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Anche in questo, come in altri libri dello stesso autore, emerge la profonda capacità di parlare di argomenti grevi con il distacco e la signorilità che difficilmente ci si potrebbe aspettare da un’opera di fatto autobiografica. L’anno della vittoria è quello che comincia il 4 novembre 1918. Parliamo della “vittoria” com’è stata vissuta dai “vincitori”, non tanto quelli che hanno deciso la guerra, ma le persone che l’hanno subita loro malgrado, nella devastazione del loro mondo a causa del conflitto. Un mondo azzerato da chi decideva standosene altrove, ben lontano dai cannoni e dalle bombe, dalla paura e dal dolore, com’è di tutte le guerre. Non mancano gli accenni all’insipienza di politici, governanti e mass media che blateravano di “vittoria monca” e non sapevano trovare soldi per chi aveva perso tutto. Anche questi appunti però, sono posti con il distacco di chi è superiore alle meschinità di una nazione (quella italiana) i cui governanti appaiono spesso velleitari imbecilli ai quali fa da contraltare una popolazione di persone umili, ma che sanno ripartire dal baratro rimboccandosi le maniche malgrado capi e capetti. Un finale di speranza rappresentato dalla nascita di un nuovo membro della famiglia (che prende il posto di coloro che sono morti nel corso del conflitto o a causa di esso), ancora una volta appare il ciclo della natura che ritorna a girare partendo dai piccoli gesti. Attualissimo in questi giorni, dovrebbe essere fatto leggere in ogni scuola.
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L'anno della vittoria
by Mario Rigoni Stern
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L'anno della vittoria
by Mario Rigoni Stern
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L'anno della vittoria
by Mario Rigoni Stern
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Complessivamente ottimo
Ciclo di fantascienza di alto livello. Si compone di 4 romanzi ed un racconto. La prima parte si presenta come un gruppo di 6 racconti in apparenza messi assieme a caso. Invece nel prosieguo del ciclo emergono tutti gli elementi che rendono la storia complessiva un arazzo spettacolare. L’autore è un ottimo narratore con capacità di dare vita ad un universo complesso e coerente affrontando tematiche sociologiche, etiche, religiose creando una prospettiva di sviluppo storico della vicenda che copre vari secoli. Oltre alle normali pagine di azione c’è molto spazio per meditazioni filosofiche sull’agire umano e l'indagine sul complessivo scorrere degli eventi. Il racconto ipotizza un futuro dove l’uomo si è diffuso nella galassia creando una vasta rete di mondi abitati con le loro peculiarità storiche, geografiche e sociali che lo scrittore sa presentare nei dettagli grazie ad una fantasia notevole, ma sempre ben piantata su argomenti scientifici o, perlomeno, fortemente plausibili e corredata da un ricchissima dote di citazioni e riferimenti culturali che spaziano alla grande, un vero piacere cogliere di volta in volta i vari rimandi. Il 2° volume è persino più interessante del primo, perché svela molti retroscena e fornisce molte spiegazioni lasciate in sospeso alla fine del 1° libro. Il 3° è una ripresa della storia che porta avanti alcune tematiche e chiarisce certi aspetti rimasti aperti, si presenta come un racconto picaresco di un itinerario svolto dai protagonisti ed anche come racconto di formazione degli stessi. Il 4°, purtroppo, soffre del desiderio di chiudere la storia con delle trovate decisamente discutibili che abbassano notevolmente il livello qualitativo rispetto ai 3 capitoli precedenti, in particolare il finale risulta palesemente un modo sbrigativo e raffazzonato per impacchettare la vicenda a tutti i costi. Nel 3° e 4° libro viene presentata l’umanità succube di una chiesa che riproduce il peggio del papato cattolico nel secolo dell’Inquisizione. Non credo sia dovuto ad un anticlericalismo dell’autore, quanto alla banale comodità di poter pescare con facilità e a piene mani da un bagaglio di luoghi comuni e simbologie che nessun’altra diramazione religiosa mette a disposizione. Le figure dei capi ecclesiastici raggiungono livelli a dir poco grotteschi nel 4° libro, sebbene la chiesa sia presentata come a sua volta manipolata da entità superiori è dipinta come un’entità sordida e rivoltante. Al contempo, però, questo dipingere il villain come uno stupido fa scadere l’epilogo a livelli di infimo ordine come se ne può trovare in tante storie di fantascienza trash. Complessivamente è valsa la pena di leggere il ciclo completo, sapendo però di doversi attendere un finale decisamente al di sotto delle altitudini alle quali i primi 3 libri avevano abituato.
