Nja's Reviews42

NjaNja wrote a review
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Superbo.
Tra i libri indispensabili da leggere va collocato sicuramente "Il libro dell'inquietudine" di Fernando Pessoa. A me è stato consigliato molti anni fa da un amico, che non ringrazierò mai abbastanza. Adesso rigiro il regalo che mi ha fatto a chi si sente inquieto, a chi si interroga sulla vita e sulle emozioni, ma anche a chi coltiva il sogno di diventare scrittore o a chi semplicemente ama leggere qualcosa di eccezionale. Un'unica avvertenza, però: Pessoa è un autore che va centellinato. Se volete leggere questo libro d'un fiato, non arriverete nemmeno in fondo alla prima pagina. Fernando Pessoa è il primo portoghese inserito nella Pléiade (Collection Bibliotèque de la Pléiade), che gli addetti ai lavori riconosceranno senz'altro come la collezione francese più prestigiosa di grandi nomi della letteratura. Barbosa, poeta e critico brasiliano, parla dell'autore come di un "enigma in persona", definizione quanto mai adatta e che si comprenderà meglio traducendo il portoghese "pessoa" che significa appunto "persona". "Il libro dell'inquietudine", pubblicato in Portogallo per la prima volta nel 1982, è un'opera in prosa definita dalla critica il più bel diario del '900. È composto da frammenti di diario, una sorta di "autobiografia senza fatti" (cit. Soares) che interroga l'oscuro universo dell'anima in movimento nella realtà sensibile. Si tratta solo di una parte dei 27 mila testi conosciuti di Pessoa rinvenuti otto anni dopo la sua morte dentro a un baule di biancheria: poesie, frammenti, sequenze di racconti (come quelli filosofici ed esoterici, miste a novelle poliziesche di "Racconti dell'inquietudine"). Bellissima è anche la prefazione scritta da Antonio Tabucchi, traduttore e conoscitore dell'autore portoghese: "Pessoa non è tanto un poeta quanto un drammaturgo che usa la poesia; non è tanto un drammaturgo quanto un poeta che usa il dramma; non è tanto un romanziere quanto un poeta e un drammaturgo che usa il romanzesco." Il protagonista del libro è un contabile di Lisbona, Bernardo Soares, che diventa anche il "contabile" delle sue stesse annotazioni diaristiche. Con precisione maniacale scrive della vita che spia attraverso una finestra. Osserva una vita esterna e reale, mentre si sviluppa dentro di sè una vita interiore e inventata: entrambe costituiscono luoghi completamente ignoti per l'unico abitante. Bernardo è taciturno, inquieto e solitario, impiegato di concetto proprio come l'autore. Pessoa assegna al suo personaggio il compito di scrivere un diario: il suo. Questo fa del libro un romanzo doppio. Tutta l'opera di Pessoa è pervasa da una sensibilità che definirei sciamanica. Egli parla della sua mente come fosse popolata da "inquilini sconosciuti, presenze di un altrove che si trova dentro di sé: si tratta degli eteronomi, proiezioni del suo pensiero, quasi individui e diversi da lui. "Sentire tutto in tutte le maniere, / vivere tutto da tutti i lati, / essere la stessa cosa in tutti i modi possibili allo stesso tempo / realizzare in sé tutta l'umanità di tutti i momenti / in un solo momento diffuso, profuso, completo e distante". In questo dialogo con gli "inquilini sconosciuti" Pessoa rischiara le ombre che inquietano la sua mente, evocate come medium in modo da diventare "non tanto uno scrittore quanto un'intera letteratura". Gli eteronimi sono figli, fratelli e nello stesso tempo, maestri di Pessoa. Sono stati censiti circa una cinquantina, ma per alcuni sarebbero addirittura più di settanta. Si tratta di una folla che affiora da un continuo gioco di autofecondazioni, reincarnazioni, dissociazioni. Ciascuno ha una propria dimensione, che interferisce con quella degli altri. Hanno fisionomie fisiche, stili, idee politiche e morali, schede anagrafiche, professioni, biglietti da visita, fobie e anche segni zodiacali differenti. Tutto passa attraverso immagini fulminee, inebrianti, anche quando sono inesorabili, “nude”. Esplicativa questa riflessione dell'autore: “ Quello che ci circonda diventa parte di noi stessi, si infiltra in noi nella sensazione della carne e della vita. Un raggio di sole, una nuvola il cui passaggio è rivelato da un’improvvisa ombra, una brezza che si leva, il silenzio che segue quando essa cessa, qualche volto, qualche voce, il riso casuale fra le voci che parlano: e poi la notte nella quale emergono senza senso i geroglifici infranti delle stelle. Alla fine di questa giornata rimane ciò che è rimasto di ieri e ciò che rimarrà di domani; l’ansia insaziabile e molteplice dell’essere sempre la stessa persona e un’altra." In questo libro troverete disperazione e lucidità portate entrambe all'estremo. L'Io che sorveglia l'Io, a volte nell'impossibilità di vivere, di lasciarsi andare, di dimenticarsi. “All'improvviso oggi ho dentro una sensazione assurda e giusta. Ho capito, con una illuminazione segreta, di non essere nessuno. Nessuno, assolutamente nessuno. Nessuno mi ha riconosciuto