I Maigret 2
by Georges Simenon
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Secondo volume della raccolta delle opere di Maigret.

Giogio53's Review

Giogio53Giogio53 wrote a review
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I Maigret 2 - 06 gen 16
Eccoci allora al secondo volume della grande odissea i Maigret, con ben cinque romanzi tutti scritti nel 1931. Notiamo di passaggio che i primi 10 romanzi con protagonista il nostro commissario sono stati scritti tra la fine del ’29 ed il ’31. E tutti e 10 pubblicati nel corso del 1931 stesso.
Titolo Scritto Uscito
Data Luogo
Il cane giallo Marzo 1931 Scritto a Château de la Michaudière, Guigneville vicino a La Ferté-Alais (Essonne) Aprile 1931
Il crocevia delle Tre Vedove Aprile 1931 Scritto a Château de la Michaudière, Guigneville vicino a La Ferté-Alais (Essonne) Giugno 1931
Un delitto in Olanda Maggio 1931 Scritto a bordo de l'Ostrogoth, Morsang-sur-Seine (Seine-et-Marne) Luglio 1931
All’insegna di Terranova Giugno 1931 Scritto a bordo de l'Ostrogoth, Morsang-sur-Seine (Seine-et-Marne) Agosto 1931
La danzatrice del Gai-Moulin Settembre 1931 Scritto a bordo de l'Ostrogoth, Ouistreham (Calvados) Novembre 1931
“Il cane giallo”
[tit. or.: Le chien jaune; ling. or.: francese; pagine: 9-144 (136); anno 1931]
La scrittura di Simenon va di pari passo con la sua vita errabonda di quel periodo. Dopo alcuni mesi a Parigi, eccolo di nuovo in provincia, dimorare presso il Castello de la Michaudière (non lontano da Parigi, comunque). Ed ambientare questo sesto romanzo a Concarneau, luogo dove aveva scritto il 4°, e che ben conosce per i problemi delle chiuse e della vita acquatica. Ci sono alcuni caratteri peculiari poi, che ritroviamo in queste prime opere su Maigret. Lo spazio limitato di tempo in cui si svolge l’azione (qui, dall’8 all’11 novembre). Lo spazio esterno dell’indagine. Maigret è stato chiamato a Rennes per dei doveri istituzionali, e da lì, convocato a Concarneau (che ricordo è in Bretagna) per calmare le acque montanti di un panico che si va diffondendo in città. Perché all’inizio, c’è un tentativo di omicidio verso il signor Mostaguen, uno dei notabili del luogo. Notabili che sono poi i quattro personaggi di spicco. Mostaguen, appunto, che viene ferito non mortalmente, e che presto sparirà prima in ospedale e poi accudito dalla moglie. Il giornalista Jean Serviéres che, dopo una vita passata su minuscoli fogli scandalistici parigini, pensa bene di ritirarsi in campagna, dove può far risaltare le sue piccole doti. Le Pommeret, il dandy, tombeur de femme, non proprio possidente, ma con una famiglia alle spalle che lo foraggia. Ed Ernest Michoux, un dottore che non esercito, preferendo fare il sensale di immobili. I quattro si ritrovano tutte le sera nell’unico hotel della cittadina. A bere, giocare a carte, e fare appunto la punta della bella vita in città. Hotel dove fa da cameriera la bella Emma, che ne subisce le attenzioni (e a volte anche qualcosa in più). Dopo l’attentato a Mostaguen, il giornalista scompare, lasciando la macchina con tracce di sangue in direzione del Belgio. A questo punto, un giornale locale pubblica un articolo che semina il panico nella zona, ed arriva Maigret per spargere acqua sul fuoco. Ma subito dopo il suo arrivo, muore avvelenato Le Pommeret. Per evitare al quarto notabile una fine analoga, Maigret non trova di meglio che arrestarlo per