Anina e "gambette di pollo"
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Anina e "gambette di pollo"

Feb 15, 1947

La Spezia, Italy

Married

Anobian since Sep 23, 2010

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Anina e "gambette di pollo"
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Per la festa della mamma mi è stato regalato questo libro: una biografia di Jane Austen. Non indaghiamo sul perché e il percome io abbia usurpato un festeggiamento che non mi compete. Anche Jane non giocò mai il ruolo di mamma, ma fu per moltissimi “zia”. E anche se non vi sono certezze, vari sospetti indicano che non ci teneva neppure a quel ruolo. A lei piaceva leggere, indossare qualche bel vestito, suonare, danzare, mangiare bene e magari bere anche meglio. L’amore? Era soprattutto un rischio: nel suo ambiente l’amore significava matrimonio e matrimonio voleva dire una serie interminabile di parti. Il libro è serio, documentato e nonostante l’amore dell’autrice per Jane, poco emotivo. Il vero problema per chi vuol scrivere una biografia della Austen è la famiglia. L’amatissima sorella Cassandra distrusse centinaia di lettere, molte altre furono espurgate dai nipoti vittoriani che misero le mutande ad ogni frase o parola potesse ledere il santino. I fatti documentabili sono pochi e domestici: le case dove visse, le difficoltà economiche (soprattutto dopo il ritiro del padre dal ruolo di vicario e dopo la sua morte), le varie eredità che piovvero in famiglia, ma solo nelle tasche dei maschi, una anche dolorosamente contestata ad un’arcigna vedova di un fratello. Non proprio roba da Casa desolata, ma neppure molto lontano da lì. Resta solo la possibilità di sfruttare al massimo la ridotta documentazione e di credere che nelle eroine dei suoi libri si nasconda qualcosa di lei. Cose interessanti? Le case splendide dei suoi libri che non vengono mai descritte come forse meriterebbero. Forse perché per Jane la casa è più home che house. La rappresentazione della società georgiana prima che la stessa venisse fagocitata dalla pruderie vittoriana. I suoi romanzi, in parte per problemi editoriali (c’erano pure allora), conquistarono all’inizio un numero ristretto di lettori che aumentarono nel corso del tempo, destinati ad essere interpretati da molti lettori come romanzi d’amore (lettrici comprese ***) o letti con diffidenza da molti uomini che navigano nelle secche del pregiudizio. 12.05.2015 *** ho spulciato un poco nelle librerie di chi ha dato un voto basso e ho trovato una preponderanza di romance ….
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A casa di Jane Austen
by Lucy Worsley
(*)(*)(*)(*)(*)(48)

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Una caduta rovinosa, una lunga degenza sobria e una rieducazione decisa in autonomia. La fisioterapia viene fatta in casa ovvero in Francia e non in giro per il mondo. E per renderla meno facile, ma più coinvolgente (almeno per lui), la guida saranno le mappe dell’esercito. Ho dimenticato di dire che il percorso viene fatto a piedi e seguendo sentieri a volte quasi invisibili, in gran parte sui monti, nella pervicace ricerca di una Francia perduta. Evitare i segni dell’urbanizzazione anni sessanta, dell’agricoltura senza erba, degli allevamenti intensivi non è facile. Come Anteo è il contatto con la terra a dare sollievo: quindi boschi, bivacchi sotto gli alberi e notti nell’erba. La gioia è trovare le rovine di una casa o di un pozzo o di un’edicola. Non che sia religioso, ma nulla ha da dire sulla semplice fede di antichi contadini. Qualche breve incontro con vecchi sopravvissuti (i giovani sono scivolati a valle tra rotatorie e miseri alberetti). La vecchia che si lamenta perché sul versante sud abbondano i funghi e frotte di cavallette domenicali che raspano tutto e sui quali lei si vendica tacendo davanti ai loro cestini. Qualche villaggio residuo con semplici locande dove bere una specie di brodo solubile, visto che il vino per il momento è del tutto assente dalla dieta. La parte più difficile è quella finale, attraverso le pianure fino al mare. Qui è inevitabile il contatto con rotatorie ed antenne, con la banda larga, con cantieri per l’alta velocità “per raggiungere in poco tempo luoghi da cui si sarebbe ripartiti in gran fretta”, con distributori automatici di baguettes danneggiati da vandali. E con un criptico cartello “”Pericolo. Zona rurale””. 11.05.2018
