Linda
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Linda

Feb 29, 1992

Lucca, Italy

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Niente di vero
by Veronica Raimo
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Appena ho iniziato a leggere questo libro, mi è spuntato un sorrisetto compiaciuto per lo stile di scrittura della Raimo che non tarda ad emergere: graffiante, irriverente, sarcastico. Ho subito pensato che mi sarei divertita nei giorni a seguire con lei, ma dopo i primi episodi raccontati dall’autrice da cui emerge una situazione familiare a dir poco colorita e ai limiti della credibilità, ho cominciato a chiedermi dove volesse andare a parare. In generale il libro si compone di episodi nella vita dell’autrice raccontati in prima persona scollegati fra loro, come se li scrivesse man mano che le tornano a mente, e così amori adolescenziali, frustrazione lavorativa e noia infantile si mescolano fino all’amara presa di coscienza dell’autrice: “Niente di vero” non è che la sintesi di ciò che la Raimo sente di sé stessa, perché la vita vissuta, dominata dal torpore, la pigrizia e l’indolenza, è ben diversa da quella che ha sempre raccontato agli amici, ai conoscenti, alla famiglia e anche a sé stessa. Ed è ben diversa dalla sé stessa che immaginava da bambina.
La maggior parte dei ricordi ci abbandona senza che nemmeno ce ne accorgiamo; per quanto riguarda i restanti, siamo noi a rifilarli di nascosto, a spacciarli in giro, a promuoverli con zelo, venditori porta a porta, imbonitori, in cerca di qualcuno da abbindolare che si abboni alla nostra storia. Scontata, a metà prezzo. La memoria per me è come il gioco dei dadi che facevo da piccola, si tratta solo di decidere se sia inutile o truccato.
Non è una lettura memorabile a mio parere; malgrado questo, quando ho chiuso il libro, mi sono chiesta con un po’ di amarezza: quanto siamo disposti a mentire pur di vedere negli occhi dell’altro quel guizzo di stima, talvolta invidia, per l’immagine che vorremmo di noi, a nostro parere vincente e di successo? Perché ci affanniamo tanto per modellare l’opinione altrui che vogliamo per noi e perdiamo di vista noi stessi fino a rischiare di arrivare al punto in cui ti guardi allo specchio e non ti riconosci più?
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In questo romanzo Nevo ci porta nel suo Paese, Israele, nello specifico nella palazzina di un quartiere benestante alle porte di Tel Aviv, e lo fa facendoci varcare la soglia di tre appartamenti così perfetti e ordinati dall’esterno che dietro ci si immaginano tante famiglie del Mulino Bianco. Si entra in uno alla volta partendo dal primo piano per poi salire, e lo si fa in un modo particolare, ossia leggendo i tormenti di varia natura che albergano nei cuori di tre persone impressi in lunghi monologhi, scritti o orali, che tutti e tre decidono di inviare a una persona esterna ai coinquilini e al palazzo. Non ho studi Freudiani alle spalle che mi aiutino a trovare in queste pagine quanto spiegato nella sinossi del libro in merito ai tre livelli della personalità, ma ci ho percepito il percorso del dolore: al primo piano il buio assoluto, l’interiorizzazione e l’impressione di non poterne uscire; al secondo una curiosità per il mondo circostante e il chiedersi se non si possa sperare in una vita più felice; al terzo il coraggio del mettere il punto sul proprio passato e del buttarsi a piene mani in ciò che la vita davanti a noi può offrire. Tre piani che sono quindi anche passato, presente e futuro della nostra ordinarietà. Tre piani apparentemente separati da una divisione netta, eppure accomunati da un grande fattore: la solitudine. Malgrado i tre personaggi narranti siano circondati da familiari stretti, amici, o conoscenti, ognuno di loro si sente disperatamente incompreso e separato dagli altri, oserei dire non ascoltato visto che decidono di vuotare il sacco del loro animo amareggiato su di un interlocutore che non ha diritto di replica immediata e a cui si vogliono dare più elementi possibili per chiederne poi l’opinione e talvolta anche la redenzione. Una lettura intima e riflessiva in cui la mancanza di un finale dichiarato per le tre storie non pesa affatto.
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Tre piani
by Eshkol Nevo
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Niente di vero
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Siamo a Martorana, un paesino rurale della Sicilia degli anni Sessanta, dove le “maleforbici” e il loro chiacchiericcio determinano la stima o la condanna del nome e dell’onore di ogni famiglia che la abita, dove una parola detta con il tono sbagliato alla persona sbagliata sancisce l’esclusione dalla società. Qui vive Oliva, una bambina dinoccolata e spensierata a cui piace andare a cercare lumache col padre e stare sempre all’aria aperta finché il suo destino di femmina glielo consentirà. Come infatti le ricorda quotidianamente la sua algida e bacchettona madre, lo spartiacque definitivo nella vita di ognuna è l’arrivo del Marchese, le mestruazioni: da lì in poi niente più gonne sopra al ginocchio, corse spensierate, sorrisi e voci alte in piazza, sguardi impertinenti o occhi decisi sugli uomini, anzi bisogna abbassarli subito dinanzi a loro, perché guardano ogni donna come un’arancia da mangiare voracemente. Oliva vive così un’infanzia e un’adolescenza incasellate in tante opprimenti regole di “buona condotta” in preda al terrore per quei maschi che possono prendersi ogni cosa con facilità e senza chiedere, e in preda all’orrore per quel suo corpo di cui non può fermare il cambiamento, quando lei vorrebbe semplicemente continuare a fare le cose che ama, le più semplici, incluso studiare. Ma una donna colta in casa, secondo sua madre, non serve a niente. L’unico spiraglio di luce che riesce talvolta a scuotere le solide fondamenta di pregiudizi sulle quali Oliva è cresciuta, è l’amica Liliana, militante femminista di famiglia comunista che non si cura minimamente del fatto che il suo paese la escluda perché la ritiene sopra le righe, di conseguenza facile. La sua eroina è Nilde Iotti e la sua prerogativa di donna affermata non è una prole numerosa da badare, ma una brillante carriera politica da costruire. In questo quadro in cui già il lettore, ma soprattutto la lettrice, respira un’aria soffocante e sente il disagio di un passato non così lontano in cui parità fra uomo e donna erano un miraggio se paragonato alle disparità tuttora vive che ci sembrano un traguardo irraggiungibile, si colloca l’episodio fulcro del romanzo: la violenza sessuale mitigata e giustificata legalmente dal matrimonio d’onore, a mio parere la vergogna più grande che la legislazione italiana abbia potuto rigurgitare nella sua storia assieme al delitto d’onore. È raccapricciante, attraverso queste pagine, pensare a quante donne abbiano subìto nel tempo una simile duplice violenza; è vomitevole sentire che una vittima, che con indicibile coraggio decide di denunciare sapendo di andare contro tutto e tutti, si senta giudicata colpevole e causa della violenza subìta anche dalle istituzioni oltre che da una società retrograda. È stato il mio primo incontro con la Ardone e ne esco piacevolmente colpita; ha saputo delineare molto bene i personaggi che popolano il romanzo (squisita la figura del padre, contadino di poche ma essenziali parole, così innamorato di sua figlia e così moderno nel pensiero) e nei dialoghi si sente molto bene l’accento della Sicilia settentrionale anche senza addentrarsi in troppe forme dialettali. Il percorso lungo le pagine è scorrevolissimo e fa riflettere molto sia su ciò che è stato fatto sia su ciò che ancora c’è da fare sulla parità di genere: un romanzo che è un omaggio alle donne che lottano battaglie più o meno ingiuste e faticose ogni giorno e che congiunge in un solo abbraccio le donne del passato come Franca Viola, determinanti nello scardinare ad esempio il cancro sociale del matrimonio riparatore, e tutte quelle donne che ancora oggi, denunciando una violenza, si sentono chiedere “sì, ma tu come eri vestita quel giorno?”.
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Oliva Denaro
by Viola Ardone
(*)(*)(*)(*)(*)(429)

