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Da buon pigro, credo che il viaggio migliore sia quello letterario

Milano, Italy

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Incipit «E tua moglie?» «Sempre uguale.» G. Simenon, I fantasmi del cappellaio Lunedì 12 marzo 17.50 Chiesa della Santissima Trinità Il rumore dei passi e il fruscio della veste producevano un’eco soffocata. Quasi un brusio che riverberava dal colonnato fino in fondo, verso l’abside. Vicino a uno degli inginocchiatoi accantoal confessionale una donna pregava. «… cognovimus, per passionem eius et crucem, ad resurrectionisgloriam perducamur. Per eundem Christum Dominumnostrum. Amen.» Don Costantino non le badò, era di fretta, sfilò a passo svelto nella penombra, fece un inchino davanti all’altare e sparì dietro al coro. Nella chiesa tornò un silenzio immobile, appena velato dall’eco dell’altissima volta. Nell’aria stagnava il sentore di frescura umida, di incenso, soltanto un accenno degli odori della mensa nell’edificio confinante. Del resto, a quell’ora cominciava la coda di disgraziati in cerca di un pasto caldo, e i fornelli della cucina giravano al massimo.La donna strascicò i piedi fino alla cappelletta di San Giovanni Battista, accese una candela, sistemò il velo e si raccolse. «Pater noster, qui es in caelis, sanctificetur nomen tuum,adveniat regnum tuum.» Sono sempre contento quando mi capita di incontrare nuovi scrittori, in special modo nuovi giallisti, come successo ora con Carlo De Filippis, padre del commissario Vivacqua, siciliano trapiantato al nord, prima a Bergamo poi a Torino. Come il più celebre commissario Santamaria, nato dalla fantasia della coppia Fruttero e Lucentino, che ha raccontato in modo lucido della Torino che cambiava a metà anni settanta, con la borghesia torinese con la puzza sotto il naso, che si scannava per una parola inglese pronunciata male, ma che non si faceva scrupoli di lottizzare i loro terreni per costruire le case destinate per i terroni dal sud.. Anche il commissario Salvatore Vivacqua, siciliano verace, in questo giallo dovrà investigare nel mondo della ricca borghesia, scoprendo i loro altarini e i loro segreti. Come Montalbano, Vivacqua è un siciliano verace, sebbene sia sposato con prole con una moglie che forse è pure una santa, per quanto è disposta a sopportare i suoi orari, i rischi del suo mestiere, il suo essere poco loquace nei riguardi del lavoro di poliziotto. Salvatore Vivacqua. Cinquant’anni, quasi cinquantuno. Nato a Palermo, secondo di cinque figli. Un cubo di un metro e settantacinque per novanta chili, non un filo di pancia. Laurea in giurisprudenza presa lavorando sulle volanti. Commissario di polizia. Capo della Omicidi. Medaglia al valore nel 1999 a Bergamo. Tre lettere di encomio del ministero. L’ orecchio sinistro tranciato a metà da una pistolettata. Cicatrice da arma da fuoco al torace. Ferite diverse da arma da taglio. Costole del lato sinistro fratturate a causa di una pallottola di magnum contro il giubbotto antiproiettile: vivo perché non toccava a lui. Soprannome Niky Lauda, o Siciliano di merda, o Scassacazzi; per pochissimi Totò. Sposato da ventidue anni con Assunta Bellomo, psicologa dell’età evolutiva part time e casalinga. Padre di Fabrizio e Grazia. Capobranco del setterdi casa: Tommy. Nessun hobby. Il questore, dottor Vincenzo Renier, detto il Doge, parlando con il Prefetto aveva descritto Vivacqua dicendo: un uomo atipico che vede le cose per quelle che sono, anziché come dovrebbero essere. E questa era forse la miglior definizione. Poliziotto atipico, abituato a girare senza pistola, nonostante le cicatrici sulla pelle e abituato pure a prendere le sue decisioni senza passare per le vie gerarchiche, ovvero per il “doge”, il Questore veneziano che, come tutti gli alti dirigenti della Polizia, si deve preoccupare più delle rogne e dei piedi che si vanno a pestare nelle inchieste. In questa inchiesta i piedi che Vivacqua e i suoi uomini andranno a pestare porteranno diritto alla curia torinese: il primo morto è appunto un prete anziano, don Corrado, ucciso dentro la chiesa della Santissima Trinità all'uscita del confessionale. Picchiato a sangue da una persona che è rimasto dentro la chiesa ad osservarlo e che non lo voleva solo spaventare, voleva proprio ucciderlo. «Cosa mi sai dire di questo poveraccio?» «Come prima impressione direi che l'aggressore non voleva dargli una lezione. Perché, se proprio ti è rimasto qualcosa sullo stomaco, un credito da riscuotere supponiamo, gli dai una botta, una sprangata, e te ne vai, mi segui? Questa sembra più una vendetta. Come dite voi vendetta?» «Dalle mie parti i vecchi dicono: 'a scurdata.» «Sarebbe?» «Che una vendetta si serve fredda, quando il debitore non se ne ricorda più, 'a scurdata, appunto: quando l'altro se n'è dimenticato.» Quali piste seguire? Don Corrado era riconosciuto da tutti come un prete integerrimo, non aveva nemici. O forse no: aveva allontanato dalla struttura, che ospitava anche un refettorio e un dormitorio che accoglie anche immigrati, proprio due di loro, per un litigio. Un albanese e un senegalese. Ma è una pista difficile da seguire, perché i suoi uomini, che hanno imparato da Vivacqua a preoccuparsi poco delle procedure, finiscono in un brutto agguato, in un locale dove dovevano seguire proprio questo albanese. Agguato in cui due di loro finiscono feriti e pure sotto inchiesta da parte della commissione interna. Ma pure la curia e il vescovo si dimostrano poco inclini a collaborare, tanto da contattare il prefetto (che non vede di buon occhio la squadra omicidi e i suoi uomini). Il secondo omicidio riguarda una donna, Jolanda Petrini, morta soffocata nel suo appartamento forse a seguito di una rapina. Rapina che in realtà è solo una messinscena dell'assassino: la Petrini, brillante musicista con la paura del palco, era una donna che amava incontrare altri uomini, senza però voler instaurare con nessuno di loro alcun vero rapporto. « Piuttosto tu, con la faccenda Petrini?» «Siamo che la signora Jolanda Petrini non l’ha ammazzata nessuno: è morta trattenendo il fiato.» «Santandrea ti sparo. Poi dico come sono andate le cose e mi assolvono di sicuro.» Se non è stata una rapina, cosa potrebbe essere? Un gioco erotico finito male? E quale delle sue amicizie potrebbe essere l'assassino. Vivacqua è un investigatore non troppo pacato, come Maigret, ma è uno sbirro razionale: sa che dietro ogni delitto, dietro ogni assassino si devono cercare le molliche, le tracce che l'assassino ha lasciato dietro. “Un pazzo se è lucido non fa molliche. È l’assassino peggiore. O lo pigli subito perché in quanto fuori di testa sbaglia le mosse, oppure rischi di girare a vuoto per molto tempo, perché mangia e non fa molliche. Ma una, magari piccola, c’è sempre. Si tratta di avere occhi buoni per trovarla. Cu mancia fa muddiche! Per forza.Dove hai lasciato le molliche? In chiesa?” L'importante, dunque, è saperle vederle queste molliche: così, per non perdersi nulla, il commissario è abituato a scrivere i suoi pensieri su dei “pizzini” di carta, cercando di dare loro un senso. Magari mettendoli in un ordine apparentemente casuale. E vedere l'effetto che fa: “Iniziò con Donna anziana che prega in latino e lo sistemò al centro della scrivania; proseguì con vittima morta vicino al confessionale e affiancò il ritaglio.Prima congettura ..” Ma nonostante tutto, i pizzini non riescono ad incastrarsi in uno schema che porta qualche spiraglio di luce nell'indagine, né quella del prete, che forse potrebbe riguardare una questione di spaccio, e nemmeno quella della bella musicista dove in casa, addirittura, viene trovata l'impronta di un morto. Come è possibile? Devono muoversi con cautela, Vivacqua e il suo vice, il “giraffone” Santandrea: senza i due ispettori feriti nell'agguato, con l'indagine interna portata avanti (anche per una questione personale) dal prefetto e con la stampa. Lo sguardo della moglie che sembra rimproverargli quel lavoro così pericoloso “Tutti prendevano esempio da lui, e adesso era suo dovere toglierli dai guai. A se stesso non poteva mentire: le lamentele di Santandrea, la paure di Gargiulo, l'ansia di Assunta che sobbalzava ogni volta che una telefonata piombava in casa senza una ragione apparente, non erano isterismo. Ma sarebbe riuscito a cambiare se stesso? Poi c'erano i due casi aperti. «Cacciatori ca assicuta a ddu cunigghia unu ci scappa e l’autru n’u pigghia!»” Ma il cacciatore riuscirà, seguendo le molliche e le sue intuizioni, a trovare il filo dei due delitti, che forse dietro hanno qualcosa in comune, come verrà svelato nel finale: una storia di ricatti, di avidità e di crudeltà, che lega assieme un parroco, una donna bella e indipendente e una donna anziana, che rivive nei suoi ricordi le bambine con cui passava le estati tanti anni prima. Tutto troverà una sua spiegazione. Anche quella frase all'inizio, un omaggio a Simenon e al romanzo “Ifantasmi del cappellaio”. Uno scrittore che aveva saputo raccontare bene quanto fosse sottile la linea che separa la pazzia dalla normalità ..