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Sentieri neri
by Sylvain Tesson
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Libro lieve come l’argomento. Storie che narrano degli uomini (e qualche donna) che volavano. Molti santi. Donne poche perché se volavano in genere erano su una scopa ed erano streghe. Ma anche qualche santo rischiava il Sant’Uffizio che certi virtuosismi non approvava. La cosa curiosa è che tutti si vergognavano di volare, avrebbero voluto farlo in privato, ma non sempre la cosa era a comando. Cercavano di minimizzare, di dare poca importanza al fatto, anche perché il volo non aveva scopo, era così, tanto per fare. Si rischiavano zuccate contro i soffitti, o ci si impigliava nei rami di un albero o, senza ostacoli, si continuava a salire fino a tornare giù tramortiti. Qualcuno, qua e là, ipotizzò una specie di camorra di monaci che utilizzavano il volo per spargere grandine sui campi di contadini insolventi. L’abitudine, ancora esistente, di sparare colpi di cannone in previsione di grandinate sarà mirata a spezzare il fronte delle nubi o per abbattere eventuali monaci semina guai? La fissa delle teorie complottistiche è antica. San Tommaso d’Aquino al sentir gridare “un asino che vola” si precipitò alla finestra tra le risa dei frati. Dichiarò, secco secco, di preferire il creder che gli asini volino piuttosto che scoprire bugiardi i suoi domenicani. Preferiva la fantasia, l’ingenuità, il miracolo alla menzogna di uno scherzo sciocco? Tutto fini. Copernico e Galileo tolsero centralità alla Terra e alla Fede, Newton si prese una mela fatale in testa, venne il secolo dei Lumi, fu scritta l’Encyclopedie. L’uomo scoprì che non poteva volare e non volò più. Almeno senza altri ausili. 07.04.2018
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Caso ha voluto che sia capitata sulla recensione di una giovane signora bionda che vive in una cittadina dello Utah, con 5 figli e una passione dichiarata per David McCullough. Storico nato a Pittsburg, Pennsylvania, laureato a Yale, membro di Skull and Bones, autore di una storia del canale di Panama, ha vinto un NBA con la biografia di Truman e un Pulitzer con quella di John Adams (evidentemente ama i Presidenti). A causa di tale passione il suo giudizio sul libro di Winchester è stato di 3 per l’idea e 2 per la stesura. Passo successivo è una visitina alla sua biblioteca. C’e pure un lettore (questo non ricordo in quale stato viva) molto disturbato che in una frase ci fosse due volte la parola very. Questa visita alla biblioteca me la sono risparmiata. Sicuramente questo signore non leggerà mai Bernhard: avrebbe necessità di una dose massiccia di Prozac. Winchester non è uno storico, ma un giornalista con esperienze sul campo. In questo scritto (uscito nel 1998) racconta la nascita e la lunghissima e faticosa elaborazione dell’Oxford English Dictionary. Siamo nel 1879, nella Gran Bretagna vittoriana, al culmine dell’Impero. Vittoria regna e regna anche lo spirito dei tempi nuovi che dava la carica ad un’impresa che poteva parere impossibile. Il metodo scelto aveva presupposto fondamentale un numero esteso di lettori che annotassero schede prestabilite con i testi dove una certa parola compariva e in quale contesto. La faccenda è più complessa di quanto ho scritto io, l’autore lo spiega meglio. Ma il libro è anche la storia dell’uomo a capo dell’impresa, Murray, uno scozzese autodidatta dalla cultura notevolissima e grande lessicografo, e di uno dei più solleciti e precisi collaboratori, Minor. Quando Murray decide di conoscere questa perla di Labuan della ricerca lessicale, scopre la misera storia di Minor. Un medico americano di ottima famiglia che ha vissuto la guerra di secessione ed è finito su una strada di Londra a sparare ad un uomo sconosciuto. Riconosciuto pazzo viene internato a Broadmoor, ma dato che non è considerato pericoloso e ha delle disponibilità economiche, vive in due celle contigue che si riempiono fino all’inverosimile di libri. Minor ama leggere ed è un bibliofilo. Da lì, per più di vent’anni, collabora al grande Dizionario. E’ un uomo gentile che teme le notti. Il buio si popola di fantasmi che lo picchiano, lo umiliano e lo costringono a fare cose tremende. In quel buio si svolge probabilmente la sua vita sessuale, in preda ad un furioso onanismo che in realtà non calma le pulsioni. Nessuno dei due vedrà la fine dell’opera nel 1928: Murray muore nel 1915, e Minor, il cui cervello si è spento nel 1902, muore nel 1920. Nonostante l’argomento, il libro è avvincente, almeno per me che non vivo in Utah, sia per l’enormità del progetto che per gli uomini che vi hanno partecipato. Se in qualche frase ho scritto due volte la stessa parola, potete sospendere la lettura. 13.04.2018
