Mauro Marconi
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Mauro Marconi

Ho studiato biologia, vivo e lavoro a Recanati, dove svolgo la professione di insegnante

Jul 8, 1958

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Quale peso effettivo hanno avuto le idee rivoluzionarie di Charles Darwin sui tragici eventi bellici che hanno caratterizzato il periodo tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento? E’ quanto si chiede Antonello La Vergata in questo saggio (in realtà una collezione di scritti oggetto di lezioni universitarie in ambito sociologico) in cui l’autore, attingendo a molteplici fonti, rende evidenti le forzature interpretative del pensiero del grande scienziato inglese, utilizzate – peraltro molto parzialmente – da filosofi, sociologi, storici e militari per giustificare la necessità, se non addirittura l’inevitabilità dei conflitti armati. Ciò che oggi passa sotto il termine di “darwinismo sociale” sembra essere un insieme di luoghi comuni – non di rado in contraddizione fra loro – cui si fa appello in modo totalmente acritico allo scopo di avvalorare idee antecedenti la teoria dell’evoluzione per selezione naturale. Il richiamo ossessivo ai concetti di razza superiore, di spazio vitale, di mito, di sangue (?), che nulla hanno a che fare con il darwinismo, è parte della peggiore storia culturale di molti popoli europei, fin dal Settecento, e nulla che sia stato interpretato da non pochi studiosi come una diretta emanazione dell’evoluzionismo affonda di fatto le sue radici in esso. Potremmo sospettare che, in moltissimi casi, la sociologia (ed anche la storia) si sia servita della biologia per accreditarsi quale disciplina “oggettiva”. Il testo riporta il pensiero di numerosi cultori dell’ideologia della guerra come male necessario; a volte si stenta a credere che alcuni di loro possano avere realmente pensato quello che hanno scritto. Alla più scontata esaltazione della guerra come scelta indispensabile per rinvigorire le popolazioni rammollite da un’esistenza troppo “borghese”, questi alfieri della lotta incessante per l’egemonia del migliore aggiungono – come nel caso del nazi-fascismo – la delirante apologia della mistica nordico-ariana o, non necessariamente in alternativa, il richiamo ad un ancestrale spirito bellicoso proprio della nostra specie (o razza, qui i termini vengono spesso confusi o considerati sinonimi) che gli intellettualismi dei benpensanti e dei pacifisti rischiano di soffocare, a tutto danno, si capisce, del nobile sangue degli eletti. Cosa ci sia di “darwiniano” in tutto ciò si fa fatica a dire. L’evoluzione darwiniana – come tutti o quasi ormai sanno – si basa sulla produzione di varianti genetiche (per lo più dovute a mutazioni) e sulla conseguente selezione degli individui con combinazioni genetiche più favorevoli alle condizioni ambientali (anch’esse mutevoli nel tempo). La retorica misticheggiante di cui sono intrise le varie versioni del cosiddetto darwinismo sociale nulla ha a che vedere con i principi, ormai ben saldi, della biologia evoluzionistica. Chi pensa il contrario, o è vittima della propria ignoranza (ed è quindi opportuno che vada a leggersi qualche serio trattato di evoluzionismo) o è in malafede.
