daniele ( ero il più stucchevole..)
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daniele ( ero il più stucchevole..)

Quello a sinistra. Alla tua destra

Oct 31, 1972

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Stalingrado
by Vasilij Grossman
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Turbare l'universo
by Freeman Dyson
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Turbare l'universo
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Il Pianeta di Mr. Sammler
by Saul Bellow
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Chiedi alla polvere (1971)
A causa del mio inveterato vizio di leggere qualche giorno fa mi sono immerso nella soffitta della vecchia casa di campagna di mia nonna tra le colline del Valdarno, in cerca di vecchi libri. Lì è cresciuta mia madre. Li ho iniziato a leggere i primi romanzi, la prima volta pescando a caso la raccolta di racconti e arabeschi del fenomenale Edgar Allan Poe. Questa volta invece ad attirare la mia attenzione (o forse sotto la guida del caso) mi sono ritrovato tra le mani Il pianeta di Mr Sammler, di Saul Bellow. Alla prima pagina bianca (ma ormai ingiallita) vi era scritto a penna il nome di appartenenza di mia nonna, e una data "Anna, dicembre 1971". Quando mia nonna mi ha visto con il suo vecchio libro e lo ha riconosciuto dalla copertina ha esclamato "Il capolavoro di Bellow! " Le ho risposto che credevo fosse Herzog il capolavoro di Bellow, così vibrante nel suo stile e nella sua costruzione, nell'esuberanza del suo linguaggio e nel suo senso del reale. Anche se in realtà io forse gli ho preferito Il dono di Humboldt, con il suo messaggio genuino e il personaggio dell'intellettuale colto e perseguitato rappresentato da Citrine.. Mia nonna ha fatto una smorfia, è rimasta in silenzio per qualche secondo e poi mi ha detto " Ricordo che era il più bel libro di Bellow, ma non riesco più a ricordare perché mi piacque tanto" E un attimo dopo ha aggiunto "Che peccato che il tempo passi, vero? che peccato che dobbiamo morire e diventare vecchi , non ricordare più, e che le cose belle si allontanino da noi al galoppo". Ha detto proprio così. Mia nonna è del 1920. Ha letto Il pianeta di Mr Sammler nel 1971, e ora non lo ricorda più. Così ho deciso di leggerlo, anche per cercare di capire per quale ragione secondo mia nonna questo romanzo era il vero capolavoro di Bellow. L'ho letto nella sua campagna, sotto un cipresso mentre mia moglie chiacchierava con le mie cugine; l'ho letto mentre mio figlio Tommaso giocava sul prato con i miei nipoti e mia figlia Charlotte passeggiava sulla luna; l'ho letto mentre mia nonna stava seduta affacciata dalla finestra a guardarci fuori e a pensare a come le cose belle se ne vanno via da noi galoppando. E credo di averlo capito, forse. Mr Sammler è la figura del vecchio ebreo sopravvissuto allo sterminio nazista, un po' come sopravvisse lei e mio nonno, anche se lui morì a 48 anni nel 1962 per i postumi delle torture subite in prigione. Il pianeta di Mr Sammler è ambientato nel 1969, e il suo protaginista affronta con infinita pazienza, stupito ma non rassegnato, la violenza di una metropoli e la rivolta studentesca, l'insicurezza delle strade e dell'esistenza di amici, parenti e congiunti, sullo sfondo così umanamente lontano, eppure storicamente vicino e presente, dei voli sulla luna. Mr Sammler, come mia nonna e tutta quella generazione sono sopravvissuti all'Europa martoriata dalla guerra e dalla follia nazista e la confrontavano inevitabilmente con la violenza del presente americano, il quale sembrava tutto proteso verso un futuro di affermazione tecnologica e scientifica, che dato il contesto da cui scaturiva, a loro avviso e forse giustamente, rischiava di sconfinare nella volontà di evasione, nell'escapismo. Mr Sammler è, come Herzog, un pensatore