sotto la maschera dell’identità con gli altri, né ha mai saputo che ero maschera. Nessuno ha supposto che al mio lato ci fosse sempre un altro che in fondo ero io. Mi hanno sempre creduto identico a me stesso. Tutti noi viviamo distanti e anonimi; dissimulati, soffriamo da sconosciuti. Ad alcuni, però, questa distanza fra loro stessi e un altro essere non si rivela mai; per altri è talvolta illuminata, di orrore o di pena, da un lampo senza limiti; per altri ancora, essa non è altro che la dolorosa costanza e quotidianità della vita. Sapere esattamente che chi siamo non ci riguarda, che ciò che vogliamo è ciò che non vorremmo, né forse qualcuno ha voluto; sapere tutto questo a ogni minuto, sentire tutto questo in ogni sentimento, non significherà essere straniero nella propria anima, esiliato nelle proprie sensazioni?" E anche: “Sono in grande parte, la prosa stessa che scrivo. Mi snodo in periodi e paragrafi, mi trasformo in punteggiatura e nella sfrenata disposizioni delle immagini Sono, in gran parte, la prosa stessa che scrivo. Mi snodo in periodi e paragrafi, mi trasformo in punteggiatura e, nella sfrenata disposizione delle immagini, come i bambini mi maschero da re con carta di giornale; oppure, ritmando una successione di parole, mi acconcio come i pazzi con fiori secchi che sono freschi solo nei miei sogni [...] I sentimenti più dolorosi e le emozioni più pungenti, sono quelli assurdi: l'ansia di cose impossibili, proprio perché sono impossibili, la nostalgia di ciò che non c'è mai stato, il desiderio di ciò che potrebbe essere stato, la pena di non essere un altro, l'insoddisfazione per l'esistenza del mondo." Ma Pessoa conosce anche la bellezza dell'essere: "La mia anima è una misteriosa orchestra; non so quali strumenti suoni e strida dentro di me: corde e arpe, timpani e tamburi. Mi conosco come una sinfonia." L'anima brucia, l'anima spinge, è un animale in gabbia che ruggisce la sua libertà. È un diamante grezzo che ancora non rifrange la luce; sepolto nel magma delle inquietudini aspetta di essere portato in superficie. Inquietudini dalla dualità sospesa, mettono a nudo il malessere dell'Uomo, che lo àncora a terra, e la sua aspirazione d'Essere, che lo eleva al cielo, con la possibilità di risorgere sempre: "Cancellare tutto dalla lavagna da un giorno all'altro, essere nuovo ad ogni nuova alba, in una nuova verginità perpetua dell'emozione..." C'è molto altro ancora da dire su Pessoa, ma vi rimando ad analisi sicuramente più interessanti delle mie. L'ultima considerazione, però, voglio prenderla dal poema "Navegar é Preciso" e fornirla come spunto di riflessione a chi spera che il suo sogno di diventare scrittore si realizzi: "vivere non è necessario; quel che è necessario è creare". Il Maestro portoghese, chiuso nella sua camera, o seduto in una taverna, si schermava con la monotonia di un impiego che gli permetteva di vivere, ma riusciva a tenere fuori dalla mente ogni disciplina accademica con un imperativo che per me è divenuto fondamentale: "Ubbidisca alla grammatica chi non sa pensare ciò che sente". Boa vida, pessoas!
Il libro dell'inquietudine di Bernardo Soares
by Fernando Pessoa
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NjaNja wrote a review
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Fiaba da leggere
Mi rendo conto di essere molto di parte quando si tratta di Saramago che è un autore tra i miei preferiti, ma mi sforzerò di essere qui il più razionale possibile. Prima della trama due appunti: si tratta di una fiaba, non una favola come scritto in quarta di copertina, perché contiene una morale; c'è anche un refuso in questa edizione della Feltrinelli (ho appena letto il pezzo in lingua originale...) e mi secca tantissimo acquistare un libro da una buona CE e scoprire anche solo un errore tanto grossolano. La trama è molto semplice: un uomo chiede al Re una barca per partire alla ricerca di un'isola sconosciuta, che ancora non compare sulle carte geografiche. Il Re acconsente e gli dà una caravella. Al protagonista si unirà la donna delle pulizie del palazzo reale, l'unica che può passare dalla porta della decisione giacché non ha alcun sottoposto da governare. Quindi una storia semplice: c'è un uomo che cerca, una donna che prende una decisione. ".... voglio trovare l'isola sconosciuta, voglio sapere chi sono quando ci sarò. Se non esci da te stesso, non puoi sapere chi sei. Il filosofo del re, quando non aveva niente da fare, veniva a sedersi accanto a me, mi guardava rammendare le calze dei paggi, e a volte, si metteva a ragionare, diceva che ogni uomo è un'isola, ma io, siccome la cosa non mi riguardava visto che sono una donna, non gli davo importanza, voi che ne pensate. Che bisogna allontanarsi dall'isola per vedere l'isola, e che non ci vediamo se non ci allontaniamo da noi stessi." Lei non è interessata all'isola, alla ricerca. E' interessata a lui. Ma l'uomo non lo immagina, ha occhi solo per l'isola. Poi si accorgerà della donna. È bella, e molto altro, ma non lo