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Scrivo delle cose, a volte

Aug 18, 1975

Correggio, Italy

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Un'inconsueta felicità
by Donatella Sasso
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La Russia di Putin
by Anna Politkovskaja
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La Russia di Putin
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Perduto/Ritrovato
Opera prima di Max Gross - vincitore del National Jewish Book Award - "Lo shtetl perduto" era per me una grande promessa. Prima parte: vicenda deliziosa, umorismo yiddish sorretto da una scrittura rapida e cinica al punto giusto, un Philiph Roth alla prese con una storia da Safran Foer. Ecco, è stata una grande promessa però non mantenuta. Non fino in fondo, almeno. La parte centrale del romanzo, infatti, si trasforma in una lunga descrizione modellata sul mito del "buon selvaggio" trasposto però a livello collettivo. Certo, non mancano gli spunti e a salvare il tutto rimane comunque la coppia Yankel/Pesha (anche solo per loro, per la loro storia, il libro "varrebbe la pena"). Ma al di là di tutto, alla fine c'è un po' questa idea di "occasione mancata" che si fatica a scacciare, per quanto si possa essere animati, come sono io, dall'amore incondizionato per la narrativa ebraica newyorchese, o comunque ebraica e americana (tanto che, con piacere, per la frequentazione avuta in tanti anni di letture, ho potuto fare a meno di consultare il consueto glossario yiddish-italiano allegato posposto romanzo). Ovviamente - e probabilmente non poteva essere altrimenti, dato il tema trattato - il romanzo solleva argomenti e spunti di riflessione importanti, forse anche a margine del filone narrativo principale, tra cui il più necessario mi pare essere il tentativo di rispondere alla domanda "Che cos'è una comunità?" (come si regola, come si rompe, quale meccanismi stanno alla base di una convivenza?).
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Lo shtetl perduto
by Max Gross
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Lo shtetl perduto
by Max Gross
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Una cosa bella che ci è successa con questo libro
La scorsa settimana la Leti - mia figlia - è venuta a casa da scuola tenendo in mano "Le scarpe magiche del mio amico Percy" e sostenendo che avevamo fatto un "terribile sbaglio" e che lei "si vergognava" di quel libro e che, insomma, era meglio se d'ora in avanti lo avessimo tenuto solo noi. Cos'era successo? Era successo che lei aveva acquistato il libro da regalare alla sua scuola in occasione di ioleggoperché e poi, invece, ci aveva ripensato. Allora le abbiamo chiesto come mai e lei ha risposto, diventando tutta rossa, dicendo che "ci sono delle parolacce". L'ho preso io, che "chissà mai quali parolacce...". Il primo capitolo si intitola "Donne nude" e fa così: "Quando le inservienti della casa di riposo uscirono per andare a prendere il sole in topless nel boschetto dall'altra parte della recinzione, eravamo tutti e tre distesi a pancia in giù sul ruvido tetto di cartone pressato della rimessa. Le vedemmo sbottonarsi i camici bianchi, stendersi sull'erba e chiudere gli occhi, la faccia rivolta al sole. Klas-Göran stava mangiando una mela che aveva trovato su un albero. Le orecchie a sventola gli brillavano come un paio di ali di pipisterllo rosse. "Cavoli, che tette!", disse. "Già, mi sa che vengono dalla Finlandia", commentai". Ulf Stark racconta una storia bellissima sul tema dell'amicizia - quel sentimento che a 10 anni (circa) può essere così puro e cristallino che a guardarlo dritto davanti a te ti possono venire persino i lucciconi agli occhi - ed è una storia bellissima perché ha come argomento la fiducia: fiducia che le cose possano essere migliori di quel che sembra, fiducia che le persone possano essere migliori di quel che sembra, fiducia che "insieme" la vita possa essere migliore di quel che sembra. E così, nel mettersi dentro al cuore tutta questa fiducia, poter attraversare la "linea d'ombra", con un po' meno paura. In sostanza: capisco perché la Leti possa essersi sentita "imbarazzata". Forse uno scarto di un paio di anni (rispetto a lei che sta in quarta elementare), è necessario. Ma se avete dagli 11 agli 'anta anni, beh: leggete Ulf Stark! Io mi sono (anche) molto molto molto divertito.
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Le scarpe magiche del mio amico Percy
by Ulf Stark
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Le scarpe magiche del mio amico Percy
by Ulf Stark
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D'atlante
Nella mitologia, Atlante è condannato da Zeus - per lunghe ragioni che qui non approfondiremo, ma che hanno a fare sostanzialmente con la "tirannia" del capo degli dei - a reggere sul groppone l'intera volta celeste. Più comunemente - certo - l'atlante è una raccolta di mappe. È su entrambe queste definizioni che si muove il filo sottile della trama che unisce i racconti di Marco Patrone: atlante come "indicatore di posizione", ma anche atlante come somma di sforzi. A tutto ciò si unisce il tema della nostalgia, che non è quel sentimento "canaglia" declassato a macchietta da Albano e Romina, bensì il tratto comune del nostro cammino di esseri umani: non può esistere atlante senza sapere ciò che è stato, senza poter dire ciò che è stato, reale o immaginario che sia, e senza tentativo di fornire un senso a tutto questo. L'atlante di "Atlante della nostalgia" si compone di quattordici racconti (più un finale), suddivisi in quattro sezioni. Uno dei possibili fili conduttori è rintracciabile nella parola "dipendenza", che assume spesso una connotazione negativa (avviene anche in questo libro, a volte), che è stato argomento "principe" della narrativa di Foster Wallace (che non a caso - credo - è titolare di un cameo in uno dei racconti) e che però, così come la nostalgia, è un'altra caratteristica che ci accomuna, quando riconosciamo di essere in mille modi dipendenti gli uni dagli altri. La scrittura di Patrone è perfetta per sottolineare tutti questi passaggi: tendenzialmente neutra, diventa capace di improvvisi scorci di poesia che illuminano quei pezzi di vetro che sono, spesso, le singole identità. Ci sono registri più leggeri e altri più riflessivi, ognuno dei quali è tenuto saldamente in mano dall'autore, che ha la capacità di portare il lettore sulla strada che intende segnalare (è pur sempre un "atlante", no?). (Si segnala la copertina - Rosanna Gaddoni/Unsplash - perché secondo me è splendida)