solitario, ma segnato dalla Storia, non da mera reattività personale. E' testimone di un mondo allo stremo, in cui la terra, il nostro pianeta già glorioso, sembra aver concluso il suo ciclo vitale, e solo la fuga sulla luna o negli spazi interplanetari sembra porsi come speranza o via d'uscita. Eppure, Sammler si sforza di tenere tutto assieme, compreso il manoscritto " Sul Futuro della luna", la cui perdita e il cui ritrovamento rocambolesco forniscono al libro una carica di comicità, connessa fra l'altro a situazioni sessuali che ne alleggeriscono la nostalgia. Mentre tutti parlano, Sammler conversa con tutti. Oggetto di infinite e spinose confessioni intime, il vecchio intellettuale offre consigli con piena coscienza che forse non sono più applicabili nel mondo d'oggi. Egli è ossessionato dal presente, e tentato dal futuro (la luna) ma è strettamente legato al passato come mia nonna ("i ricordi tengono il lupo dell'insignificanza lontano dalla porta") e chiude la sua vicenda sul letto di morte del nipote che l'ha salvato con la litania che attesta la sua esigenza di chiarezza e umanità: "ogni uomo, nel suo cuore, conosce i termini del suo contratto - e tutti noi sappiamo che li conosciamo, li conosciamo, li conosciamo.". E poi c'è un sì, sommesso, in extremis. Ed è stato il si di mia nonna, quando le ho raccontato il libro. Il pianeta è un romanzo dove violenza e umorismo si equivalgono, così come l'azione cieca e la riflessione attenta, eppure penso che non l'avrei apprezzato come merita se lo avessi letto in un altro contesto e magari nella mia edizione dalla curatela cosi dettagliata e dalla veste grafica cosi pregiata che possiedo io ne I Meridiani. Credo che certi libri vadano letti nell'edizione in cui uscirono la prima volta, se possibile. Credo che Il Gattopardo vada letto in un'edizione degli anni cinquanta, e un Buzzati e Calvino negli anni quaranta e sessanta. Ho iniziato a credere che certi libri diventino più preziosi dopo qualche anno che riposano in soffitta. Credo che la polvere e la memoria siano sempre andate d'accordo con la letteratura.
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Dormono sulla collina
by Giacomo Di Girolamo
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Dormono sulla collina
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Fine Terra
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Due nani
Il primo incantesimo di mio figlio avvenne il giorno in cui nacque, quando lo sollevai in braccio e diventammo due nani. Nella mia vita da umano e non da nano, avrei potuto essere un pirata più feroce di tutti i Silver del mondo. Saccheggiare i tesori delle navi sulla mia rotta, rapinare banche e portare via il pane alla povera gente; potevo essere stato un assassino o un traditore impenitente, ma da quel giorno, insieme a lui, di tutte le mie colpe e gli atti indegni si perse ogni traccia. Due nani, compagni di battaglie allegre e di risate, come il suono dolce di piccole onde nella risacca. Nelle nostre avventure io recitavo la parte del cattivo, ma nelle favole i personaggi cattivi sono più buoni , innocenti e innocui del più buono degli uomini. A volte i nani piangevano o si lamentavano, ma eran lamenti di breve durata. Come quando una sera di fine estate lo punse una zanzara e mi chiese perché esistevano questi insetti fastidiosi. E io risposi che il prossimo inverno gli sarebbe capitato di appoggiare il viso al vetro della finestra appannata, per osservare il freddo e il buio fuori, e avrebbe ripensato con un po' di nostalgia anche all'ultima puntura di zanzara dell'estate. Abbiamo combattuto fianco a fianco, mio prode nano, e non lo so adesso, se abbiamo vinto o se abbiamo perso, ma ti ho abbracciato e tu mi hai sorretto; abbiamo trovato l'isola del tesoro, e ora che siamo diventati grandi io ti ho perso.