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Hyperion
by Dan Simmons
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by Dan Simmons
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Il bosco degli urogalli
by Mario Rigoni Stern
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Ben fatto ed interessante
Sequel di “Nel mare ci sono i coccodrilli” può essere letto anche senza aver letto il precedente. Se il primo raccontava l’esodo vissuto da un bambino espatriato perché costretto dagli eventi ed arrivato alla salvezza quasi per caso, il secondo è il racconto di un adulto che ha accumulato esperienze del mondo. Geda aveva reso molto bene il racconto del bambino con un linguaggio ed uno svolgimento consoni. In quel caso necessariamente era lui ad elaborare il racconto orale del ragazzo. Nel secondo racconto c’è un tono più scanzonato e persino qualche accenno a considerazioni politiche, religiose, sociali. Letto con piacere, più del precedente, forse perché ho assistito alla presentazione dal vivo da parte dell’autore. Il linguaggio ed i concetti esposti nel corso della serata da Enaiatollah sono in linea con quanto è nel testo, per cui si deduce che è autenticamente autobiogrfico e non agiografico come a volte può apparire il primo libro. Racconto scorrevolissimo senza alcuna eccessiva pretesa di approfondire le tematiche accennate, però può essere un buon punto di partenza per familiarizzare con alcune problematiche (emigrazione come fuga dalla guerra e dalla miseria, regimi dittatoriali e scandalosamente arretrati, identità religiosa e di popolazione di una minoranza etnica perseguitata, …)
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Storia di un figlio
by Enaiatollah Akbari, Fabio Geda
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Storia di un figlio
by Enaiatollah Akbari, Fabio Geda
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Datato
Testo fondamentale del femminismo, pubblicato nel 1949, dimostra tutti gli anni che sono intercorsi. Si presenta come un saggio sull’universo femminile, illustrando (in forma enciclopedica) un’amplissima casistica di problematiche del vissuto femminile la cui causa l’autrice attribuisce al sistema patriarcale imperante. E’ naturale che il testo sia fortemente polemico contro il predominio maschile (e sudditanza femminile) e certi concetti sono condivisibili. Quello che non è accettabile è l’approccio che definirei sindacalista: tutto quello che è maschile viene condannato, tutto quello che è della donna viene giustificato, come se davvero esistessero due enormi schieramenti posti uno contro l’altro e bisognasse raddrizzare i torti subiti da un lato scagliando quante più frecce possibili nell’altra direzione, senza alcun distinguo. Pertanto si arriva all’assurdo che un maschio è portatore di negatività per il solo fatto di nascere maschio. La realtà è che ci sono miliardi di individui, ciascuno con le proprie peculiarità, ed ogni pretesa di ficcarli dentro ad un calderone unico non è in nulla diversa da ogni altra forma di razzismo. Soluzioni proposte nessuna, se non una vago caldeggiare di emancipazione economica (senza peraltro dire in alcun modo come raggiungerla). Solo quintali di livore e astio che riducono quello che vorrebbe essere un saggio scientifico ad un pamphlet talmente intriso di ideologia da scadere nel settarismo. L’autrice mi è apparsa come una povera persona che ce l’ha col mondo per il fatto di essere nata dal lato sfortunato. Insopportabili le centinaia di riprese di certi concetti (di matrice marxista o psicanalitica) fino alla nausea e le innumerevoli contraddizioni che si susseguono, perché tanto tutto fa brodo. Non c’è stata pagina in cui non avrei potuto agevolmente contestare i concetti espressi. Urtante la supponenza (come fu di Freud e Marx) per cui chi ha una fede religiosa è un povero cretino. In particolare mi ha disturbato l’analisi storica ad inizio del volume straripante di inesattezze, forzature e contraddizioni. Le casistiche presentate dall’autrice, benché da lei tutte