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"and if I have to go...will you remember me?" Tom-fottutogenio-Waits

Jun 15, 1978

Milano, Italy

Married

Acquaragia

Anobian since Jul 1, 2009

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Che coss’è l’amor (cit.)
La prima volta che mi sono innamorata avevo 5 anni ed ero alla scuola materna. Lui era di un altro salone. Ci vedevamo solo la mattina presto, perchè le nostre mamme erano di quelle che ci mollavano lì prima di andare al lavoro. Dei ricordi a singhiozzo di me infante ricordo solo la sensazione di pastelli colorati e risate sguaiate che avevo nella gola quando giocavo con lui in quei minuti all’alba. La prima volta che mi sono innamorata un po’ sul serio ero al liceo. Ero piaciuta a lui quando lui non piaceva a me. Quando mi sono innamorata io non era innamorato lui. Una sera mi ha bidonato in maniera così terribile e superficiale che ho pianto per tre giorni. Ho bene in mente la pelle salata che mi portavo sulla faccia e il fastidio viscerale che ho provato per qualsiasi cosa esistesse nell’universo. È durato parecchie settimane. La prima volta che mi sono innamorata davvero ho conosciuto il dolore. Profondo, nero, avvolgente e caldo, come un vestito attillato che non riesci a toglierti di dosso ma che ti soffoca ad ogni respiro. L’amore impossibile ha il sapore del ferro e del sangue, sa far sparire il sole. Nel mezzo ho avuto storie e cotte. Ma niente che riguardasse l’amore, nemmeno quando mi sono quasi sposata. Quando alla fine mi sono innamorata sul serio di nuovo - ed era chiaro che fosse successo perchè imparassi ad amare - mi è stato restituito tutto. È stato come se il mondo avesse ritrovato un assetto, un equilibrio che non sapevo nemmeno esistere. Ho lentamente cominciato a rimettere in ordine le cose, i brandelli di me e gli amori vissuti, tutti. Quelli sconclusionati, quelli dolorosi, quelli per gli amici o i familiari, quelli sbilanciati, quelli ingiusti. Gli amori provati e subiti, gli amori sbagliati e traditi, gli amori folli, quelli sconosciuti, quelli indimenticabili, i piccoli, i rabbiosi, gli eterni. “Gli ansiosi” parla degli amori che ci attraversano la vita. La scardinano, la fanno a pezzi, la riempiono di colori e giornate di vento. Che siano grandi o trascurabili, non importa. Che ci facciano soffrire tremendamente o ci portino gioia pura. Che siano imprevedibili o desiderati. C’è altro nell’esistenza di un essere umano in grado di cambiarlo così tanto?
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Gli ansiosi
by Fredrik Backman
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Gli ansiosi
by Fredrik Backman
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Il turno di Grace
by William Wall
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Il turno di Grace
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Per l’amore che non sapevo (cit)
Mia madre ha conservato il cestino di vimini che utilizzavo alla scuola materna, per la merenda, credo. Che, tra l’altro, era il suo cestino di vimini della scuola materna (o forse delle elementari), infatti sopra c’è ancora una targa di metallo con inciso il suo nome e cognome da nubile, da bambina. Me l’ha regalato qualche anno fa e ora lo tengo su uno scaffale della libreria, come un oggetto vintage e decorativo. Ma io so che non è lì per quello, per dare un tocco shabby chic all’arredamento. È un testimone. È la mia mamma bambina che si consegna a me adulta tramite la me bambina. E tutte le volte che ci passo sopra lo sguardo mi sento agganciare, letteralmente, dal tempo. Dal peso del tempo che passa, dai ricordi che ci scava dentro, dai segni -anche dolorosi- che ci lascia addosso, dalle parole che vorremmo consegnare a chi ci sopravvivrà, non siamo in grado, così trasferiamo oggetti, conserviamo cose e le regaliamo, come una specie di telefono senza fili in cui speriamo di non disperdere il messaggio. Alla fine, a volte, capita di trovarsi in alcune situazioni difficili e facciamo cose che non ci saremmo aspettati di fare, reagiamo con risorse che non sapevamo di avere. E forse arrivano da lí, senza nemmeno che ne siamo coscienti. Gemma Calabresi Milite con questo libro fa questo: ci regala il suo cestino di vimini e dentro c’è “tutto l’amore che non sappiamo”. E io so che il telefono senza fili ha funzionato. Non so quando mi succederà di ripensare a questo libro per riconoscerne il frutto in un mio gesto o una mia decisione. Ma sono certa che accadrà.
