Egrette bianche
by Derek Walcott
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"Egrette bianche", la quattordicesima raccolta di poesie di Derek Walcott, fonde elegia e rapsodia, sul ritmo di temi ricorrenti come l'eredità coloniale e lo spettro dell'impero, l'approssimarsi della morte e la scomparsa degli affetti, l'insofferenza per il turismo ("una schiavitù senza catene, senza sangue sparso") e un amore per il viaggio vissuto nella consapevolezza - per citare Orazio - che "chi va per mare cambia cielo, non animo". Iosif Brodskij ha paragonato la poesia di Walcott alle onde di marea, a frangenti che montano, si ritirano e tornano a lambire la costa, mentre la magnificenza del suo linguaggio e la profusione di immagini evocano la lussureggiante natura delle Indie Occidentali. E il lettore non potrà che restare abbacinato a osservare "queste egrette / che incedono sul prato in truppe scomposte, bianche insegne / che arrancano derelitte; sono i rimpianti / scoloriti delle memorie di un vecchio, le loro strofe mai scritte. / Pagine che svolazzano come ali sul prato, segreti svelati".

Marina's Review

MarinaMarina wrote a review
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Ultima raccolta di poesie del poeta e drammaturgo caraibico Derek Walcott. L'ultima, almeno per ora, raccolta in cui mostra quello che forse ha sempre nascosto al pubblico di lettori e spettatori: se stesso per ciò che è, un uomo fatto di paure, ricordi, desideri, angosce, molti punti deboli fra cui il non riconoscere più in sé dei punti di forza validi. Tormentato dall'immanenza della morte a cause del diabete, si circonda degli spiriti dei suoi amici defunti, di mare, palme e di una gran varietà di uccelli: merli, pappagalli, aironi ma soprattutto bianche egrette idealizzate, mitizzate e antiche come le sfingi. Mostrano la brevità della gloria in vita ma non c'è bisogno di temere perché la paura della fine induce alla riflessione e al ricordo: qui rivendica le sue origini (africane, inglesi e olandesi), richiama gli antichi orrori del Colonialismo inglese e il perdono verso gli stessi, la beata accettazione del trascorrere del tempo e degli eventi. Walcott accoglie l'avvenire e lo fa anche tramite la sua poesia dinamica e attiva, una poesia che non si sofferma solo sull'osservazione e la riflessione ma agisce e travolge.
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Ultima raccolta di poesie del poeta e drammaturgo caraibico Derek Walcott. L'ultima, almeno per ora, raccolta in cui mostra quello che forse ha sempre nascosto al pubblico di lettori e spettatori: se stesso per ciò che è, un uomo fatto di paure, ricordi, desideri, angosce, molti punti deboli fra cui il non riconoscere più in sé dei punti di forza validi. Tormentato dall'immanenza della morte a cause del diabete, si circonda degli spiriti dei suoi amici defunti, di mare, palme e di una gran varietà di uccelli: merli, pappagalli, aironi ma soprattutto bianche egrette idealizzate, mitizzate e antiche come le sfingi. Mostrano la brevità della gloria in vita ma non c'è bisogno di temere perché la paura della fine induce alla riflessione e al ricordo: qui rivendica le sue origini (africane, inglesi e olandesi), richiama gli antichi orrori del Colonialismo inglese e il perdono verso gli stessi, la beata accettazione del trascorrere del tempo e degli eventi. Walcott accoglie l'avvenire e lo fa anche tramite la sua poesia dinamica e attiva, una poesia che non si sofferma solo sull'osservazione e la riflessione ma agisce e travolge.