Uomini e topi
by John Steinbeck
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Maurizio GMaurizio G wrote a review
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Dove può condurre l'amicizia
Altro libro memorabile di John Steinbeck. Uomini e topi precede di un paio d’anni il suo capolavoro Furore. Sotto certi aspetti, se non ci fosse la cronologia a smentire questa sensazione, sembra al contrario un ulteriore passo verso la maturazione, verso un linguaggio più asciutto ed essenziale. Se Furore è un grande affresco sull’esodo dei poveri del Mid West diseredati e in cerca di futuro e dignità, dove l’autore mette i piedi nel piatto prendendo senza remore le parti di quella massa senza altra difesa che il proprio coraggio, e con i suoi incisi digressivi entra nel quadro come fece Velazquez ne Las Meninas o Van Eyck nei Coniugi Alnorfini, in Uomini e topi l’autore sparisce e lascia parlare i pochi personaggi, con i dialoghi, con i gesti e quasi nessuna riflessione intima, come a sottolineare che i poveri non hanno neanche il tempo e il diritto di avere una vita interiore, anche se non mancherebbe certo loro il desiderio di coltivarla. È la favola triste di due ragazzi cresciuti insieme che avevano un sogno troppo grande per loro. Un’epopea di umiliati ma non offesi, perché nel finale trovano nella pace, nella sospensione della sofferenza, un surrogato della libertà tanto anelata.
Pochi personaggi come in una pièce teatrale, e come a teatro gente che entra ed esce. Su tutti la coppia George-Lennie, il piccoletto e il gigante (che per ironia della sorte fa Small di cognome), George che deve agire e pensare per entrambi perché il cervello di Lennie, mentre il suo corpo e la sua forza crescevano a dismisura, è rimasto al bambino di sei anni. George che deve tirare fuori dai guai Lennie, sia che improvvidamente se li cerchi, sia che gli vengano addosso come Curley, figlio del proprietario del ranch, senza che lui abbia fatto niente per provocarlo, o come sua moglie, che determinerà la tragedia finale.
Questo sparuto cast contiene tuttavia un campione rappresentativo di un’America sospesa ancora tra la Frontiera e la Modernità: George, ambizioso ma concreto e leale, paladino dell’indifeso Lennie e al tempo stesso uno che non ama le ingiustizie; l’istinto incontrollabile di Lennie e la saggia scaltrezza di George potrebbero fondersi e fornire un prototipo del Tom Joad di Furore. Slim, il cavallante, il saggio, il giusto. Già nella sua presentazione Steinbeck ci fa capire quale sarà il suo ruolo nella trama: « Era un capo-cavallante, il principe del ranch, un uomo capace di guidare dieci, sedici e persino venti mule con la sola briglia di quelle di testa. Era un uomo capace di ammazzare con lo staffile una mosca sulla schiena della mula senza toccare la mula. C’era una tale gravità nel suo fare e una calma cosi profonda che, parlando lui, ogni discorso cessava. Tanto grande era la sua autorità che si credeva alla sua parola su qualunque argomento, fosse anche la politica o l’amore. Tale era Slim, il capo-cavallante. Il suo volto, simile a una accetta, non aveva età. Si potevano dargli trentacinque o cinquant’anni. Il suo orecchio sentiva più in là che non gli dicesse, e la sua lenta parola aveva armonie non di pensiero ma di comprensione di là dal pensiero. Le sue mani, grandi e magre, erano altrettanto delicate nel loro movimento che quelle di un danzatore sacro.» E poi gli altri: Curley, figlio del padrone, un piccoletto che si dà arie di pugile e che pensa di fare il bello e il cattivo tempo con tutti ma è “tutto chiacchiere e distintivo”; sua moglie che civetta con gli uomini del ranch perché non sopporta l’idea di essere segregata nella casa e nella gelosia della nullità che ha sposato; Candy, vecchio monco senza più speranze, che si adatta a fare lo scopino delle camerate finché non lo cacceranno, ma mostra insospettabili risorse vitali quando George fa balenare nella sua testa la speranza di un ranch tutto loro, con conigli, polli e maiali. Infine Crooks, il garzone nero, che difende il suo sgabuzzino-apartheid come uno spazio prezioso e pretende una reciprocità: «voi non mi volete nella vostra camerata, io non vi voglio nella mia camera». Proverà ad alzare la testa contro la moglie di Curley che, nella sua perfidia, sventola tutto il potere che pensa di avere su di lui e anche di più per zittirlo e farlo tornare nel suo angolino balbettando «Sì, signora».