ricondotte alla sottomissione della donna al predominio maschile sono in fin dei conti riconducibili a enormi dosi di ignoranza e non soltanto di matrice maschile. Non si può infatti giustificare le mancanze di tante madri e mogli solo col fatto che “poverette sono sottomesse al maschio”: in verità è che spesso molte donne sono vittime di altre donne, cosa che la mentalità (sindacalista, appunto) dell’autrice neppure sfiora, praticamente. Molte turbe dell’adolescenza descritte dall’autrice nei capitoli dedicati alla formazione sono (magari in forme diverse) problematiche che si riscontrano anche nella metà maschile dell’umanità e non certo causate dalla subalternità al sesso dominante. Si potrebbe andare avanti a lungo (d'altronde per contestare puntigliosamente 700 pagine ce ne vorrebbero probabilmente altrettante). L’emancipazione femminile non è frutto della lotta femminista (che non ha portato significativi risultati per più di 100 anni malgrado tutti gli sforzi intrapresi), ma di 2 fattori che hanno materialmente permesso un’autentica liberazione del tempo vissuto da una donna: la progressiva introduzione di elettrodomestici sempre più efficienti e l’adozione di metodi contraccettivi efficaci. Ovvio che de Beauvoir non poteva immaginare quello che è successo proprio a ridosso della pubblicazione del suo libro, pertanto di fatto leggere questo scritto oggi è come leggere un testo di biologia redatto prima della scoperta del Dna: il libro risulta datato perché si muove dentro i confini anteriori all’emergere dei 2 fattori liberatori di cui sopra. Poiché l’autrice ha avuto tutto il tempo di rielaborare il suo pensiero nei decenni successivi alla pubblicazione alla luce del progresso intervenuto mi chiedo perché non sia stata sfiorata dall’idea di produrre un aggiornamento: probabilmente sarebbe stata costretta a rivedere parecchie delle posizioni assunte nel testo e nei sedicenti portatori di verità l’operazione è pressoché impossibile.
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Il secondo sesso
by Simone de Beauvoir
(*)(*)(*)(*)(*)(590)

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Il secondo sesso
by Simone de Beauvoir
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Il secondo sesso
by Simone de Beauvoir
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Piacevolmente divertente
Divertente racconto svolto in prima persona, un po‘ come se un amico ti mettesse al corrente di un tratto della sua esistenza (il libro fa parte di una collana di romanzi e racconti che ruotano attorno alla figura dell’avvocato Vincenzo Malinconico). Come un qualsiasi amico che ti parla di sé non ne fa un racconto piatto o pesante, ma lo condisce di divagazioni, considerazioni estemporanee, salti di argomento, battute più o meno salaci (o anche di quelle che sembrano raschiate dal barile), … Uno spaccato di vita abbastanza sopra le righe, al punto da risultare poco realistico, in molti punti: tutti vorrebbero avere la libertà di dire qualsiasi cosa passi per la testa in ogni frangente, meglio ancora godendo sempre della capacità di una battuta pronta al momento giusto, cose che sono ben lontane dalla realtà. L’insieme, però, permette di farsi delle belle risate alle spalle del protagonista per l’ironia (autoironia inclusa) ed il sarcasmo distribuiti a piene mani in ogni pagina. A volte può risultare persino eccessivo, specie quando pretende di trovare la battuta anche su argomenti alquanto spigolosi (come la malattia del protagonista), ma al racconto di un amico non si chiede di essere serio e composto e si può perdonare molto. Ciò non toglie che l’autore trovi spazio per lanciare momenti che fanno meditare su argomenti esistenziali in maniera non banale. La struttura è simile ad una successione di gag che permettono anche di cominciare a caso da un certo punto e leggere alcune pagine senza dover necessariamente leggere tutto il libro. Ottimo per trascorrere alcune ore senza grossi impegni per la testa e rilassarsi lasciandosi cullare dal continuo scoppiettare di battute.