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Non so se è l’età che avanza. Mi commuovo sempre più spesso per cose stupide, insignificanti, trascurabili. Mi piace pensare che non sia una questione di rimbambimento sentimentale, ma una faccenda più nobile e seria. Mi piace pensare che nella vita si cresce, si cambia, si soffre e gioisce. E più non ci si sottrae a quello che ci succede, più si approfondisce una coscienza di sé e del mondo. Se questo è vero e accade, allora è logico pensare che, negli anni, si possa diventare più veri, più sensibili, più disponibili a cogliere gli stralci di bellezza e di verità a volte sepolti o molto ben nascosti tra le cose e le persone e ciò che ci accade. Mi capita di sentirmi un’idiota, quando mi incanto davanti a un cielo particolarmente limpido di prima mattina, se lo sguardo mi rimane impigliato in un’ombra sul muro che mi ricorda qualcosa, se mi viene da piangere - letteralmente - rileggendo una poesia del 1200 letta ormai almeno svariate decine di volte. Mi sento stupida perchè la maggior parte delle persone che conosco fanno spallucce e sembrano non vedere quello che vedo io, in quei momenti. Ma forse non sono un’imbecille. Forse quello sguardo nasce da anni di confronto serrato, a volte faticoso o doloroso, altre meno, con me stessa e quello che mi succede. Quando in un libro incontro personaggi che fanno quella cosa lì mi sento meno sola, meno cretina, meno vecchia. È il caso di Ove. Oppure niente. È rimbambimento sentimentale in stadio già piuttosto avanzato. Ok. Se è così, non sono sicura di volerci rinunciare.
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L'uomo che metteva in ordine il mondo
by Fredrik Backman
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L'uomo che metteva in ordine il mondo
by Fredrik Backman
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L'uomo che metteva in ordine il mondo
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Sono tornata ad Holt. L’ho fatto in punta di piedi, senza dirlo a nessuno, trattenendo il respiro. Ho camminato per le strade polverose e dato uno sguardo discreto in giro. Ho incontrato il reverendo, mi è sembrato preoccupato, non l’ho salutato, non volevo mi riconoscesse. Sono passata davanti alla ferramenta, sono entrata con un pretesto, ho comprato dei chiodi che nemmeno mi servivano. Dietro il bancone Rudy e Bob sono stati silenziosi e gentili, come mi aspettavo. C’era una bimba che girava in bicicletta, per quelle strade. Mi ha ricordato la me della prima volta in cui sono stata a Holt, curiosa e vivace. Sono stata un sacco di tempo attorno alla casa di Lorrelaine e, a modo mio, per come ho potuto, ho accompagnato anche io, insieme a lei e a Mary, il vecchio Dad Lewis ad andarsene, lentamente, dignitosamente. Ho pianto e lasciato che la polvere mi seccasse la pelle e il caldo dei pomeriggi mi prosciugasse le energie. Ho bevuto i brevi scrosci estivi estemporanei, ho riposato al fresco della sera, sotto l’albero, vicino alla veranda. È stato un commiato anche il mio. Triste ma denso di vita. E in tempi di guerra e di dibattito sull’eutanasia, varie ed eventuali, mi è sembrato così semplice e così chiaro, quello che ancora una volta mi ha insegnato Holt: l’unica vera dignità dell’esistere sta nell’amore di cui siamo fatti oggetto, senza alcun merito.
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Benedizione
by Kent Haruf