futili motivi, così sarà la polizia a fargli da guardia. Durante tutti questi avvenimenti, un inquietante cane giallo si aggira per la zona, sempre presente sui luoghi del delitto, che, benché anziano, ringhia un po’ a tutti. Ma mai alla bella Emma. Qui Simenon utilizza un po’ di ingenuo mestiere, cercando di rendere il cane simbolo della paura che sale in città. Tentativo di corto respiro, che il cane è un elemento a margine, utile solo a far capire che c’è qualcuno, un misterioso vagabondo, che si aggira in città. Intanto i giornalisti parigini sono calati in massa, per qualche scoop di bassa lega. Che coinvolge l’arresto e poi la fuga del vagabondo. Maigret ci fornisce pochi elementi di deduzione, che anche qui, come spesso in queste prime indagini, c’è più che altro intuizione, analisi del contesto e visione dei personaggi. Si scopre solo l’esistenza di una lettera d’amore indirizzata ad Emma e firmata Léon. In cui c’è una proposta di matrimonio, e l’acquisto di una nave dal nome “La Belle-Emma”. Non siamo ancora nei turbinii futuri in cui il Maigret-pensiero s’insinua tra le pagine, ci porta nell’animo dei personaggi, ci sfida quasi ad essere più bravi di lui. Maigret ci fa capire, a metà romanzo, che sa tutta la storia, questo sì, mettendoci un po’ la pulce sotto il naso. Cosa c’è sfuggito? Dov’è il trucco nascosto? Intanto il giornalista viene ritrovato sano e salvo a Parigi (era solo fuggito). Il vagabondo Léon viene fermato. E come nelle migliori tradizioni del Maigret d’alto profilo, ci si avvia verso la nemesi finale. Dove tutti gli interessati vengono convocati nella cella dov’è detenuto Michoux. Si scopre allora che Léon era il fidanzato di Emma, che con la barca faceva trasporti guadagnando un po’, in attesa di un più roseo avvenire. Che c’era un personaggio misterioso, un americano, che spesso bazzicava lì nei porti della Bretagna. Che questi, insieme ai notabili squattrinati di Concarneau convince Léon a trasportare un carico di droga negli Stati Uniti. Peccato che l’americano sia un agente federale, che convince anche Michoux e gli altri a denunciare Léon e guadagnare una lauta ricompensa. Così è, con Léon arrestato, incarcerato in America insieme al suo cane giallo. Léon che scontata la pena, torna in patria con il cane, forse per vendicarsi ma sicuramente per “memento” ai cattivi. Sperando di riconquistare la bella Emma. I notabili tremano, sembrano sul punto di crollare. Ed allora il più spietato, quello che, come dottore, sapeva usare le droghe, decide di farli fuori addossando la colpa a Léon e prendendo due piccioni con una fava. Maigret manda tutto all’aria. Michoux è condannato a venti anni di galera. Emma e Léon si sposano. Una caratteristica che viene alla luce qui, e che sarà presente nei prossimi romanzi, e questo finale verso il futuro, dove Simenon ci dice cosa arriverà ai vari personaggi. Come in un bel serial TV, in cui i protagonisti restano, e quelli di contorno spariscono, ma il popolo lettore ne vuol sapere. Altro elemento tipico di questa fase, la trama, in sé, è molto essenziale, quasi da racconto. L’abilità dello scrittore è di prendere questo nocciolo, e condirlo con una buona salsa, facendone un piatto da portata quanto meno passabile. Mi spiace solo aver dovuto percorrere tutta la trama, che, proprio perché così esigua, lascia pochi margini anche ad un devoto tramatore, come il sottoscritto.