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Le molliche del commissario
by Carlo F. De Filippis
(*)(*)(*)(*)( )(164)

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Il respiro delle anime
by Gigi Paoli
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Immaginatevi per un momento come sarebbe questo paese se le cose fossero andate in modo diverso: per esempio se l'agenda di Paolo Borsellino, quella rubata in via D'Amelio al giudice dopo l'attentato, dopo lunghe ricerche, fosse stata ritrovata. Leggere tutte le annotazioni, tutti gli appunti lasciati su di essa da Borsellino, così importanti che Borsellino da quella agenda rossa, un regalo dei carabinieri, non se ne separava mai. Cosa potremmo leggere, di così importante? Borsellino stava lavorando al filone tra mafia, appalti e politica, nell'ultima intervista alla TV francese (l'intervista censurata dalla Rai, servizio pubblico al servizio dei partiti) aveva parlato di Mangano, testa di ponte della mafia la nord. Chissà, forse la storia della seconda Repubblica avrebbe potuto andare in modo diverso.... Che riscatto potrebbe essere per lo stato italiano, per la sua credibilità, ritrovare l'agenda e con essa tirare finalmente i fili della tela che lega assieme la mafia, quel pezzo dell'imprenditoria italiana e della politica italiana che alle mafie chiedono aiuti, favori, servizi. Un riscatto per lo Stato e anche per tutte quelle persone, non solo magistrati, che hanno combattuto e combattono la lotta alle mafie in una condizione di solitudine. Le stessa sensazione che, possiamo immaginare, deve aver vissuto anche Borsellino, in quei 55 giorni che separano Capaci da via D'Amelio. La sua consapevolezza di essere il prossimo, dopo Falcone. Ma gli scrittori non sono degli storici, non hanno l'obbligo del rispettare pedissequamente la storia. Loro possono immaginarselo un paese diverso, anche per ribellione alla realtà: un paese, (come scrive Marco Balzano nella prefazione) dove alla fine, l'agenda rossa venga ritrovata. “Il ritrovamento dell’agenda rossa metaforicamente è il recupero di una forma di dignità, di un senso delle cose che finalmente si disvela, di una consapevolezza che un altro mondo, un’altra vita sono più che mai possibili.” Con “L'agenda ritrovata”, sei scrittori si sono cimentati in questa raccolta letteraria sul giudice Borsellino, sulla mafia, sui rapporti tra mafia e potere in Italia. Una raccolta che unisce il paese dal punto di vista letterario, dal nord al sud, da Helena Janeczek che ci racconta della mafia al nord, a Evelina Santangelo, nella Sicilia di Messina Denaro, che testimonierà l'importanza della memoria e della società civile nella lotta alle mafie. La raccolta è curata da Gianni Biondillo e Marco Balzano (le cui prefazioni costituiscono di fatto l'ottavo e il nono racconto), partendo da un'idea, una pazzia forse, dell'associazione culturale L'oraBlu, di Bollate. Non è un caso. La lotta alla mafia, diceva Falcone, non è solo una questione di magistrati, di forze dell'ordine, di leggi speciali. È anche una questione di cultura, di diritti civili, di memoria. Helena Janeczek - Pochi gradi di separazione Da un incontro fortuito con Salvatore Borsellino, il fratello di Paolo, un lungo racconto che diventa poi una riflessione sulla presenza della mafia al nord, nell'hinterland milanese. Le storie raccontate da Ester Castano, la cronista che ha sfidato la mafia (mentre altri giornalisti e altri amministratori locali di fronte alle intimidazioni hanno preferito non vedere e non scrivere). Ricordando le parole del magistrato Alessandra Dolci della DDA, sul capitale sociale della ndrangheta e sul terreno fertile che ha trovato al nord: Il capitale sociale della ‘NdranghetaLa Dolci prende spunto dall’ultima inchiesta da lei condotta per raccontare i legami e le fitte trame che intercorrono tra imprenditoria lombarda e mafia. E’, infatti, notizia di pochi giorni fa l’arresto di 29 persone accusate di associazione mafiosa della locale di Mariano Comense (Como) condotto dalla Dolci, durante l’operazione denominata Crociata. Il vero problema per il sostituto procuratore è il rapporto ormai inscindibile tra l’imprenditoria del Nord e l’organizzazione mafiosa. “La ‘ndrangheta – racconta Dolci davanti a un’aula stracolma di studenti e cittadini castanesi e non – ormai viene vista come la componente sociale che può risolvere qualsiasi problema. Dalle prime operazioni antimafia della fine degli anni ’80 non è cambiato molto. Continua a non esserci il rispetto delle regole”. E ricorda storie di almeno 30 anni fa, ma che ancora oggi risultano essere attuali. Molto. Anzi, a malincuore, troppo. Nel 1983, l’ex sindaco di Giussano Erminio Barzaghi dichiarò: “Il peggio del Sud si sta legando al peggio del Nord”. Parole forti, che però fanno pensare. Oggi è cambiato qualcosa? No. E basta guardare alle continue notizie che ci giungono: politici corrotti, imprenditori collusi. In molti cercano la mafia per avere una protezione e una sicurezza. Tuona Dolci: “Ancora oggi non c’è il rispetto delle regole. Ricordiamo che non è la mafia che s’infiltra nel territorio lombardo, sono gli imprenditori e i politici, tutti lombardi, che chiedono aiuto alla mafia, che la cercano. C’è una devianza da parte di tutti i settori: corruzione, evasione fiscale, l’idea che è meglio essere furbi. La ‘ndrangheta punta a creare il consenso sociale, che è il vero capitale dell’organizzazione criminale”. Così, con un colpevole ritardo (e come ci ha ricordato il procuratore della DNA Franco Roberti), scopriamo quando sono pochi i gradi di separazione tra la mafia del sud e quella del nord. Carlo Lucarelli - Hanno ucciso l'uomo ragno Ritorna la giudice bambina, Valentina Tagliafferri, che avevamo già conosciuto nella raccolta "Giudici" : sopravvissuta alla guerra tra servizi, trasferita a Como dal CSM come sanzione disciplinare, si trova ora tra le mani delle carti scottanti. Siamo nell'estate del 1992 e a Milano è già scoppiata l'inchiesta di Tangentopoli. A Palermo è invece scoppiata un'altra bomba. Contro il giudice Falcone. Sono documenti che provano il collegamento tra società che riciclano denaro e la mafia. Al nord, non in Sicilia. “Comunque, di solito è un viaggio a senso unico. Quello di ritorno, i soldi della mafia al nord, invece, non è ancora stato esplorato. E non intendo il riciclaggio, le lavanderie di denaro, ma qualcosa di più. Un vero e proprio radicamento.” Di chi fidarsi? Dello Stato che già una volta ha cercato di ucciderla? Rimane solo quel giudice, giù a Palermo, l'amico di Falcone. Che sulla sua agenda rossa si segna l'appuntamento con Valentina. Vanni Santoni - La solitudine della verità. Il racconto di Vanni Santoni parte dalla provincia toscana, dove un concerto rave attira dal resto dell'Italia tanti ragazzi in cerca di musica e sballo. Anche Caterina, Cate, che abita in valle, decide di andare al concerto. Ma più che la musica, è un'altra scoperta che la colpisce: una discarica abusiva dentro un residence abbandonato, un cubo di cemento sulla collina. Bidoni dal colore verde che forse contengono amteriali che non dovrebbero essere lì. Cate fa quello che ogni cittadino dovrebbe fare. Cerca di denunciare il pericolo ad a una pattuglia di carabinieri. Ad un giornale locale. Va persino a parlarne in caserma. Dov'è lo Stato. Ma lo stato non c'è. Perché ci sono cose che è bene non vedere. Alessandro Leogrande - Le maschere di San Giovanni Alessandro Leogrande fa incontrare un giornalista con un ex ministro (socialista?) del governo Andreotti, quello in carica quando scoppiarono le bombe di Capaci di via D'Amelio. Un politico della prima repubblica, dei partiti di massa. Poi travolti da Tangentopoli. Che gli parla di quelle bombe, delle maschere dei politici ai funerali di Falcone. Come le maschere di altri politici, o forse gli stessi, ad un altro funerale, quello del presidente DC Aldo Moro. Che in una sua lettera a Zaccagnini (una di quelle trovate nel covo di via Montenevoso) ragionava sul carattere gli italiani. “Si tratta di capire cosa agita nel profondo la nostra società, la rende inquieta, indocile, apparentemente indominabile, irrazionale.” Irrazionale: Moro temeva questa società di cui non riusciva a leggere bene gli sconquassi, le fratture. Moro vedeva una società senza alcuna autorità morale, politica, economica, in grado di governare il disordine o gestire i problemi. Le bombe degli anni settanta, la guerra a bassa intensità che serviva per stabilizzare il sistema. E le bombe scoppiate dopo la caduta del Muro, che servivano a spazzare via una classe dirigente marcia: “Una parte della Democrazia Cristiana, degli apparati dello Stato, dei servizi segreti. Anche alcuni superpoliziotti troppo potenti per essere intaccati, troppo sicuri di sé per essere ostacolati: uomini delle forze dell'ordine, che avevano lavorato con altri uomini della forze dell'ordine ammazzati dalla mafia, e che poi all'improvviso si sono ritrovati a condurre il gioco sporco”. Diego De Silva - Notturno pendolare Il racconto dello scrittore napoletano tocca del tema della mafia da lontano. Si parte da una donna che vive in via Chiaia e che passa la notte, per insonnia, nei cinema di notte. Finché una sera non incontra un ragazzo che la colpisce e si mette a seguirlo, per le vie dei Quartieri .. Gioacchino Criaco – La memoria del lupo Un carabiniere di Africo, appartenente ad una squadra speciale, che da cacciatore diventa preda, per una vendetta portata avanti da un killer con gli occhi azzurri. Che ha ammazzato il suo generale e poi tutti gli altri membri della squadra. Stanco di scappare, torna al suo paese, in Calabria. Africo, in pieno Aspromonte. Per trovarsi di fronte al lupo. E scoprire che il nemico non è lui, ma qualcuno che sta alle sue spalle. “Il Giuda del generale, dei tuoi compagni, il tuo nemico sta da un'altra parte. Che forse è la tua stessa parte.” Evelina Santangelo - Presenze L'importanza della memoria nella lotta alla mafia. Affinché tutti i fatti, tutte le persone, siano ancora vive. La strage di Ciaculli del 1963. La vita e la tragica morte di Peppino Impastato. Quel ragazzo venuto da nord a creare una comunità contro la tossicodipendenza, Mauro Rostagno. Nella Trapani che è lo zoccolo duro della mafia, da dove partono i picciotti per l'America. Come da quelle coste e dall'aeroporto partiva la droga raffinata e poi inviata al nord. Con la benedizione dei fratelli massoni e la protezione della politica. Quei politici come Totò Cuffaro che, a Samarcanda, aveva attaccato Falcone e l'azione del pool antimafia. Così colpevoli da meritare la pena di morte. Ma forse Falcone era già stato ucciso da quei giuda nel CSM e nella stessa magistratura che gli avevano sbarrato il posto all'Ufficio Istruzione e poi alla procura antimafia. Nell'ultimo suo discorso pubblico, nella biblioteca di Palermo, Paolo Borsellino lo aveva ricordato: si voleva ammazzare quel giudice per quello che aveva fatto, uccidere lui e fermare il pool antimafia. E poi altre morti. Il 19 luglio 1992 Borsellino. E l'anno successivo, don Pino Puglisi. La fine di tutte le speranze. O forse no. Questo il sito dell'associazione culturale L'Ora blu di Bollate e il link con tutte le tappe della staffetta e quello dell'iniziativa, a cui tutti possono partecipare!
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L'agenda ritrovata
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Perché sono importanti i libri?