dice. Gli uomini non dicono. E in questo racconto in cui realtà e dimensione onirica si fondono c'è molto di "non detto", eppure ogni elemento è perfettamente costruito per condurre a fondo e dare una stoccata al centro nevralgico delle emozioni. Esempio magistrale della punta dell'iceberg, come sosteneva Hemingway, del mondo sommerso che non si vede, il racconto è in perfetto equilibrio stilistico e tecnico. È presente la consueta punteggiatura (che poi è un'assenza) di Saramago, e potrete avere conferma della sua impronta stilistica leggendo un brano ad alta voce: non è necessario che vi sia la classica punteggiatura che scandisce il dialogo perché l'andamento è così ben congeniato, così "esatto", che è impossibile non avere una immediata comprensione. È perfetto. Stilisticamente parlando quindi non ho trovato nessun dettaglio fuori posto, o mancante. Il contenuto, sebbene semplice, non è per niente banale. Anzi, senza spoilerarvi nulla, dirò solo che ho apprezzato un abile stratagemma stilistico che Saramago usa per mettere fuori pista l'immaginazione del lettore che, fino a un certo punto, crederà di sapere esattamente come andrà a finire la storia. Il patto tra scrittore e lettore è dunque rispettato. Ma stiamo parlando di Saramago, e lui, come pochi, del suo lettore fa ciò che vuole. E così, lo irretisce con il suo stile fuori da ogni canone classico: i dialoghi e le brevi descrizioni scandite solo da virgole, la formazione di lunghi periodi, hanno un che di magico. Entrando nei panni dello scrittore, e dunque nel racconto, il lettore è ormai in balìa del narratore. E lui guida il prigioniero fino a una dimensione profonda, quella parte dell'iceberg sommerso di cui all'inizio vedeva solo la punta galleggiare sul pelo dell'acqua narrativa. In quel sommerso trova solo Dolcezza, Meraviglia e Bellezza. "Piacere è probabilmente il miglior modo di possedere, possedere dev’essere il peggior modo di piacere." Piccole perle come queste costringono a fermarsi ogni tanto sul fondo, risalire per prendere respiro, e poi giungere alla conclusione che "Tutte le isole, anche quelle conosciute, sono sconosciute finché non vi si sbarca". Io l'isola, la morale della fiaba, l'ho trovata. Potrebbe essere solo il mio punto di vista ma preferisco non condividerlo solo perché vi leverei il gusto di leggere questa piccola meraviglia. Bellissime anche le illustrazioni antiche a colori dall’Atlante di Battista Agnese (1553). Unico vero neo del racconto: sono solo 43 pagine e si leggono in un quarto d'ora. Dura troppo poco. Per fortuna, la bellezza che dona rimane dentro per parecchio. Buona lettura ^_^
Il racconto dell'isola sconosciuta
by José Saramago
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NjaNja wrote a review
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Il romanzo è scritto bene, indubbiamente. Ben congeniata la trama e di effetto il colpo di scena. Buona la tecnica narrativa nel complesso. Non ho apprezzato lo stile e alcune scelte narrative. Mentre leggevo non mi è piaciuto trovare similitudini con "Stand by me" di S. King. Può essere che l'autore volesse citare S. K. in segno di omaggio, riuscendo però in modo maldestro: il suo romanzo sembra seguire una falsa riga di "Stand by me" senza discostarsene troppo. Anzi, gli unici momenti in cui si allontana da King è per ricordare un film, molto in voga negli anni '80: troppe somiglianze tra il protagonista del libro e quello di Goonies, entrambi soggetti asmatici che a un certo punto non hanno più bisogno dell'inalatore, entrambi impacciati con le ragazze, entrambi con un gruppo di amici (stessa età o più grandi, la ragazza carina e quella brutta...)... E gli anni '80, anzi le continue citazioni presenti nel romanzo costituiscono l'ultimo punto per cui ho assegnato due sole stelle. Avevo lasciato la lettura già al secondo capitolo per questo motivo, poi arrivando fino alla fine solo perché mi impongo di arrivare fino all'ultima pagina con i libri che acquisto. Se dapprima mi è sembrato di cogliere il genuino entusiasmo dell'autore nel ricordare egli stesso un periodo cui probabilmente è legato, poi quello stesso entusiasmo si è trasformato in una montagna di inutili precisazioni, perciò ha appesantito la lettura: è già chiaro fin dall'inizio in che epoca ci troviamo, non è il caso continuare a rimarcarlo continuamente specie con paragoni di persone o programmi TV conosciuti da chi ha vissuto gli anni '80 e non da chi è più giovane. Perciò l'impressione che mi è rimasta è che il romanzo sia stato scritto dall'autore per se stesso e poi per i suoi coetanei. Dunque un libro che è destinato a passare per questo periodo natalizio, raccogliere premi e consensi, ma non destinato a una seconda ristampa o a una destinazione diversa dalla realtà italiana. Non mi è piaciuto.
Non devi dirlo a nessuno
by Riccardo Gazzaniga
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NjaNja wrote a review
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Sarebbero tre e mezzo in effetti.