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Guerra e darwinismo sociale
by Antonello La Vergata
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Guerra e darwinismo sociale
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Vado forse controcorrente e dico che queste brevi, alcune brevissime, prose ispirate – come tutte le opere di Federigo Tozzi – ad un’autobiografia cristallizzata in una sorta di doloroso incanto, non sono un inno alla “natura”, né un tentativo di oggettivazione dei sentimenti propri del narratore. Le “bestie” che fanno capolino in ognuna delle microstorie di questa raccolta sono la metafora dei sensi coi quali ciascuno di noi percepisce le esperienze della vita quotidiana, belle o brutte che siano. Tozzi ci sollecita a prendere per preziose tutte le sensazioni – perfino le più tristi, perfino quelle che preferiremmo dimenticare nel minor tempo possibile – che nei modi più inattesi costruiscono il nostro carattere e ne definiscono gli aspetti inconsci. Si può dire che lo scrittore senese abbia preso alla lettera Freud e che il suo prosare sia lo strumento di indagine più efficace per sconfiggere la rimozione. Tutto quello che ci accade, e che noi percepiamo più o meno consapevolmente, trova rifugio nello scrigno riposto della nostra mente profonda, quella “rettiliana”, e compito degli artisti moderni è di far riaffiorare quanto è successo intorno a noi e permetterci di capire come ci ha cambiati. Il tutto si gioca sulla proiezione interna e sulla conseguente rielaborazione mentale delle percezioni visive, acustiche, ecc., quasi che il paesaggio in cui tali esperienze si producono dovesse prima interiorizzarsi per consentirne la fissazione. Solo da pochi anni sappiamo come funzionano certi meccanismi cerebrali, dove sono situati i centri della memoria, quali sono i mediatori chimici che assicurano la stimolazione neuronale. Le parti del cervello hanno nomi complicati e molte funzioni non hanno ancora oggi una spiegazione dettagliata nei termini rigorosi delle neuroscienze. Che male c’è se, seguendo Tozzi, diamo loro l’aspetto della lumaca, della rondine o del “vipistrello”? A volte le esperienze sono negative, preferiremmo non doverle ricordare: è forse per questo motivo che Tozzi allude a sevizie o addirittura all’uccisione di alcune delle sue bestie (lasciandoci sgomenti, anche senza essere animalisti viscerali)? Al di là delle varie interpretazioni critiche – fa quasi sorridere leggere la diversità estrema di opinioni riguardo il significato, o i significati, di quest’opera così singolare –, rimane il fascino di una narrazione certo anomala rispetto ai canoni estetici del tempo (siamo all’inizio del Novecento) eppure indubbiamente affascinante sotto il profilo linguistico. Ma questa non è una novità per Tozzi; lo è invece l’avere innalzato il mondo animale – seppure in maniera trasfigurata – agli onori della letteratura italiana con le sue sorprendenti epifanie zoologiche, recuperando la lontana, quasi dimenticata tradizione medievale dei bestiari e quella più tarda degli scrittori di storia naturale del Cinquecento.
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Bestie
by Federigo Tozzi
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Tra i tanti concetti che sembrano corrispondere ad una realtà indiscutibile, per lo meno dal punto di vista del cosiddetto senso comune, c’è quello di razza. Chiunque d noi ha utilizzato questo termine – non solo, beninteso, per indicare il pastore tedesco piuttosto che il setter – e perlopiù senza alcuna malizia o retropensiero imbarazzante. Dire che un certo individuo è di “razza caucasica” o di “razza africana” sembra un’ovvietà che non necessita di ulteriori spiegazioni: lo si dice col solo intento di farsi capire dall’interlocutore. Le cose si complicano parecchio quando al termine si associa un aggettivo che tende a qualificare etnicamente o confessionalmente l’individuo – ad esempio la “razza ebraica”, o la “razza negroide”. Se si considera la questione sotto il profilo storico, anziché sotto quello meramente linguistico, la parola