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Nel primo libro della trilogia il titolo si doveva a Yeats, qui a Eliot. Tornammo ai nostri luoghi, ai nostri Regni Ma ormai non più tranquilli, nelle antiche leggi, fra un popolo straniero che è rimasto aggrappato ai propri idoli. Io sarei lieto di un’altra morte. Non c’è da stupirsi per uno che ha studiato in college e università che erano cloni di istituti anglosassoni. Nel primo libro siamo ancora immersi nella cultura igbo che si trova a contatto con la colonizzazione inglese. Nel secondo (di lì a poco la Nigeria diventa indipendente, ma non unita: tre etnie, tre religioni) l’evangelizzazione è avvenuta e i villaggi si tassano per mandare i figli più promettenti a studiare in Gran Bretagna. Obi è uno di questi privilegiati, ma è anche un uomo diviso. Ritorna nel suo paese e ciò che lo aspetta è un posto nell’apparato statale, l’obbligo di rifondere un poco alla volta il prestito e magari affrontare necessità della famiglia. La casa è gradevole, ha un servitore, amici con cui uscire e divertirsi. Il quartiere residenziale sembra un quartiere europeo (l’osservazione non vuol indicare un pregio). Ma… la famiglia e la comunità del villaggio sono fili resistenti, non si può spezzare tutto. Obi si è innamorato di una bella ragazza appartenente ad una antica casta di “maledetti”, nessuno approva il suo legame, persino la ragazza ne comprende la difficoltà. La malattia della madre, il debito da rifondere, il fratello più piccolo da far studiare e quelle meravigliose cose che ci rendono civili: l’affitto della casa, le bollette,l’auto, l’assicurazione, il prestito in banca. Obi che tanto ha fatto per opporsi all’uso delle mazzette, si ritrova a doverne giustificare una. “”Ha cercato di fare quello che fanno tutti, senza sapere come va fatto.”” C’è una postfazione del traduttore che evidenzia le difficoltà di affrontare un testo che utilizza cinque tipologie di inglese: l’inglese impeccabile di chi ha studiato in Inghilterra, quello papagallesco di chi si vuol dare importanza, il nigerian english semplificato con locuzioni caratteristiche, il broken english parlato da chi non è padrone della lingua, il pidgin english che è un mix di inglese e lingue native. Ovviamente questo è un aspetto del libro che noi ci perdiamo. Il primo libro è più bello forse perché ha il fascino delle culture perdute; il secondo è interessante, ma forse è penalizzato dall’imbarazzo di assistere agli effetti del colonialismo che ha creato nazioni con penna e righello su una mappa, che ha introdotto stili di vita “occidentali” su un tessuto sociale che mantiene forti, spesso inconciliabili, legami con culture tribali. 08.05.2018
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Aua
by Knud Rasmussen
(*)(*)(*)(*)( )(36)

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Qualche casa editrice (spesso le minori) ripesca dal grande patrimonio europeo qualche testo perduto. E’ il caso di Max Blecher che ha scritto un paio di romanzi, un po’ di poesia e lettere che scambiò con Heidegger, Gide e Breton. Si ammalò di tubercolosi ossea a 19 e morì a 29 anni nel 1938. Probabilmente sarebbe morto lo stesso di lì a poco, visto che era in Romania ed era ebreo. Questo racconto, con tutte le apparenze del romanzo, è la confessione di un giovane, ma non solo la sua, ricoverato in un sanatorio francese a Berck sul Pas de Calais, giù al nord. Ci sarebbe di che piangere, ma non è questo che interessa Emanuel. E’ un giovane di vent’anni, fulminato dalla notizia della malattia, ma anche incuriosito dallo strano ambiente popolato di giovani ambosessi, pettinati, ben vestiti, sdraiati in una sorta di barelle che posso essere infilate in carrozze guidate da cavalli. Ne vede il ridicolo, ma rimane affascinato dai personaggi. Molti sono infilati in gusci di gesso. Tutti sono in preda ad una domanda che nessuno fa ad alta voce: camminerò ancora? E’ un mondo nuovo con