Beh… Beh… Che non vuol dire che stia belando. È solo che non so come iniziare per descrivere le miei impressioni su questo libro. Credo che l’unica soluzione sia andare a briglia sciolta ripescando, dalla memoria e dalle sensazioni, i passi che mi sono piaciuti di più o di meno. La prima impressione che ho avuto sul linguaggio della voce narrante, in terza persona, è che non si discosti da quello pomposo e rispettoso, distaccati, che negli anni trenta caratterizzava anche i rapporti interpersonali. Un esempio nella lettera che Morante scrive ai suoi genitori: “Carissimi genitori – avrebbe finalmente scritto per lettera, alla svelta – io sto bene e così spero di voi, gli impegni mi trattengono qui in città anche nel fine settimana, non potrò pertanto raggiungere Casale, ho cominciato a collaborare con le pagine letterarie di una rivista autorevole, partecipo a conferenze e sto stringendo buone relazioni con alcuni colleghi d’ingegno e con diversi docenti della mia facoltà.” Lo stesso tono è quello che pervade l’intero libro. Quale gli effetti? Inizialmente ho sentito forte un estraneamento, come una forzatura, un voler a tutti i costi far entrare il lettore in un’epoca che non gli appartiene, tramite un linguaggio che è curato nei minimi particolari: “Suo fratello più grande, una volta, per scherzo l’aveva detto Se nascevi donna, eri suora Moralda, puoi giurarci.” “L’aveva detto” cioè “lo aveva detto”: per quanto banale possa sembrare, trovo queste scelte linguistiche azzardate. In alcuni casi. In questo specifico, ho avuto l’impressione di trovarmi di fronte a un autore alla ricerca spasmodica di una musicalità della lingua e non al piacere di scrivere e comunicare al lettore lo stesso piacere. In diversi passi mi sono fermata perché ho avvertito delle forzature, le forzature di una lingua piegata alla ragione dello scrittore, che mette un bel punto di distanza col suo lettore e interrompe il flusso. Ho sentito netta la scissione tra me lettrice e me persona. Cioè, mi spiego che so già di essere abbastanza aliena per come gira il mio cervello e non vorrei scrivere qualcosa che capisco solo io, povera piccola lettrice maltrattata da un autore, non sia mai! L’estraneamento forzato di cui parlavo poco sopra, si riferisce alla mia, personalissima, percezione del fine lavorìo di un cervello sulla materia viva. Perché Di Paolo scrive e intinge la sua penna nella materia viva. L’ho avvertito in diversi passi, che mi hanno commosso e che mi sono piaciuti tantissimo fino a farmi venire voglia di arrivare alla fine e poi rimanere anche delusa perché non avevo più da leggere. Un esempio a caso: “A piazza Castello i lampioni si spengono, sopra steli ricamati come le vesti scure delle signore.” Bellissima immagine, molto evocativa. Immediata e pungente come l’aria di febbraio che aleggia per tutto il libro. Oppure: “Altre donne – madri, amiche, vicine di casa – entrano ed escono dalla camera, ombre scure e veloci, indaffarate, emettono impercettibili sussurri, i segreti di un regno e di un mistero che adesso espelle gli uomini, che non li chiama più in causa.” La descrizione della nascita del figlio di Piero Gobetti e della sua malattia precedente, si legge con trasporto, si avverte il cuore lì dentro. Molto meno nelle scene relative alla “ragazzaNietzsche”, dove avverto molto invece il lavoro di fine cesellamento dell’autore. E poi arriva il rumore del cervello in azione quando leggo sentenze come queste: “Lui sempre così proiettato sul futuro, immerso nel presente, così ferocemente difeso dalla tentazione della nostalgia, adesso costretto a dire addio.” È Piero Gobetti. È lui. Lo so. Non vi ho detto nulla della trama? È vero. Ma dovrete leggere il libro per questo ;) Dicevo di Piero Gobetti… invece di uscire fuori dalle pagine di Di Paolo, me lo ritrovo in quelle della memoria quando a scuola studiavo di lui e studiavo il periodo storico e politico in cui viveva… Ecco, dire che il libro non sia fatto bene sarebbe un’eresia bella e buona. Dire che mi è piaciuto, non sarebbe del tutto vero. Ma non mi è nemmeno dispiaciuto. Ciò che mi è mancato parecchio nella lettura è stata la pura e semplice sensualità della lingua, quella che è sì un misto di suoni che combinati insieme procurano piacere, ma è anche, e soprattutto, espressione di un cuore. Quel cuore che senti palpitare tra le pagine, che a volte ti commuove, a volte ti schiaffeggia, che ti fa ridere o salire un nodo in gola, che ti fa avere solo voglia di arrivare fino alla fine e senza sentire ragioni perché devi mangiare o devi uscire, devi prendere posto nella tua vita reale… Quel cuore che ti estranea in modo completo dal mondo e che ti fa rimanere per diverso tempo la storia in testa… questo mi è mancato nel libro. Leggere “Mandami tanta vita” è stato per me come vedere una vecchia pellicola cinematografica ridigitalizzata. Mi sono resa conto che il lavoro è stato fatto con molta cura e molte cose sembrano cesellate con un’arte che ha molto del classico romanzo degli anni ’30, anche se la prosa è moderna. Come “film” si avverte la pulizia dell’inquadratura, il ritocco delicato dei vari frammenti della pellicola che però io ho “visto” solo in bianco e nero, con qualche sprazzo di colore qua e là. Come tutte le ridigitalizzazioni, se la densità luminosa dell’inquadratura fosse stata uniformata, allora avrei detto di avere tra le mani (negli occhi) vera arte. Purtroppo quei punti di luce che mi hanno emozionata non sono abbastanza per rileggere il libro, come accade per alcuni. Sicuramente andrò a leggere altri libri di Di Paolo e attenderò con ansia di sentire il suo cuore. Sicuramente è un libro che consiglio di leggere, perché non ha nulla a che vedere con i libricini che si trovano in giro. Sicuramente meritava di far parte delle scelte del Premio Strega. Ma ancora non so se si possa parlare di letteratura. Per me.
Mandami tanta vita
by Paolo Di Paolo
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NjaNja wrote a review
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"Zoom" della Feltrinelli
Si tratta di una iniziativa low-cost (0.99€) per lettori e-book. “La luce che c’è dentro le persone” è un racconto tratto da "Ricordi di un vicolo cieco” di B.Y. L'autrice mostra alcuni immagini della sua infanzia per parlare di Makoto, suo coetaneo e grande amico. Il piccolo è figlio illegittimo di un pasticcere, allontanato dalla madre naturale per salvare le apparenze della tradizionale famiglia paterna. Makoto è un bambino speciale e lo si comprende dalla risposte che dà all'amica. Il candore con cui filtra la vita deriva da quella sensibilità di cui solo alcune persone sono dotate. Grazie a lui, la Yoshimoto scopre la luce che c’è dentro le persone, una luce capace di illuminare anche coloro che le circondano col suo calore. Sono solo 14 pagine e si leggono d'un fiato. Un racconto dolce, struggente e delicato.
La luce che c'è dentro le persone
by Banana Yoshimoto
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NjaNja wrote a review
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Mah...
