Ale 75
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Ale 75

Nov 2, 1975

Italy

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La palude
by Charlotte Link
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Ninfa dormiente
by Ilaria Tuti
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L'educazione
by Tara Westover
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La civiltà degli alberi
"Gli alberi sono le colonne del mondo, quando gli ultimi alberi saranno stati tagliati, il cielo cadrà sopra di noi", così recita un detto dei nativi americani che mi è sempre rimasto impresso. Questo libro racchiude tante informazioni interessanti sulle "colonne del mondo", però lo fa in modo un pò troppo freddo, poco empatico per i miei gusti...mi aspettavo più poesia, più sentimento, che invece non ho proprio percepito. Fino circa a metà è stata una lettura faticosa, trascinata a lungo: descrizioni molto tecniche su conformazione e funzionamento di radici, tronco, rami, corteccia...per carità, spiegazioni ineccepibili che denotano una grande competenza e conoscenza da parte dell'autore (che non a caso è stato guardia forestale e attualmente gestisce un bosco di tremila acri in Germania), ma a chi non è esperto di botanica può risultare un pò pesante. Nella seconda parte, invece, gli argomenti diventano meno tecnici e catturano anche chi, come me, capisce poco di scienza ma semplicemente ama gli alberi e la natura in generale. Ho imparato, ad esempio, che nelle giornate di nebbia stare nei boschi è pericoloso quanto durante i temporali, che il sale antigelo cosparso sulle strade in inverno può provocare gravi danni all'habitat circostante facendo letteralmente seccare gli alberi, che rastrellare i giardini per ripulirli dal fogliame non è esattamente una buona abitudine, che gli alberi comunicano tra loro scambiandosi segnali contro i nemici attuando una vera e propria strategia difensiva di gruppo... e tante altre curiosità affascinanti. Anche se non ho avuto feeling con l'autore e il suo stile di scrittura, lo considero indubbiamente un buon libro per conoscere i molteplici e intriganti aspetti del regno degli alberi, scoprirne i segreti e rinvigorire la nostra coscienza ecologica.
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Racconti di un veterinario d'altri tempi
In tempo di coronavirus, questa lettura è stata una benedizione. Accompagnare Herriot nelle sue visite in giro per la campagna inglese, a volte divertirsi e a volte commuoversi per le vicissitudini dei suoi pazienti a quattro zampe è stato piacevole e rilassante. Ci si ritrova immersi in un mondo di bellezza, semplicità e umanità. Un mondo che non esiste più ma che si può almeno ricordare...o riscoprire in certi libri. Mi ha fatto pensare a quando da piccola volevo fare la veterinaria e mi ha fatto rimpiangere di non averci almeno provato (per colpa della mia poca voglia di studiare). Certo, al giorno d'oggi le cose sono cambiate: i veterinari non devono più andare in stalle buie e gelide, sono ormai poche le mucche chiamate per nome, esistono gli antibiotici e tanti altri farmaci che risolvono i problemi senza starci tanto a pensare, non serve più tanta abnegazione e il lavoro è senz'altro meno duro... ma chissà se i veterinari moderni avranno le stesse appaganti soddisfazioni dei loro colleghi di tanto tempo fa. Io non credo. Lettura che consiglio a tutti coloro che hanno bisogno di staccare la spina e distanziarsi dalle brutture della realtà. Non è sempre una scrittura avvincente (in alcune parti perde un pò di brio), ma infonde davvero tanta serenità. Ed è quello che conta. 3 stelle e 1/2
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Tremendamente attuale
Da una parte c'è Bethany, una ragazzina matricida rinchiusa in un ospedale psichiatrico, in preda a stati allucinatori che le donano visioni catastrofiche del futuro. Che prontamente si avverano. Dall'altra c'è Gabrielle, una psicologa reduce da un grave incidente in cui ha perso il compagno e l'uso delle gambe, che sta cercando faticosamente di riprendersi la vita e imparare a riaccettarsi. Nonostante tutto. Le loro esistenze si incontrano e si intersecano, fino a diventare indispensabili l'una all'altra, in una corsa contro il tempo fino alla fine. Fino all'ultima profezia. Una lettura avvincente, dal ritmo incalzante e con colpi di scena al posto giusto. Una storia che potrebbe forse rientrare nel genere fantascientifico... ma che di questi tempi appare più attuale che mai. Non avevo mai letto romanzi catastrofistici/apocalittici perchè li immaginavo noiosi e angoscianti, invece ne sono rimasta incredibilmente colpita. La scrittura ben strutturata e particolareggiata, l'analisi psicologica minuziosa dei personaggi nel bene e nel male, la descrizione più che mai realistica dei danni che abbiamo causato al pianeta (e di conseguenza a noi stessi) mi hanno fatto apprezzare questa, per me, insolita lettura, offrendomi anche vari spunti di rifllessione. E qualche domanda, forse retorica, su cui comunque non ci si dovrebbe mai smettere di interrogare. "Un tempo i re piantavano foreste di querce pensando alla legna che se ne sarebbe ricavata dopo un centinaio d'anni. Non era questione di vista, era questione di visione. Cosa ci è accaduto? Com'è possibile che noi, gli inventori di mezzi che attraversano in volo gli oceani, sfrecciano su altri pianeti, scavano cunicoli sottoterra [...] Noi, che abbiamo diviso l'atomo, scoperto gli antibiotici, progettato i computer, impiantato cuori artificiali [...] non siamo riusciti a guardare cinque minuti più avanti nell'arco della nostra vita?"