La maestria di Steinbeck nel tratteggiare con poche pennellate i personaggi è unica ed è guidata dalla sua predilezione per gli ultimi e gli spiantati, personaggi essenziali che si descrivono in modo semplice eppure forte, tanto da restare a lungo impressi nella memoria del lettore. Anche i loro sogni sono semplici come loro: «George mi farà accudire i conigli». Questo è tutto il sogno del gigante buono Lennie, omicida innocente per esubero incontrollato di forza. E quando combina il “guaio”,  volgerà il suo eterno mantra in negativo («George non mi farà accudire i conigli»).
La scena del commiato tra i due amici è commovente nella sua laconicità intrisa di tutti i sentimenti profondi che li hanno legati: « “Di’ ancora,” fece Lennie. George alzò la pistola e gli tremava la mano; lasciò ricadere la mano a terra. “Di’ ancora,” disse Lennie. “Come sarà un giorno. Avremo un pezzetto di terra.” “Avremo una mucca,” riprese George. “Forse avremo il maiale e le galline... e in fondo alla piana avremo... un pezzo di alfalfa...” “Per i conigli,” urlò Lennie. “Per i conigli,” ripetè George. “E io potrò accudire ai conigli.” “Tu potrai accudire ai conigli.” Lennie gongolò dalla felicità. “E vivremo del grasso della terra.” “Si.” Lennie volse il capo. “No, Lennie. Guarda laggiù verso l’altra riva, come se ce l’avessi davanti agli occhi.” Lennie obbedì. George abbassò lo sguardo alla pistola.»
Il naturalismo di John Steinbeck ha fatto scuola negli States ma la sua fortuna non è stata inferiore in Europa. Forse non tutti i suoi libri sono stati allo stesso livello di ispirata eccellenza, ma Uomini e topi nella sua desolata brevità non è di molto inferiore al più ambizioso Furore.
Ginevra NontaduloGinevra Nontadulo wrote a review
02
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GresiGresi wrote a review
01
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Il problema, quando leggo i romanzi di John Steinbeck, è che non ho mai idea di cosa aspettarmi. Leggi una storia apparentemente normale, in cui la natura stessa sembra concederci un po' di libertà, tranquillità, il paese si divide immediatamente in piccole repubbliche, perché tutti vogliono essere indipendenti. Vogliono nient’altro che raggiungere quel paradiso mancato da cui trarre profitto. Non importa come, ma quando.

Non credo ci sia niente da dire. In un America rurale, ruvida, povera come quella ritratta da John Steinbeck è un impero tenuto su da un complesso meccanismo di forze che decimano il popolo in piccole e minuscole fazioni. Sono proprio gli uomini, quelli più poveri, a dover fare i conti con i postumi di regole severe e inviolabili, amministrare qualcosa che non ha ancora una sua forma. Sono anche le basi, le metodologie di vita che l’autore esplica nei suoi romanzi a farci rendere conto, più di ogni altra cosa, che le possibilità di sostentamento, i mezzi per raggiungere la felicità, la tranquillità personale sta nel restare uniti. Da qui la dittatura militare, politica, da qui l’uso immediato, brutale, della violenza contro ogni dissenso, contro ogni richiesta di maggiore autonomia. Da qui l’occupazione del regime della Grande Depressione, il territorio americano in mezzo a un apocalisse di cui non tutti ne sono consapevoli, e la repressione del locale movimento indipendentista.