razza ha avuto un iter travagliatissimo, e nel Novecento è diventata sinonimo di discriminazione politica e addirittura di istigazione al genocidio. Il pesante fardello che ci portiamo dietro da quando alcuni folli cultori del mito della “razza pura” hanno deciso che era lecito, anzi necessario, evitare che i popoli “civilizzati” corressero il rischio di imbastardirsi, continua a farsi sentire fino ad oggi, anche nel dibattito scientifico fra esperti di genetica delle popolazioni. Gli autori di questo saggio di divulgazione scientifica, mai banale e non sempre di facile lettura, hanno avvertito la necessità di fare chiarezza sulla controversia accesasi a seguito della recente pubblicazione di un testo specialistico nel quale si ripropone l’oggettiva esistenza delle razze umane. Tutto inizia dagli studi sul sequenziamento e la comparazione del DNA delle varie popolazioni del mondo, che per alcuni porterebbero dritti alla conferma della sostanziale “omogeneità” di certi gruppi (razze) geograficamente ben individuabili. Qui il discorso si fa estremamente tecnico; entrano in gioco le varie metodologie di analisi statistica sulle differenze nei caratteri ereditari e l’interpretazione che se ne può ricavare. Secondo l’opinione dei – chiamiamoli così, per semplicità – “pro-razze”, tali differenze risultano statisticamente significative, mentre per gli “anti-razze” la lettura degli stessi dati è a dir poco arbitraria, o quantomeno parziale. A prescindere da come si possono interpretare le informazioni relative alle sequenze di basi azotate in alcuni tratti riscontrabili sia nel DNA nucleare sia in quello mitocondriale, non può essere disconosciuto il fatto che gli oltre sette miliardi di individui che popolano oggi il pianeta Terra siano estremamente simili sotto l’aspetto genetico, soprattutto a causa delle innumerevoli migrazioni – storicamente provate da inconfutabili testimonianze archeologiche, oltre che biologiche – che, nell’arco dei millenni, hanno più e più volte rimescolato i geni delle popolazioni. Vengono pertanto a cadere tutti quegli stereotipi sulla “purezza della razza”, il cui fondamento discriminatorio su base ideologica e antiscientifica appare quindi definitivamente validato. Quali interessi si nascondono allora dietro ai più recenti tentativi di riesumare, da parte di alcuni biologi, un concetto ormai screditato? Su questo punto DeSalle e Tattersall non esprimono opinioni, forsanche per una forma di delicatezza o di pudore professionale nei confronti di loro colleghi. Dato per scontato che l’onestà intellettuale di uno scienziato dovrebbe tenerlo lontano dalla pericolosa tentazione di piegare i dati oggettivi al proprio credo “politico”, ho l’impressione che si debba ritornare alla questione iniziale, quella relativa alla consuetudine che costringe molti di noi a dare per scontata, perfino ovvia, l’esistenza di costruzioni mentali che tali sono e che non hanno alcun riscontro nei fatti. E’ il tributo che ancora paghiamo ad un certo modo di intendere il platonismo, filosofia affascinante ma che ci spinge a pensare che il mondo delle idee sia più vero del mondo reale.
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Una scomoda scienza
by Ian Tattersall, Rob DeSalle
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Quando, negli anni Cinquanta, Calvino pubblicò la trilogia de “I nostri antenati”, non pochi dovettero pensare che fosse impazzito. Ma come – immagino il succo di certi commenti critici di allora – con quel po’ po’ di storia recente ancora da raccontare (la Seconda guerra mondiale, la Resistenza) e da trasformare in letteratura nuova e palpitante, questo se ne viene fuori con certi personaggi strampalati, senz’altro più degni delle favole che dei romanzi! Eppure aveva cominciato così bene (con “Il sentiero dei nidi di ragno”, s’intende), cosa l’avrà traviato? Forse sto esagerando – ed è pur vero che l’opera riscosse un bel successo all’estero, oltre che essere positivamente recensita da illustri letterati italiani, Montale fra questi – ma credo che in quel periodo scrivere storie “di