Il libro si apre con una panoramica nella sala d'aspetto ginecologica. Luce e Pietro attendono il loro turno. Lei è alla 29ª settimana. Lui, per scaramanzia, indossa il maglione della laurea, lo stesso di quando ha proposto a Luce di vivere insieme, della prima ecografia del piccolo Lorenzo e di tutti gli avvenimenti importanti della sua vita. Solo che, quel giorno, i riti apotropaici servono a ben poco: durante la visita, la ginecologa si rende conto che il piccolo non è cresciuto affatto dalla 20ª settimana. Lorenzo ha una grave malformazione che condurrà i due protagonisti attraverso un viaggio di dolore. Il tema del libro è quello scottante e attuale dell'aborto terapeutico. Peccato che i protagonisti abbiano un bel lavoro e siano economicamente avvantaggiati: lei giornalista freelance, lui figlio di un industriale, in grado di fare la sua proposta di matrimonio come nelle favole: "Abbiamo parcheggiato la macchina in una zona del centro. Uno di quei posti dove il tempo sembra essersi fermato; con i sampietrini sulle strade, le botteghe artigianali, le piccole librerie antiquarie con testi introvabili. Un posto dove gli avevo detto più volte che mi sarebbe piaciuto abitare. Abbiamo vagato per un po’, apparentemente senza meta; poi, dopo aver imboccato un vicolo stretto, siamo entrati in un palazzo rinascimentale dall’antica facciata, con l’intonaco un po’ scrostato, le cornici marcapiano in travertino e le finestre centinate." Certo, l'appartamento era ancora in fase di costruzione, col cemento dappertutto. Certo. Ma... "Quando Pietro ha sollevato il telo, ha svelato lo scenario impensabile di una cucina moderna, essenziale, appena montata. Una grande isola al centro, con il piano cottura elettrico e il doppio lavello in alluminio. Gli armadi di legno laccato color fucile, i ripiani di marmo bianco, come le lastre lisce e lucenti applicate sul pavimento. E poi, una pirofila di lasagne al ragù, forse comprata nella rosticceria accanto al portone, su un tavolino apparecchiato per due." Peccato, ho detto prima, perché per Luce e Pietro, aggirano l'ostacolo della legge italiana che prevede l'aborto: il termine è fissato entro la 12ª settimana di gestazione, oltre questo limite, viene concesso a discrezione del medico e in presenza di gravi malformazioni del feto. In Italia, quindi, i due sono bloccati. Giacchè le possibilità economiche non mancano, volano a Londra, dove che io sappia (ma potrei anche sbagliare) il termine per l'aborto è fissato alla 22ª settimana. Anche qui aggirano l'ostacolo grazie ai soldi. Insomma, come dire che "anche i ricchi piangono" ma sanno asciugare le loro lacrime con fazzoletti di seta. La gente che vive in un monolocale, che arriva a stento alla fine del mese e che se aspetta un bambino con una grave malformazione non ha il diritto di porsi nemmeno di fronte alla scelta di abortire o ascoltare un "could" da un genetista inglese... questa gente ovviamente si attacca al fatidico tram, che poi si chiami "desiderio" e ci porti in un dramma di Williams - o nell'omonimo film - poco importa. Ecco, questa è una delle cose più eclatanti che mi ha dato noia nel libro e che non mi ha fatto entrare in quel processo di immedesimazione necessario ad assecondare la voglia di andare avanti nella lettura. Ho avvertito la storia, i personaggi, l'intreccio come qualcosa di patinato, falso e avvolto in una nebbia fitta. Che poi, se proprio devo andare a fondo alla questione, e lasciando da parte ciò che penso riguardo l'aborto terapeutico, mi pare che il tema portante sia stato trattato con superficialità. La Sparaco indica come malformazione del piccolo Lorenzo, la displasia scheletrica. Io so che, se è di tipo Greenberg, la diagnosi può essere avanzata durante l'ecografia prenatale della 20ª settimana, che in genere rivela polidramnios, idrope fetale, arti eccessivametne corti e igroma cistico. E poi, sempre in epoca prenatale, si possono eseguire altre analisi tramite villocentesi o amniocentesi. Ma la ginecologa di Luce alla 20ª settimana non aveva rilevato nulla, e nemmeno durante le successive ecografie. Se ne accorge giusto alla 29ª... Una cima insomma, come tanti purtroppo. Ma non per due che hanno i soldi e possono permettersi un ottimo ginecologo. Ok, d'accordo... molte anomalie scheletriche hanno penetranza tardiva e quindi ci sta pure che la cima di cui sopra non abbia avuto colpa ma... posso dire che tutta questa storia della malformazione è gestita male? A partire dalla reazione della stessa ginecologa, che mi sembra alquanto caricaturale, a finire alla malattia stessa che non si capisce fino in fondo che cosa sia esattamente e quindi non consente al lettore di operare la "sua" scelta, di entrare dentro al personaggio principale, comprendere il perché delle sue azioni. Anche il dare un nome al neonato - perchè perdonatemi ma alla 29ª settimana non si può parlare più di feto - conferisce già dignità di vita a un essere che in tutto il libro rimane un nome segnato lì, un'immagine piatta che non raggiunge il mio cuore, così come non lo raggiunge Luce e tanto meno Pietro, con tutto il suo maglioncino sfilacciato e intrecciato di scaramanzia. Eppure non sono priva di emozioni e se leggo è perché condivido il pensiero di Proust quando afferma che "la lettura si arresta alle soglie della vita spirituale; può introdurci in essa, ma non la costituisce" e tuttavia (sempre la lettura) diventa "pericolosa quando, in luogo di destarci dalla vita personale dello spirito, tende a sostituirsi a questa". Con il libro della Sparaco non sono arrivata alle soglie del mio mondo fatto di emozioni e non ho avvertito alcun "pericolo". Perché? Ho tentato di analizzare "Nessuno sa di noi" da un punto di vista strutturale. Tema e gestione dei personaggi, ho già spiegato, mi sembrano davvero poco efficaci, da un punto di vista simbolico