proprie regole quello in cui entra. Un mondo di giovani e, se non le ossa, gli ormoni funzionano ancora. Ci sono amori, passioni, gelosie furiose. Si fanno festini, si fuma, si beve (a volte troppo). E ci sono ragazzi e ragazze che, pur guariti, non riescono ad andarsene. E’come se la parte più significante della loro vita si sia svolta lì e lì sia rimasta. Non sono angeli, emendati dal dolore. Sono ragazzi con tutti i loro egoismi. Anche Emanuel s’innamora di una giovane guarita, poi si stanca e cerca tutte le scuse e le manovre più meschine per lasciarla o farsi lasciare. E più del tentato suicidio di Solange, quello che lo colpisce è il pene avvizzito come uno straccio sul cadavere del ragazzo che girava con le foto pornografiche di cui lui era il protagonista in piena virilità. Ottima scrittura, grande capacità di osservazione, cinico a volte, spesso arrabbiato. Il sentimentalismo sta altrove. 8.04.2018
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Nonostante quattro mariti e una salute cagionevole (la tubercolosi) morì a 90 anni. Un romanzo e tanti racconti più o meno lunghi, un Pulitzer, un National Book Award.e tre candidature al Nobel. Un numero imbarazzante di anni fa lessi La nave dei folli, il suo solo romanzo. Forse se ne avessi ricordo potrei dire che la misura a lei più congeniale sono i racconti. La sola cosa che ricordo è che ne fu tratto un film abbastanza deludente. Questi racconti sono belli. Antico stato mortale Una bimba e un’adolescente si trovano i mezzo ai polverosi ricordi di una famiglia e come tutti i giovani vedono tutto vecchio, persone e cose. Solo personaggio che attrae la loro curiosità, quella di Miranda in particolare, è la zia Amy. Forse perché ognuno ne ha un ricordo diverso, forse perché è morta giovane. Forse perché i personaggi si scoprono poco alla volta ed ogni strato porta ad un altro, in verticale. La scoperta di quella vita lontana convince Miranda a prendere le distanze da tutto e farsi una vita propria, nuova, dove la verità riguarderà solo ciò che accadrà a lei. Vino a mezzodì Qui esce il sangue texano della Porter in una storia che ha tutti i sapori del sud. Una fattoria stentata, un uomo semplice, una moglie dalla salute fragile, due ragazzini da crescere. Un giorno compare un uomo, Olaf, di poche parole e poche esigenze: un fienile e le sue armoniche. Passano gli anni nel silenzio dello svedese che è diventato il sostegno della fattoria, ciò che Thompson non è riuscito ad essere. E dato che puoi abitare nel centro del territorio più solitario del mondo, ma ci sarà sempre chi viene a rovinarti la vita, anche Thompson dovrà fare i conti con una realtà durissima. Il suo mondo che era diventato così scorrevole si spezza: in fondo era stata la follia a creare quella realtà. Ciò che lo distrugge è l’omicidio compiuto o il fatto che neppure quello è servito? Bianco cavallo, bianco cavaliere Primo verso di una canzone di cui veniamo a conoscere solo il secondo “non portare via il mio amore.” Miranda è ormai una ragazza che lavora a Denver in un giornale, anche se alla cronaca mondana ed altre sciocchezze. La narrazione va qua e là: il lavoro, la presenza ossessiva dei venditori di buoni statali per i fondi di guerra, la vicinanza sempre più cara con un giovane, Adam, che vorrebbe tanto non andare nei campi delle Fiandre, ma non si può, la presenza di quella febbre devastante e mortale che è la spagnola. Per i giovani, in quegli anni, la vita è una trappola. La morte cavalca accanto a noi sul suo cavallo bianco, ci prenderà una volta o l’altra, prima uno poi l’altro. La febbre prende Miranda e si apre per lei un viaggio onirico. Sogni, incubi, visioni sono i suoi compagni.. Quando esce da tutto questo, perché lei sopravvive, è un’altra Miranda. Meglio, peggio? Sicuramente diversa. Forse come tutte le volte che Katherine Anne uscì dai cuoi crolli di salute. Naturalmente non sono le storie in sé, ma il modo in cui sono raccontate. Perché questa autrice è scomparsa dal mercato per anni? Forse la chiave è la parola mercato. 19.04.2018