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Tre piani
by Eshkol Nevo
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Oliva Denaro
by Viola Ardone
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Girovagando in libreria, mi è capitato fra le mani questo libro fresco di stampa e opera di un’esordiente. Leggo la sinossi ed è amore a prima vista con la protagonista, figura conturbante e reietta nella società inglese cinquecentesca, eppure così necessaria per il popolo. È un libro talmente scorrevole, anche grazie alla brevità dei capitoli, che l’ho letto tutto d’un fiato. È un libro talmente visivo che fra qualche anno potremmo vederne la trasposizione cinematografica. Eppure non mi è piaciuto e non mi ha lasciato assolutamente niente. La partenza è buona, dal ritmo sostenuto e incalzante, poi l’autrice comincia a imbottire la narrazione di troppi elementi senza svilupparne neanche uno in maniera convincente e decisiva per la storia. Oltre all’eroina protagonista, ci ha voluto infilare il chiacchiericcio di corte, misteriosi omicidi con un po’ di giallo, un evento nazionalpopolare, la caccia alle streghe, un amore impossibile, figli illegittimi, la voglia di riscatto, le dinamiche sociali, qualche scena cruenta e, chi più ne ha, più ne metta. Questo gran minestrone fa sì che si viaggi costantemente in quinta senza alcun cambio di ritmo e, di fatto, senza una reale storia da raccontare e che si arrivi al finale in maniera frettolosa e confusa, direi totalmente a caso. Il vero peccato è vedere che le premesse erano buone ma poi vengono scarabocchiate da una penna forse ancora acerba.
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La custode dei peccati
by Megan Campisi
(*)(*)(*)(*)( )(72)