oltre che realistico, sempre per la storia che tutto è fin troppo perfetto nella vita di Luce e Pietro che anche il loro dolore sembra avere il contegno e il distacco di chi usa i fazzoletti di seta e li getta via come se fossero kleenex. È scritto in prima persona, il che lascerebbe supporre che le emozioni della voce narrante siano messe in luce come quei fari che durante la notte ti accecano levando anche il respiro. Qui di "luce" c'è solo il nome della protagonista. Ciò che viene proiettato dai fari sono miseri giochi di colore che formano immagini trite e ritrite. Una su tutte: "Pietro è volitivo, pragmatico, al di là delle apparenze onesto in modo quasi infantile, romantico, otimista. Se lo penso gli aggetivi si inanellano in una sequenza logica ed esaustiva. L’incoerenza mi sorprende solo quando devo parlare di me. Non mi riconosco in nessuna definizione. Mi sento fluida, sempre sul punto di tracimare, un fiume inquieto che si disperde in mille rivoli. Gli altri li ho incrociati come calamità naturali: hanno provocato smottamenti, piccoli movimenti tellurici, vortici capaci di risucchiarmi. Ma Pietro è stato il primo a cambiare le cose. Il primo a costruire argini e a imporre una direzione al mio corso. Il primo che mi abbia fatto sentire solida: lo stampo dentro al quale ho trovato una forma." Argine, fiume e stampo si mescolano nell'elenco delle virtù di Pietro mentre io, che leggo, mi sento invece "risucchiata" verso metafore che mi costringono ad uno stop: "Dal bagno, intanto, mi ha raggiunto lo scroscio della doccia. Ho immaginato il corpo nudo di Pietro reagire al contatto dell’acqua, disciogliersi come un’aspirina effervescente, e colare via in un rivolo schiumoso tra le fessure dello scolo. Di colpo mi sono scoperta esposta, vulnerabile. Qualcosa era riuscito a scalfire la superficie del gheriglio e stava macinando la polpa." Ma per Chtulhu, l'affermazione dell'aspirina mi era davvero piaciuta! Poi mi sono inceppata su quel "gheriglio" che, per definizione, è la parte morbida di una noce, cioè commestibile, la "polpa" quindi. Forse allora "qualcosa era riuscito a scalfire il guscio, e stava macinando il gheriglio"? O forse è solo la sovrabbondanza di metafore che cozzano l'una contro l'altra, e mentre l'aspirina si scioglie sulla noce, io mi fermo perché il film che sto girando nella mia testa si è messo in standby e non trovo più la voglia di andare avanti? Mi armo di pazienza e coraggio. Dopotutto ho speso i soldi per acquistare il libro, é della Giunti, mica di una casa editrice qualsiasi, devo trovare le ragioni della selezione a una finale importante del Premio Strega... quindi proseguo nella lettura. La Sparaco mette il dito in un dolore e, oltre a immagini e figure retoriche che possono rendere immediate le emozioni, può aver utilizzato un ritmo narrativo ad hoc, mi chiedo... No. In tutto il libro, il taglio e il giro di frasi, i tempi verbali, la scelta dei vocaboli, la punteggiatura è identica dalla prima all'ultima pagina. Persino le lettere che scrivono i lettori per la rubrica di Luce e che spezzano i capitoli, sembrano essere prodotti tutti dalla stessa mano. L'impressione che ho ricevuto è che la soggettività della prima persona pervada anche quelle lettere proiettandomi in un mondo narrativo fazioso, relativo, filtrato solo dal personaggio che "parla". Ma il problema è che la sua voce è monocorde, piatta, evanescente come una vecchia fotografia sbiadita di cui non comprendo i contorni e nemmeno mi va di immaginarli. L'intero linguaggio del libro sembra essere quello delle mail, degli scambi su Facebook o sui vari social. Può essere che l'esatta intenzione dell'autrice prevedesse l'uso di un linguaggio da email, da social perché tutti ormai siamo abituati a comunicare così. E probabilmente, il suo obiettivo è quello di fermarsi a un lettore di primo livello, che desidera sapere solo come va a finire la storia. Perché il suo testo non si rivolge di sicuro a un lettore di secondo livello, "testo in cui la voce dell'autore modello fa appello in modo più esplicito alla collaborazione del lettore di secondo livello" [CIT. e definizioni di lettori di primo e secondo livello in "Sei passeggiate nei boschi narrativi" di U. Eco] Per sapere come vada a finire la storia - e tra l'altro non è che ci voglia molto - devo leggere il libro una sola volta - devo dire anche che se non mi fossi messa in testa di leggere tutti i testi del Premio Strega, nemmeno sarei arrivata alla fine? Di sicuro non mi trasformo in lettrice "empirica", quella di cui parla Eco, che ha piacere di leggere e rileggere più volte la stessa storia per scoprire sempre qualcosa di nuovo, per affondare nelle trame della letteratura, per godere della bellezza che solo qualcosa di veramente ben congeniato e di talentuoso riesce a donare. Questa non è letteratura. E mi spiace, no... non basta scrivere di un tema lacerante per una donna, e per un uomo, come l'aborto terapeutico, per scuotere il lettore. O forse sì, giacchè in giro per il web ho letto diverse recensioni positive che definiscono il libro come "molto commovente". Io sono del parere che sia invece molto superficiale, proprio perché rimane " in superficie". Non è un "lasciare sott'acqua", quei "sette ottavi di ogni parte visibile", di cui parlava Hemingway. No. Qui, ciò che non si vede, semplicemente non c'è. E si nota. L'unica sensazione che mi ha lasciato il libro della Sparaco è stata la rabbia, ma non certo per come si svolgono i fatti. Solo perché lì dentro si parla di un bambino che non vedrà mai la luce, di una donna che è devastata dal dolore, del suo uomo che è vulnerabile quanto la sua compagna... ma io ne ho visto solo delle immagini sbiadite. Questo mi fa rabbia. Poteva essere un buon libro. Forse lo è per altri, ma non per me. E di tutto si tratta fuorché di letteratura.