fantasia” fosse veramente considerato blasfemo. Oggi che il genere “fantasy” (termine che, chiedo scusa, detesto quasi come “fiction”) imperversa e in certi casi arricchisce immeritatamente (e chiedo ancora scusa per la mia parzialità di giudizio) narratori di dubbio talento artistico, l’uscita di racconti come “Il visconte dimezzato” o “Il barone rampante” verrebbe salutata come uno straordinario e innovativo tributo al genere, e certamente riceverebbe il plauso unanime di critica e lettori. Come cambiano i tempi, e soprattutto come cambiano i gusti! Diciamo poi che Calvino può piacere o meno, anche oggi; non tutti lo considerano uno scrittore fondamentale del Novecento – parere a dir poco “eretico”, e chiedo scusa per la terza volta. Ma credo che su un punto non si possa discutere: Calvino è l’autore che più di qualunque altro del suo tempo ha capito l’importanza di avere uno sguardo aperto sul mondo e sulle “altre” culture. Senza il suo contributo, nella nostra un po’ settaria e supponente letteratura non avrebbero trovato diritto di cittadinanza la scienza (vedi “Le Cosmicomiche”) o la stessa narrativa fiabesca, dal cui humus al tempo stesso popolare e colto sono emersi per l’appunto i tre racconti lunghi (o romanzi brevi, se preferite) che costituiscono questa singolare trilogia. Perché vale la pena di leggerla? Innanzitutto perché la scrittura è elegante e al tempo stesso divertente; poi perché la fantasia – quella vera, frutto del genuino talento dell’autore – riesce a rendere verosimili personaggi e situazioni del tutto irreali; infine perché dopo aver terminato il libro ci viene la voglia di leggere, o rileggere, le altre opere di Calvino, del tutto diverse ma altrettanto importanti per apprezzare appieno la grandezza (eh sì, stavolta mi sbilancio) di un uomo di vasta, profonda cultura e di rara capacità affabulatoria. Non vorrei che qualcuno pensasse che sono un inguaribile nostalgico delle belle lettere che furono, in particolare della seconda metà del Novecento; ma è sufficiente azzardare un’analisi comparativa tra le cose scritte allora e non poche di quelle che – ahinoi – ci tocca digerire oggi, per rendersi conto delle abissali differenze qualitative e di contenuto tra un Moravia, un Pavese, un Primo Levi, un Calvino e … lascio volutamente i puntini di sospensione a beneficio di chi desidera inserire qualche nome di narratore contemporaneo – anche pluripremiato – non proprio equiparabile ai nostri grandissimi scrittori del secolo scorso. E qui non chiedo scusa.
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I nostri antenati
by Italo Calvino
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Mancava il voyerismo fra le tante malefatte della odiata borghesia ed eccolo qua, servito bello caldo e giusto un po’ ripugnante, tanto per sgradire. Che poi, a guardare meglio, tanto malefatta non è, se costringe un figlio disilluso, ex-sessantottino, e con tratti marcatamente adolescenziali a riconsiderare – quasi freudianamente – il suo rapporto con un padre cattedratico illustre e inguaribile erotomane. Come al solito, anche in questo romanzo di Moravia la “trama” è un pretesto per mettere a nudo le fragilità caratteriali dei protagonisti, il loro percepirsi estranei in un contesto sociale tanto agiato (dal punto di vista del tenore di vita) quanto misero sotto il profilo dei rapporti umani. Tratto comune di tali personaggi è il non riuscire a credere in nulla; il vuoto esistenziale che li circonda e li paralizza è una sorta di condanna che li vede perdenti senza rimedio e senza alternative. “La borghesia mi ha tradito”, diceva Moravia in una delle ultime interviste, e non si riferiva certo solo alla benevolenza nei confronti del fascismo. E’ proprio il non avere punti di riferimento “alti” – che so, al limite, un credo religioso – che lo scrittore romano imputa come colpa grave al ceto cui pure apparteneva. Ma nell’ ”Uomo che guarda” c’è qualcosa in più rispetto al solito, sconfortante panorama di desolazione umana; c’è la ricerca di un piacere puramente percettivo – il guardare – allo scopo di mettere a tacere