“Il crocevia delle Tre Vedove”
[tit. or.: La nuit du Carrefour; ling. or.: francese; pagine: 145-277 (133); anno 1931]
Forse l’Ostrogoth è in riparazione, fatto sta che per il secondo mese consecutivo Simenon non sta navigando. Anzi è fermo a Concarneau, dove scrive il settimo episodio di Maigret. Con due grandi novità: siamo finalmente a Parigi e non più tra chiuse e battelli e compare abbastanza stabilmente accanto al commissario il fido Lucas. Che ho scoperto chiamarsi André di nome, che è sposato ed ha una decina di anni meno del nostro commissario. Il romanzo, inoltre, ha anche due caratteristiche particolari. Una che lo accomuna al Maigret maturo: indagine sui personaggi ed approfondimenti degli stessi (soprattutto del danese Cari). Una che invece lo rende diverso, e cioè il fatto che sia abbastanza movimentato. Nel sottofinale ci sono sparatorie ed inseguimenti in macchina, come nella migliore tradizione dell’hard boiled americano. Qui intanto abbiamo tre coppie che abitano il crocevia del titolo (una volta abitato dalle Tre Vedove, che però son morte, e poco hanno a che fare con il romanzo, tanto che l’edizione originale parla solo della “Notte del Crocevia”): Cari Andersen e sua sorella Else, Michonnait il rappresentante e sua moglie, Oscar il garagista e sua moglie. Una domenica, Michonnait scopre nel suo garage la macchina di Anderson e nel garage di Anderson la sua macchina con dentro il cadavere di tal Isaac Goldberg, commerciante in diamanti di Anversa. Supposto colpevole, Anderson viene interrogato da Maigret e Lucas per 17 ore, sempre negando, e venendo di conseguenza rilasciato. Interrogato per diciassette ore e nega Andersen viene rilasciato. Il lunedì deve arrivare la signora Goldberg, ma viene uccisa appena scende dalla macchina. Il martedì, Anderson deve andare a Parigi per affari e tornare al crocevia, dove ormai si sono installati Maigret e Lucas. Ma non torna. Nel frattempo, in linea con l’atteggiamento più psicologico che vanno prendendo i romanzi, Maigret cerca di capire meglio chi siano i Michonnait, e che cosa voglia il beffardo e volgare meccanico Oscar. E gironzola intorno alla misteriosa Else, il cui comportamento estraniante, il fascino perverso che emana non possono che attirare la curiosità del commissario. A questo punto torna Cari gravemente ferito. Qualcuno l’ha sequestrato con l’auto, poi gli ha sparato. Benché ferito, Cari torna a casa, dove cercano di ucciderlo con un colpo di fucile. Oscar è a Parigi pedinato da Lucas, e Maigret va al garage, dove un giovane meccanico lo insospettisce. Il nostro scopre così che il garage stesso non è che un centro di smistamento di traffico illegale (droga, gioielli rubati e altro). Scopre anche quale sia il meccanismo che avverte i trafficanti se fermarsi o meno. Siamo nella notte movimentata. Passa un’auto da dove sparano verso Maigret. Dentro c’è Oscar. Inizia l’inseguimento. E sparisce anche Michonnait. Ma Lucas ferma Oscar, e Maigret impedisce che Michonnait uccida Else. Allora, come nella tradizione che si va consolidando, sono tutti convocati nella casa degli Anderson dove si scoprono le verità: Else è in realtà la moglie di Cari, che l’ha trovata nei bassifondi di Amburgo, e che la vuole redimere. Ma Else, abituata ad altri mondi, resiste poco “fuori da tutto” con Cari. E lì nel crocevia, capisce ben presto l’attività di Oscar, si associa a lui, coinvolgendo il meschino Michonnait. Ed è lei che, conoscendo il sottobosco del malaffare, attira Goldberg nella trappola. Dove un sicario di Oscar lo uccide. Sicario che uccide anche la moglie di Goldberg per evitare che parli a sproposito. E che tenta di uccidere lo stesso Cari, in modo da far ricadere sempre su di lui la colpa. Notiamo infine altri caratteri ricorrenti: l’inchiesta dura anch’essa quattro giorni, come la precedente, anche se si svolge in aprile e non in novembre. Il finale, nel pieno della prosodia maigrettiana prevede la convocazione di tutti i sospetti in un unico luogo, con Maigret che spiega ed arresta (o fa arrestare) i colpevoli. Inoltre, come quasi tutti in questo volume, Simenon ci dice cosa succede poi: il sicario andrà sulla forca, Oscar in prigione, e Carl continuerà ad andare a trovare Else in carcere perché lui la ama ancora. Un episodio, quindi, che per le sue caratteristiche, si alza un po’ sopra la pur buona media degli scritti del periodo.