Nessuno sa di noi
by Simona Sparaco
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NjaNja wrote a review
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Commovente denuncia sociale.
Ho letto il libro "Eclissi" di Francesco Mastinu qualche giorno dopo la sua uscita. L'autore ha la mia stima e sincera ammirazione perchè riesce a chiamare col proprio nome le cose e le persone; non offende mai, nemmeno quando i toni si fanno accesi. Questo suo modo di essere attraverso la scrittura mi ha spinto ad acquistarne il libro a occhi chiusi. Ammetto che non sapevo di che cosa trattasse ma che avrei letto un libro ben scritto. Fin dalle prime pagine, mi sono trovata a indossare i panni di Riccardo e a entrare nella sua vita. Ho apprezzato anche l'uso del linguaggio e lo stile narrativo che rispecchia in pieno la gioventù del suo protagonista, la sua voglia di divertirsi, di sensualità, di vita vissuta appieno. Così, attraverso lo stupore del sentirsi innamorato per la prima volta e decidere di dividere la propria vita con il suo compagno Alessandro, l'autore riesce a non far avvertire alcuna differenza con le dinamiche che muovono le altre coppia. Non esiste la differenza di sesso, in queste pagine. La storia d'amore in cui si entra è tra due uomini, ma l'effetto che mi ha procurato è identica a quella di qualunque persona. Questa grande empatia con il lettore che Mastinu riesce a instaurare, fa di lui una delle poche voci interessanti del nostro panorama letterario. Un'altra conferma di questa mia convinzione, l'ho trovata nella scelta azzardata dell'uso alternato per le voci narranti: se la terza persona semplifica alcuni nodi narrativi con la sua funzione corale, la prima persona risulta strategica per far entrare nei panni del protagonista, l'uso della seconda persona individua il bersaglio, il cuore, del lettore e raggiunge il suo scopo. Nel preciso punto in cui lo scrittore punta il suo dito verso Riccardo, svela il "tu" del dolore e della sua nudità. Mi sono sentita con le spalle al muro, a questo punto. Se all'inizio mi ero innamorata come Riccardo, ritrovata nei periodi di stallo che ogni coppia attraversa, quando il libro raggiunge il suo acme, non ho potuto fare a meno di sentirmi quel dito puntato contro. Perdere la persona amata è qualcosa che non si riesce a descrivere e che rischia di far scivolare alquanto brutalmente uno scrittore che voglia cimentarsi in questa impresa. Mastinu non è scivolato. Ha puntato il suo dito sul lettore colpevole, nudo, mostrandosi egli stesso nudo nella sua qualità di scrittore. Ha messo il dito nella piaga. È riuscito a descrivere la lentezza di un dolore che dilata il tempo, che fa galleggiare nel niente, che sveglia con la stessa depressione e fa andare a dormire con ancora più nero nell'anima. In quella lenta agonia, talvolta riesce ad attecchire il seme della speranza. Germoglia lenta come una pianta in mezzo all'asfalto e va avanti a dispetto delle ostilità, a dispetto del nero che vorrebbe fagocitare tutto ciò che trova sul suo cammino, a dispetto della stessa vita che impone le sue regole crudeli e inaccettabili. La storia di Riccardo mi ha dato un pugno allo stomaco. Mi ha colpito duramente. Ho provato rabbia: non posso immaginare che cosa si provi nel vedersi negata la possibilità di stare accanto al proprio compagno e proprio nel momento in cui entrambi ne hanno bisogno. È una delle torture che gli uomini civili del nostro tempo riescono a dispensare ancora in nome di una diversità che di fatto non esiste: un essere umano è pur sempre un essere umano. Ho condiviso frustrazione in tutti quei momenti in cui una coppia si arena nel quotidiano e si sente la necessità di qualcosa in grado di far sentire di essere vivi. Ho avvertito la stessa voglia di evadere, perché il nuovo, e l'incerto, attrae più di ciò che è assodato. Ho sentito la disperazione di non poter stare accanto alla persona amata, la stanchezza, la voglia di mollare tutto e tutti. Mi sono ritrovata accanto Bruna, un'amica forte e risoluta, ho accarezzato Fagiolina... Ho pianto tanto. E per questo prima d'ora non sono riuscita a scrivere i miei complimenti all'autore. Il "tu" di Mastinu ha individuato il bersaglio con precisione, puntando il dito verso il dolore, la denuncia sociale, la crudeltà della vita. Io lettrice ho conseguentemente apprezzato la sua scrittura. Io donna, ho ritrovato pezzi del mio cuore nelle lacrime versate... e dopo mi sono sentita meglio.