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Non è mai facile ammettere che un libro non ti è piaciuto quando il libro in questione è un mostro sacro della letteratura che, in questo caso, ha addirittura gettato le fondamenta dell’ideale vampiresco che noi tutti abbiamo. Inutile soffermarsi sulla sinossi del libro che bene o male tutti conosciamo, preferisco condividere ciò che più mi ha colpito; in primo luogo il fatto che Dracula in queste pagine lo si incontra ben poco: le vicende di contorno finalizzate alla sua cattura sono narrate attraverso le pagine di diario dei protagonisti che in maniera pedissequa indugiano su ogni singolo particolare della giornata appena trascorsa con il dichiarato intento di scambiarsi questi scritti con gli altri personaggi e trovare indizi che aiutino nella missione nelle pagine altrui. In secondo luogo mi ha stupita e fatto sorridere il significato dell’“amicizia” per i gentiluomini di tardo Ottocento: se da un lato noi oggi consideriamo amico una persona che si è “sudata” la nostra fiducia nel tempo e coi fatti, dall’altro lato per loro non c’era tempo da perdere: bastava stringere la mano a uno sconosciuto e giurare fedeltà anche oltre le distanze fisiche per essere considerati amici intimi. Un aspetto per cui Dracula è una lettura famosa non è solo il contenuto ma anche lo stile polifonico: Stoker opera una caratterizzazione dei personaggi davvero fuori dall’ordinario, infatti se a lettura finita ripenseremo alle persone incontrate, le ricorderemo per le loro voci e i loro accenti, così marcatamente differenti fra l’uno e l’altro. È davvero sconvolgente pensare che tutte le voci, incluse quelle dei personaggi minori, siano così diverse eppure figlie della stessa penna. Tutti questi aspetti positivi sono però a mio parere un’arma a doppio taglio, perché sono gli stessi che, mentre rendono la lettura piacevole e ipnotica per la prima metà del libro, l’appesantiscono e rallentano fortemente nella seconda parte: i personaggi diventano prolissi, eccessivamente stucchevoli e svenevoli (davvero pesante il modo in cui Stoker non si stanchi mai di ripetere quanto Dame Mina sia pura, buona e sposa devota), quasi ci si scorda il fine ultimo della missione dei Fantastici 5. Certo, le chiacchiere da salotto sono dovute nei romanzi Ottocenteschi, ma qui siamo ben lungi dalle atmosfere quasi eteree di Oscar Wilde o addirittura della Austen. Inizialmente il singolare Van Helsing fa sorridere e affascina coi suoi modi olandesi e il suo inglese abbozzato, ma alle lunghe diviene quasi insopportabile. Il tutto poi capitola in un finale rapidissimo che non rende giustizia né al perfido Conte Dracula né al lettore che sonnecchiava insieme agli altri fino a poche pagine prima e che si ritrova all’ultima pagina bianca chiedendosi “Ma dai, è davvero finito così?”.
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Dracula
by Bram Stoker
(*)(*)(*)(*)(*)(14,097)

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La custode dei peccati
by Megan Campisi
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Premetto di essere ignorante in mitologia ed epica: ho solo alcune sporadiche reminiscenze degli studi scolastici e ricordo alcune divinità greche solo grazie ad alcune immagini indelebili del cartone “Pollon” che ho impresse nella mente sin dall’infanzia. Ciò detto, ho voluto leggere questo libro per conoscere meglio la conturbante figura della maga Circe di cui ricordavo solo che trasformasse i suoi amanti in porci e, a quanto pare, non andava neppure esattamente così. Il filo conduttore del romanzo è paradossalmente la profonda umanità della dea che si racconta senza filtri e senza maschere in prima persona fin dalla nascita: un’infanzia e un’adolescenza segnati dal bullismo subìto da parte dei suoi consanguinei per la sua voce così poco “divina” e simile a un falco; la ricerca della solitudine sull’affollatissimo Monte Olimpo di cui non si sente parte; l’esilio sull’isola di Eea dove coltiverà il suo talento per la magia verso incantesimi sempre più audaci. Capitolo dopo capitolo si apprezza il suo essere maga e una dea fuori dagli schemi, ma soprattutto l’essere amica, amante, madre; una donna disillusa, vendicatrice, tormentata, ma anche passionale, coraggiosa, integerrima. In diversi passi del libro ho sentito anch’io il peso dell’eternità come Circe e mi sembrava di non riuscire ad uscire dal lento impasse, ma credo sia parzialmente l’intento dell’autrice visto che Circe stessa spesso si rammarica dell’essere dannata alla vita eterna, quasi invidiando la caducità della vita umana. Malgrado questo, da un lato ho stimato e ammirato la protagonista, e dall’altro ho apprezzato la competenza e la capacità della Miller di “abbassare” una figura divina alla portata di tutti gli umani, inclusi quelli poco preparati in materia come me.
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Circe
by Madeline Miller
(*)(*)(*)(*)(*)(953)