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L'isola del tesoro
by Robert Louis Stevenson
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Il libro di Johnny
by Beppe Fenoglio
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Peptonizzare Fenoglio
Qualche giorno fa sono andato a visitare il pittoresco borgo medievale di Cervo ligure, dove a lungo o per poco tempo (non si è capito ) ha vissuto Pietro Citati. Giacché mi trovavo lí avrei voluto chiedere a Citati qualche informazione in più sul Partigiano Johnny, perché lui fu insieme a Calvino e a Livio Garzanti il solo a leggere alcune pagine del "libro grosso" che in seguito si persero: l'opera su cui Fenoglio lavorò incessantemente fino al 1959. Ma in paese nessuno sapeva nemmeno chi fosse Pietro Citati, figuriamoci dove abitava. Fino a quando mi imbattevo in una cantina che anziché olio d'oliva e vino, vendeva libri usati a offerta libera. Due uomini di mezza età chiacchieravano seduti di fronte alla cantina e lasciai che una persona più socievole di me domandasse loro se conoscevano Citati. Un uomo rispose di non saperlo , l'altro invece intavolò un racconto nel quale collocava Citati a Cervo fin da ragazzo, frequentante le scuole con il suocero che lo ricordava come una persona schiva sempre impegnata nello studio. Lo disse come se fosse una roba dell'altro mondo che uno studioso studiasse, come se io parlassi del mio dentista descrivendolo come uno strano uomo dedito nell'atto di cavar denti alle persone dalla mattina alla sera. E aggiunse che un giorno, mentre Citati passeggiava vestito di bianco su una terrazza, qualche ragazzetto scellerato gli lanciò sull'abito dei pomodori. Quindi non vive più qui? , domandammo. No, ci risposero. Non volle più avere a che fare con Cervo. Non fu chiaro se lasciò il paese a causa della cafonaggine dei suoi abitanti lanciatori di pomodori o se avvenne per altri motivi, ma di fatto, a Cervo Pietro Citati non c'era più e non avrei potuto importunarlo (sebbene solo con domande e non con lanci ortofrutticoli ) per ottenere delucidazioni sul Partigiano Johnny. Opera epica e ambiziosa che Fenoglio scrisse dapprima nella sua adorata lingua inglese (Ur PJ ) e poi autotradusse in una prima stesura in Italiano (PJ1). Quelle pagine contenevano gli anni più intensi di Fenoglio come partigiano nelle Langhe e furono scritte con la cifra stilistica e il respiro narrativo attinti da opere e autori che lo avevano influenzato come Shakespeare, Coleridge, Thomas Hardy, La Bronte di Cime tempestose, Dylan Thomas e altri. Ma la sua carriera di scrittore non filava liscia come avrebbe voluto. Qualche anno prima nella collana einaudiana dei Gettoni era riuscito a pubblicare I ventitré giorni della città di Alba e La malora, ma lo stesso Elio Vittorini che curava la collana, lo aveva quasi stroncato e furono principalmente Italo Calvino insieme al giovane Citati a rincuorarlo. A chiedergli di non abbandonare la sua grande opera. Fenoglio però aveva dei problemi in famiglia, la madre lo spingeva a tenersi stretto il suo lavoro in un' azienda vinicola di Alba e lui fumava frustrato quaranta sigarette al giorno. Finché decise di lavorare a un altro romanzo (Primavera di bellezza ) mentre nel frattempo si dedicava alla seconda stesura del Partigiano (PJ2 ). Ma siccome non sapeva ancora come rivedere la prima parte del romanzo, - prestate attenzione ! - ne rielaborò solo gli ultimi due capitoli della seconda parte e lasciò gli altri in sospeso numerandoli per blocchi. Poi si presentò da Livio Garzanti con Primavera di bellezza, che conteneva in gran parte materiale preso dal Partigiano Johnny (la prima stesura in inglese e la prima in italiano - Ur PJ e PJ1) Garzanti era un editore colto, intelligente ma anche attento a far quadrare i conti. Lesse PDB e lo trovò bello ma gli pareva contenesse un po' di lungaggini inutili e una baldanza che poco