Incipit Era una gioia appiccare il fuoco.Era una gioia speciale vedere le cose divorate, vederle annerite, diverse. Con la punta di rame del tubo fra le mani, con quel grosso pitone che sputava il suo cherosene venefico sul mondo, il sangue gli martellava contro le tempie, e le sue mani diventavano le mani di non si sa quale direttore d'orchestra che suonasse tutte le sinfonie fiammeggianti, incendiarie, per far cadere tutti i cenci e le rovine carbonizzate della storia. Col suo elmetto simbolicamente numerato 451 sulla solida testa, con gli occhi tutta una fiamma arancione al pensiero di quanto sarebbe accaduto la prossima volta, l'uomo premette il bottone dell'accensione, e la casa sussultò in una fiammata divorante che prese ad arroventare il cielo vespertino, poi a ingiallirlo e infine ad annerirlo. Egli camminava dentro una folata di lucciole. Voleva soprattutto, come nell’antico scherzo, spingere un’altea su un bastone dentro la fornace, mentre i libri, sbatacchiando le ali di piccione, morivano sulla veranda e nel giardinetto della casa, salivano in vortici sfavillanti e svolazzavano via portati da un vento fatto nero dall’incendio.Montag ebbe il sorriso crudele di tutti gli uomini bruciacchiati e respinti dalla fiamma. Cosa accadrebbe se le persone smettessero di guardare (e stupirsi) del mondo reale attorno a noi, del sole che sorge tutte le mattina, al tramonto, alle stelle? Cosa accadrebbe se le persone smettessero di parlare tra di loro, viso a viso, per rinchiudersi nelle loro case, a guardare enormi televisori a muro, che raccontano di una realtà inventata? Se smettessero di uscire all'aria aperta, passeggiare senza meta solo per star fuori, coi loro pensieri, per incontrare altre persone, avere un contatto “umano”? Cosa accadrebbe alle nostre vite se, giorno dopo giorno, la televisione pompasse programmi stupidi, che offrono (anzi, impongono) una felicità a basso costo, come una droga portata gratis a casa tua (e dove le persone sono ingannate, pensando di partecipare a questi programmi)? Sarebbe un mondo dove la gente vive al chiuso delle loro case, passando le serate al buio di fronte alla televisione; un mondo dove le persone smettono di avere propri pensieri, men che mai pensieri critici; un mondo dove le persone piano piano smettono di leggere i libri e dove la cultura smette di avere l'importanza che (almeno sulla carta) gli riconosciamo. Il mondo e la società che viene immaginata dai romanzi distopici è il peggior mondo possibile: un mondo e una società senza libertà e dove vige il controllo del grande fratello, immaginato da George Orwell in 1984, che condiziona persino le parole usate dalla gente. Un mondo e una società controllati dalle macchine come ne “Il mondo nuovo” di Aldous Huxley. Fahrenheit 451 (451 è la temperatura in gradi fahrenheit a cui brucia la carta) è un romanzo scritto negli anni '50 dallo scrittore americano Ray Bradbury. Non è un romanzo di fantascienza di astronavi e invenzioni strabilianti: è un romanzo in cui lo scrittore, partendo dalla società in cui viveva, enfatizzando alcuni cambiamenti in atto,si immaginava uno uno dei possibili mondi futuri (o presenti, se pensiamo che il libro è uscito negli anni '50). Bradbury ci avvertiva di quanto avrebbe potuto succedere nel futuro, il nostro presente. Ovvero una società basata sul controllo e sull'instupidimento delle persone, delle felicità a basso costo venduta attraverso trasmissioni televisive simili a reality, dove lo spettatore poteva sentirsi come a casa, come in famiglia. Come in Orwell, torniamo al tema del controllo governativo della vita delle persone, trattate come bambini, alle cui vite vanno tolte tutte le preoccupazioni, tutte le paure, tutti i dubbi. Una società dove si vive di fretta, senza farsi domande, senza chiedersi troppe cose, senza porsi troppi dubbi. C'è qualcuno che ha pensato già per te, che ti da tutto quello di cui hai bisogno, un'auto veloce, un televisore a muro, una radio-conchiglia da infilare nelle orecchie con cui isolarsi dal mondo e sentirsi felice. Una società dove non si leggono più libri e dove i pompieri, anziché spegnere gli incendi e salvare le persone e le cose, sono chiamati a bruciare i libri. I libri e le idee, i libri e la cultura, ovvero gli strumenti con cui una generazione comunica i propri pensieri alle successive. Una società dove vivono persone come Montag, di professione pompiere, e la moglie Mildred. E come milioni di altre, tutte uguali. O forse sarebbe meglio dire non persone, esseri tenuti in una sorta di vita artificiale, come i non esseri del mondo di Matrix (“pillola blu o pillola rossa”).... «Ho diciassette anni e sono pazza» disse lei a un tratto. «Mio zio sostiene che le due cose vanno insieme...» Finché un giorno, anzi una sera, al ritorno dal lavoro, al protagonista Guy montag non succede qualcosa: incontra una ragazza, Clarisse McClellan, che scombussola tutto il equilibrio, mette in discussione tutte le sue certezze. «A volte penso che i guidatori non sappiano cosa sono l’erba o i fiori, perché non li guardano mai lentamente» La famiglia di Clarisse non guarda la tv, non vanno ai parchi dell'evasione, passano le serate a parlare tra di loro, magari proprio sotto il portico delle case. Montag, stupito, osserva il volto della ragazza (“la faccia luminosa come neve sotto la luna”) mentre gli parla di fiori, delle stelle, delle farfalle, dei libri. «È vero che molto tempo fa i pompieri spegnevano gli incendi invece di appiccarli?». «No, le case sono sempre state a prova di fuoco. Glielo assicuro.» Una ragazza a cui piace osservare la gente, per strada, dentro la metropolitana: «La gente non parla di niente.» «Ma diranno pure qualcosa!» «No, niente.» E' la scintilla che incendia la sterpaglia nella prateria: Montag, incuriosito e forse anche innamorato di questa ragazza, che sembra più adulta della moglie (nel film di Truffaut sono interpretate dalla stessa attrice, Julie Christie) commette un atto di ribellione grave per la società in cui vive. Inizia a pensare con la sua testa. Forse il processo di ribellione era già dentro Montag: nonostante fosse vietato, aveva già conservato dei libri, presi dalle case che la sua unità (dietro segnalazioni anche anonime dei bravi cittadini) andava a bruciare. Il seme del dubbio era già dentro di lui e l'incontro con Clarisse non fa che anticipare un processo che era già in atto. Montag si mette a leggerli questi libri, altri ne prende di nascosto da una casa cui sta dando fuoco: la casa di una signora anziana che preferisce lasciarsi bruciare tra le fiamme piuttosto che abbandonarli, i suoi libri, una morte che lo sconvolge, un altro passo in più verso la ribellione. «Nei libri dev’esserci qualcosa, non possiamo immaginare cosa, che spinge una donna a bruciare con la sua casa. Dev’essere così, non ti fai ardere vivo per niente.» «Era una sempliciotta.» Clarisse uscirà presto di scena, dal racconto: ma Montag non può più fermarsi: decide così di parlare al suo capo, il capitano Beatty: «Vuoi sapere quando tutto è cominciato, da dove ha origine il nostro lavoro, come è stato concepito…» E il racconto del capitano costituisce il cuore della storia: perché si bruciano i libri? Perché la televisione manda in onda film e programmi banali che parlano solo di vite felici? E' il controllo delle masse, un'esigenza nata dalla “Tecnologia, sfruttamento economico delle masse e pressione delle minoranze”. E dunque tutti gli uomini devono essere uguali: “ .. non tutti nati liberi e uguali, come dice la Costituzione, ma tutti resi uguali. Ogni uomo deve essere l’immagine degli altri, perché allora tutti sono felici..” E in che modo rendere uguali le persone? Omologando pensieri livellandoli verso il basso, rendendo le persone uguali nella loro ignoranza, felici come gli uomini della caverna di Platone senza nemmeno l'immaginazione di capire cosa sono le figure che vedono. Una finta felicità ottenuta togliendo dalla vita il disagio, gli imbarazzi, le frustrazioni. I bianchi provano un certo disagio a leggere La capanna dello zio Tom e noi lo bruciamo. Bruciare tutto e nascondere tutto, anche le cose tristi (i funerali che sono scomparsi, come i corpi delle persone che muoiono) «Bruciare sempre, bruciare tutto. Il fuoco splende e il fuoco pulisce.» Tolti di mezzo i dubbi, i perché, la cultura, i libri, ecco arrivare la felicità finta: con i “concorsi a premi in cui basta conoscere le parole”. E, ancora: “Riempi loro i crani di dati non combustibili, imbottiscili di "fatti" al punto che non si possano più muovere tanto son pieni, ma sicuri d'essere "veramente bene informati". Dopo di che avranno la certezza di pensare, la sensazione del movimento, quando in realtà sono fermi come un macigno. E saranno felici, perché fatti di questo genere sono sempre gli stessi. Non dar loro niente di scivoloso e ambiguo come la filosofia o la sociologia affinché possano pescare con questi ami fatti ch'è meglio restino dove si trovano. Con ami simili, pescheranno la malinconia e la tristezza”. Cosa succederà al ribelle Montag, al pompiere modello che abbandona il lavoro, la moglie, per diventare un nemico della società? L'autore ha voluto lasciarci un filo di speranza, alla fine di questo libro che, è giusto ripeterlo, è soprattutto un ammonimento a noi che lo leggiamo. Perché Fahrenheit 451 è un romanzo sull’indipendenza e la necessità di pensare con la propria testa, ci parla dell’importanza di conservare i libri e difendere le voci di dissenso e i dubbi che emergono dalle loro pagine. Dal rischio che si corre, quando si comincia col bruciare un testo sgradito, che fa sorgere troppi dubbi, e poi si finisce col bruciare le persone. La speranza per la salvezza del mondo arriverà dalla comunità presso cui Montag, braccato dalla polizia e da un mostruoso segugio meccanico, aiutato dal professor Faber, troverà rifugio. Quando ci chiederanno cosa facciamo, dobbiamo rispondere: Noi ricordiamo. È così che vinceremo, alla fine. Una comunità di professori, intellettuali, persone che hanno letto e che hanno imparato i libri a memoria. Custodi della memoria, di quanto hanno scritto per noi i grandi scrittori del passato e delle vite passate: Questo libro ha dei pori, ha dei lineamenti. Può sostenere l'indagine di un microscopio: troverebbe la vita, sotto il vetrino, e in gran profusione. Più i pori sono numerosi, più consistente è la quantità di particolari vitali che possiamo affidare ad un centimetro di carta, più letterario sarà il risultato. E' la mia definizione, in ogni caso. Particolari vitali. Particolari inediti. I grandi scrittori sfiorano la vita molto spesso, i mediocri si limitano a passarci sopra una mano veloce. I cattivi la stuprano e la lasciano alle mosche.Quindi ora vede perché i libri sono odiati e temuti? Perché mostrano i pori sulla faccia della vita.
