Dai tuoi occhi solamente
by Francesca Diotallevi
(*)(*)(*)(*)( )(202)
New York, 1954. Capelli corti, abito dal colletto tondo, prime rughe attorno agli occhi, ventotto anni, Vivian ha risposto a un'inserzione sul New York Herald Tribune. Cercavano una tata. Un lavoro giusto per lei. Le famiglie l'hanno sempre incuriosita. La affascina entrare nel loro mondo, diventare spettatrice dei loro piccoli drammi senza esserne partecipe, e osservare la recita, la pantomima della vita da cui soltanto i bambini le sembrano immuni. La giovane madre che l'accoglie ha labbra perfettamente disegnate con il rossetto, capelli acconciati in onde rigide, golfini impeccabili. Dietro il suo perfetto abbigliamento, però, Vivian sa scorgere la crepa, il muto appello di una donna che sembra chiedere aiuto in silenzio. Del resto, questo è il suo lavoro: prendersi cura della vita degli altri. L'accordo arriva in fretta. A lei basta poco: una stanza dove raccogliere le sue cose; una città, come New York, dove potere osservare le vite incrociarsi sulle strade, scrutare mani che si stringono, la rabbia di un gesto, la tenerezza in uno sguardo, l'insopportabile caducità di ogni istante. Ed essere, nello stesso tempo, invisibile, sola nel mare aperto della grande città, a spingere una carrozzina o a chinarsi per raddrizzare l'orlo della calza di un bambino. Scrutare i gesti altrui e guardarsi bene dall'esserne toccata: questa è, d'altronde, la sua esistenza da tempo. Troppe, infatti, sono le ferite che le sono state inferte nell'infanzia, quando la rabbia di un gesto – di sua madre, Marie, o di suo fratello Karl, animati dalla medesima ira nei confronti del mondo – si è rivolta contro di lei. Sola nella camera che le è stata assegnata, Vivian scosta le tende dalla finestra, lancia un'occhiata al cortiletto ombroso e spoglio nel sole morente di fine giornata, estrae dalla borsa la sua Rolleiflex e cerca la giusta inquadratura per catturare il proprio riflesso che appare contro l'oscurità del vetro. È il solo gesto con cui Vivian Maier trova il suo vero posto nel mondo: stringere al ventre la sua macchina fotografica e rubare gli istanti, i luoghi e le storie che le persone non sanno di vivere.

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Era così raro scorgere le persone nel posto giusto. Spesso la gente era da tutt'altra parte rispetto a dove avrebbe dovuto, così stonata, fuori luogo, e senza averne la minima consapevolezza.
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Era così raro scorgere le persone nel posto giusto. Spesso la gente era da tutt'altra parte rispetto a dove avrebbe dovuto, così stonata, fuori luogo, e senza averne la minima consapevolezza.
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"Chi sei?», mormorò, sfiorando il proprio riflesso con la punta delle dita. «Vivian» rispose la donna di fronte a lei. Chiuse gli occhi, inspirando. Si sentiva altro da sé, una sconosciuta che attraversava pareti di specchi lasciandosi dietro null'altro che impressioni destinate a sgretolarsi come sabbia lambita dal vento. Lei non esisteva, non era mai esistita. Le persone non ricordavano il suo volto, il suo nome non era mai lo stesso. Solo nello scatto viveva, diventava reale, per poi tornare a essere un’invisibile creatura cui nessuno rivolgeva una seconda occhiata.
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"Chi sei?», mormorò, sfiorando il proprio riflesso con la punta delle dita. «Vivian» rispose la donna di fronte a lei. Chiuse gli occhi, inspirando. Si sentiva altro da sé, una sconosciuta che attraversava pareti di specchi lasciandosi dietro null'altro che impressioni destinate a sgretolarsi come sabbia lambita dal vento. Lei non esisteva, non era mai esistita. Le persone non ricordavano il suo volto, il suo nome non era mai lo stesso. Solo nello scatto viveva, diventava reale, per poi tornare a essere un’invisibile creatura cui nessuno rivolgeva una seconda occhiata.
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New York, al contrario, non le sarebbe appartenuta mai. New York era folle, difficile, inafferrabile, e lei se ne innamorò come ci si innamora delle cose impossibili: in modo irrimediabile, definitivo.
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New York, al contrario, non le sarebbe appartenuta mai. New York era folle, difficile, inafferrabile, e lei se ne innamorò come ci si innamora delle cose impossibili: in modo irrimediabile, definitivo.