si addiceva alla storia. La stessa impressione, seppur taciuta, l'aveva avuta Citati, ma entrambi non potevano sapere che quella baldanza, quel respiro epico e intenso derivavano dall'opera più importante di Fenoglio che non gli riusciva ancora di concludere. Così Garzanti chiese a Fenoglio di snellire il libro e di unirlo magari a quell'altra sua opera di cui conosceva solo alcune bozze, ma per carità, aggiunse, che il romanzo abbia una fine ! Perché i lettori non vogliono un romanzo con un finale sospeso per il quale dovranno attendere anni per leggerne il seguito. Una richiesta che Garzanti avanzava dopo essere rimasto scottato da quel pazzo di Gadda, che meno di due anni prima gli aveva lasciato Il Pasticciaccio senza svelare l'assassino ... Fenoglio non la prese bene. Tornò a casa e fumò settanta sigarette al giorno lavorando su Primavera di Bellezza e sulla seconda stesura del Partigiano. Poi, dopo pochi giorni, scrisse a Garzanti ammettendo che aveva ragione, che avrebbe snellito Primavera e l'avrebbe unità al Partigiano. Però in seguito ci ripensò ancora e commise un omicidio: In Primavera di bellezza uccise Johnny, rendendo dunque inutilizzabile gran parte di ciò che aveva scritto nel Partigiano ! Garzanti diede alle stampe Primavera di bellezza e Fenoglio morì dopo tre anni di cancro ai polmoni, senza riuscire a vedere la sua opera pubblicata né la luce dell'altro suo capolavoro che fu, Una questione privata. Avvenne poi che Maria Corti raccolse tutti gli scritti a disposizione del Partigiano Johnny e li pubblicò in un'edizione critica annotata capitolo per capitolo. Mentre nel 1968 Lorenzo Mondo, compì ciò per cui andrebbe ringraziato e preso a schiaffi: Uní la prima parte della prima stesura del PJ con gli ultimi due capitoli della seconda stesura, mise assieme alcuni capitoli in uno solo e tolse arbitrariamente brani e un capitolo che non riteneva necessari. Da qui nacque Il partigiano Johnny (anche il titolo non era di Fenoglio ). Negli anni novanta Dante Isella ne curò una nuova edizione e tra un ritrovamento e un nuovo aggiornamento il Partigiano continuò ad essere letto ma soprattutto dibattuto fino a qualche anno fa, quando ulteriori pagine inedite ritrovate del PJ furono messe assieme da Pedullà , che Einaudi ristampò con il titolo, Il libro di Johnny. Ora non so, quale sia l',edizione migliore da consigliare a chi volesse leggere Il Partigiano Johnny. Se quella non cannibalizzata ma critica di Maria Corti, se quella saccheggiata a fin di bene di Lorenzo Mondo, o l'ultima, con nuove carte a cura di Pedullà. Ho solo una gran pena per Beppe Fenoglio. Costretto ad abbandonare l'opera nella quale aveva messo tutto l'amore per il suo Coleridge, per il suo Shakespeare, per la sua brughiera trasferita nella nebbia delle Langhe durante quei due anni da partigiano che avevano significato per lui la parte più intensa e importante della sua vita. Alla luce di tutto ciò, in tutta sincerità, gli studi di Lorenzo Mondo, Maria Corti, Dante Isella, Pedullà, e anche ciò che ho scritto io qui, mi ricordano quel brano meraviglioso di Gadda nella Cognizione del dolore. Quando seduti a tavola, al termine di una cena a base di ossobuco, un gruppetto di uomini fessi e altezzosi si apprestano a fumare e a scovare dei cerini scordati da qualche parte nelle tasche dei loro vestiti, e, dopo una pantomimica ricerca si accendono la sigaretta e fumano a pieni polmoni, mentre gli stomaci peptonizzano l'ossobuco e loro si guardano intorno, per guardare chi e cosa, non si sa. Probabilmente se stessi nelle pupille altrui. E non mi sembra molto differente da certi dibattiti accesi e inconcludenti che hanno coinvolto la genesi e la ricostruzione del Partigiano Johnny, e in egual misura, non mi pare meno sciocco e offensivo di coloro che colpirono Pietro Citati di bianco vestito, con le loro menti obnubilate, e i loro lanci ortofrutticoli.