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Fahrenheit 451
by Ray Bradbury
(*)(*)(*)(*)(*)(19,730)

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Incipit Era mezzogiorno quando Maigret varcò l'ingresso a volta sempre fresco e il portone fiancheggiato da due agenti in uniforme che se ne stavano attaccati al muro per godere di un po' di ombra. Li salutò con un cenno della mano e per un istante rimase immobile, indeciso, guardando verso il cortile, poi verso place Dauphine, poi di nuovo verso il cortile. Su, nel corridoio, e poi sulla scala polverosa si era fermato due o tre volte, facendo finta di riaccendere la pipa, con la speranza di vedere spuntare fuori un collega o un ispettore. Non accadeva quasi mai che la scala fosse deserta a quell'ora, ma il 12 giugno di quell'anno la polizia giudiziaria e la già immersa in un'atmosfera di vacanza. Maigret, oltreché perdere le staffe (forse per la prima volta) si annoia: lo vediamo ad inizio romanzo indeciso, quasi perso nei corridoi vuoti del palazzo al Quai de Orfevres, per la partenza per le vacanze dei colleghi. Così, sceglie di recarsi alla brasserie Dauphine, a bersi un pernod, sperando di incontrare qualche volto amico: "Erano settimane che faceva il bravo, accontentandosi di un bicchiere di vino ai pasti e, le sere che era uscito con la moglie, di un bicchiere di birra." Qui incontra Lucas, assieme ad un signore italiano, Antonio Farano, gestore di uno dei locali del cognato Emile Boulay, sparito da tre giorni. Emile Boulay era stato chiamato come testimone dalla polizia giudiziaria per la morte di un piccolo criminale corso, Mazotti. Quest'ultimo gestiva il racket dei locali notturni (con tanto di streap tease), come quelli di cui Boulay era proprietario a Montmartre: mandava i suoi uomini prima a chiedere una tangente per avere protezione poi, in caso di diniego, inscenava delle risse nei locali per far allontanare la clientela. Ma questo trucco non aveva funzionato: Boulay aveva chiamato dal suo paese, Le Havre, degli scaricatori di porto che avevano dato una lezione agli scagnozzi del criminale, poi ammazzato a colpi di pistola. Un caso che generalmente non interessa la polizia giudiziaria e nemmeno i magistrati, usi a pensare che se si ammazzano tra di loro non c'è nulla di male. Ma è un caso che incuriosisce Maigret, forse anche per scappare dalla noia e dalle pratiche di burocrazia cui è costretto. Così, quando viene avvisato del ritrovamento di un cadavere, strangolato, corrispondente proprio a Emile Boulay. Ucciso e scaricato dopo tre giorni, come dirà poi il medico legale, su quella strada vicino al cimitero. Ogni quartiere di Parigi, ogni classe sociale ha, per così dire, il proprio modo di uccidere – così come ha il proprio modo di suicidarsi. In alcune strade ci si butta dalla finestra, in altre ci si uccide con le esalazioni della stufa o con il gas, in altre ancora ci si avvelena con i barbiturici.Ci sono quartieri in cui ci si accoltella, altri dove si usa una spranga e altri ancora, come Montmartre, in cui dominano le armi da fuoco.Il piccolo proprietario di night non solo era stato strangolato, ma per due giorni e tre notti l'assassino non si era sbarazzato del corpo.Maigret aprì l'armadio e prese giacca e cappello.«Andiamo!» borbottò.Aveva finalmente una scusa per abbandonare le sue incombenze burocratiche. L'inchiesta di Maigret, assieme al suo ispettore Lucas, svolge interamente nel mondo dei locali notturni che il commissario aveva ben conosciuto nel passato, per motivi professionali. Ma il morto non era un criminale o un impresario con pochi scrupoli: era felicemente sposato con una ragazza italiana; la sorella della moglie gli faceva da segretaria e il cognato gestiva uno di questi locali. Una vita tranquilla, si direbbe, da normale imprenditore. Uno che non si approfittava della situazione. Non solo le note del jazz che filtravano dalle porte dei night davano all'aria una vibrazione diversa, ma anche i passanti erano diversi e i taxi notturni cominciavano a riversare la loro clientela mentre una nuova fauna passava e ripassava dall'ombra alla luce. Di locale in locale, Maigret cerca di ripercorrere la vita del morto, in particolare le sue ultime azioni compiute l'ultima sera. Che ci sia qualcosa che non torna, lo capisce subito: il modo in cui è morto, il rischio che ha avuto l'assassino a tenersi il corpo. E poi quella sera, il suo passeggiare nervoso, quelle telefonate che aveva fatto, cercando di parlare con una persona, senza riuscire subito a rintracciarla (come racconta al commissario un suo confidente, “Topolino”. Detestava non capire, ne faceva una questione personale. Gli ritornavano in mente sempre le stesse immagini: Emile Boulay, con il vestito blu, che se ne andava al Lotus, poi entrava, faceva una telefonata, non otteneva la risposta, gironzolava un po', provava a chiamare un'altra volta, e un'altra ancora, sotto lo sguardo indifferente della guardarobiera. Il classico vicolo cieco dell'investigatore: ma a furia di continuar e continuare a ripetere gli stessi gesti del morto, a risentire tutte le persone che lo conoscevano, riesce a trovare una pista. Uno spiraglio. Un'idea che si forma in mente. E allora il commissario diventa il Maigret implacabile, che come una goccia insistente, ostinata, a furia di battere sulla roccia, ne lascia il segno. Aveva gli occhi spalancati, come persi nel nulla, la schiena curva e il passo lento e pigro.In quei momenti, le persone intorno a lui e soprattutto i suoi collaboratori pensavano che si stesse concentrando. Niente di più falso. Maigret aveva un bel dire, ma nessuno gli credeva. In realtà, ciò che faceva era un po' ridicolo, addirittura infantile. Prendeva un briciolo d'idea, un pezzettino di frase e se lo ripeteva come uno scolaro che cerca di farsi entrare in testa la lezione. Gli capitava anche di muovere le labbra, di parlare a bassa voce, da solo nel bel mezzo dell'ufficio, sul marciapiede, dovunque.E quello che diceva non sempre aveva senso. A volte sembrava una battuta.«Ci sono stati casi di avvocati uccisi da un cliente, ma non ho mai sentito parlare di clienti uccisi dal loro avvocato...». Cosa porterà Maigret a “perdere le staffe”? Quando scoprirà che l'assassino aveva usato il suo nome, per infangarlo e trascinarlo in una storia di corruzione, di processi aggiustati. No, nessuno si deve permettere di tirare in ballo il suo onore di uomo e di poliziotto. Maigret non era mai stato così pallido in vita sua. Il suo viso, inespressivo, sembrava un blocco di pietra. Con voce neutra, impressionante, ordinò: «Ripeti!..». «I..i..mi fa male ...». «Ripeti!». «I centomila franchi ..». «Quali centomila franchi?». «Mi lasci .. Le dirò tutto ..». Maigret lasciò la presa ma aveva la faccia livida,e a un certo punto si mise la mano sul petto e sentì il cuore battere all'impazzata.
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Maigret perde le staffe
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Maigret perde le staffe
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Prologo Una delle cose che il ragazzo ha imparato, in quei mesi che dal caldo hanno portato al vento, al freddo e di nuovo al tepore del sole, è sentire il clima.Non ne hanno parlato durante le lezioni. Eppure è un fatto, pensa mentre percorre a leggera salita verso la casa del vecchio, che da quando va lì la sua percezione delle cose è cambiata, e non solo nella sua professione. È stato un mutamento tanto sottile quanto inesorabile. Ora canta in maniera diversa, glielo dicono tutti... Rondini d'inverno è La fine di un ciclo, quello delle canzoni (dopo quello delle stagioni, quello delle festività): si chiude con la storia di una rondine che, diversamente dalle altre, non tornò al suo nido. Ma la storia della rondine è solo una delle tante, in questo romanzo, non l'ultimo della serie di Ricciardi, che qui trovano una fine e un nuovo inizio. C'è un assassino che all'inizio del racconto confessa la sua colpa: «Mi dispiace, brigadie'.Mi dispiace di aver sparato al commissario Ricciardi». E poi spiega, al brigadiere Maione, perché quel colpo di pistola, proprio al commissario Ricciardi: La colpa è dei sogni, brigadie'. Dell'esistenza finta che conduciamo nel segreto delle notti infinite. Dell'esistenza immaginaria che trasforma i momenti quotidiani in un peso insopportabile, e così fai quello che mai avresti pensato. Poi non ti resta che nascondere quanto è successo, sperando che nessuno arrivi a capirlo e che il sogno diventi realtà. È il sogno il vero colpevole, brigadie'.Poi, all'improvviso, leggi negli occhi di qualcuno quello che hai sempre temuto: la scintilla della comprensione.Dio, quanto mi dispiace.È il momento più terribile, sapete? Quando ti rendi conto da un gesto, da una parola, che c'è chi ha capito. E il sogno, che fino a un attimo prima scintillava solido e possibile, comincia a sfaldarsi, a dissolversi nel nulla.Da quell'istante pensi solo a proteggerlo.[..] Per questo ho premuto il grilletto, brigadie'. Mi dovevo difendere. Dovevo difendere quel sogno. C'è il sogno e la realtà: e almeno la prima parte del racconto si muove in mezzo ai due mondi, poiché il delitto su cui Ricciardi e Maione, il fidato collaboratore, è avvenuto in teatro: siamo agli ultimi giorni del dicembre 1932, al teatro Splendor va in scena la rivista Ah l'amour!, con protagonisti il famoso cantante Michelangelo Gelmi, assieme alla bellissima moglie Fedora Marra. Assieme nella vita e sul palcoscenico, a rappresentare la canzone Rondinella, una canzone struggente di amore e tradimento, di un innamorato che chiede all'amata di tornare al suo nido E turna rundinella,turna a 'stu nido mo' ch'è primmaveraI' lasso 'a porta aperta quanno è 'a serasperanno 'e te truvàvicino a me. Ma ad un certo punto, nella rappresentazione scenografica, irrompe la realtà: l'innamorato dovrebbe sparare due colpi all'amata che lo ha lasciati. Dovrebbero essere a salve, ma non è così. Uno di questo è un vero colpo che uccide Fedora, colpita al petto che cade all'indietro sul palco nella sua interpretazione più realistica. Ad indagare si un delitto che parrebbe di semplice soluzione è Ricciardi, digiuno di vita mondana e anche della notorietà della coppia. Come in tutti i casi, non può sottrarsi al “fatto”: la visione degli ultimi istanti della vittima, la sua malattia, la sua condanna Ricciardi rimase ad osservare ancora una manciata di istanti, poi si concentrò sul cadavere. Ci volle qualche secondo prima che la sua mente malata visualizzasse l'immagine della donna, il torace squassato dal colpo di pistola, la macchia di sangue che si allungava sulla veste. Rivolta verso l'altro lato della scena ripeteva: Amore della mia vita. Amore della mia vita. Amore della mia vita. Dalla bocca e dal naso le colava incessante il sangue che andava ad unirsi a quello del petto. Un caso semplice dunque: un delitto cui tutti sono stati inconsapevoli testimoni. L'altro attore in scena, i due musicisti, le ballerine e le altre persone che lavorano nel teatro. Gli spettatori. Ma qualcosa non convince Ricciardi. A cominciare dalla coppia di attori in scena. Il famoso Michelangelo Gelmi, una stella sulla via del tramonto. E la bella Fedora, astro nascente. Se l'assassino ha agito in preda all'impeto della rabbia, per un tradimento, perché ha agito così, aspettando quella canzone, davanti a tutti? E perché ucciderla, poi, visto che a lei doveva tanto della sua fortuna? Lei che, ora che era famosa, avrebbe potuto abbandonarlo. Non sono giorni facili, questi ultimi giorni dell'anno. Giorni in cui si è costretti ad essere felici. Perché finisce un anno e ne inizia un altro. Ma i problemi e i pensieri sempre lì rimangono. E in testa Ricciardi ha ancora quegli occhi che lo hanno guardato, sorridenti, una sera. Dopo che Enrica aveva rifiutato la proposta di matrimonio del giovane ufficiale tedesco. Sono qui. Ho rifiutato un futuro, una famiglia, dei figli. Ho respinto un uomo bello, ricco, affascinante. L'ho fatto qui, in casa mia, davanti alla mia famiglia, perché tutti capissero quello che ho voluto dire.Io voglio te.Questo si era sentito dire, con un sorriso dall'altra parte della strada. E un uomo come lui non sapeva sottrarsi alle responsabilità. Quegli sguardi si sono incontrati così, una sera. E si sono avvicinati, si sono raccontati i perché del rifiuto, i perché una donna nubile aveva aspettato tanti mesi per quella persona che aveva riconosciuto come amore della sua vita. Che fare? Confessare ad Enrica, la dolce Enrica, dei fantasmi che lo accompagnano da quanto era bambino, lungo le vie della vita? Per fortuna che c'è quel caso, quel delitto, per poter pensare ad altro. Al rapporto che c'era tra la coppia di attori, per esempio: un rapporto scenografico, finto, come inizia a comprendere dai racconti delle persone che lavoravano in teatro. O dalla scoperta di un biglietto in una veste di Fedora nel suo camerino: «Anche stanotte indosserò il tuo ricamo prima di addormentarmi» .. «nel mio cuore sarà l'ultima cosa che ascolterò». È la prova di un tradimento? C'è un incontro, in particolare, che Ricciardi fa in teatro che è un omaggio al grande Totò (che nel racconto è impersonato dal comico Zuzù) - Commissa', noi attori siamo gente strana. Con gli anni, a forza di rappresentare esagerazioni, perché questo sono i sentimenti che mostriamo sul palcoscenico, finiamo per esagerare pure noi. E ci convinciamo che è tutto vero: le lacrime e le urla, le risate e i tradimenti. Forse il povero Michelangelo è rimasto vittima di un sogno, e ha dimenticato la differenza che ci sta tra la realtà e l'immaginazione. Pure Fedora era un'attrice, e anche lei faceva finta. Magari si è inventata un grande amore e ci ha creduto.[..]Ricciardi studiò a lungo quel volto asimmetrico e triste, quasi una metafora delle parole che l'uomo aveva appena pronunciato: comicità fuori, malinconia dentro. Il comico Zuzù gli aveva detto che gli attori confondono la finzione con la realtà, e forse era vero. Ma il colpo di pistola che ha ucciso Fedora è tremendamente vero. Se non è stato il marito, Michelangelo, chi altri aveva interesse ad ucciderla e ad incastrare il cantante? Ma, come dicevo, in questo romanzo, tante storie accompagnano il filone principale del racconto: negli interludi c'è spazio per il racconto del giovane suonatore di mandolino che prende lezioni dal vecchio cantante e chitarrista. Che cerca di non insegnargli solo la tecnica dello strumento, ma anche la storia dietro ogni canzone. Gli racconta del sogno delle rondini: testarde e ottuse, ogni anno sognano di dover tornare al loro nido. .. nel sogno però non possiamo fare niente. Non possiamo allungare la mano per difenderci e neanche afferrare ciò che vogliamo. Stiamo solo sognando e la mano non si muove. E avvertiamo la frustrazione, il senso d'inettitudine. Stiamo là, intrappolati, protagonisti di quello che accade e spettatori impotenti, gli unici che non possono agire.Come mosso da una volontà propria, lo strumento torna di scatto in posizione... C'è la confessione dell'assassino, che va avanti: Il sogno e la nebbia, caro brigadiere, lavorano in modo diverso. I sogni ti avvelenano, la nebbia ti convince. Perciò ho pensato di poterla scampare, di farla franca, quando ci siamo svegliati in quella nebbia.Ho creduto che fosse scesa apposta a nascondere il mio sogno, a salvarlo.Mi è sembrato di buon auspicio, la nebbia.Ma com'è andata a finire lo sapete. La nebbia non è bastata, e ho dovuto difendermi. Il sogno, la funzione e la realtà: due mondi distanti e così vicini, separati solo da un sipario: Poi dice: il sipario. Tutti noi sottovalutiamo troppo il sipario, eppure quella cortina significa che lo spettacolo è terminato.Si scosta per le chiamate in scena, per gli applausi, ma lo spettacolo è finito.Però non ne parliamo, ci concentriamo sul palco, sui movimenti o sul repertorio sulle entrate e sulle uscite di scena, sulle posizioni che dobbiamo occupare. Oltre allo Splendor e al delitto sul palcoscenico, c'è poi un'indagine personale portata avanti da Modo (il dottore dal cuore così grande da poter amare una persona sola) assieme a Maione, per scoprire chi ha picchiato fin quasi ad ammazzarla Lina, una prostituta frequentata dal dottore. Livia, la bella cantante lirica, vedova del tenore Lezzi, ancora innamorata di Ricciardi, che è stata arruolata da un enigmatico personaggio, Falco, per spiare l'ufficiale tedesco che aveva chiesto la mano ad Enrica. La contessa Bianca di Roccaspina che abbiamo incontrato in “Anime di vetro”: assieme a Carlo Maria Fossati, duca di Marangolo, organizza un incontro per la notte di capodanno assieme a quel commissario dagli occhi verdi. La custode di Ricciardi, Nelide la nipote di zì Rosa, alle prese con una cenone “cilentano” per il Capodanno che non verrà mai consumato.. Quante emozioni e tutte assieme, per questo capodanno così freddo, per quel vento tagliente, in cui tutte le storie troveranno una fine. E un nuovo inizio. Che si alzi il sipario!