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Dracula
by Bram Stoker
(*)(*)(*)(*)(*)(14,097)

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by Bram Stoker
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Avevo letto la trama di questo romanzo spulciando in libreria, ma lo rimisi al suo posto perché non mi attraeva. Poi mi è capitato di leggere qui numerose recensioni positive in cui il termine ricorrente è “dolcezza” e, guidata da questi consigli, mi sono decisa a leggerlo. E ho fatto bene. Leggere “Cambiare l’acqua ai fiori” significa entrare in punta di piedi nella casetta di Violette, l’eroina moderna protagonista del romanzo, e osservarne in silenzio i gesti delicati e routinari: svolge il suo lavoro di custode del cimitero a lei più caro come una missione portando serio rispetto ai defunti a lei affidati e prendendosi particolarmente a cuore le tombe abbandonate. La sua porta è sempre aperta ai visitatori del cimitero e non si stanca mai di offrire loro un bicchierino di liquore o una tazza di tè caldo, ma soprattutto offre ascolto, un ascolto disinteressato, silenzioso, comprensivo, mai giudicante o ingordo di pettegolezzi. Violette è un’anima lacerata dal dolore, e si rimane colpiti dalla dignità e intimità con cui la donna lo porta con sé. Ammetto di aver pianto a circa metà libro su di un capitolo in particolare in cui la donna si rivolge alla figlia: la struttura è simile alla canzone “Avrai” di Claudio Baglioni, ma in questo caso l’accorata dedica assume ben altri colori. Ho molto apprezzato anche i personaggi secondari che si incontrano grazie ai salti temporali fra un capitolo e l’altro in cui talvolta cambia anche l’Io narrante. Non do il massimo dei voti solo perché non mi hanno pienamente convinto la sterzata finale verso il giallo ed il voler redimere a tutti i costi la figura del marito.
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Cambiare l'acqua ai fiori
by Valérie Perrin
(*)(*)(*)(*)( )(2,792)

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Circe
by Madeline Miller
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Un romanzo che mantiene il lettore attento e curioso sia per lo stile che per la caratterizzazione intensa dei personaggi, per quanto l’accento venga posto sulla loro negatività in maniera cruda e spesso sboccata. Via via che si scorre nella lettura, il tempo all’interno del libro si dilata al punto di veder durare la descrizione di un attimo anche più di un paragrafo; questo avviene perché i personaggi, a metà romanzo, iniziano ad inanellare rapidamente una serie di sfortunati eventi che conferiscono al racconto una decisa accelerata, talvolta ai limiti dell’eccesso, e una rovinosa caduta per i protagonisti del libro. In pieno stile Ammaniti, si incontrano diversi personaggi estratti dai margini della società che trasudano rabbia e voglia di riscatto ad ogni costo. Come in “Ti prendo e ti porto via”, tutti i personaggi che il lettore incontra sembrano dapprima sconnessi fra loro, poi si incrociano in maniera più o meno fortuita, tuttavia secondo me con molta meno potenza in questo libro. Resta da chiedersi “Perché questo titolo?”. La breve frase “Come Dio comanda” condensa il moto interiore di ogni personaggio del romanzo nelle sue diversità, infatti ciascuno agisce cercando di seguire o soddisfare il proprio dio, sia questo un essere superiore, o la propria croce fatta delle esperienze dolorose vissute, o ancora un ego smisurato e malato. In sintesi, ritrovo la mia opinione su questo romanzo di Ammaniti in una celebre frase di Johnny Depp nel film “Chocolat”: “Buono, ma non è il mio preferito”.
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Come Dio comanda
by Niccolò Ammaniti
(*)(*)(*)(*)( )(8,767)

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