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I valori che contano
by Diego De Silva
(*)(*)(*)(*)( )(187)

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Un'altra conferma dall'avvocato Guerrieri
Ancora una volta Carofiglio mi regala un gioiello che cerco di consumare lentamente per poterne assaporare il più a lungo possibile. Uno stile (quello della collana dell’avvocato Guerrieri) che ogni volta trovo impeccabile, venato di fine ironia (specie autoironia, perché è ovvio che Guerrieri è l’alter ego dell’autore, sebbene un alter ego molto speciale in cui molti possono ritrovarsi con le proprie nevrosi). Al contempo una profonda capacità di analisi della condizione umana che offre spunti di riflessione forti. Una lettura che trovo sempre arricchente. Un processo in appello per omicidio con tutti i dettagli giuridici connessi sono, come sempre, solo il pretesto per meditazioni filosofiche, flussi di pensiero, citazioni letterarie e musicali e tanto scavo psicologico del protagonista abituale (l’avvocato Guerrieri) e degli altri personaggi della storia. In particolare la figura del cliente, manipolatrice e spudoratamente meschina, propone il dramma dell’avvocato che si trova a difendere il colpevole. Questo diventa paradigma di tutte quelle volte in cui non sappiamo dire di no a chi ci chiede aiuto anche se sappiamo che non lo meritano o, peggio, quando ci sentiamo usati da menti più scaltre e persuasive della nostra che si fanno piedestallo con la nostra disponibilità nei loro confronti e magari alle spalle si permettono anche di darci degli scemi per averli aiutati. Il tempo, quello del titolo, viene analizzato in molti suoi aspetti, non un’analisi metodica, ma che affiora tra il flusso del racconto. In particolare propone il confronto (inevitabilmente amaro) tra un amore passato (o qualcosa che sembrava esserlo) ed il presente in cui la vecchiaia sopraggiunge inesorabile a denudare miti e sogni che furono e non torneranno proprio perché ti accorgi che erano costruzioni della tua mente e non realtà. La caduta di sogni falsi, però, permette di ricontattare la realtà in una salutare rigenerazione, questo è il messaggio che chiude il libro, come dire: siamo stati fessi, ma ora, imparata la lezione, possiamo affrontare la vita che ancora abbiamo davanti con migliore capacità e forza .
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La misura del tempo
by Gianrico Carofiglio
(*)(*)(*)(*)( )(1,192)

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Ghiaccio inglese di fine ottocento
Dissacrante spaccato di società del fine ottocento inglese. Dove ogni parola detta ed ogni sfumatura del comportamento sono studiati come se le relazioni (anche quelle interne alle mura domestiche, anzi, soprattutto quelle) fossero parte di un grande Risiko in cui si acquisiscono e si perdono armate e territori ad ogni istante della propria vita. Una società dove tutto è forma e perbenismo, in cui si ritiene che i sentimenti (fintamente) vengano esaltati quando non sono manifestati, in cui alla fine si può commettere anche i crimini più efferati (ovviamente per questioni di denaro ed eredità), basta che non si venga a sapere in giro. La famiglia del protagonista (o meglio: dei protagonisti) si muove all’interno di una comunità fatta di una cerchia di “amicizie” contenuta che condivide lo stesso stile di vita e le stesse regole di comportamento sociale artefatto. Ne esce un quadro glaciale, dipinto con ottima mano. Il 90% del romanzo sono dialoghi che volano come stilettate di sciabola, di fioretto oppure di spada ed in cui la parola d’ordine è “Non abbassare mai la guardia”. Le pagine scorrono velocissime (io l’ho letto in una decina di ore, secondo me ben spese) come un treno che parte piano, poi deraglia ad una curva ed inesorabilmente arriva a valle precipitando lungo il fianco del monte. L’autrice descrive un mondo in cui è nata e ha trascorso la sua prima giovinezza e riesce a rendere tutta l’atmosfera greve che lo caratterizza, il finale non è conclusivo, ma ben congeniato. La storia sembra volerci portare in casa di questa famiglia e farci vivere per alcuni anni con loro (e quindi condividerne il clima asfittico), senza fornirci una morale oppure una parabola esistenziale. Il risultato è che dopo la fine della lettura si rischia persino di affezionarsi a qualcuno dei comprimari o provarne compassione per un’esistenza così artificiosa. Una considerazione a latere: la famiglia descritta non è una aristocratica in senso stretto, ma piuttosto dell’alta borghesia. Ciascuno sembra non avere un accidente da fare nella vita se non stare a studiare le prossime mosse deal teatrino sociale in cui è immerso. Una società quindi che viveva sulle spalle dei ceti inferiori, ma che (anche grazie a questo) ha avuto il tempo e modo di elaborare il progresso che si è diffuso nel secolo XX°.