le paure interiori e le minacce “esterne” incombenti (l’incubo ricorrente della guerra nucleare). Ma è un guardare reso putrido dalla totale mancanza di partecipazione emotiva, di reale coinvolgimento nell’atto stesso dell’osservazione. Fotografare una nuvola di forma strana che incombe su San Pietro e immaginare di avere immortalato la fine del mondo; spiare l’infermiera di tuo padre infermo mentre per gentilezza gli esibisce il sesso e prendere atto della sua superiorità mascolina; in entrambi i casi si avrà un godimento inspiegabile con le consuete categorie del bene e del male. E i godimenti fugaci, forieri di rimorsi e di nuove ansie sempre più difficili da placare, sembrano essere la sola droga efficace contro la “Noia” (altro romanzo chiave) di un modo di vivere sempre condizionato dalla costitutiva fragilità di chi non può sperare di vincere perché ha deciso fin dall’inizio di evitare il conflitto. Nessuna speranza di “redenzione” per costoro? Davvero è necessario mettere la pietra tombale sulla classe che ha contribuito in modo (forse) decisivo alla modernizzazione del nostro paese dopo le sciagure della dittatura e della seconda guerra mondiale? Cosa resta oggi dei fasti che fino a non molti anni fa hanno accompagnato le storie familiari di tanti imprenditori ammirati e invidiati? Quanto è ancora udibile il grido moraviano contro un certo modo di intendere l’etica sia nella sfera pubblica sia in quella privata? I libri di Alberto Moravia furono presi di mira dai vertici del Vaticano e messi all’Indice, negli anni Cinquanta, perché ritenuti irrimediabilmente corrotti sotto l’aspetto morale; ma perché non considerare che proprio dalla denuncia – seppure sotto una forma letteraria dal linguaggio fin troppo esplicito – della corruzione morale degli individui ritenuti socialmente più “affidabili” può nascere quella scintilla di indignazione che, ne sono certo, lo stesso vicario di Cristo saluterebbe come rigeneratrice?
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L'uomo che guarda
by Moravia Alberto
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L'uomo che guarda
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Chi ha vissuto, come me, la sua adolescenza in quel decennio chiave per capire la storia recente della nostra repubblica, dovrebbe sentire la necessità di capire meglio cosa successe allora e quali conseguenze, talvolta drammatiche, scaturirono dai molti fatti sociali e politici caratterizzanti quel breve ma intenso periodo. Il 1968, anno cruciale in molta parte d’Europa per quanto riguarda le contestazioni giovanili, con la sua mitizzazione spesso eccessiva – nel bene e nel male -, costituisce lo spartiacque tra il vecchio modo di intendere la politica e le nuove spinte riformiste che in molti settori della società ebbero a originarsi e, in alcuni casi, a produrre cambiamenti effettivi. Si pensi alla scuola, ai diritti dei lavoratori, alla sanità, ecc., non senza pagare un prevedibile scotto all’urgenza con cui tali riforme videro la luce. Accanto a molti e indiscutibili progressi, non deve essere sottaciuto il fatto che il periodo post-Sessantotto fece parlare di sé anche per aspetti degenerativi e talvolta violenti. L’autore di questo saggio molto ricco di stimoli, oltre che di informazioni “di prima mano”, ha scelto di fornire il suo particolare punto di vista in proposito seguendo i destini di una formazione politico extraparlamentare – “Lotta Continua”, di cui De Luna fu un militante, seppure critico. Non si creda, tuttavia, che questo saggio sia “di parte”; è vero che De Luna rivendica senza pudori l’importanza dei movimenti di estrema sinistra all’interno della dialettica tra capitale e lavoro (in tal senso la centralità della cosiddetta “questione operaia” viene riproposta quasi ossessivamente, e il dibattito sul modo di affrontarla serve a capire perché quel movimento fallì e quali distorsioni la “secessione” tra le diverse anime del comunismo integralista provocò nel movimento stesso), ma lo sguardo distaccato dello storico prevale sempre sulla partecipazione empatica agli