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«Aspetti». La guardò dritto negli occhi e lei vi scor- se l'azzurro cupo del cielo che sprofonda nella notte.
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«Aspetti». La guardò dritto negli occhi e lei vi scor- se l'azzurro cupo del cielo che sprofonda nella notte.
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Non tutte le storie sono storie d'amore, non tutte le storie hanno lieto fine. La mia è la storia di chi ha vissuto attraverso le storie degli altri, di chi ha visto tutto senza mai essere vista. La mia è la storia di un'ombra.
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Non tutte le storie sono storie d'amore, non tutte le storie hanno lieto fine. La mia è la storia di chi ha vissuto attraverso le storie degli altri, di chi ha visto tutto senza mai essere vista. La mia è la storia di un'ombra.
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«Io non lo so vedere in me. Non sono nemmeno certo di potermi definire uno scrittore. Non è scrivendo libri che lo si diventa, così come non è scattando fotografie che si è fotografi. Deve esserci qualcosa di più, io credo. Una ricerca costante. Un'onestà, come dici tu. Il voler andare avanti per conto proprio, senza compromessi, senza cedere alle lusinghe, alle cose facili. Io tutto questo lo riconosco in te.”
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«Io non lo so vedere in me. Non sono nemmeno certo di potermi definire uno scrittore. Non è scrivendo libri che lo si diventa, così come non è scattando fotografie che si è fotografi. Deve esserci qualcosa di più, io credo. Una ricerca costante. Un'onestà, come dici tu. Il voler andare avanti per conto proprio, senza compromessi, senza cedere alle lusinghe, alle cose facili. Io tutto questo lo riconosco in te.”
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Quante volte, dopo, le era parso che la vita le si sgretolasse tra le mani? È quante volte era riuscita a ridarle forma attraverso l'obiettivo? Se vuoi stare al gioco, devi avere qualcosa che ti salva.
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Quante volte, dopo, le era parso che la vita le si sgretolasse tra le mani? È quante volte era riuscita a ridarle forma attraverso l'obiettivo? Se vuoi stare al gioco, devi avere qualcosa che ti salva.
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Lo fotografo perché mi assomiglia, avrebbe volute rispondere. Perché questo uomo è un derelitto. Perchè la sua solitudine è la mia solitudine, la sua miseria è la mia miseria. Perché la fotografia è l'unica medicina che conosco, al male di vivere. Ma non disse nulla. Grace-era solo una bambina, non poteva capire. Un giorno, forse,avrebbe saputo cosa significava annaspare per restare a galla, inghiottire la rabbia, non cedere al dolore e al suocanto di sirena. Avere paura di vivere. Un'onda orlata di schiuma bianca si ruppe sulla batti- gia, poi si ritirò, mettendo a nudo i ciottoli e le conchiglie e, a Vivian parve, anche tutti i relitti della sua vita. Scattò.
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Lo fotografo perché mi assomiglia, avrebbe volute rispondere. Perché questo uomo è un derelitto. Perchè la sua solitudine è la mia solitudine, la sua miseria è la mia miseria. Perché la fotografia è l'unica medicina che conosco, al male di vivere. Ma non disse nulla. Grace-era solo una bambina, non poteva capire. Un giorno, forse,avrebbe saputo cosa significava annaspare per restare a galla, inghiottire la rabbia, non cedere al dolore e al suocanto di sirena. Avere paura di vivere. Un'onda orlata di schiuma bianca si ruppe sulla batti- gia, poi si ritirò, mettendo a nudo i ciottoli e le conchiglie e, a Vivian parve, anche tutti i relitti della sua vita. Scattò.
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«Io mi auguro» disse Jeanne prendendole il volto tra le mani «che tu sia sempre tormentata dalla curiosità. Guarda le cose che vedono tutti, ma guardale in modo diverso da come le vedono gli altri. E si sempre fedele a te stessa».
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«Io mi auguro» disse Jeanne prendendole il volto tra le mani «che tu sia sempre tormentata dalla curiosità. Guarda le cose che vedono tutti, ma guardale in modo diverso da come le vedono gli altri. E si sempre fedele a te stessa».
Martina Silvestroni Martina Silvestroni added a quotation
Le cose non vanno sempre come dovrebbero, vanno come vanno… tutto qui
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Le cose non vanno sempre come dovrebbero, vanno come vanno… tutto qui