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Il capofamiglia
by Ivy Compton Burnett
(*)(*)(*)( )( )(19)

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Disturbante
Mia moglie l’ha portato a casa e mi ha attirato la presentazione posta in copertina che lo indicava come una storia epica. Altre recensioni che ho letto in giro per internet lo esaltavano alla stessa maniera. Il titolo “La strada di casa” è l’ennesimo esempio di traduzione di titoli all’italiana, con la pretesa di dire qualcosa di più e l’immancabile rimpianto per il mancato rispetto dell’originale. Il vero titolo è “Where You Once Belonged” ovvero: il luogo dove vivevi (o: si viveva) tempo fa. Letto in un giorno, praticamente in 6 ore, la trama e lo svolgimento catturano l’attenzione. La prosa è senza fronzoli, scorre e si fa leggere piacevolmente, buono lo scavo psicologico e notevoli certe descrizioni minimaliste. Questo fino ad una quindicina di pagine dalla fine. Quello che mi ha fatto infuriare è il finale. Un po’ come se un amico (perché questo è lo scrittore) ti raccontasse una storia piacevole ed interessante per alcune ore, poi, tutto d’un tratto, si accorgesse di avere altro da fare e chiudesse il racconto in maniera frettolosa e stupida, masticando chewing gum con fare sciatto e fastidioso mentre parla, lasciandoti non tanto un senso di incompiuto, ma di aver irrimediabilmente sprecato il tuo tempo nello stare ad ascoltarlo. Un finale che non è aperto, ma semplicemente monco. Evidentemente l’ambizione dello scrittore era quella di lasciare il classico pugno nello stomaco al lettore (la classica ambizione di ogni scrittore per cui il proprio romanzo deve lasciare il segno per non cadere nell’oblio e restare “un libro tra i tanti”). A certi scrittori americani è rimasto il chiodo fisso del neorealismo italiano come espressione artistica eccelsa. L’esaltazione dei vinti alla Verga, per intenderci, un filone letterario che ho sempre trovato a dir poco urtante. Giustissimo chi sostiene la più totale libertà dell’artista nell’elaborazione della sua opera, ma altrettanto libero io, come lettore, di mandarlo a quel paese e rifiutare di leggere una altro dei suoi prodotti con la prospettiva di restarne disgustato una volta ancora. Il resto del commento può costituire spoiler. Avrei atteso, come logico finale, un linciaggio oppure qualche gesto osceno o comunque degno di nota, invece tutti i partecipanti della storia si lasciano sopraffare come tanti fessi dal villain che opera sempre indisturbato. Trovo del tutto irrealistico che in un’America dove la violenza da far west è tutt’ora endemica, ci sia spazio per i personaggi descritti nel romanzo dotati unanimemente di una passività insopportabile. Vorrei vedere, per ipotesi, se Zonin venisse a Vicenza e si muovesse non scortato, davvero nessuno proverebbe a vendicarsi in qualche maniera? Il finale in cui sia il narratore (di colpo trasformato in un patetico Fantozzi) che le vittime del villain stanno a braccia conserte a subire non ha alcun senso. Finché è il ladro che scappa (da solo ed in maniera del tutto inattesa) senza lasciare traccia siamo nel plausibile. Il finale, invece, presenta una persona, già capace di affrontare enormi difficoltà in autonomia, che si fa sequestrare (lei e due figli) senza alcuna reazione e senza lasciare traccia alcuna, una situazione talmente inverosimile da apparire come un escamotage di bassa lega dell’autore per tentare una chiusura ad effetto penosamente riuscita.
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La strada di casa
by Kent Haruf
(*)(*)(*)(*)(*)(516)

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