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Il libro di Johnny
by Beppe Fenoglio
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Iperborea sudamericana
Mi disse "Quando sarete in America tienile la mano, perché altrimenti lei si perderà" E quando fummo in America, la mattina piovosa del primo giorno, in visita al primo museo della città, costretti a separarci per recarci in bagno, la mia mano si sciolse dalla sua e lei si perse all'uscita dei cessi. Per Houellebecq (lo Houellebecq di questo suo ultimo romanzo ) l'unica possibile ancora di salvezza del genere umano è la coppia. Meglio se una coppia eterosessuale di cultura occidentale, magari francese. Dopo gli ultimi due o tre romanzi flosci e piuttosto rozzi, quasi banali rispetto alle sue prime opere, che magari erano pure controverse e senza una vera e propria struttura narrativa, provocanti, scandalose e sessuofobiche ma anche potenti, a tratti geniali, uniche nel cosiddetto, panorama-letterario-europeo , Houellebecq ritorna con un romanzo corposo nel numero di pagine e per la prima volta con una trama quasi lineare. Ci sono dei personaggi che conosciamo tramite l'avvicendarsi di una storia ! C'è un ministro gran lavoratore e brava persona (un po' di fantapolitica ) con una moglie zoccola da cui si è separato (ritorno alla realtà ) che riceve delle strane minacce attraverso degli attacchi informatici oscuri e perpetuati con strumenti tecnologici sconosciuti. E c'è un uomo che si chiama Paul che lavora accanto al ministro e anche lui si sta forse separando dalla moglie che nel frattempo si è unita a un gruppo di adepti che forse vogliono ricongiungersi con la natura. E il padre di Paul che lavorava per i servizi segreti ha un ictus e rimane in stato vegetativo. Allora Paul si reca nel paese dove è ricoverato il padre e in questo modo si allontana da Parigi (la città ) e si avvicina alla provincia (la campagna ). E da qui inizia il romanzo di Houellebecq, il messaggio che vuole comunicare ai suoi curiosi lettori. Siamo nel 2027 o giù di lì. Il tramonto dell'occidente, a lungo profetizzato nei precedenti romanzi, finalmente è arrivato. Le guerre si innescano con gli attacchi informatici. I giovani non fanno più l'amore e gli adulti hanno dimenticato l'approccio che precede l'atto sessuale. La politica non possiede un organigramma definito ma è guidata da mani irriconoscibili e apparentemente senza uno scopo atto al bene di tutti. Si vive in un mondo ludico e infantilizzante. Negli ospedali i medici si rivolgono a un uomo adulto in visita al padre anziano definendolo "il suo papà " . Gli impiegati degli uffici di collocamento devono aver fatto un qualche corso di clowneria prima di promettere con entusiasmante ottimismo una sistemazione di lavoro a una persona disoccupata di mezza età. Nei treni si viaggia a trecentoventuno chilometri all'ora e si può anche ottenere un massaggio cervicale durante il tragitto, ma nelle province i trasporti e la sanità sono l'equivalente di un paese africano. Qualsiasi prodotto messo in commercio ormai ha solo due tipologie di acquirenti: i poveri e i milionari. Esiste però ancora la malattia e la sofferenza, perché si sa, Houellebecq è contrario all'eutanasia, perché una civiltà che non sa soffrire, che non contempla la sofferenza nella vita, è destinata al tramonto. È in queste pagine, dove racconta la malattia, che si trova la parte migliore del romanzo. Qui Houellebecq dimostra di essere ancora lo scrittore europeo più interessante in circolazione. (dopo Cartarescu ). Non quello che scrive le cose più vere o giuste. Ma il più interessante, forse si. Sul futuro della società occidentale (perché quella solo gli interessa, e questo è il suo grande, invalicabile limite ) non pone grande fiducia, anzi, lo dá ormai giunto alla fine. Ritiene, come accennato prima, che ci si possa "salvare" ( ammesso che sia necessario farlo ) solo attraverso la coppia. In due è possibile. Di più non siamo in grado. Guastiamo il mondo. Eppure Troisi sosteneva che non aveva nulla contro la coppia, solo pensava che un uomo e una donna fossero le persone meno adatte ad unirsi in matrimonio. Qualcun altro invece ha detto che per mantenere un segreto bisogna essere soltanto in due a conoscerlo, ma uno dei due deve essere morto. Vuoi vedere che l'essere umano non è nato per vivere in società? Però, nel dubbio, se un giorno andrete in America, non lasciatevi la mano.