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Di Veronica Raimo non avevo mai letto nulla. Di suo fratello, Christian, mi era capitato sotto gli occhi “Tranquillo, prof. la richiamo io” e, sebbene il romanzo mi fosse piaciuto, mi era rimasta dentro, in fondo, una tristezza cosmica universale da far impallidire il Leopardi del Ciclo di Aspasia. Con “Niente di vero” è andata uguale. Ho riso? Sì, e sorriso, spesso. Mi ci sono ritrovata? Sì, frequentemente. È scritto bene. È un vortice ironico, sottile di racconti autobiografici sparsi. Veronica prende sottobraccio il lettore come nella scena de “Il meraviglioso mondo di Amelie”, quella del cieco per strada, e ci fa fare un giro nella sua vita, nella sua famiglia. Vorticoso, irriverente, a tratti decisamente spassoso. Ma la percezione complessiva è che la danza si svolga su un filo di lana sotto il quale si apre un abisso di insicurezza, rassegnazione, e, vorrei dire, cinismo. Non lo so, forse è il ritratto perfetto della mia generazione: sopravvissuti alle aspettative irragionevoli degli adulti che pretendevano da noi una rivincita assurdamente personale; troppo consapevoli, ormai, dopo 70-80 anni dall’apparizione della psicanalisi nella cultura occidentale, di tutti gli anfratti inconsci che ci avrebbero paralizzato e stortato lentamente da dentro; faticosamente alla ricerca di alternative altrettanto stabili alle certezze religiose, politiche, tradizionali dei nostri genitori e nonni. Lanciati senza paracadute in un mondo molto più grande, imprevedibile e mutabile di quello di chi ci ha preceduto, il meglio che abbiamo saputo fare è stato muoverci con sgargiante energia in cielo, prima di aggrapparci a qualche spuntone o ramo d’albero per non schiantarci al suolo. In definitiva, forse, aveva ragione il padre di Veronica: “siamo arrivati al paradosso.”
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Niente di vero
by Veronica Raimo
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Niente di vero
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biscotti e rose mai recise
Mia nonna Rosa (quella materna, che è anche la nonna con cui ho trascorso più tempo da bambina) ha sempre avuto un caratteraccio. Difficilmente chiedeva scusa e quando salutava lo faceva in maniera complessivamente sgarbata. Ma le nonne sono speciali anche quando sono scorbutiche. O forse se sono scorbutiche lo sono anche di più (speciali, intendo). E i mondi che sanno creare con le loro dita di cera e le espressioni annegate tutte negli occhi sono paralleli, unici e immortali. Così, quando ripenso a mia nonna, sono innumerevoli i particolari completamente a fuoco che mi invadono i pensieri. Cose minuscole e apparentemente insignificanti: i biscotti al cioccolato che comprava allo spaccio della Galbussera solo per me e che nascondeva in cantina - ma io sapevo dove-, il barattolo di latta in cui teneva “i gommoni” (le liquirizie che preferivo e che mi si appiccicavano sempre ai denti o al palato) e che riponeva nella credenza, in basso, accanto ai piattini da dolce; le cinquemilalire che mi nascondeva nel palmo della mano, quando mi salutava senza nemmeno un bacio, ma con quella stretta di mano segreta, quando ho cominciato ad essere adolescente; la foto del nonno Cesare, sul tavolino accanto alla poltrona, di cui parlava poco ma che l’ha osservata dolcemente da quando ne ho ricordo; le rose belle, le rose difficili, che coltivava in giardino e non recideva mai; l’orto sul retro, dove l’aiutavo a piantare i pomodori o a raccogliere zucchine… Gesti e oggetti che raccontavano la cura e l’amore che certe nonne non saprebbero dire a parole e allora funzionano così. A biscotti e rose mai recise. Quando si ha la fortuna di avere una nonna del genere, esserne la nipote è come vivere in un sacchetto di biglie. Colorate, lucide…e contundenti, se tirate dalla distanza giusta e con l’adeguata mira. “Mia nonna saluta e chiede scusa” è quel sacchetto di biglie. E io non so perchè all’ultima pagina ho pianto così forte. Forse perchè un po’ mia nonna mi manca, o forse perchè la storia e i personaggi e tutto quanto è meraviglioso e non volevo proprio che finisse. Oppure perchè una biglia colorata, lucida e contundente mi ha colpito, con precisione millimetrica e del tutto inaspettatamente, il cuore.
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Mia nonna saluta e chiede scusa
by Fredrik Backman
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Mia nonna saluta e chiede scusa
by Fredrik Backman
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Svegliami a mezzanotte
by Fuani Marino
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by Fuani Marino
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