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Rondini d'inverno
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Prologo Porto Torres, domenica 14 aprile 1963«E ora?» La voce catarrosa di nicotina di Mario Moruzzi quasi si perse nello sferragliare del motore.«E ora niente, volva spaventarci, tutto qua. Stiamo attenti per un po'. Magari lo diciamo a qualcun altro. Lo abbiamo in pugno.» Armando Ortu si voltò a guardare il collega seduto sul sedile del passeggero del Lancia Esatau B.Anche nell'oscurità dell'abitacolo poteva vedere la ricrescita scura della barba rasata di fresco. Avrebbe dovuto farsela due volte al giorno. Gli occhi non dicevano nulla.«E' troppo potente per tenerlo in pugno.»«Sappiamo cosa sta facendo. Non dimenticarlo.» Inizia a scartamento ridotto questo romanzo del vicedirettore del Corriere Daniele Manca: un po' come succede al protagonista, Carlo Passi, giornalista al Giorno Carlo Passi, che (dopo il prologo) incontriamo mentre si trova alle prese con un post sbronza: La Michela Milano, giovedì 2 maggio 1963 Carlo cercò di mettere a fuoco il marchio del Cynar stampato sull'enorme specchio dietro il bancone del locale della Michela. La donna lo osservava già da un po' con uno sguardo a metà tra il divertito e l'affettuoso. Ironico, o và a sapere. Non le sarebbe mai crollato davanti. Non era soltanto la sua implacabile eleganza, aveva un trucco che in fondo era sempre lo stesso: fissarsi su qualche particolare, ricacciando indietro gli assalti dell'alcol alla bocca dello stomaco e al cervello.Ma c'era poco da fissarsi su quel grosso carciofo, o sul grottesco faccione della spuma Giommi, era chiaro che aveva esagerato.«Ti piacerebbe se rimanessi a dormire qui?»Ci stava tornando troppo spesso in quel sottoscala.E sempre da solo.Di amici non ne vedeva girare molti intorno a sé, ultimamente. Per non parlare di donne. Non gli andava giù che la storia con l'Enrica fosse finita, e quella con l'Elisabetta, poi, gli era valsa giusto un tetto sulla testa e una branda su cui dormire.Gli restava la Giulietta. Mollato senza troppe spiegazioni dalla fidanzata Enrica, giornalista pure lei, ma alla Rai. Lo vediamo girare le strade di Milano in questa fresca primavera del 1963. La “Rossa” che da il titolo al libro non è la fidanzata (pure lei dai capelli color rame) ma la sua Alfa Romeo del 1960, rossa fiammante. Non solo una macchina, ma anche un rifugio dell’anima quando «vuoi stare solo e devi rimettere in ordine le cose», quando ci sono troppe domande a cui non si riesce da dare risposta. Che fine ha fatto Enrica? E, altra domanda che si aggiunge alle altre, chi è la ragazza che ora vive nell'appartamento di Enrica, un altra ragazza, una bella morettina che assomiglia all'attrice Natalie Wood. Alle stranezze se ne aggiunge un'altra: l'incarico che riceve dal suo direttore, Baldori, per un servizio su un petroliere potente, Raminghi, su cui girano tante voci su traffici poco leciti del petrolio e di cui si dice essere molto ammanicato con la politica. Politica che, appena passate le elezioni politiche, deve ora trovare nuovi equilibri: la Democrazia rimane primo partito ma ha arrestato la sua crescita, diversamente dal partito comunista di Togliatti e dai socialisti di Nenni. Sarà l'inizio dei governi di centro sinistra, con nuovi potenti a dividersi le poltrone e i pezzi di potere in quell'Italia ancora giovane. Ma tutte queste cose sfuggono al povero Carlo Passi, bravo a buttar giù i pezzi sul foglio bianco ma ingenuo di come funzionano i meccanismi del potere. All'improvviso la sua vita prende una accelerazione: assieme all'amico giudice Everardo Piccioni (amico del padre, ex fascista, di quelli che non avevano subito cambiato fede politica) va a casa di Enrica per cercare qualche appunto, per capire a cosa stava lavorando; il giudice viene aggredito e lui arrestato mentre insegue uno dei due aggressori, e viene pure sbattuto in cella.. Carlo si sentiva come avvolto in una bolla. Faceva fatica a capire cosa gli era successo nelle ultime 12 ore. Prima la sbronza dalla Michela, poi l'incontro inaspettato con quella femme fatale, e ancora il mistero su che fine avesse fatto l'Enrica, e infine di nuovo lei, quella moretta e il suo strano invito. Chissà se stava davvero giocando con lui. Lo squillo sgraziato del telefono seguito da un "Pronto", lo riportò alla realtà. Qualcuno inizia a seguirlo, perfino nella nuova casa dell'amica giornalista Elisabetta, un bilocale al “Borg de scigulatt”, il borgo degli ortolani (la zona a nord, attorno a via Canonica). Cosa sta succedendo? Una vita a stare lontano dai guai, con quella aria da simpaticone che piaceva tanto alle donne, e all'improvviso ti ritrovi in cella, senza aver nemmeno capito in che guai sei andato a finire. Colpa delle domande su Raminghi? Colpa del servizio a cui sta lavorando Enrica? E cosa significano quegli articoli di giornale trovati da Enrica dove si parla di due camionisti uccisi a Porto Torres, guarda caso dove si trovano gli impianti del petroliere Raminghi? C'è forse un collegamento? Glielo racconterà Saviolli, banchiere e amico di famiglia, chi è Raminghi e quanto è grande il gioco in cui si è infilato: in Italia funziona così, per diventare un imprenditore famoso c'è bisogno di buoni rapporti con le banche e con la politica: «... Solo che in Italia la politica funziona ancora da passe-partout. Fai una porcata? Dalle una coloritura politica e vedrai che gli italiani romanticoni e coglioni te la lasciano passare. Rubi per te? Sei un ladro. Rubi per te perché sei in lotta per un mondo migliore per tutti? Per un ideale, quale che sia? Vedrai, in fondo non sei proprio un ladro.»«Ma perché Raminghi ruba?»«Ruba. Ruba, parola grossa. Diciamo che si infila nei buchi si uno Stato giovane che ancora non si è abituato a far rispettare i propri interessi. Come un topo nel formaggio. E così, in questa gruviera che è il nostro paese, anche quelli che vogliono rovesciarlo, il Paese, facendolo tornare agli anni del regime, possono prosperare. Se poi questo serve a tenere i comunisti lontano dal governo .. » Il romanzo di Daniele Manca è un racconto della Milano (e dell'Italia) degli anni sessanta: l'Italia del Cynar, dei televisori Phonola, delle osterie, della grande Inter, dei quartieri nobili come l'appartamento in via Crocetta di Enrica e dei quartieri dormitori come la “Corea”. Dove vivevano tutti i meridionali raccontati da Luchino Visconti in Rocco e i suoi fratelli. Non è l'unico contrasto in questo romanzo: l'Italia degli anni 60 (che già allora aveva perso la sua innocenza ma ancora non se ne era accorta) viene vista attraverso gli occhi dei due giornalisti, con due visioni del loro lavoro diverse. Da una parte Enrica una giornalista determinata, di quelle che intendono cambiare il mondo col suo lavoro: Si giocava tutto, con quell'inchiesta. Aveva messo le mani nella tana di uno dei serpenti più velenosi di quel rettilario che era il potere italiano. E dall'altra parte Carlo, l'ingenuo Carlo, che faceva quel mestiere come fosse un lavoro qualsiasi: Chissà come stava Carlo. Chissà se avrebbe capito; a volte sembrava solo un ragazzone ingenuo. Pareva non cogliere le connessioni, o non voleva vederle. Faceva il giornalista come se svolgesse un servizio per gli altri, come se l'obiettivo fosse far capire, come un giudice o chissà cosa. Non capiva che il suo lavoro doveva cambiare il mondo. Simpatico e divertente, sì, quello sì. Ma dell'Italia che si stava dividendo tra chi era dalla parte giusta e gli altri non gliene fregava niente. Carlo l'ingenuo forse, uno “che aveva passato la vita a lasciarsi vivere”. Ma non ingenuo a tal punto dal non rendersi conto di essere stato usato da troppe persone per i loro scopi: di chi deve fidarsi per uscire dal gioco grande in cui è finito? Dall'amico giudice, che lo mette a conoscenza dei documenti riservati sui potenti, che custodisce nel suo archivio segreto, per colpire qualche suo ex compare? O del direttore del suo giornale, Baldori, che gli aveva affidato quel servizio per fare bella figura con la proprietà. Sullo sfondo l'Italia, la sua coscienza opaca, le trame per il potere, degli equilibri politici che nessuna elezione doveva perturbare. Il finale aperto lascia sperare che questo sia solo un primo capitolo per futuri sviluppi, sull'Italia degli anni del boom. Quelli che avrebbero potuto modernizzare il nostro paese non solo nella facciata e che invece hanno portato, per usare le parole di Pasolini, ad uno sviluppo senza progresso.
