Eloisa
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Eloisa

Dec 25, 1963

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Eloisa
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Il circolo Pickwick
by Charles Dickens
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Da quest'opera nel 1968 è stato tratto uno sceneggiato televisivo per la regia di Ugo Gregoretti. Si tratta di una produzione molto diversa dalle altre contemporanee: al posto della solita recitazione compassata e dai tempi lentissimi troviamo un ritmo vivace, toni grotteschi, e persino un Gregoretti in abiti moderni che dialoga con i personaggi. Da segnalare un giovane Gigi Proietti nei panni di un Jingle più Cyrano che gaglioffo. Le puntate sono reperibili su YouTube.
Il circolo Pickwick
by Charles Dickens
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Eloisa
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La brevità non sempre è un pregio
Chi è veramente Jacob Mendel, meglio noto come “Mendel dei libri”, il misterioso procacciatore di volumi capace di conservare nella sua prodigiosa memoria l’identità di tutti i libri del mondo? E per quale motivo è improvvisamente scomparso dal luogo dove ha trascorso quasi per intero la sua esistenza, il piccolo caffè Glück nella periferia di Vienna? Risolvere l’enigma (e comprenderne appieno il desolante significato) spetterà all’innominato narratore, tornato dopo vent’anni nel luogo dove conobbe Mendel: gli verrà in aiuto un’anziana inserviente, l’unica che abbia voluto davvero bene al piccolo ebreo galiziano, vissuto inconsapevole di tutto quanto non fosse contenuto in una pagina stampata. Accattivante e profonda, la vicenda credo avrebbe meritato uno svolgimento più complesso delle poche pagine di questo racconto, che si legge in un quarto d’ora; in alcuni punti la prosa, che pure raggiunge vette notevoli di sensibilità, sembra quasi voler affrettare la narrazione dei fatti. Mendel è ebreo, ma le persecuzioni antisemite nulla c’entrano in questa storia, ambientata negli anni a ridosso della Prima Guerra Mondiale: il libro però è datato 1929, e nel sottile lamento per la perdita della sacralità della cultura, travolta come tanti altri valori dal cataclisma della Grande Guerra, non è difficile scorgere l’inquietudine per il vento di intolleranza e violenza che iniziava a soffiare in Europa. Solo quattro anni più tardi, a Berlino, i nazisti avrebbero dato alle fiamme pubblicamente circa 25.000 libri, bollati come “decadenti”.
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Piccolo specchio di un’intera epoca
Dato alle stampe nel 1780, quando l’ormai ex avventuriero, consapevole del declino della sua fortuna, cercava di riciclarsi come scrittore, “Il Duello” rappresenta il primo saggio di narrazione autobiografica di Giacomo Casanova, cui faranno seguito la ben più celebre “Storia della mia fuga dai Piombi” e la monumentale “Histoire de ma vie”, pubblicata integralmente solo nel 1960. La vicenda, avvenuta a Varsavia nel 1765, suscitò un’eco imponente nell’Europa di allora: offeso per ben due volte, nella persona e nella patria, Casanova sfidò a duello il conte polacco Franciszek Ksawery Branicki, e i due si affrontarono alla pistola non senza prima essersi profusi in una sequela di reciproche cortesie, tanto affettate quanto ipocrite. Il fragore di quei due spari attraverserà tutta la Polonia, innescando una serie di avvenimenti drammatici e cambiando per sempre (in peggio) la vita del veneziano giramondo. Scritto in terza persona e in italiano, lingua che a Casanova fu meno congeniale del francese, il breve opuscolo corre leggero, alternando gustose scene di vita aristocratica e terribili episodi di violenza a riflessioni filosofiche e religiose (autocelebrative e autogiustificative, s’intende) ma non raggiunge la tensione e l’intensità della “Fuga”. Non semplice, ancora oggi, distinguere in questa storia la realtà dalla millanteria: valga per tutti il brano della sconcertante aggressione di Casanova ad un “gazzettiere” da lui ritenuto mendace… ma nella realtà già morto da quasi un anno. Sia quel che sia, ciò che resta al lettore è il vivo disegno di una società dove coesistevano normalmente, e senza dare scandalo a nessuno, squisite delicatezze e brutalità sfrenate, galanterie svenevoli e sistematica sopraffazione, onore adamantino e profonda ingiustizia.
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Il circolo Pickwick
by Charles Dickens
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Mendel dei libri
by Stefan Zweig
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Il duello
by Giacomo Casanova
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Abiezione, e redenzione (contiene spoiler)
