Femminili singolari
by Vera Gheno
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Sindaca, architetta, avvocata: c'è chi ritiene intollerabile una declinazione al femminile di alcune professioni. E dietro a queste reazioni c'è un mondo di parole, un mondo fatto di storia e di usi che riflette quel che pensiamo, come ci costruiamo. Attraverso le innumerevoli esperienze avute sui social, personali e dell'Accademia della Crusca, l'autrice smonta, pezzo per pezzo, tutte le convinzioni linguistiche della comunità italiana, rintracciandone l'inclinazione irrimediabilmente maschilista. Questo libro mostra in che modo una rideterminazione del femminile si possa pensare a partire dalle sue parole e da un uso consapevole di esse, vero primo passo per una pratica femminista. Tutto con l'ironia che solo una social-linguista può avere.

Medea's Review

MedeaMedea wrote a review
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Direttore o direttrice?
Avevo questo libro in casa da qualche mese, ma l’input alla lettura è arrivato da una chiacchierata avviata in classe con gli studenti, a partire dalla posizione assunta sul palco del teatro Ariston dalla giovane Beatrice Venezi. Il gruppo classe, di fronte all’uso dei termini “direttore” e “direttrice”, si è spaccato esattamente come il pubblico del Festival. A quel punto, ho compreso che era il caso di sfruttare l’occasione e mi sono lanciata nella lettura per fornire del materiale ai ragazzi, ma anche - lo ammetto - per vincere il mio fastidio nei confronti dell’argomento. Avevo bisogno di indicazioni tecniche e di un confronto con un punto di vista che non risultasse viziato da alcun pregiudizio. Il problema, infatti, è che io stessa tendo a non utilizzare una serie di femminili professionali affermatisi in tempi relativamente recenti, anche se non credo di farlo per un retaggio maschilista di cui non ho consapevolezza. La mia scelta è dovuta ad un motivo forse ridicolo, ossia all’eufonia… e ad un altro piuttosto infantile, ossia all’insofferenza che mi coglie di fronte alle accuse di maschilismo che fioriscono ovunque (a volte anche a sproposito). Mi risulta naturale dire “professoressa, direttrice, coordinatrice, arredatrice, fotografa, formatrice”, ma ancora non uso “ingegnera, architetta, rettrice, avvocata e sindaca”. Il percorso tracciato dall’autrice è chiarissimo e convincente, e mira a far riflettere i lettori sulle cause profonde che ci portano ad usare determinate parole al posto di altre. Difficile contestare il fatto che “ciò che non viene nominato tende a essere meno visibile agli occhi delle persone”. E mi rendo perfettamente conto del fatto che ciò che “suona male” è in realtà un insieme di femminili professionali legati a settori lavorativi un tempo esclusivo appannaggio degli uomini. Come sottolinea più volte la sociolinguista, con il tempo molti di questi termini smetteranno di sembrarci cacofonici semplicemente perché, sentendoli pronunciare spesso, cominceremo a considerarli con naturalezza una parte del nostro quotidiano linguistico: “O i dizionari e le grammatiche sono tutte in preda a un’allucinazione collettiva, oppure forse adottare i femminili via via che servono è effettivamente la scelta linguisticamente più naturale.” L’aspetto più interessante del testo è il rigore argomentativo, la cura con la quale ogni affermazione è suffragata da esempi e pareri autorevoli (tratti dal bagaglio normativo della lingua italiana, da articoli specialistici, da manuali e saggi vari e dal mondo dei Social). Come ogni saggio monotematico, ad un certo punto il libro diventa un po’ ripetitivo, ma è una lettura che merita, perché ancora una volta la Gheno ha scritto pagine comprensibilissime anche ai non addetti ai lavori e facilmente sfruttabili in ambito didattico. Indubbiamente, a spingermi verso i suoi libri sono innanzitutto interessi professionali, ma ammetto di essere anche affascinata dal suo ottimismo in merito all’uso dei Social e, in generale, ai cambiamenti che interessano la lingua e la società italiana. Un ottimismo, il suo, che io non riesco a condividere, ma con il quale vale la pena di confrontarsi: “Viviamo tempi emozionanti, tempi di rapido e profondo cambiamento, sociale, culturale e linguistico. Penso che sia una cosa bella e arricchente, che un giorno racconteremo ai nostri nipoti.”