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IntroduzioneL'ultima persona sulla terra che ci si sarebbe aspettati di veder finire al Metropolitan Correctional Center di Park Row era Dennis Malone.Se qualcuno avesse nominato il sindaco, il presidente degli Stati Uniti, il papa, la gente di New York avrebbe scommesso sulle probabilità di vedere dietro le sbarre loro, prima del detective di primo grado Dennis John Malone.Un poliziotto eroe.Figlio di un poliziotto eroe.Sergente veterano nell'unità più d'elite del NYPD.La Manhattan North Special Task Force.E, soprattutto, uno che sa dove sono nascosti tutti gli scheletri, perché la metà ce li ha messi lui. Soldi, tanti soldi. Soldi per aggiustare un processo, per comprarsi un testimone, per cancellare delle prove, per intimidire un teste. In quest'ultimo romanzo di Don Winslow sembra che i soldi siano l'elemento essenziale che fanno giare le cose nella città di New York. Si usano i soldi per avere un favore da un poliziotto di quartiere, perché un giudice chiuda un occhio, perché gli agenti degli Affari interni (Internal affair bureau, IAB) non vedano il marcio che c'è nei distretti di polizia. Ma coi soldi si comprano gli appalti pubblici, si costruiscono quartieri, si conquista la fama con cui poi iniziare una scalata politica. I soldi conquistano l'anima della gente. Che tu sia in basso, in mezzo alla strada, in mezzo alla sporcizia, al sangue e alle pallottole. O che viva in cima ad un grattacielo, godendoti il panorama dall'alto della città. E coi si soldi si compra la droga. Tanta droga che fa felici le persone, sia quelle che devono attaccare il turno alla mattina presto, sia i professionisti che hanno bisogno della spinta per reggere i ritmi e lo stress del lavoro. Marijuana da fumare, cocaina, eroina da iniettare in vena. O anche le pastiglie di dexedrina, che i poliziotti come Denny Malone butta giù per stare in piedi un giorno ancora. Dopo una notte di lavoro, una di quelle notte dove una pallottola col tuo nome sopra ti ha solo sfiorato la testa, o una notte passata a festeggiare un sequestro di droga, a base di alcool, cocaina e sesso. Prologo.New York city, le quattro del mattino.Quando la città che non dorme mai alla fine si stende e chiude gli occhi.Questo pensa Denny Malone mentre la Ford Crown Victoria scivola lungo la spina dorsale di Harlem.Dietro muri e finestre, in appartamenti ed alberghi, edifici o palazzoni popolari, le persone dormono o non riescono a dormire, sognano o sono al di là dei sogni. Litigano, scopano o entrambe le cose. Se ne “Il potere del cane” e poi nel seguito “Il Cartello” abbiamo visto la guerra alle droghe e ai cartelli in Messico, in questo ci troviamo nell'altro fronte di una guerra, quello metropolitano. Una guerra persa in partenza: la droga che arriva nelle strade non si può arginare a colpi di sequestri, di numeri da sbandierare all'opinione pubblica per scalare qualche gradino della popolarità, per farsi una guerra, polizia contro amministrazione locale, o all'interno della stessa polizia. Vuoi fare bella figura? Il tasso di criminalità è sceso.Ti servono più fondi? Il tasso di criminalità è salito.Hai bisogno di arresti? Manda i tuoi uomini a fare una serie di finte retate che non arriveranno mai a una condanna. Non importa, le condanne sono un problema dei tribunali, a te serve solo il numero degli arresti effettuati.Vuoi provare che nel tuo settore le droghe sono in calo? Manda i tuoi ragazzi a fare perquisizioni e irruzioni in posti in cui la droga non c'è.Questa è una parte dell'imbroglio. L'altro modo di manipolare i numeri è dire ai funzionari di declassare i reati ad infrazioni. Così una rapina diventa un «piccolo furto», il bottino di un furto con scasso diventa «smarrimento di effetti personali», una violenza sessuale diventa un «rapporto non consenziente».E boom, il tasso di criminalità è sceso. Attraverso gli occhi di Denny Malone, sergente investigativo della Manhattan North Special Force, vediamo tutto questo: la droga nelle strade, la lotta ai piccoli spacciatori e la guerra ai gruppi più grandi, la polizia che arriva a comprasi la droga, pur di toglierla dalle strade. Come anche la polizia che arriva a comprasi le partite di armi che, dagli altri paesi, arrivano ad infestare la città che non dorme mai. Perché al secondo emendamento non ci crede nessuno, proprio nessuno. Dietro le armi, dietro la lobby delle armi, c'è solo il puro e semplice guadagno. Guadagno con quelle armi con cui un poliziotto stesso rischia di essere ammazzato: Quei coglioni convinti che la risposta sia dare un'arma a tutti così, per esempio, possono mettersi a sparare in un cinema buio, non si sono mai trovati con una pistola puntata contro e, se succedesse, se la farebbero addosso.Dicono che si tratta di rispettare il secondo emendamento e i diritti della gente, ma in realtà si tratta solo di denaro. I fabbricanti delle armi, che finanziano la NRA, vogliono vendere le armi e guadagnare. Una guerra del bene contro il male? Nossignore, toglietevelo dalla testa. Denny Malone, William Montague e Phil Russo non sono affatto i buoni in questa storia. I poliziotti senza macchia che combattono contro i narcos, contro chi spaccia droga, contro chi sfrutta la prostituzione, contro chi fa le estorsioni. La loro squadra speciale, l'ennesima squadra speciale era stata costruita per “togliere gli animali dalla strada”, per tenerli in gabbia. Anche a costi di falsificare le prove, anche a costo di usare metodi sporchi. Perché la verità, che conoscono entrambi,è che senza le testimonianze addomesticate dei poliziotti, dette «testimenzogne», l'ufficio del procuratore non otterrebbe mai una condanna.Questo non disturba Malone. Tutto pur di togliere la feccia dalla strada, tener pulita la giungla. Anche a costo di chiudere un occhio nei confronti di un pesce piccolo, se questo ti può portare ad un criminali di livello più alto. Anche a costo di imboscarsi qualche chilo di droga, e far fuori il boss, come leggiamo subito nel prologo. Anche a costo di diventare uno che porta in giro buste imbottite di denaro, di soldi, con cui si comprano quei favori, all'Ufficio degli Affari interni, da un avvocato che chiede di poter avvicinare un giudice, dalla mafia, che con quei soldi si compra la pax mafiosa per i suoi traffici. Perché, se ancora non lo sapete, a New York c'è ancora la mafia: Tutti pensavano che la mafia fosse finita dopo la legge Rico (Racketer Influenced and Corrupt Organizations), dopo Giuliani, il maxiprocesso noto come la mafia commission trial o il cosiddetto Windows Case.Ed era vero.Poi erano cadute le Torri Gemelle.Da un giorno all'altro, i federali avevano spostato tre quarti del personale all'Antiterrorismo e la mafia aveva ripreso forza. Anzi, aveva guadagnato una fortuna con la rimozione dlele macerie del Ground Zero. [..]L'undici settembre aveva salvato la mafia. Tutto questo mondo, tutto questo sistema che per anni era andato avanti immutabile, all'improvviso crolla. E' il mondo che aveva portato a Malone e alla sua squadra (“Da Force”) onori e medaglie, soldi con cui assicurarsi una serena vecchiaia dopo i venti anni di servizio, soldi con cui pagare l'università ai figli, gli alimenti alla moglie Sheila da cui è separato. Malone si trova all'improvviso dall'altra parte della barricata: i federali lo costringono a diventare un loro informatore, per portar loro le prove con cui incastrare giudici e avvocati corrotti. Per poi passare ai poliziotti corrotti. “Merda, il mondo intero gli sta crollando addosso. Castillo e i dominicani, i Cimino, i fedeali, lo Iab, la polizia, l'ufficio del sindaco e solo Dio sa quanti altri”. Ma anche in questa guerra alla corruzione e ai soldi sporchi non è facile distinguere i buoni dai cattivi. Quelli di cui ti devi fidare e quelli che ti possono tradire. E per Malone, il re della squadra speciale, il poliziotto con tante medaglie sul petto, tradire i propri fratelli, è un peso che non si può sopportare. Ma come ha fatto il poliziotto Denny Malone, che aveva giurato di indossare la divisa per proteggere e difendere, a finire incastrato in questa situazione? A rischiare anni di galera per le mazzette, per la corruzione, per i soldi sporchi, per quei rapporti con la mafia, con i signori della droga? Semplice, un passo alla volta. Un passo alla volta, lo sporco della città che ti entra nel sangue: Suo padre tornava a casa dal lavoro e andava direttamente a farsi una doccia. Ora Malone sa perché.La strada resta con te.Ti entra nei pori, nel sangue.E la tua anima?, si chiede Malone. Anche di quella dài colpa alla strada?Un po' di colpa, si.Hai respirato corruzione da quando hai ricevuto il distintivo. Come hai respirato la morte da quel giorno di settembre. La corruzione non è solo nell'aria, è anche nel DNA.Sì, dai pure la colpa alla città, dà la colpa a New York.Alla polizia.È troppo facile, ti impedisce di porti delle domande.Come sei arrivato a questo punto?Come si arriva dappertutto.Un passo alla volta. Nella terza parte del libro, il ritmo del racconto prende una decisa accelerazione: un tutti contro tutti, in cui non importa far pulizia del marcio, ma far fuori l'avversario in guerra di potere. Una guerra in cui Malone si troverà contro tutta la città di New York. Una guerra in cui, per sopravvivere, dovrà fare delle scelte dolorose. Una Beretta 8000D nella fondina nella caviglia.Una Glock 9mm in una fondina ascellare.Poi, sopra tutto questo, indossa una maglietta nera larga e infila il coltello Sog nello stivale.Claudette lofissa. - Gesù Cristo, ma chi ti sei messo contro?- La città di New York, - dice Malone Dietro questo romanzo c'è un grande lavoro di preparazione, che ha permesso a Don Winslow di raccontare la New York, le sue strade, i suoi quartieri. A raccontare di come stanno veramente le cose, quando si parla di narcotraffico. E di corruzione nella polizia. E di corruzione dentro il palazzo del sindaco. E poi la lotta impari contro il crimine, il potere seduttivo del denaro, il machismo e il razzismo dentro la polizia. Rispetto ad altri libri di Winslow, forse questo è meno corale, tutto la storia si concentra attorno al personaggio principale. Che ora, ad un passo dalla galera, deve decidere chi tradire.