Per l’autore il problema della coesione cittadina è abbastanza rivelante, poiché ognuno era insito in piccoli agglomerati, villaggi o rimesse, ma anche determinato a mostrare come l’uomo è parte di un tutto e come tale deve essere rispettato. Lavoratore, agricoltore, latifondista, non importa. Figure recise dal passato, dal male del secolo che non hanno famiglia, a cui ci si affeziona inevitabilmente. Ribellioni sincopate, smorzate contro altri disgraziati, vittime di pregiudizi e ingiustizie, determinati a tenere il paese assieme e contano sul tempo perché si crei fra la gente un forte sentimento di unità.

Nel momento in cui il paese cadde in mano a chi li sovrastò, si alena al liberalismo senza limiti all’americana in cui si crede a un Dio, senza però dire in quale dio. Vuol dire che l’America credeva a una forza suprema a cui molti fanno gli occhi cattivi. Uomini e topi descrive un luogo, un grande paese, che mi è arrivato dentro quasi come un sussulto dell’anima. Potente, delicato, sconcertante, che ha scandito qualunque confine di immaginazione. Ognuno lotta per la stessa cosa, possedere la terra, un agglomerato per sopravvivere in cui l’America fervida, epica, ruspante descritta coincide con l’introspezione eroica dei personaggi, che in virtù del loro coraggio, della loro dignità e della loro indipendenza, mostrano che siamo immersi nell’orrore. Allegoria medievale della condizione umana del destino di certi uomini buoni che finiranno irrimediabilmente travolti dalla vita.

Drammatico, moralista, richiamo costante alle paure, al senso di conforto e solidarietà che è insito in ognuno di noi, alla cooperazione affinchè sia possibile raggiungere ogni cosa, il titolo originale prevedeva il riferimento a fatti di cronaca realmente accaduti, dicotomia fra vecchio e nuovo, forte e debole, che si conserva nel tempo come modo, metodo per raggiungere la nostra anima.
Sally68Sally68 wrote a review
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Spoiler Alert
Con molte aspettative finalmente sono riuscita a leggere “Uomini e topi”, un caposaldo della letteratura americana. È stata una piacevole lettura anche se non mi ha sconvolta e l’ho trovata molto corta, avrei voluto, mi aspettavo qualcosa di più. Commovente per quasi tutto il libro il rapporto tra queste due figure, George e Lennie, che più diverse non potrebbero essere. Per quasi tutto il libro ho apprezzato la grande amicizia tra il gigante Lennie, gran lavoratore e lo smilzo George, angelo custode di Lennie. George che si prende a cuore Lennie, il debole, il quale il più delle volte si dimentica cosa deve fare ma non si dimentica quello che gli dice l’amico. Poi arriva il finale!... è quasi scontato, annunciato, che io non ho apprezzato. Se in qualche modo posso anche accettare e condividere la decisione finale di George, ma non posso giustificarlo quando subito dopo aver ucciso l'amico, e sottolineo l'amico Lennie, si giustifica davanti a Carlson, mentendo e dicendo che la pistola l’aveva Lennie e che lui, George, gliel'ha portata via, per poi ucciderlo. È stato George a rubare a Carlson la pistola e poi è andato alla spiaggia, sapendo di trovare li Lennie. Per me, in quell'istante George ha tradito e distrutto l'amicizia con Lennie e non dimentichiamoci che George fa la stessa cosa quando con Candy scoprono il corpo della moglie di Curley. Ricordate? George afferma che devono dirlo agli altri ragazzi ma non vuole che pensino che lui sia stato in compagnia di Lennie, tanto che ritorna nel dormitorio e si presenterà poco dopo, come se scoprisse il corpo in quel momento. Pensate che George sia stato leale verso Lennie?