avvenimenti di allora. Ne è prova il fatto che nessuna attenuante viene concessa a quelli che venivano chiamati da qualcuno, in modo colpevolmente indulgente, “compagni che sbagliano” (i brigatisti rossi), la cui svolta omicida non trova giustificazioni ideologiche neanche presso gli irriducibili antagonisti del potere (padronale) costituito. E se pure, nella parte finale, De Luna si lascia andare a qualche malcelata nostalgia ricordando i più recenti fatti del G8 di Genova – dove la contestazione giovanile ha ripreso fiato avendo come nemico il capitalismo globalizzato -, durante i quali venne ucciso un ragazzo da un poliziotto (ma ricordiamo che in quel caso fu l’aggressione del giovane, del tutto gratuita, a provocare la tragedia), la narrazione complessiva si fa apprezzare per equilibrio ed onestà intellettuale. Rimane aperta la questione del cosa pensino oggi le nuove generazione e quali siano le critiche mosse ad una società che, anche rispetto al decennio richiamato nel sottotitolo, non sembra proprio essere riuscita a rimuovere tutte le storture e le ingiustizie che tutt’oggi la affliggono. Credo che i problemi – rispetto ad allora – abbiano assunto una dimensione planetaria che cinquant’anni fa era percepita in maniera assai vaga; si pensi alla crisi ambientale, che tanto preoccupa gli scienziati e i politici più accorti e lungimiranti, e che è alla base di tanti altri problemi sociali: le migrazioni di massa, le disuguaglianze economiche, il mancato accesso ai servizi sanitari, la recrudescenza di malattie un tempo credute estinte o quasi, eccetera. Viene da concludere che una nuova stagione di contestazioni, ma accompagnate da soluzioni concrete, non utopistiche e antiideologiche, possa essere positivamente auspicata se la “questione operaia” (risoluzione del conflitto capitale-lavoro) riuscirà ad essere reinquadrata e ridefinita nella più ampia e interconnessa “questione ecologica” (risoluzione del conflitto capitale-natura). Ce ne sarebbe abbastanza per inaugurare una nuova, e speriamo fruttuosa, stagione di lotta e di riforme. E qualche segno incoraggiante stiamo iniziando a vederlo.
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Le ragioni di un decennio.
by Giovanni De Luna
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Le ragioni di un decennio.
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Personaggio atipico nel panorama letterario italiano del Novecento, Landolfi – lo confesso – ha destato in me un moto di sincera simpatia quando ho letto della sua naturale idiosincrasia a farsi pubblicità e a ricevere premi. In un’epoca in cui la comunicazione spesso degenera in autocompiacimento ed esibizione di sé fino alla nausea, sapere che sono vissuti in mezzo a noi individui di indubbio valore culturale (e Landolfi lo era) così schivi e così beffardamente autoironici è come trovare un’oasi di acqua fresca in un deserto rovente. Questa è la prima – e forse la più importante – lezione di questo toscanaccio fuori dagli schemi; la seconda lezione bisogna apprenderla leggendo i suoi scritti, almeno altrettanto singolari, se non di più, del loro autore. Questi “Racconti impossibili” rendono bene l’idea di chi sia stato Landolfi e dove volesse andare a parare. Maestro assoluto nel controllo dell’espressione linguistica, acuto indagatore degli animi umani più irresoluti, implacabile nel cogliere in fallo i suoi detrattori meno attenti (ma non per questo meno accreditati), viene il dubbio che Landolfi si sia fatto molti nemici a scapito del riconoscimento pieno della indubbia originalità della sua opera. E’ sempre stucchevole, oltre che un tantino scorretto, fare paragoni con i contemporanei, ma come evitarli – a tutto svantaggio di questi ultimi – dopo che si è letto, e con fatica, ciò che di meglio la letteratura d’oggi propone? E’ pertanto con grande piacere, direi quasi con sollievo, che una casa editrice importante come Adelphi abbia avuto la sensibilità di ristampare le opere di Tommaso Landolfi su cui molti critici letterari saranno obbligati a rivedere i giudizi dei loro colleghi di un tempo.