Un insolito “after hour” dà il via alla vicenda: Martha e George, colti, benestanti e attempati coniugi in crisi da sempre, invitano a casa loro, dopo una festa che si suppone già fortemente alcolica, la più giovane e apparentemente ingenua coppia formata da Nick e Honey. Man mano che la notte si inoltra, nelle stanze del più classico interno borghese inizia un flusso ininterrotto non solo di whisky e di gin, ma soprattutto di astio, rancore, disprezzo, reciproche e brucianti accuse, violenza verbale e fisica, in un sadico crescendo dove vengono messi a nudo i segreti più vergognosi e tragici di ciascuno. Nessuno appare senza colpa, in una società che sull’altare satanico del successo e dell’egoismo ha sacrificato ogni cosa pura, ogni sentimento, ogni principio. Quando oramai l’unica via d’uscita appare oscillare tra la follia e l’omicidio, e quando sono scomparsi gli ospiti (forse irreali, una semplice proiezione mentale dei due protagonisti, con vent’anni di meno e molte illusioni in più) spetterà a George, il più dilaniato ma il più lucido, ritrovare e far ritrovare anche alla moglie un frammento di pace e di amore tra le righe delle antiche preghiere latine per i defunti, recitate in memoria del figlio Jim: bello, assennato, amatissimo, vissuto e morto tragicamente ma solo in un mondo immaginario, creato dalla mente sconvolta di Martha. Nel 1962, anno di debutto della commedia a Broadway, la civiltà americana e occidentale in genere sembra sul punto di crollare, messa all’angolo dalla Guerra Fredda e dall’emergere della rabbia che darà vita, di lì a poco, alla Contestazione Globale; tutta l’angoscia di quel momento si condensa in questi tre atti senza tregua che riuniscono la linearità della tragedia antica, lo scatenarsi delle passioni del dramma shakespeariano, l’introspezione del teatro e del romanzo moderni. Tutto un mondo di rovine dello spirito umano, di perversione e di assoluto egoismo ritrova un senso, una redenzione e una speranza solo nella consapevolezza della morte di un Figlio, non importa se reale o soltanto creduta. 
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Chi ha paura di Virginia Woolf?
by Edward Albee
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Breve storia della musica
by Massimo Mila
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Myricae
by Giovanni Pascoli
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Le nonstorie della noncomunicazione
Chi da questa raccolta di cento racconti, ognuno rigorosamente di una sola pagina, si aspettasse cento microromanzi o anche solo microstorie nel senso classico del termine, resterebbe deluso. Come me, insomma. In realtà siamo di fronte a cento nonstorie, concettuali e spesso concettose, costruite su paradossi e su articolati castelli di periodi ipotetici dell’irrealtà. Pagine di lettura complessa e a tratti faticosa, che però non premiano in alcun modo dell’impegno che richiedono, spingendo invece il lettore nell’inquietante mondo della noncomunicazione, fasciandolo in una sgradevole sensazione di isolamento. Straordinaria comunque l’intuizione dell’autore, capace di creare, in pieno XX secolo, un genere letterario completamente nuovo; apprezzabili anche il linguaggio ricercato, così sorprendentemente simile alla prosa barocca, e le atmosfere alla Magritte, dove anonimi “signori” in divisa da borghese si muovono entro città spettrali, mentre le loro apparentemente ordinate esistenze vengono sconvolte da fatti e incontri irrazionali. Vicende (o illusioni di vicende) urbane non dissimili comunque per impianto dagli episodi che vedono come protagonisti draghi, fantasmi ed esseri chimerici. A proposito di libri come questo si parla di metaletteratura; a me sembra più che altro letteratura autoreferenziale, che si attorciglia su sé stessa. 
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Poesie di Giovanni Pascoli - Myricae
by Giovanni Pascoli
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Centuria
by Giorgio Manganelli
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La verità è irraggiugibile (ma in fondo non importa)
Amici inseparabili e quasi simbiotici fin dall’infanzia, fin dai tempi del collegio militare, Henrik e Konrad, due ormai anziani ex ufficiali, si ritrovano in un castello nei Carpazi quarant’anni dopo una drammatica e misteriosa vicenda che li ha bruscamente divisi. Cosa è realmente accaduto nel 1899, durante una battuta di caccia? E che ruolo vi ha giocato Krizstina, l’eterea ed enigmatica moglie di Henrik, morta otto anni dopo? La verità viene alla luce un tassello alla volta, come un trauma rimosso durante un’indagine psicanalitica, ma la sua definizione finale si rivelerà irraggiungibile. Scritto in una prosa sinuosa e malinconica che ricorda quella di Roth, il romanzo si presenta nettamente diviso da una cesura. Nella prima parte la vicenda procede a passo lento, tra flashback sulla giovinezza dei protagonisti e suggestive rievocazioni della Vienna imperiale, cariche di nostalgia; la seconda parte invece è quasi interamente occupata da un monologo di Henrik, che si dipana purtroppo a fatica tra continue digressioni e considerazioni di ordine filosofico. La resa dei conti, in questo duello a distanza prolungatosi per quarant’anni fino alle stoccate finali, davanti alle braci di un camino in un maniero immerso nel buio, non potrà che lasciare un senso di vuoto e di irreparabilità. Nulla di strano: le ragioni non hanno alcun valore, nella geniale metafora dello scontro titanico tra due secoli, connessi indissolubilmente e mortalmente nemici. Che importa il perché? Solo questo ha importanza: la splendida e nobile Europa di un tempo è morta, perduta per sempre.
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Le braci
by Sandor Marai
(*)(*)(*)(*)(*)(6,902)

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