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Corruzione
by Don Winslow
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Corruzione
by Don Winslow
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Dal fiume che cinge la città a nord, si vede l'orizzonte. Stupendo. Si guarda in su, quasi con sacro timore, e davanti a quello spettacolo incantevole non si può far altro che trattenere il respiro.Le sagome nette degli edifici squarciano il cielo divorando l'azzurro.… Gli sbirri dell'87 distretto, i bastardi dell'87 esimo ... Era il 14 dicembre passato, quando durante la rassegna Noir in festival al cinema Anteo, Maurizio de Giovanni aveva anticipato che avrebbe curato la ripubblicazione della serie di gialli di Ed Mac Bain. Un omaggio al grande scrittore americano, da cui in tanti hanno preso qualcosa, compreso De Giovanni. La serie dei Bastardi di Pizzofalcone, per sua stessa ammissione, è ispirata a quella di Ed McBain che, nella prefazione di Pane viene chiamato "il più grande di tutti". Grazie ad Einaudi allora abbiamo modo di riscoprire i poliziotti dell'87 esimo distretto, la squadra dei detective con Steve Carella (guarda caso con gli occhi leggermente a mandorla “che gli conferivano un aspetto orientale” come il suo emulo italiano, il “cinese” Lojacono), Mike Reardon, Hank Bush, del tenente Byrnes, oltre agli agenti della scientifica e agli uomini di pattuglia che tutti i giorni lavorano sui crimini che avvengono nel loro enorme distretto. Un distretto difficile, perché abbraccia un vasto territorio che abbraccia la zona tra la River Highway, dove vive la upper in stabili dall'aspetto elegante con "portieri gallonati e inservienti per l'ascensore", arriva al quartiere irlandese e a quello portoricano, fino alla zona di Grover Park, con le gang giovanili che non amano molto i poliziotti e nemmeno i detective (i tori) e dove la rapine erano all'ordine del giorno. Una città di contrasti, dal cielo sfavillante, ma con le strade sudice di sporcizia: La città si estende simile ad una gigantesca vetrina di pietre preziose, sfavillante di luce viva. Si affacciano sul fiume con tutte le luci che gli uomini hanno acceso e, a guardarli, mozzano il fiato.Sotto i grattacieli, sotto le luci, ci sono le strade. E le strade sono sudice. La città non viene mai nominata ma è chiaramente ispirata a New York. Sono cambiati i nomi dei quartieri, delle strade. Il fiume che la attraversa non ha un nome. Ma è lei, la città che non dorme mai... Odio gli sbirri uscì originariamente nel 1957 ("Cop hater"): rispetto alla precedente letteratura “di genere”, per la prima volta in un giallo non ci si trovava più di fronte al singolo investigatore che, partendo dalla scoperta del cadavere, deve risalire all'assassino e alle ragioni di quel sangue. Qui ci troviamo di fronte ad una squadra vera, a poliziotti di cui vengono descritte in modo molto accurato i metodi investigativi, le tecniche. Poliziotti di cui l'autore vuole raccontarci tutto: sia come pensano e come lavorano sui loro casi, sia nella loro vita privata di uomini. Uomini con una casa, con una donna che li aspetta, che sudano sotto l'afa di questa estate che non lascia scampo. Faceva ancora caldo. La città pareva avvolta in una pesante coperta giallognola. A Steve Carella non piaceva il caldo. Non gli era mai piaciuta l'estate, neanche quando era bambino, e adesso che era un adulto e un poliziotto pensava che l'estate aveva solo una caratteristica degna di nota: faceva puzzare i cadaveri più in fretta. In questo giallo l'assassino è un uomo che forse spinto dall'odio, uccide i poliziotti con la sua calibro 45 mentre stanno prendendo servizio o quando stanno smontando. Nel momento in cui sono più vulnerabili. Come Mike Reardon, il primo a morire: Non c'era molta differenza tra il cittadino che corse per la strada, in cerca di una cabina telefonica, e quello che fino a poco prima si chiamava Mike Reardon e che adesso giaceva immobile al suolo.Una sola cosa li distingueva: Mike Reardon era un poliziotto. Da dove partire per l'omicidio di un collega? Dai vecchi casi a cui il detective aveva lavorato, andando a sentire gli informatori, per capire se qualche vecchia conoscenza avesse deciso di regolare i conti con la polizia a modo suo. Un lavoro in cui ti capita di sbagliare pista tante volte. Di fare tante domande inutili. Di girare strada per strada, palazzo per palazzo: L'odore che c'è in una palazzina è l'odore della vita. E' l'odore della cucina, del sudore, dei rifiuti. L'assassino colpisce nuovamente: ancora un detective dell'87 esimo e, guarda caso, proprio il collega che lavorava in coppia con Reardon. Davide Foster (il “negro”, così lo chiama McBain): anche lui ucciso da un colpo di pistola calibro 45: David Foster fece per voltarsi, ma una pistola calibro 45 sputò fiamme nella notte, e David Foster si piegò su sé stesso, le mani strette al petto. Un fiotto di sangue gli colò tra le dita nere e cadde sul marciapiede, morto. Il caso a questo punto esplode, anche perché è la stampa a porsi delle domande e a cercare di dare delle risposte facendo delle indagini in parallelo a quelle della polizia che creano più problemi che altro. Tocca al detective Steve Carella, che sta vivendo una felice storia d'amore con Teddy, una ragazza conosciuta durante un passato caso, ad avvisare la madre di Foster: Non c'è un molto che si possa dire a una madre, quando suo figlio è morto. No, non c'è proprio molto da dire. In questo giallo l'autore ci porta dentro il commissariato dell'87 esimo, dove i ventilatori faticano a creare un'aria più respirabile per gli agenti. Ma ci porta anche dentro le loro case: ci mostra cioè le persone alle prese coi loro problemi, di fronte alle loro mogli o fidanzate. Ce li mostra, i poliziotti della squadra, in tutte le sfaccettature del loro carattere: c'è quello riflessivo e c'è quello manesco, c'è l'agente alle prime armi e quello che considera il suo un lavoro in cui serve solo l'ostinazione di un mulo. Così, mentre l'assassino è pronto ad uccidere altri poliziotti, la soluzione per risolvere il caso arriverà quasi per caso, dopo aver battuto tante piste inutilmente. Giustizia è fatta, alla fine. La popolazione è salva e così la stampa può passare ad altri problemi, più importanti (molto amaro il finale ..) Prese una copia del giornale di Savage. Le notizie del processo erano sparite dalla prima pagina. Adesso ce n'erano altre più importanti.Il titolo di apertura era: Finita l'ondata di caldo!Rallegriamoci. Odio gli sbirri è un libro che non mostra affatto i suoi anni: per il modo in cui è stato scritto, per come racconta la città (dando tanti dettagli ma senza mai svelare nulla che possa ricondurre ad un luogo reale), per come racconta le persone (anche con le loro debolezze), pur se ambientato a fine anni 50, è come se fosse scritto oggi. Non ha perso nulla della sua freschezza. E forse proprio per questo è un giallo che si legge e apprezza ancora oggi!
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Odio gli sbirri
by Ed McBain
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Odio gli sbirri
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1992-93. Le bombe, i tentati golpe, la guerra psicologica in Italia Compito dello storico è porsi le domande e, se possibile anche trovare le risposte, per cercare di raccontare un periodo della vita di un paese, colmando le zone d'ombra e i vuoti con le sue ricostruzioni. La nostra storia recente è piena di queste zone d'ombra: gli strateghi dietro le bombe esplose su treni, nelle piazze, nelle banche; i rapporti tra uomini dello Stato (non solo i famosi servizi deviati) e esponenti dell'eversione; il perché di certi depistaggi e delle false piste che sono state disseminate sul percorso delle indagini. Per arrivare poi a tempi più recenti: le bombe del 1992-1993 a quale vero obiettivo erano destinate? Erano l'attacco della mafia allo Stato dopo il maxiprocesso (e il tradimento della politica) oppure servivano anche ad altro? Magari per ricucire quell'accordo tra stato e antistato che il crollo del Muro di Berlino (e la fine della guerra fredda e dell'anticomunismo, di cui la mafia era alfiere al sud) aveva interrotto? Oltre alla mafia, le cui responsabilità sono ormai abbastanza chiare dal punto di vista militare, quali altre entità sono state coinvolte in questa stagione di terrorismo e di grande confusione? Sappiamo che dietro quegli attentati erano presenti anche le altre organizzazioni della criminalità organizzata, come la ndrangheta. E anche altre organizzazioni (le onnipresenti logge massoniche che al sud si sono dimostrate permeabili alle mafie, l'eversione nera, uomini dei servizi che ufficialmente non esistevano, ..) che hanno suggerito obiettivi, strategie, perfino aiutato gli stragisti. Se non di sola mafia stiamo parlando, che significato assumono allora le bombe, i delitti politici, la trattativa (o le trattative) stato mafia? Perché quegli attentati, così eclatanti, così impressionanti (l'attentatuni a Capaci contro Falcone e la sua scorta, quando bastava ucciderlo mentre girava a Roma)? E come mai, all'improvviso, quelle bombe hanno smesso di scoppiare? L'ultimo attentato di cui parlano i pentiti era pianificato a gennaio 1994, allo stadio Olimpico e doveva colpire il pullman dei carabinieri in servizio. La bomba non esplose, il radiocomando non funzionò e a Spatuzza non fu chiesto di riprovarci. Poi i suoi capi, i fratelli Graviano furono arrestati. E nel 1994 il paese attraversò definitivamente il guado per approdare alla seconda repubblica, guidato dall'uomo nuovo, l'imprenditore delle TV, Silvio Berlusconi a capo del partito azienda costruito attorno al manager di Publitalia Marcello Dell'Utri. In pochi mesi eravamo passati dal caos alla nuova stagione del milione di posti di lavoro, con la scomparsa dei vecchi partiti e con la sinistra che ancora una volta perdeva l'appuntamento con le urne (e l'ingresso al governo). Sandra Limiti ha cercato di dare una sua ricostruzione agli eventi criminali di questa stagione così nevralgica della nostra storia, parlando di “strategia dell'inganno”: siamo stati tutti ingannati da un abile gioco di prestigio avvenuto sotto i nostri occhi: le bombe (quelle in Sicilia e poi quelle in continente, contro obiettivi sconosciuti alla maggior parte degli italiani), i tentativi di golpe (i mercenari che avevano tentato l'assalto alla Rai, il golpe denunciato da Donatella de Rosa, il golpe di cui aveva parlato Ciampi nelle sue memorie, la notte del 27 luglio 1993), gli scandali dei servizi (l'inchiesta dei fondi neri del Sisde e quell'allarme del presidente Scalfaro “ci hanno provato prima con le bombe e poi con gli scandali .. io non ci sto”), i partiti messi sotto scacco dalla magistratura per Tangentopoli, la politica debole che si trova sotto attacco delle speculazioni e della crisi: “.. tutti questi fatti portano il segno di una grande opera di destabilizzazione messa in pratica anche con la collaborazione delle mafie e con l’intento di causare un effetto shock sulla popolazione, creando un clima di incertezza e di paura, e disgregando le nostre strutture di intelligence. Centinaia di testimonianze, inchieste, processi hanno offerto le prove che in Italia è stata combattuta una guerra non convenzionale a tutto campo e sotterranea. Furono azioni coordinate? E se sì da chi? Non lo sappiamo. Di certo tutte insieme, in un contesto di destabilizzazione permanente, provocarono un ribaltamento politico generale. Un golpe a tutti gli effetti”. Centinaia di testimonianze, inchieste, processi hanno offerto le prove che in Italia è stata combattuta una guerra non convenzionale a tutto campo e sotterranea.Furono azioni coordinate? E se sì da chi? Non lo sappiamo. Di certo tutte insieme, in un contesto di destabilizzazione permanente, provocarono un ribaltamento politico generale. Un golpe a tutti gli effetti”. Un golpe, dunque: come è avvenuto questo golpe, che ha sottratto il paese ad un destino diverso, libero dalle mafie, con una classe politica libera da ricatti e condizionamenti? L'autrice ha diviso il suo libro in tre grandi capitoli: - Prima parte – gli inganni: l'inganno come operazione psicologicaLa deception nella strategia militare L'assalto alla TV di Stato La diffusione pilotata di notizie Il golpe Nardi - Seconda parte - le deviazioni Le deviazioni nei servizi segreti Il caos nei servizi (il parallelo coi mesi del rapimento Moro) I fondi riservati del Sisde I reparti speciali del