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Nei grandi boschi del Wisconsin
by Laura Ingalls Wilder
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Un'estate in montagna
by Elizabeth von Arnim
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La saggezza degli alberi
by Peter Wohlleben
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Dakota
by Kathleen Norris
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Cose sagge e meravigliose
by James Herriot
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Canto di Natale
by Charles Dickens
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In cammino con un saggio pellerossa
by Joseph M. Marshall
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Amore e sesso nell'antica Roma
by Alberto Angela
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Una storia incredibile
Il romanzo autobiografico di Marina Chapman, una storia in cui la realtà supera di gran lunga la fantasia. Rapita all’età di 5 anni e poi abbandonata nel cuore della giungla colombiana, la piccola Marina (nome che si è scelta lei in seguito) è riuscita a sopravvivere per alcuni anni grazie a una colonia di scimmie cappuccine, da cui ha imparato a procurarsi il cibo, ad arrampicarsi sugli alberi, a ripararsi dalle forti pioggie, a nascondersi in caso di pericolo, ma anche a socializzare… comunicare, giocare, dare e ricevere affetto. Le scimmie l’hanno protetta e aiutata, facendola sentire parte di una famiglia, per quanto insolita. Quando poi si lascerà trovare da due cacciatori per tornare alla società che le apparteneva, scoprirà a sue spese che gli esseri umani non sono così umani come sperava e la cosiddetta civiltà tutt’altro che civile. Verrà infatti venduta ad un bordello, dove vivrà da schiava, maltrattata in ogni modo possibile e sempre guardata con ribrezzo. Riuscirà a scappare, andando ad aggiungersi alla schiera di 'gamines' (termine con cui la gente chiamava i bambini di strada) che popolavano i sobborghi colombiani, a vivere di miseria ed espedienti seppur nuovamente libera. Il costante desiderio di essere amata, però, la spingerà poi a farsi accogliere nella casa di persone facoltose… che purtroppo si riveleranno criminali senza scrupoli e la tratteranno anche peggio di quanto fosse stata trattata nel bordello. Dotata di un coraggio e una determinazione sorprendenti, riuscirà a non arrendersi mai alla rassegnazione e a tenere sempre viva dentro di sè una fiammella di speranza. Sarà grazie a una vicina di casa, l’unico essere umano che le abbia dimostrato affetto e comprensione, che riuscirà a salvarsi, a tornare libera, a riacquistare fiducia nei suoi simili e a costruirsi una nuova vita. Marina Chapman oggi è una bella signora di circa 70 anni, vive in Inghilterra, è sposata e ha due figlie a cui, da piccole, per farle addormentare, raccontava storie incredibili che parlavano di foreste, di animali e di una bambina in mezzo a loro. Solo dopo molti anni è riuscita a parlare del suo passato… e le sue figlie hanno così scoperto che la bambina di quelle favole era la loro madre. Un racconto che sembra uscito da un libro di Kipling, che si fatica a credere vero… eppure lo è. Due mondi a confronto, due società (quella animale e quella umana) che si mescolano nei ricordi e nell’animo di Marina, che ha sempre mantenuto un’indole un pò selvaggia e che quando ripensa agli anni nella giungla è sopraffatta dalla nostalgia. 3 stelle e ½ **In rete ci sono alcune videointerviste di Marina Chapman, se vi venisse voglia di dare un volto a questa donna dal vissuto così incredibile.
