Vita activa
by Hannah Arendt
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La Arendt ritorna alle origini della riflessione classica sul potere e sulla libertà per restituire in una scrittura saggistica tra le più dense della letteratura politica novecentesca i dilemmi che attanagliano l'umanità moderna.

Dalla prefazione di Pierluigi Battista

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AbbyAbby wrote a review
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Hannah Arendt ha sempre rifiutato l’appellativo di filosofo. Eppure, sugli scaffali delle librerie, i suoi testi occorre cercarli nei pressi di quelli di Aristotele. Mi innamorai della Arendt leggendo “La banalità del male”. Il suo stile, il metodo speculativo che adotta, la capacità di spostarsi agevolmente dalle profondità buie dell’animo umano alle vette luminose della nostra civiltà, rappresentano elementi preziosi ed unici.

Descrivere il contenuto di questo testo espone ad un duplice rischio. Il primo è quello di far perdere al testo la sua bellezza, a causa dei filtri applicati dalle mie capacità di comprenderlo e di sintetizzarlo (ma una ricerca su internet credo porti a fonti decisamente più autorevoli). Il secondo rischio è quello di far sembrare lo scritto un qualcosa di prettamente tecnico, una specie di trattato socio-politico che irradia noia al solo sfiorarne la copertina.
Un libro della Arendt, che ha per titolo “La condizione Umana”, non è assolutamente un libro che possa essere affrontato con leggerezza, visto il taglio filosofico. Ma non è nemmeno un trattato di Kant o Sartre, e può essere approcciato da chiunque, con la consapevolezza che richiederà tempo e attenzione.
Quindi se si vuole aggiungere un nuovo tassello al mosaico che si sta realizzando per comprendere cos’è l’essere umano, sempre che non ci si rivolga a cibi precotti, delle varie dottrine religiose, attualmente disponibili, questo testo può fornire elementi utili.

La Arendt segue il percorso, dal passato ad oggi, che porta a comprendere come la famiglia, la società, la politica e il ruolo dell’essere umano in esse, ed occorre tenere in mente che noi guardiamo le scene da lei illustrate con gli occhi di chi appartiene ad una cultura che non accetta determinati schemi.
Il ruolo dello schiavo nell’antica Grecia, ad esempio, oggi sarebbe una figura improponibile. Non comprenderemo nemmeno lo sdegno che i greci provavano nei confronti di chi sottraeva tempo alla politica per far sì che le proprie ricchezze crescessero.
Eppure oggi abbiamo fatto l’abitudine a vedere persone il cui solo scopo di vita è lavorare e spendere il denaro guadagnato per consumare i prodotti realizzati da altri, senza alcun ruolo nella vita sociale. Non usiamo più il termine “schiavo” ma non ne abbiamo ancora coniato uno nuovo.
E come dovremmo invece chiamare chi dedica la sua vita ad arricchirsi, provando appagamento nell’ammirazione e nell’invidia che suscita in coloro che non hanno raggiunto i suoi obiettivi. Arendt spiega cos’era lo schiavo e questo può essere utile per capire cosa siamo noi oggi.
Vi sono molti elementi come questi che si sviluppano in maniera più o meno breve intorno al tema principale del libro. L’analisi delle tre attività, che non siano pensiero, che l’uomo svolge: lavorare per sopravvivere, produrre oggetti per costruire il suo mondo artificiale nel mondo naturale e interagire con altri uomini.
Per quanto impegnativo, ripeto, possa essere il libro, la penna della Arendt rende il tutto affascinante. Illustra agevolmente, con approfondimenti interessanti e considerazioni originali, molti concetti già noti. Ma il suo punto di vista è affascinante.
Emergono sotto una luce diversa personaggi come Gesù, ma lei è atea di origini ebraiche, ed estrapola il personaggio dal contesto religioso, nel quale siamo abituati a vederlo, conferendo alla sua dottrina un risvolto sociale di non poco conto.
La scoperta di Galilei, sistema eliocentrico, è un altro elemento che colpisce. Ne illustra l’impatto sul cammino del pensiero filosofico, sulla religione e sulla scienza, in un modo che stupisce e fa riflettere.

Sono cosciente, ripeto, del fatto che più se ne scrive, più si banalizza il contenuto del libro, d’altronde sarebbe impossibile anche il solo indicare tutti gli argomenti che è possibile approfondire nel libro. Ma come non dire che si toccano aspetti come l’arte, qui Arendt fa capire cos’ha di tanto speciale per l’uomo, vista l’inutilità oggettiva come elemento di sopravvivenza.
Parla del coraggio, della violenza, del ruolo delle promesse e del perdono nei rapporti tra le persone.

Ci sono state pagine che sono andate via agevolmente, altre che son durate giorni perché tale era la profondità della materia che non la si poteva lasciare lì tra quelle righe senza strapparla via e considerarla in tutte le sue sfaccettature .

Libro facile o difficile? Non saprei, decisamente impegnativo per chi non naviga per i mari della filosofia, ma non impossibile.
Occorre essere consapevoli che le cose più belle, per essere raggiunte, richiedono sempre dei sacrifici.
Free styleFree style wrote a review
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Piega27Piega27 wrote a review
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FrancolevantinoFrancolevantino wrote a review
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Lucidissima l'analisi della Arendt. La condizione umana si divide nelle tre possibili fasi del lavoro (animal laborans), dell'opera (homo faber) e dell'azione (la polis). Nelle diverse epoche le tre fasi hanno convissuto, con una supremazia numerica, varibile, dell'una rispetto all'altra. L'età moderna ha costituito una cesura nella filosofia e nella visione che l'uomo aveva della natura e di sè stesso. Da un lato le scoperte geografiche che hanno espanso il mondo, la rivoluzione galileiana che ha trasformato uno strumento in un mezzo per indagare l'universo, mostrando i limiti della ragione (e del senso comune), la riforma protestante che ha modificato la concenzione del rapporto con Dio e dall'altro la filosofia che avendo perso i riferimenti antichi (l'universo e la teologia di matrice Aritstotelico-Platonica) si è trovata di fronte al dubbio e all'incapacità di verificare l'accordo tra reale/vero/apparente. L'introspezione diviene l'unica zona dove è possibile definire delle categorie, non essendo più i sensi, a contatto con l'esterno, in grado di descrivere correttamente la realtà (il cogito di Cartesio).
L'avvio verso l'industrializzazione ha spostato poi l'accento dalla capacità di creare gli strumenti per indagare e sviluppare (l' apice dll'homo faber) alla creazione degli strumenti per creare altri strumenti. Si è passati perciò da un'ottica finalistica a un'ottica "biologica" dove ciò che importa sono i processi e quindi nuovamente in una società (la parte privata che diventa pubblica) basata sul lavoro (perciò sull'animal laborans quindi sul consumo).
danieledaniele wrote a review
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