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Annientare
by Michel Houellebecq
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Annientare
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Costumi degli italiani
by Gianni Celati
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Ventisei giorni ventinove
Me ne stavo seduto sul divano di casa con una gatta ipovedente in braccio mentre lei mi parlava su come sia difficile e non valga la pena essere la compagna di un artista dal brutto carattere, a prescindere dalla sua grandezza. Anzi, più sono bravi nell'arte e peggiori lo sono nella vita privata. E prendeva a sostengo della sua tesi le parole che pronunciò nel programma televisivo "Uomini e donne" la nipote di Fabrizio De André, (un grande artista ) figlia di Cristiano De André, (un piccolo artista ...ma il valore purtroppo non è proporzionale all'imbruttimento del carattere. Il mediocre ha le stesse frustrazioni e ambizioni di colui che è capace ) E questa nipote e figlia di artisti sentenziò "gli artisti devono fare gli artisti ". Come dire che agli artisti non dovrebbe essere concesso vivere un rapporto duraturo e importante. Perché sono egoisti, hanno un carattere difficile, trattano male o con superficialità le persone alle quali vogliono bene .. Io ho risposto che molte volte è davvero così. Un artista per essere tale deve essere una persona con una grande ossessione e le ossessioni ti portano via gran parte dei pensieri. Non tutti maturano un carattere impossibile ma nella maggior parte dei casi penso sia vero. Dove non sono d'accordo è quando ha sostenuto che non valga la pena vivergli accanto. Posto che ciò non vale per i figli, che non hanno scelto De André come loro padre, credo sia assai diverso per le compagne/i Semmai è il contrario. È l'artista che deve scegliere la compagna o il compagno adatto e scartare tutto ciò che sta nel mazzo. Dostoevskij a un certo punto della sua vita era messo molto male economicamente e non solo. Oberato dai debiti che si era accollato dal fratello defunto, aveva iniziato a giocare nei casinò d'Europa per tentare un impossibile grossa vincita da liberarlo dai debiti. (A quei tempi i debitori andavano in carcere). Disperato, accetta dal suo editore il celebre contratto capestro. Entro poco tempo deve consegnare alle stampe tre romanzi e se non rispetterà i tempi l'editore entrerà in possesso di tutti i diritti delle opere precedenti e future scritte da Dostoevskij: in pratica, sarà rovinato. Dostoevskij si mette a scrivere e qualcosa consegna, ma quando gli manca un solo romanzo da scrivere inizia a rimbalzare da un casino all'altro. E perde. A volte la serata gli gira bene ma il denaro accumulato non basta mai e continua a giocare finché non perde tutto. Inizia a scrivere lettere a chiunque, cospargendosi il capo di cenere e ottenendo spesso aiuti. Ma quei soldi fanno sempre una brutta fine. Il tempo scorre inesorabile come sempre e si avvicina la data di consegna. Qualcuno finalmente anziché il denaro gli offre un buon consiglio: di assumere una dattilografa che lo aiuti a scrivere velocemente il libro, e ne trova una che è ancora una giovane studentessa, sebbene sia molto brava. Anja. Anja diventa la compagna del Grande artista con cui non vale la pena vivere. Lo aiuta a scrivere, ne diventa l'amante, lo supporta finanziariamente quando continua a perdere il denaro nei casinò. Dostoevskij le scrive decine di lettere da mezza Europa supplicandola di dargli altro denaro, che sarà l'ultima volta. Anja non si rifiuta ma lo prega di smettere. Questa donna possiede una pazienza e una dolcezza fuori del comune. Perché crede in lui come artista e come uomo. Credo si possa affermare con buona certezza che Anja ama Fedor. Lo ama al di là di tutto. E nel frattempo lui perde ancora e Anja e costretta a impegnarsi anche gli abiti buoni della madre. Un giorno non so cosa succeda nella testa di Dostoevskij ma scrive l'ennesima lettera ad Anja, questa volta un po' più lunga e lucida delle altre. Dichiara di non essere più posseduto dal demone del gioco e le promette solennemente che non giocherà più. Questa volta sarà vero. Negli anni che gli resteranno da vivere Dostoevskij non entrerà mai più in un casino per tentare la fortuna alla roulette. Intanto però mancano ventisei giorni alla consegna del libro. E in ventisei giorni, con l'aiuto di Anja scrive Il giocatore. Opera dal ritmo febbrile e ovviamente molto autobiografica. Opera definita "minore" del Grande scrittore russo, eppure essa ha dato ispirazione a innumerevoli altri romanzi, rappresentazioni teatrali e da cui il mondo del cinema ha tratto almeno una dozzina di film, alcuni anche buoni. Questo libro, un po' troppo descrittivo, tratta con molta precisione e passione l'incontro fra Dostoevskij e Anja e quei ventisei giorni febbrili. Restarono insieme, felicemente, fino alla morte di Dostoevskij, che in quel tempo riuscì a scrivere ancora una manciata di capolavori. Ne valeva la pena