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"E' molto più facile forzare le sbarre di una prigione che aprire porte sconosciute sulla vita"
Mi piace Lawrence. Mi piace il suo modo di raccontare, la sua scrittura semplice ma intensa e, soprattutto, mi piacciono i messaggi che trapelano dai suoi romanzi (a volte censurati) contro i bigotti moralismi della sua epoca. Lawrence è stato un anticonformista, un ribelle. Per questo provo grande simpatia per lui e per le sue opere. Sono andata a leggermi la sua biografia: una vita davvero affascinante, piena di viaggi e di scelte controcorrente. Ho potuto così capire meglio le sue tematiche e la sua critica feroce verso la società. “La vergine e lo zingaro” è un bel racconto che scorre veloce, in cui non mancano i simbolismi contro l’ipocrisia e il conformismo borghese. E’ la storia di una passione proibita tra Yvette, una giovane di buona famiglia imprigionata nei rigidi schemi sociali della sua epoca, e uno zingaro, rozzo e randagio ma totalmente libero. Ed è proprio quella libertà che Yvette brama, per liberarsi dalle costrizioni che la opprimono e dalle rigorose aspettative della famiglia e della società, che non ha mai accettato. “E’ molto più facile forzare le sbarre di una prigione che aprire porte sconosciute sulla vita”, Yvette questo lo sa bene, ma troverà il coraggio almeno di provarci. Ne uscirà rinnovata. E salva. L’unico difetto di questo romanzo breve è di essere, appunto, breve. Leggerò sicuramente altri libri di Lawrence, è un autore di cui voglio approfondire la conoscenza.
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Bed time
by Alberto Marini
(*)(*)(*)(*)( )(96)

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Per guardarci con altri occhi
Cosa avrebbe detto del mondo occidentale un capo tribù polinesiano venuto in visita in Europa agli inizi del '900? Cosa avrebbe pensato del nostro modo di vivere? Come avrebbe descritto al suo popolo, al suo ritorno, gli usi e costumi del papalagi (uomo bianco)? Sicuramente ne avrebbe fatto una descrizione che poco si allontana da quella raccontata in questo libricino, che considero un piccolo gioiello di stampa alternativa. Eccone alcuni estratti: “Il papalagi abita come la conchiglia di mare in un guscio sicuro. La sua capanna è simile a un vero e proprio cassone di pietra. Un cassone di molti piani tutto sforacchiato. […] Il papalagi passa dunque la sua vita tra questi cassoni. Qui crescono i suoi figli, in alto, al di sopra della terra, spesso ancora più su di una palma adulta, tra le pietre. Alcuni hanno nostalgia della foresta, del sole e della luce vera, ma questa nostalgia viene vista come una malattia che bisogna debellare. Se qualcuno non è contento di questa vita tra le pietre si dice: è una persona innaturale.[…] Tutto questo insieme: i cassoni di pietra con tanta gente, i rumori e gli strepiti, la sabbia nera e il fumo che tutto ricopre, senza un albero, senza l’azzurro del cielo, senza l’aria limpida e le nuvole…tutto questo è quel che il papalagi chiama ‘città’. La creazione di cui va tanto fiero.” “E’ segno di grande miseria che l’uomo abbia bisogno di tante cose: dimostra così di essere povero delle cose del Grande Spirito. Il papalagi è povero perché brama tanto le cose. Senza le cose non riuscirebbe a vivere. […] Loro devono fare cose. Devono proteggere le loro cose. Con cuore freddo commettono qualsiasi delitto, per arrivare a ottenere le cose.” “Ci sono papalagi che sostengono di non avere mai tempo. Corrono freneticamente di qua e di là, come se fossero posseduti dal demonio […] Sapere l’età significa sapere per quante lune si è vissuti. Questo contare e cercare di sapere è molto pericoloso, perché si sa quante lune dura la vita della maggioranza delle persone. Ognuno vi presta una grande attenzione, e quando sono passate tante lune si dice: ‘Tra poco morirò’. Non si prova più nessuna gioia e si muore veramente in poco tempo.” “Il missionario ci ha mentito, ingannato. Il metallo rotondo e la carta pesante, chiamati ‘denaro’, questi sono la vera divinità dell’uomo bianco.” Dissacrante e massacrante, nella sua semplicità, questo resoconto è più che mai attuale. E poco importa, per quanto mi riguarda, se è un “falso antropologico”: anche al giorno d’oggi, nonostante l’avanzata del progresso, lo sguardo di un indigeno verso la nostra società sarebbe quantomeno perplesso e sconcertato, come quello di Tuiavii. Straconsigliato a tutti, da leggere e rileggere… per riflettere su quelle che noi consideriamo conquiste e per interrogarci sui nostri (dis)valori. Per guardarci con altri occhi.