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Atlante della nostalgia
by Marco Patrone
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Sugli eventi
Non è un libro di facile lettura, questo "Panorama" di Dušan Šarotar, poeta, narratore, fotografo e drammaturgo sloveno. Non è facile perché non esiste trama cui appigliarsi, ogni cosa è già accaduta e il sottotitolo - "Narrazione sullo svolgersi degli eventi" - potrebbe per questo trarre in inganno. Tutto è costruito intorno a una lingua che deve molto alla poesia, in una costruzione tipica di un "flusso di coscienza", a volte ininterrotto per intere pagine consecutive, ritmato solamente dall'uso della punteggiatura, che rappresenta una sorta di bussola cui il lettore deve fare affidamento. Ovviamente, come spesso accade per le cose non semplici, il libro è magnifico, la scrittura è magnifica, il tema è profondo. Oggetto di "Panorama" è sostanzialmente la condizione dell'esilio - un esilio che può essere di varia natura (culturale, politico, linguistico...), ma sempre non voluto, seguito a un evento forzato. Nei racconti dei personaggi che si incontrano nel libro la condizione dell'emigrante è stata sostituita da quella dell'emigrato, non è qualcosa in divenire, ma una situazione che ha trovato una certa stabilità e che però non può fare a meno di manifestarsi con la malinconia tipica di chi ha perso (ingiustamente) qualcosa o di chi quel qualcosa lo ritrova, fuggevolmente, del tutto cambiato e nuovamente incomprensibile, come accade a chi ritorna nella propria terra per un breve viaggio e non la capisce più (superbo, in questo senso, il racconto di Spomenka rispetto alla magnifica città di Sarajevo, da cui è dovuta fuggire in tempo di guerra). In "Panorama" avvengono molti incontri e si raccontano le voci di persone che una superficiale definizione potrebbe inquadrare come "sconfitti" (dalla vita, dal tempo, dalle circostanze), migranti di piccole storie, che la "grande" storia ha reso tali, dove però la propria stessa vita è ricordo e il ricordo è esperienza e l'esperienza è esistenza. Che è una condizione che accomuna tutti e, anzi, verrebbe da dire che è l'esilio un tratto caratteristico della radice europea. D'altra parte, l'esergo è una citazione dal Vangelo di Marco - non l'unico richiamo al racconto evangelico, per la verità - che ci accomuna tutti: "È come uno che è partito per un viaggio dopo aver lasciato la propria casa". Come detto, la scrittura di Šarotar deve molto all'andamento poetico: non sono bravo a fare parallelismi, ma in certi passaggi ricorda un po' quella di Jon Kallman Stefansson (lo scrivo solo per tentare di inquadrare "fisicamente" ciò che il lettore si trova davanti). E Keller, la casa editrice, non sbaglia un libro.
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Panorama
by Dusan Sarotar
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Panorama
by Dusan Sarotar
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Ci pensiamo (eccome se...)
"A questo poi ci pensiamo" è un libro postumo, come si dice. Non mi sono mai piaciuti i libri "postumi", i dischi "postumi", le opere "postume", perché mi è sempre sembrato come un rovistare negli scatoloni altrui, per dilatare all'infinito, o solo per un poco ancora, il momento dell'addio (poi, certo, lo so anche io che ci sono cose "postume" che sono di straordinaria bellezza). Questo libro, comunque, fa eccezione. Perché è postuma solo l'edizione, perché nella raccolta dei pezzi scritti da Mattia Torre ci sono le mani, le voci, le teste, i brindisi, l'affetto degli amici (e l'amicizia, tra i tanti, mi sembra un tratto essenziale della sua produzione). Quasi fosse un'opera "collettiva", un trovarsi ancora, un'ultima volta, a cena. "A questo poi ci pensiamo" è un libro postumo in tutti quei sensi lì, che abbiamo detto, ma non per questo NON è un libro di Mattia Torre. Di conseguenza, si ride tantissimo, e si dice "è proprio così", e si pensa "uguale uguale a come la vedo io, ma lui la scrive meglio", e si conclude, però, "è finito tutto troppo presto". Frou Rocca, la moglie di Torre, ha detto una volta - non ricordo dove, l'ho letto da qualche parte, ne sono certo - che Mattia è stato un "provocatore di felicità". Mi sembra une definizione bellissima, che non richiede altre aggiunte. Io posso solo confermare: ho letto il libro in un weekend. Pagina dopo pagina, sono stato felice, ed è stato bellissimo. Un provocatore di felicità, esatto, proprio così. Dovunque sia. Rilanciamo. P.S. Secondo me l'edizione Mondadori - nella storica collana di punta "Scrittori italiani e stranieri" - con quella grafica e quel lettering anni Ottanta, la copertina rigida, la sovracoperta lucida che scivola via, le pagine di grammatura cartoncino, ecco, non è molto adatta a Mattia Torre.
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A questo poi ci pensiamo
by Mattia Torre
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A questo poi ci pensiamo
by Mattia Torre
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Il maialino di Natale
by J. K. Rowling
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