturare il lettore in un gioco solo apparentemente intellettuale, ma ben più profondo poiché riesce ad inabissarsi per immersioni successive nelle tenebre dell’Io e a raggiungere le radici stesse dell’esistenza umana, dando un resoconto efficace come pochi altri di questo “viaggio nel sottosuolo”.
In tutta l’opera di Pirandello si avverte, non già il gusto, ma il metodo del paradosso. Che cos’è un paradosso? Dal greco, qualcosa che pur essendo una verità appaia fuori del senso comune. Famosi i paradossi di Zenone, di Elea in Magna Grecia come il suo maestro Parmenide. Il più famoso di tutti quello di Achille che non raggiunge mai la tartaruga. Il paradosso per Pirandello non è un gioco (neanche per Zenone lo era), ma un metodo e insieme un risultato. La tecnica analitica pirandelliana, pur accettando le regole della logica, vi si insinua e nei suoi recessi trova come dei “vulnera”, a volte piccoli fori, a volte voragini. Il Moscarda di “Uno, nessuno, centomila”, tra i romanzi più straordinari e innovativi del Novecento, sotto questo aspetto è stretto parente di una lunga sfilza di personaggi pirandelliani, Mattia Pascal che forse gli è tra tutti il più vicino anche se oltre un ventennio creativo li separa, il Chiarchiaro della "Patente”, Zi’ Dima della “Giara”, Angelo Baldovino de “Il piacere dell’onestà”, Ciampa de “Il berretto a sonagli” e altri. Alcuni hanno voluto vedere una filiazione pirandelliana della filosofia dell’assurdo di Camus. Certo, anche Mersault de “Lo straniero” si trova catapultato nell’irreparabile — esattamente come Moscarda — da un atto apparentemente banale. A me continuano ad apparire due pensatori giganteschi, le cui conclusioni vengono solo incidentalmente a coincidere. Ma se Camus è tutto dentro la Modernità, come Kafka, Pirandello si erge fuori dalla Storia e la sua analisi potrebbe essere quella di un filosofo di epoca classica (P. è concittadino di Empedocle) o di influenza schopenaueriana. Ma è proprio questo che accomuna un Moscarda e un Meursault: l’essere penetrati, come un pesce in una rete, da un piccolo buco e non saperne più trovare la via d’uscita, per una china di riflessioni che nel caso di Moscarda non potrà più essere arrestata, per l’assenza di ogni pensiero nel caso di Meursault, di ogni autodifesa, di ogni presa di posizione, perché per lui “era sempre lo stesso”, che dovesse sposarsi con Marie o affrontare la ghigliottina.
“Uno, nessuno e centomila” è uno dei grandi classici della letteratura di ogni tempo e un libro che tutti dovrebbero leggere una volta nella vita. La predilezione per le letterature straniere — sia quella francese, o americana, o germanofona — ci fa dimenticare che, da Verga in avanti, la letteratura italiana non ha mai cessato di offrire Maestri ai lettori di ogni Paese, da Pirandello a Svevo fino a Pavese, Buzzati e Calvino, senza dimenticare grandi poeti come Saba, Campana, Ungaretti e Pasolini (ne cito apposta quattro che non hanno mai vinto il Nobel!)