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Fiori sopra l'inferno
by Ilaria Tuti
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Perdersi per (ri)trovarsi
Ristampato dopo 13 anni, il primo romanzo dell’autore (scritto quando aveva 17 anni). E’ la storia di un ragazzo appena laureato che, dopo aver perso tragicamente quello che considerava il suo grande amore, decide di uscire dagli schemi predefiniti della società, di non seguire la strada che tutti si aspettavano che seguisse, di ascoltare quel richiamo forte, ancestrale, che lo spinge ad abbandonare la vita conosciuta per trasferirsi, in solitudine, in una baita sui monti. Solo lassù, nella natura selvaggia, diventando ‘selvaggio’ a sua volta, riuscirà a stare bene, a sentirsi in linea con la sua indole… a ritrovare se stesso. Senza più compromessi, senza ipocrisie. Senza tradirsi. Una serie di circostanze entusiasmanti lo porteranno poi a un ritorno alla civiltà, ma non sarà facile restare. Il richiamo si farà sentire ancora più forte, più urgente, impossibile da ignorare. Anche se seguirlo comporterà sacrifici e rinunce importanti. Mi sono chiesta se il protagonista, nel caso il racconto fosse proseguito, si sarebbe mai pentito delle sue decisioni. Chissà, forse no. Preferisco pensare che vivere secondo la propria natura alla fine si riveli la scelta migliore, nonostante tutto. Scorrevole, significativo, piacevole. Un po’ sbrigativo nella parte finale, ma comunque un buon esordio. Leggerò sicuramente altri libri di Vidotto.
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Moonwalk
by Michael Jackson
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"Se sei di cattivo umore fai una passeggiata. E se sei di cattivo umore anche dopo la passeggiata, fanne un'altra." -Ippocrate-
Un libretto che si legge in un soffio, ma che io ho cercato di far durare il più possibile perché mi ha trasmesso una rilassatezza e un senso di pace indescrivibili. E per godermelo in lentezza. Questo trattato sul camminare è un invito a rallentare, a togliere le distanze tra le persone, a restituire valore alle cose, anche alle più piccole, ad ascoltare la voce della nostra anima. Nella nostra società globalizzata e ultraconnessa, sempre più frenetica, che idolatra la velocità reputandola una grande conquista del progresso… questo libro sembra quasi anacronistico. Camminare nel XXI secolo è davvero un gesto sovversivo. "Le gambe arrivano a pensare prima che lo faccia il nostro cervello perciò è possibile trovare risposte a domande che non sapevamo nemmeno di porci". Sì, perché mettere un piede davanti all’altro fa bene al corpo e allo spirito, stimola la creatività e migliora la memoria, dilata il tempo e lo spazio, ma soprattutto “significa vedere se stessi, amare la terra e lasciare che il corpo si muova al ritmo dell’anima”. L’autore, che di scarpinate e imprese da record se ne intende, esorta il lettore a riprendersi la gioia della libertà e a riscoprire se stesso attraverso il gesto più naturale, ancestrale e, al giorno d’oggi, più anarchico possibile: perché non serve scalare l’Everest o raggiungere i Poli (come ha fatto lui) per rivoluzionare la nostra vita, basta sentire un po’ più spesso il terreno sotto i piedi. Una lettura antistress, quasi terapeutica. Un libro prezioso, quasi spirituale. Da regalare alle persone a cui vogliamo bene. ** Leggerò sicuramente anche "Il silenzio", l'altro libro di Kagge. Prevedo buone sensazioni!