Sismi - Terza parte – le stragi Lo stragismo come guerra non convenzionale Le covert operation La cronistoria della strategia della tensione tra il 1992 e il 1993 Lo stragismo mafioso Il gruppo scelto per uccidere Falcone Le interferenze alla mafia Gli obiettivi delle stragi sul continente Cosa nuova Sliding doors: nuovi equilibri Prima parte: gli inganni. In che modo sono siamo stati ingannati, noi cittadini? Quali strumenti sono stati utilizzati e da chi? Stefania Limiti fa riferimento al padre dell'attuale CIA, James Jesus Angleton, capo della divisione Italia dell'OSS: l'inventore del termine "Deception" nel mondo dello spionaggio. Ovvero ingannare il nemico e instillare in lui "delle convinzioni errate in grado di indurlo a compiere una serie di azioni utili alla strategia del soggetto attivo". Come quello che successe ai tempi del rapimento Moro, con l'azione del consulente di Cossiga, Steve Pieczenik, che spinse le BR a ritenere che lo Stato fosse disponibile ad una trattativa. Tramite la “deception” e le “psycological operations” (le Psyops nate con la direttiva del National Security Council del 19 dicembre 1947) la guerra nei confronti dei paesi nemici non si combatteva più con eserciti e carri armati. Gli strumenti della guerra erano le operazioni sotto falsa bandiera: attentati e delitti fatti attribuire a soggetti diversi per screditarne l'immagine. Si pensi alle bombe di Ordine Nuovo fatte attribuire agli anarchici. La strategia della Tensione che abbiamo sperimentato sulla nostra pelle negli anni '70 è stato un esempio di guerra psicologica: creare terrore, confusione, creare un clima di ostilità nei confronti della sinistra. Qualcosa di simile è successo anche nel biennio 1992-93: oltre alle stragi e ai delitti politici, ci sono stati anche un tentativo di golpe, l'assalto alla sede Rai romana, e il tentativo di golpe nati all'interno dell'esercito, quello raccontato da Donatella Di Rosa ai magistrati ma anche ai giornali. Storie strane, storie di personaggi improbabili, in contatto con mercenari, con persone legate a Gladio e ai servizi americani. Erano mesi caotici quelli del 1993: “Il ricordo di Piero Luigi Vigna, uno dei maggiori protagonisti delle indagini: «In quell’anno non ci sono solo le stragi: scoppia il caso dei fondi neri del Sisde, c’è il tentativo di invasione della stazione radio di Saxa Rubra, c’è l’episodio di un funzionario dei servizi di Genova che mette dell'esplosivo sul rapido Siracusa Torino, c'è il ritrovamento di un ordigno inerte all'interno di una 500 rossa parcheggiata nella centralissima via Sabini”. Tutti episodi che, messi assieme, fanno pensare ad un tentativo di screditare le istituzioni, destabilizzarle minandone la fiducia delle persone, costrette ad assistere ogni giorno a notizie che la rendono vulnerabile. E se fossimo stati di fronte ad agenti destabilizzatori, per una guerra allo Stato? Che sapeva muoversi bene all'interno del mondo dell'esercito, aveva buone amicizie, che però aveva imputato il golpe che denunciava al terrorista nero Gianni Nardi (ucciso nel 1975, si dice in un incidente mascherato dagli uomini dell’Anello). La seconda parte – le deviazioni Cosa sono i servizi deviati? Sono comportamenti di organi istituzionali che si allontanano dallo scopo o dai mezzi legittimi del sistema. Nella seconda parte del libro Stefania Limiti mette in fila tutte le deviazioni emerse nell'ambito dei servizi, come quella emersa nel corso dello scandalo dei fondi neri del Sisde, che fu anche usato come strumento usato per attaccare le istituzioni. Come negli anni a cavallo tra il 1978 e il 1982, quando vengono eliminati dalla scena politica Aldo Moro e, dopo di lui, Piersanti Mattarella e Pio La Torre, anche nel 1992-93 i servizi segreti sono accusati di incapacità, impreparazione e inefficienza. Inefficienti ai tempi del sequestro Moro, quando erano infiltrati dalla P2 e inefficienti anche ora: specie dopo la rivelazione di Gladio “Intorno alla fine di luglio del 1990 – cioè a Guerra fredda finita, almeno sulla carta –, il presidente del Consiglio Giulio Andreotti decise di mettere in pratica uno dei suoi colpi da maestro, rivelando pubblicamente l’esistenza di una struttura occulta creata nel 1956”. Era il fango nei confronti dei servizi, di ministri ed ex ministri, fino ad arrivare al presidente Scalfaro. Proprio quando l’Italia è sotto le bombe della mafia, si registrava una guerra interna tra vecchie volpi come Fulvio Martini a Andreotti, e tra quest'ultimo e quei “gladiatori” che, terminata la guerra fredda, si pensava di liquidare così facilmente. L'ex ambasciatore Fulci, chiamato proprio da Andreotti al Cesis, scoprì infatti che parte delle telefonate di rivendicazione dei delitti eccellenti a nome della sigla Falange Armata provenivano da luoghi dove erano state localizzate le sedi periferiche del Sismi: “Fulci disse di essersi convinto che la Falange armata faceva parte di quelle operazioni psicologiche previste dai manuali di Stay Behind”. Forse anche l'exploit della Lega nord di Bossi potrebbe essere riconducile a questa guerra, scrive la giornalista, citando la storia di Gianmario Ferramonti: “Ferramonti entra in scena quando la politica italiana cerca di rinnovarsi, nell’immediatezza di Tangentopoli. Raccontò di aver iniziato a occuparsi di politica 86 agli inizi del 1991, affiancando Umberto Bossi”. Terza parte – le stragi Anche lo stragismo fa parte, come l'inganno, come le operazioni psicologiche, come le deviazioni dei servizi, delle armi delle guerre non convenzionali. Come quella combattuta contro le istituzioni, anche da parte di esponenti delle istituzioni, tra il 1992 – 1993. Le covert actions, “il lato più sporco del lavoro delle agenzie di intelligence”, sono state usate dalle bande neofasciste italiane (Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale) o i Contras in Nicaragua, o le squadre impiegate nella famigerata operazione Mangusta contro la Cuba di Fidel Castro, o, ancora, i mujaheddin in Afghanistan. Operazioni sporche col compito di creare terrore, come quelle avvenute in Italia e riassunte nel libro al capitolo : Cronistoria della strategia della tensione attuata in Italia tra il 1992 e il 1993. Dalla bomba sui binari Brindisi Lecce che poteva causare una strage, il 5 gennaio 1992, fino al mancato attentato del gennaio 1994 allo stadio Olimpico. Aggiungendo anche i delitti della banda Uno Bianca (una sorta di strategia della tensione specifica nelle province rosse della Romagna) e gli attentati di Unabomber. Lo stragismo mafioso Anche la mafia ha fatto uso, nel corso della sua storia criminale, delle bombe e del terrorismo: in particolare, degli attentati di Capaci, di via D'Amelio e delle altre bombe, ad aver parlato sono stati solo i soldati semplici come Spatuzza: i boss come Brusca hanno riferito solo degli scontri all' interno dell'organizzazione quando, dopo l'arresto di Riina, si creò una frattura tra l'ala che voleva continuare con le bombe (Bagarella) e quelli che volevano riaprire una trattativa come Provenzano. “Provenzano, dopo il fallimento della prima parte della strategia stragista, si sarebbe mosso con cautela, lungo un binario comodo, magari cercando un nuovo Salvo Lima per gli anni a venire. Gli altri, invece, erano animati da uno spericolato protagonismo.” I due gruppi trovarono una mediazione che consisteva nel fare le stragi fuori dalla Sicilia. Ma sul come vennero scelti gli obiettivi, sulle presenze esterne a cosa nostra (come l'uomo dei servizi di cui parla Spatuzza, per via D'Amelio, come la donna che avrebbe partecipato alle stragi di Firenze e Milano), nessuna risposta. Come anche nessuna risposta ai perché degli attentati a Falcone e Borsellino: Falcone doveva essere ucciso perché aveva capito che la mafia si stava muovendo su nuovi terreni, come le aziende quotate in Borsa, come i soldi che da Palermo finivano a Milano? “Certamente Falcone e Borsellino «avevano ben presente la filiera che partiva da Palermo e arrivava a Milano, compreso lo stalliere di Arcore», 14 le vie del riciclaggio dei proventi mafiosi attraverso la Svizzera e i servigi dell’industriale Oliviero Tognoli”. Perché Riina richiamò da Roma il commando che doveva uccidere Falcone, dicendo «Sospendete tutto, ci sono cose più grosse da fare giù»? E perché la seconda bomba a Borsellino dopo 55 giorni? Cosa nostra avrebbe dovuto sapere che in quel caso lo stato avrebbe dovuto rispondere. Se mettiamo assieme quanto ha affermato il magistrato della DNA Gabriele Chelazzi che la nota della Dia, si capisce come per arrivare alle risposte a queste domande si deve alzare il livello con cui si osservano i fatti. Gli analisti della Dia infatti scrivono: “Subito dopo la strage di via D’Amelio la Dia aveva prospettato l’ipotesi che Cosa nostra fosse divenuta compartecipe di un progetto disegnato e gestito insieme a un potere criminale diverso e più articolato.” Chi ha influenzato le scelte di Cosa nostra? Chi erano gli agenti che sono entrati nel carcere di Sutton per prendere contatto col boss Di Carlo, che li ha dirottati su Gioè? Perché il depistaggio del finto pentito Scarantino? Anche qui sembra scorgere la presenza di agenti d’influenza e dai destabilizzatori come Nino Lo Giudice, il Nano: l'interesse convergente della mafia e di queste altre entità era quello di attaccare la legittimità dello Stato, creare sfiducia nelle istituzioni, nei partiti tradizionali, creare l'aspettativa nelle persone che serviva un uomo nuovo per aprire una nuova fase politica nel paese. Una nuova fase in cui anche i mafiosi avevano ricevuto delle quelle garanzie con cui Graviano cerca di tranquillizzare Spatuzza: “Mi menziona nello specifico la persona di Berlusconi, mi dice che in mezzo c’è anche un nostro compaesano, Dell’Utri. L’attentato contro i carabinieri si deve fare, mi dice, perché gli dobbiamo dare il colpo di grazia”. Cosa nuova e sliding doors Nel 1991 era caduto il muro di Berlino, ufficialmente finiva anche la guerra fredda tra i due blocchi e la mafia perdeva dunque la sua funziona di argine al comunismo nel sud del paese. Funzione che aveva fatto tollerare il suo controllo del territorio, le sue morti, il traffico di droga. Ma ora, serviva un cambiamento, sia nella classe politica che anche dentro cosa nostra: Stefania Limiti parte da questo per introdurre “cosa nuova”, nata durante un incontro allargato tenuto al santuario della Madonna di Polsi il 28 settembre 1991: “una superstruttura che comprendeva le due organizzazioni: la cosiddetta Cosa nuova. Si trattava di una sorta di organizzazione mafiosa di vertice che ricomprendeva sia gli elementi di spessore e di peso di Cosa nostra che quelli della ’ndrangheta”. Per questo serviva spazzar via i vecchi referenti, come Andreotti ad esempio, la cui corsa al Quirinale fu bruciata dall'attentato a Falcone. E' stato Berlusconi ad aver riempito questo buco, nei riferimenti politici della mafia? Non esistono le prove, tutte le inchieste sui mandanti a volto coperto sulle stragi si sono fermate prima di andare a processo. Ci sono le parole di Spatuzza: «Giuseppe Graviano mi disse che grazie a Berlusconi e Dell’Utri la mafia “aveva il paese nelle mani”, loro erano i nostri interlocutori». E ci sono anche le parole del pentito più politico della mafia, Giuffrè: Non è che la mafia sale su un carro qualunque. Scegliemmo di appoggiare Forza Italia perché avevamo avuto delle garanzie». C'erano le spinte indipendentiste, il progetto del partito Sicilia Libera (legato a Bagarella) che viene chiuso proprio nel 1994, con la discesa in campo. E ci sono le bombe che, dopo il fallito attentato allo stadio Olimpico, smettono di esplodere. Sono i mesi dei tentativi di golpe, degli scandali, dei partiti messi sotto processo, del black out di Palazzo Chigi, delle rivendicazioni della Falange Armata, e dove gli investigatori scrivono nelle loro relazioni del «progetto di condizionare il rinnovamento politico e istituzionale del nostro paese e il pactum sceleris stretto da Cosa nostra con centri di potere politici, occulti e illegali». Così è nata la Seconda Repubblica: nata da tanti misteri, tanti ricatti, grandi tensioni istituzionali. Un caos che, ancora una volta, cercava di destabilizzare il sistema con l'obiettivo di stabilizzarlo verso lidi più opportuni. La strategia dell'inganno aveva funzionato!
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La strategia dell'inganno
by Stefania Limiti
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