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Racconti impossibili
by Tommaso Landolfi
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Si dà per scontato che l’inclinazione ad aiutare il prossimo sia una qualità innata nell’uomo ovvero, per dirla con Kant, che l’altruismo sia un imperativo categorico della legge morale a cui tutti noi, consapevolmente o meno, sentiamo di dover obbedire. In realtà, la questione dell’origine e della diffusione di questo “sentimento” (termine improprio, ma lo uso solo per farmi capire meglio) è tutt’altro che scontata. Proviamo a mettere da parte per un attimo il giudizio etico e chiediamoci: perché mai gli esseri umani, come singoli individui, dovrebbero curarsi anche degli altri anziché badare esclusivamente al proprio tornaconto? Dal punto di vista esclusivamente darwiniano, il comportamento egoistico è quello che più garantisce all’organismo l’opportunità di sopravvivere e riprodursi; l’altruismo (gratuito, cioè disinteressato) non garantisce nulla e comporta invece uno spreco di energie per favorire un contendente (nella riproduzione, nella ricerca delle risorse vitali). Il paradosso è evidente: l’altruismo esiste malgrado la strategia vincente, nel lungo periodo, sia l’egoismo. Davis Sloan Wilson espone nel suo libro il pensiero biologico contemporaneo intorno a tale problema, offrendo una panoramica esaustiva e documentata dei vari aspetti della questione – che toccano tra gli altri la politica, la sociologia e la religione – grazie ai quali, a parere dell’autore, è oggi possibile dire qualcosa di sensato in merito all’inclinazione alla “bontà verso il prossimo”. Considerazioni teoriche e riscontri sperimentali, anche su specie diverse dalla nostra, ci dicono che l’altruismo deve essere considerato una strategia evolutivamente vincente se inquadrato nella cosiddetta teoria della selezione di gruppo. Se è vero, come è vero, che i comportamenti egoistici degli organismi sono quelli che più favoriscono la riproduzione, quindi la trasmissione dei geni, e la diffusione nell’ambiente della specie, nel caso degli animali altamente sociali, le aggregazioni (gruppi di conspecifici) che hanno più successo sono quelle costituite da individui altruisti. In sostanza, i gruppi formati da altruisti hanno la meglio nella competizione darwiniana, cioè fanno più figli, rispetto ai gruppi costituiti da egoisti. Il fatto che, in questo caso, le conclusioni prodotte dalla scienza coincidano con quelle elaborate dall’etica (nel senso che l’altruismo, da entrambi i punti di vista, sia considerato un valore altamente positivo) non deve indurci a cadere in uno dei fraintendimenti più comuni in casi come questi, quello che va sotto il nome di “fallacia naturalistica”, vale a dire il credere che ciò che riscontriamo in natura sia moralmente indicativo, o addirittura prescrittivo, per la nostra specie. Un conto è ciò che accade nel mondo fisico, frutto di fenomeni del tutto amorali, altra questione è la già ricordata legge morale. La natura fa il suo corso, frutto di meccanismi legati spesso a eventi contingenti e imprevedibili; l’uomo elabora i suoi principi etici sulla base di considerazioni che poco o nulla hanno a che fare con quei meccanismi. Il non essere riusciti a tenere distinte questi due aspetti è stato (ed è ancora, purtroppo) spesso causa di gravi errori concettuali e di conseguenti incomprensioni anche e soprattutto a livello politico-legislativo (si vedano in proposito le numerose controversie sui delicati temi della bioetica).