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Anja, la segretaria di Dostoevskij
by Giuseppe Manfridi
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Contieni atomi di uccelli, di alberi, di Hitler, di Buddha, e di te
Qualche giorno fa discutevo con una persona (non una persona qualsiasi ) particolarmente sensibile ai racconti autobiografici carichi di umanità. Che siano film o romanzi o canzoni, questa persona diceva di esserne attratta molto più rispetto ad altre storie di fantasia. Non ero d'accordo e la esortavo a separare l'artista dalla sua opera, sia nel bene che in negativo. Le suggerivo di non dare rilevo alla vita dell'autore nè di verificare l'autenticità dei fatti, a meno che non si tratti di un saggio storico. Perché non è questo l'aspetto importante di un'opera. Paul Broks in questo splendido libro che non è un romanzo ma una faux pas fra il memoir, il saggio neuroscientifico e la metafisica applicata allo studio della mitologia, prende spunto da un evento autobiografico: la morte per cancro della sua amata moglie. Ne consegue un'elaborazione del lutto che, perdonate se il termine stride, è entusiasmante. Per questa sorta di viaggio nel suo passato, nelle terribili stilettate dei ricordi, non saranno sufficienti i mezzi scientifici di cui dispone, ma si avventurerà nei territori incerti e visionari del Mito, della letteratura e delle teorie quantistiche della fisica contemporanea. Si interrogherà sul mistero della natura con il sostegno della non consolatoria filosofia, sulla conoscenza del proprio Io; sull'esistenza o meno dell'anima, e su quella creatura appartenente alla quarta dimensione che ci fa ammattire: il tempo. Toglietevi dalla testa che sia un libro complesso e impegnativo, anche se tratta argomenti che lo sono tanto, perché Broks ha scritto un'opera profonda e avvincente senza mai essere banale; è riuscito da scienziato e con mia grande ammirazione, a inerpicarsi nel mondo del soprannaturale grazie a quella che il poeta Keats chiamava "capacità negativa" , l'abilità di vivere con il mistero senza lasciarsi andare a un'agitata ricerca di fatti e ragioni. E mi ha dato l'opportunità di conoscere personaggi sconosciuti ma fenomenali come Paolo Faraldo e la sua teoria della coscienza (provate a fare una ricerca sul web...non troverete altro che riferimenti al libro di Broks) e altre teorie supportate da esempi scientifici convincenti che mi hanno lasciato sbalordito. Come quando spiega che gli antichi greci vedevano realmente gli dei e non erano apparizioni metaforiche. E tornando al principio di quanto ho scritto qui, che non conta quasi mai la veridicità tangibile dei fatti. Erodoto (il padre della Storia, non un favoliere ) ci racconta che il dio Pan apparve sul campo di battaglia seminando terrore tra i persiani e causandone la fuga. Pan, un essere soprannaturale, ci porta diretti verso il mondo delle divinita greche, un mondo mitico pieno di esseri soprannaturali, immortali, la cui stirpe arriva fino all'origine dell'universo e governa tutti gli aspetti della vita umana. Col tempo le persone smisero di crederci in senso letterale, ma queste entità continuavano comunque a dare un significato alle loro vite. La funzione del Mito sta proprio qui, nel dare un significato. I fatti, o la mancanza di essi, non contano più di tanto. È il racconto che conta, non la storia.
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Scura è la notte, luminose le stelle
by Paul Broks
(*)(*)(*)(*)( )(4)

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daniele ( ero il più stucchevole..)
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Scura è la notte, luminose le stelle
by Paul Broks
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Smarrimento
by Richard Powers
(*)(*)(*)(*)( )(34)

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