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Ovviamente ci sono gli usi e costumi modificati nel corso del tempo. In primis quello dei medici che prima dannano l’uso di certi prodotti, poi lo incensano. Altalena mai cessata, anche se i medici non sono più gli stessi. Ci sono anche l’enorme fatica, la quantità pantagruelica dei cibi, il rispetto di un’infinità di regole, il tutto per dar da mangiare al baraccone, regno dell’assurdo, che era Versailles. La corona di Francia, la prima grande globalizzatrice. Nulla al di fuori di essa. Infatti delle tradizioni culinarie del resto del paese poco si sa, nulla è stato scritto. Si scopre che Luigi XIV o godeva di grande resistenza fisica o doveva essere protetto dall’alto, visto l’impegno messo dai suoi medici nell’ammazzarlo. Morì infatti a 77 anni, a dispetto di vaiolo, infezioni varie, gonorrea, estrazione di denti (tutti) con perforazioni alla mandibola, fistole anali e buchi nell’intestino ed altri sollazzevoli interventi. Il testo è accurato e denso di informazioni, sulla logistica, l’igiene (ovvero la sua mancanza), la codifica dei ruoli, il recupero delle tonnellate di cibo non consumato (venduto come un qualunque usato), compresa la nascita di una corrente vegetariana che predicava bene, ma razzolava male, l’affermazione sempre più frequente sulla superiorità della cucina francese (sarebbe più corretto dire parigina, visto che nel resto del paese mangiavano peggio che in Gran Bretagna, il che è tutto dire all’epoca) segno di uno sciovinismo che ebbe il nome corretto solo un secolo più tardi. Leggendolo si può acquisire qualche etto per osmosi o perderlo nei giorni successivi per overdose. In ogni caso verrebbe da commentare addavenì la rivoluzione….. Per chi vuol cimentarsi non mancano anche un po’ di ricette (anche se spesso scritte in piccolo, nelle note). 12.04.2018
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L’autore è un esperto dell’estremo est della Russia. In questo viaggio percorre la grande regione della Kolyma, bacino minerario di ogni cosa, ma soprattutto oro. Cliente principale: gli USA. Siamo negli anni successivi al 2010 (non vi sono molte date). Il viaggio si svolge lungo i 2000 km dell’autostrada della Kolyma. Autostrada deve essere preso in senso lato. I passaggi non mancano, non si lascia mai nessuno per strada. Certo bisogna non avere pretese, di alcun genere. Qui siamo in un altro mondo. Ciò che lo rende tale è in primis il clima. Duro senza remissione, il terreno è permafrost, le temperature hanno escursioni di 100 gradi (avete letto bene), tra i 33 estivi e i meno 72 invernali, solo larici e bacche, orsi affamati. Dopo il clima, vengono gli abitanti. Pochi. Spesso ex galeotti, o figli e parenti di ex galeotti, ex dipendenti o ancora dell’amministrazione statale, un po’ di minatori immigrati, qualche mezzo sangue (Russi e una delle etnie locali), prigionieri cinesi rimasti lì. Villaggi nati con l’estrazione mineraria e poi abbandonati. La cosa curiosa è che non sono molti quelli che se ne vanno. Restano lì, a trasportare materiali, a scavare oro, a bersi la paga in un fine settimana giocando a carte. Coppie sfasciate e altre che si formano, improbabili e resistenti. Però, però, quasi ogni insediamento ha un giornale, molti hanno minuscole biblioteche, alcune private, conservate amorosamente o suddivise tra i figli, come un’eredità preziosa. Forse il segreto di una così difficile sopravvivenza è nelle pietre e nel credo di Dora, la vecchia sciamana iakuta: la morte non c’è. Ogni capitolo di diario è seguito dalla storia di uno dei molti personaggi. Piccole interviste e una foto. Un universo lontano che forse resisterà ancora, lontano dalle baggianate della nostra vita, così poco appetibile per le multinazionali del nulla. 05.04.2018
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1947
by Elisabeth Åsbrink
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I diari della Kolyma
by Jacek Hugo-Bader
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Cuori cicatrizzati
by Max Blecher
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Non più tranquilli
by Chinua Achebe
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Gli dèi di Mr. Tasker
by Theodore F. Powys
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Il professore e il pazzo
by Simon Winchester
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Vite straordinarie di uomini volanti
by Errico Buonanno
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Il ricordo e altri racconti inediti
by Henri de Régnier
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Euridice aveva un cane
by Michele Mari
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