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L'altruismo
by David S. Wilson
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Sono lontani i tempi in cui E. O. Wilson, pubblicando il suo famoso testo “Sociobiologia: la nuova sintesi” (1975), si attirava addosso le critiche feroci di tutti coloro che avevano in orrore la proposta di uno studio biologico-comparativo dei comportamenti sociali umani. Oggi, per fortuna, il clima culturale è cambiato e l’approccio naturalistico alla comprensione delle nostre azioni, come singoli e come collettività, non è più considerato un’eresia da consegnare al rogo purificatore dell’umana singolarità. Questo breve ma denso testo del mirmecologo più celebre del mondo conferma che è non solo possibile capire attraverso la storia naturale delle varie comunità viventi come sono nate e si sono evolute le società umane, ma soprattutto che questo approccio è l’unico in grado di gettare luce su una delle peculiarità della nostra specie (l’eusocialità portata a livelli mai raggiunti prima da nessun’altra forma vivente). Wilson si serve di un concetto molto discusso – anche nel recente passato – per illustrare quell’excursus che in qualche modo lega le società animali fra loro, in un percorso storicamente indipendente ma alla cui base c’è la cosiddetta “selezione di gruppo”. In sintesi, tale concetto si fonda sulla risoluzione di un paradosso tipicamente darwiniano: se la selezione naturale premia gli individui – quindi favorisce una sorta di “egoismo” – come è possibile che in natura si costituiscano degli aggregati (dei gruppi, per l’appunto, o delle società, nel caso delle specie eusociali) con una fitness, ossia una capacità adattativa, superiore a quella dei singoli individui? In breve, per quale motivo le associazioni intraspecifiche sono favorite dalla selezione naturale? La risposta – ampiamente corredata da esempi tratti dal mondo degli insetti, ma non solo – sta nel considerare i gruppi come associazioni di organismi cooperanti come unità selettive dotate di maggiore successo riproduttivo, e quindi di maggiore diffusione negli ambienti, rispetto ai singoli individui “egoisti”. Resta il problema di capire come mai, allora, la socialità non sia emersa più spesso nel corso della storia naturale dei viventi; a tutt’oggi, le specie caratterizzate da una evidente organizzazione collettiva sono molto poche. Probabilmente si deve tenere conto di altri fattori, ad iniziare dalla disponibilità e dalla qualità delle nicchie ecologiche che richiedono soluzioni “individualistiche” piuttosto che “collettivistiche”. Ma aldilà dei dettagli, di certe interpretazioni che taluni potrebbero trovare un po’ forzate, resta la soddisfazione di vedere ormai benevolmente accolto, anche da parte dei critici una volta intransigenti, il tentativo di spiegare le società umane mediante la comparazione con le società non-umane. Un bel progresso rispetto al clima intollerante, alimentato da interessi che poco hanno a che fare con la scienza ma molto con l’ideologia, che offuscava il campo di studio della sociobiologia solo pochi decenni fa.
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Mauro Marconi wrote a review
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Un manuale insolito, che mette insieme due mondi in apparenza molto distanti – quello della managerialità e quello della creazione artistica (musicale, nello specifico) – grazie alle sette note. Ad ognuna di esse gli autori associano una competenza (es. Do = Dominio del sé; Re = Responsabilità, ecc.) che viene declinata nei modi opportuni in ciascuno dei due ambiti. Ne scaturisce un mix, però ben integrato, che ci aiuta a capire quali sono i segreti del successo nella vita professionale ed in che modo possiamo incrementare e rendere più efficaci (oggi si direbbe “implementare”) le qualità che ognuno di noi ha in sé, in misura più o meno sviluppata, ma che non sempre emergono nell’agire quotidiano. E’ quindi anche una specie di riflessione su se stessi, di autoverifica delle proprie potenzialità. E si scopre inoltre che managerialità e musica non sono poi così distanti come parrebbe. Gli autori sono indubbiamente, oltre che competenti nei loro rispettivi campi, bravi divulgatori e cercano di essere molto pratici, esemplificativi, quando affrontano argomenti sui quali difficilmente ci si ferma a riflettere (si pensi alle relazioni “psicologiche” con i colleghi di lavoro, o alla ricerca delle oscure criticità che talvolta fanno fallire un progetto importante). La sezione “musicale” è quella che indubbiamente attrae di più, ricca com’è di casi – cioè di musicisti (tutti o quasi della scena rock) – di grande notorietà e di grande impatto mediatico; la sezione dedicata alla managerialità rimane forse un po’ troppo tecnica, con un linguaggio sovente ad uso esclusivo degli addetti ai lavori. Ad ogni modo un libro a suo modo “utile”, il cui scopo dichiarato (e in gran parte raggiunto) è di far riscoprire in chi legge quelle qualità/competenze che possono migliorare l’approccio di ognuno alla propria professione, riaccendendo quell’autostima che a volte perdiamo a causa della routine quotidiana. E qui mi fermo, per evitare che una recensione come questa possa essere scambiata per un foglietto illustrativo di una vasca idromassaggio…