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Direttore o direttrice?
Avevo questo libro in casa da qualche mese, ma l’input alla lettura è arrivato da una chiacchierata avviata in classe con gli studenti, a partire dalla posizione assunta sul palco del teatro Ariston dalla giovane Beatrice Venezi. Il gruppo classe, di fronte all’uso dei termini “direttore” e “direttrice”, si è spaccato esattamente come il pubblico del Festival. A quel punto, ho compreso che era il caso di sfruttare l’occasione e mi sono lanciata nella lettura per fornire del materiale ai ragazzi, ma anche - lo ammetto - per vincere il mio fastidio nei confronti dell’argomento. Avevo bisogno di indicazioni tecniche e di un confronto con un punto di vista che non risultasse viziato da alcun pregiudizio. Il problema, infatti, è che io stessa tendo a non utilizzare una serie di femminili professionali affermatisi in tempi relativamente recenti, anche se non credo di farlo per un retaggio maschilista di cui non ho consapevolezza. La mia scelta è dovuta ad un motivo forse ridicolo, ossia all’eufonia… e ad un altro piuttosto infantile, ossia all’insofferenza che mi coglie di fronte alle accuse di maschilismo che fioriscono ovunque (a volte anche a sproposito). Mi risulta naturale dire “professoressa, direttrice, coordinatrice, arredatrice, fotografa, formatrice”, ma ancora non uso “ingegnera, architetta, rettrice, avvocata e sindaca”. Il percorso tracciato dall’autrice è chiarissimo e convincente, e mira a far riflettere i lettori sulle cause profonde che ci portano ad usare determinate parole al posto di altre. Difficile contestare il fatto che “ciò che non viene nominato tende a essere meno visibile agli occhi delle persone”. E mi rendo perfettamente conto del fatto che ciò che “suona male” è in realtà un insieme di femminili professionali legati a settori lavorativi un tempo esclusivo appannaggio degli uomini. Come sottolinea più volte la sociolinguista, con il tempo molti di questi termini smetteranno di sembrarci cacofonici semplicemente perché, sentendoli pronunciare spesso, cominceremo a considerarli con naturalezza una parte del nostro quotidiano linguistico: “O i dizionari e le grammatiche sono tutte in preda a un’allucinazione collettiva, oppure forse adottare i femminili via via che servono è effettivamente la scelta linguisticamente più naturale.” L’aspetto più interessante del testo è il rigore argomentativo, la cura con la quale ogni affermazione è suffragata da esempi e pareri autorevoli (tratti dal bagaglio normativo della lingua italiana, da articoli specialistici, da manuali e saggi vari e dal mondo dei Social). Come ogni saggio monotematico, ad un certo punto il libro diventa un po’ ripetitivo, ma è una lettura che merita, perché ancora una volta la Gheno ha scritto pagine comprensibilissime anche ai non addetti ai lavori e facilmente sfruttabili in ambito didattico. Indubbiamente, a spingermi verso i suoi libri sono innanzitutto interessi professionali, ma ammetto di essere anche affascinata dal suo ottimismo in merito all’uso dei Social e, in generale, ai cambiamenti che interessano la lingua e la società italiana. Un ottimismo, il suo, che io non riesco a condividere, ma con il quale vale la pena di confrontarsi: “Viviamo tempi emozionanti, tempi di rapido e profondo cambiamento, sociale, culturale e linguistico. Penso che sia una cosa bella e arricchente, che un giorno racconteremo ai nostri nipoti.”