Eclissi
by Francesco Mastinu
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NjaNja wrote a review
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"Viviamo in un mondo che ci disorienta con la sua complessità. Vogliamo comprendere ciò che vediamo attorno a noi e chiederci: Qual è la natura dell'universo? Qual è il nostro posto in esso? Da che cosa ha avuto origine l'universo e da dove veniamo noi? [...] quand'anche ci fosse una sola teoria unificata possibile, essa sarebbe solo un insieme di regole e di equazioni. Che cos'è che infonde vita nelle equazioni e che costruisce un universo che possa essere descritto da esse? L'approccio consueto della scienza, consistente nel costruire un modello matematico, non può rispondere alle domande del perché dovrebbe esserci un universo reale descrivibile da quel modello. Perché l'universo si dà la pena di esistere? [...] Se però perverremo a scoprire una teoria completa, essa dovrebbe essere col tempo comprensibile a tutti nei suoi principi generali, e non solo a pochi scienziati. Noi tutti – filosofi, scienziati e gente comune – dovremmo allora essere in grado di partecipare alla discussione del problema del perché noi e l'universo esistiamo. Se riusciremo a trovare la risposta a questa domanda, decreteremo il trionfo definitivo della ragione umana: giacché allora conosceremmo la mente di Dio." Dall'incipit: " Un famoso scienziato (secondo alcuni fu Bertrand Russell) tenne una volta una conferenza pubblica su un argomento di astronomia. Egli parlò di come la Terra orbiti attorno al Sole e di come il Sole, a sua volta, compia un'ampia rivoluzione attorno al centro di un immenso aggregato di stelle noto come la nostra galassia. Al termine della conferenza, una piccola vecchia signora in fondo alla sala si alzò in piedi e disse: «Quel che lei ci ha raccontato sono tutte frottole. Il mondo, in realtà, è un disco piatto che poggia sul dorso di una gigantesca tartaruga». Lo scienziato si lasciò sfuggire un sorriso di superiorità prima di rispondere: «E su che cosa poggia la tartaruga?». «Lei è molto intelligente, giovanotto, davvero molto», disse la vecchia signora. «Ma ogni tartaruga poggia su un'altra tartaruga!»" Se non si hanno problemi con i concetti che riguardano la fisica moderna questo libro apparirà affascinante, come la mente e la volontà dello stesso autore.
Dal big bang ai buchi neri
by Stephen Hawking
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NjaNja wrote a review
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Uno stile visionario.
Se non avete letto il libro può essere che abbiate visto il film, Hellraiser, o visto qualche foto del Cenobita navigando nel web. Su tratta del romanzo Schiavi dell’Inferno di Clive Barker: i Cenobiti e il cubo di Lemarchand. E' la storia di Frank,  l’uomo che finisce volontariamente nelle mani dei Supplizianti: questi sono mostri orribilmente sfigurati che promettono piaceri capaci di andare ben oltre la lussuria che ogni mente umana può immaginare. « Il congegno di Lemarchand era azionato, anche l'ultimo trucco era ormai risolto.Ancora pochi attimi e sarebbero stati li', quelli che Kircher chiamava i Supplizzianti, teologi dell' Ordine dello Squarcio. . . . Perche' gli era tanto difficile posare gli ochhi su di loro ? Erano le cicatrici che li ricoprivano interamente ? Le loro carni cosmeticamente trafitte e sffettate e infibulate e infine spolverate di ceneri ? Era l' odore di vaniglia che potavano con se', la cui dolcezza non celava affatto il tanfo sottostante ? O era perche' con l' aumentare della luce, potendoli esaminare meglio, non vedeva nei loro volti straziati traccia di gioia, per non dire di umanita', bensi' solo disperazione e un appetito che gli riempiva le viscere del doloroso bisogno di svuotarsi ? » Quando Frank risolve l'enigma del cubo si trova bloccato in un inferno fatto solo di tortura e dolore. Per lui si apre una via di fuga quando, casualmente, del sangue viene versato nella stessa stanza in cui l’uomo è morto. Frank comprende che può tornare in vita. Questo è il primo libro di Clive Barker che ho letto e l'ho riletto dopo tanto tempo. I veri mostri che escono dalla mente dello scrittore non sono tanto i Cenobiti quanto gli uomini, e le donne, che egli sa descrivere.  Barker e' definito l'autore più' "visionario” d’America e in effetti il suo stile lo dimostra ampiamente. Le sue creature – basterà' dare uno sguardo alla collezione di action figure Tortured Souls da lui stesso creata per averne un'idea concreta – sono forti e suggestive su carta e spaventose se proposte sul grande schermo. Questo e' un libro di appena 128 pagine e si legge alla velocità della luce, anche se Barker usa un linguaggio molto ricercato e leggendo si ha la sensazione che le frasi si combinino tra di loro in un incastro perfetto. 
Schiavi dell'inferno
by Clive Barker
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NjaNja wrote a review
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Non esiste una sesta stella?
“Nell’ultimo romanzo che ho scritto, Mr Gwyn, si accenna, a un certo punto, a un piccolo libro scritto da un angloindiano, Akash Narayan, e intitolato Tre volte all’alba. Si tratta naturalmente di un libro immaginario, ma nelle immaginarie vicende là raccontate esso riveste un ruolo tutt’altro che secondario. Il fatto è che mentre scrivevo quelle pagine mi è venuta voglia di scrivere anche quel piccolo libro, un po’ per dare un lieve e lontano sequel a Mr Gwyn e un po’ per il piacere puro di inseguire una certa idea che avevo in testa. Così, finito Mr Gwyn, mi son messo a scrivere Tre volte all’alba, cosa che ho fatto con grande diletto. Adesso Tre volte all’alba è scritto e forse non è inutile chiarire che può essere letto da chiunque, anche da coloro che non hanno mai preso in mano Mr Gwyn, perché si tratta di una storia autonoma e compiuta. Ciò non toglie tuttavia che, nella sua prima parte, mantenga ciò che Mr Gwyn prometteva, cioè uno sguardo in più sulla curiosa vicenda di Jasper Gwyn e del suo singolare talento.” Alessandro Baricco
Tre volte all'alba
by Alessandro Baricco
(*)(*)(*)(*)( )(3,015)