“Un delitto in Olanda”
[tit. or.: Un crime en Hollande; ling. or.: francese; pagine: 279-416 (138); anno 1931]
In questo ottavo romanzo continuiamo a notare come Simenon usi una serie di ripetizioni (o di anticipazioni), come a voler eliminare elementi esterni al contesto e farci concentrare sulla trama. Infatti, qui l’azione (e siamo di nuovo in trasferta) si svolge in Olanda, a Delfzijl, laddove scrisse il primo romanzo su Maigret. Poi il personaggio su cui ruota la vicenda, il morto, si chiama Popinga, come il protagonista di uno dei futuri romanzi non-maigrettiani di Simenon (il bellissimo “L’uomo che guardava passare i treni”, dove il commissario che effettuerà l’arresto finale si chiama … Lucas). Come detto in trasferta, similmente a quattro di questi cinque romanzi. E ben due all’estero (qui in Olanda, e nell’ultimo in Belgio). Anche qui Maigret viene inviato a sedare un po’ le acque (come nel primo) ed a cercare di tirar fuori dalle peste un professore di antropologia criminale, Jean Duclos (che mi sarà antipatico fin dalle prime righe). Il battello di Simenon ha comunque ripreso le acque ed il nostro scrittore ne approfitta per scrivere nel suo isolamento produttivo. Il professor Duclos tiene a Delfzijl una conferenza sulla punibilità dei crimini, e durante i festeggiamenti in casa del suo anfitrione, il padrone di casa, Conrad Popinga viene ucciso da un colpo di pistola. I sospetti abbondano: Duclos stesso, che esce dal bagno da dove viene sparato il colpo con la pistola in mano; Beetje, amante di Conrad, tornata verso casa Popinga dopo che questi l’aveva riportata a casa dal padre; l’irascibile contadine padre di Beetje, che, saputo della figlia, era contrario al loro rapporto; il giovane Cornelius, innamorato non corrisposto di Beetje; il vecchio marinaio Oosting, il cui berretto viene trovato sul luogo del delitto; infine la signora Popinga e sua sorella Any, presenti in casa al momento dello sparo. Maigret appura ben presto che il marinaio non aveva nessun motivo di uccidere Popinga, quindi la presenza del berretto è l’elemento anomalo. Qualcuno l’ha messo a bella posta per sviare le indagini. Questa volta, invece di riunire tutti in una stanza, Maigret trova l’escamotage di far ripercorrere a tutti i sospetti le ultime ore della vicenda, attraverso una minuziosa ricostruzione della notte del delitto. Metodicamente, elimina tutti i sospetti. Vuoi che doveva tornare alla scuola militare (Cornelius), vuoi che era manifestatamente fuori della casa dei Popinga (Beetje e suo padre), vuoi chi era sul suo battello (Oosting). Poi dimostra che non può essere stata la moglie ad uccidere il marito infedele, perché sarebbe dovuta passare per la stanza da letto di Duclos. Motivo che elimina simmetricamente anche l’antipatico professore (che speravo fosse in realtà il colpevole, visto che teorizzava il “delitto perfetto”). Rimane solo la povera Any, menomata fisicamente (leggera zoppia), e respinta dagli uomini del paese, aveva sviluppato una passione fatale per il cognato. Quando si rende conto che Popinga le aveva manifestatamente preferito la bella Beetje, l’amore si trasforma in odio, e decide di uccidere Conrad senza farsi scoprire. Maigret potrebbe omettere l’ultimo passo, non rivelando le modalità di questo delitto “quasi perfetto” (modalità che lascio ai pazienti lettori di una storia ben congegnata), ma il suo dovere morale qui ha la meglio. E come negli altri romanzi della cinquina, seguiamo anche qualche episodio successivo. La fuga di Beetje con un bellimbusto che poi la lascerà. Il suicidio di Any prima del processo. Altro elemento ricorrente, la brevità dell’inchiesta, che dura due soli giorni. E il persistere di Simenon verso le descrizioni ambientali. Qui dipinge un bel quadro di una tipica cittadina olandese e della borghesia protestante che ne governa le azioni. Infatti, il comportamento di tutti i personaggi è influenzato da questo contesto. Bisogna comportarsi bene, e i “fuori riga” di Popinga che mal si adatta al posto sono un elemento di forte tensione tra i notabili. E Popinga non sarebbe mai riuscito ad uscirne fuori, pensando già di lasciare Beetje per il quieto vivere (e questo era una delle motivazioni per mettere Beetje tra i possibili colpevoli). C’è anche un altro elemento che verrà sviluppato nel futuro. Una sorta di filo ironico, che qui si svolge nelle scaramucce tra Maigret e Duclos. Dove il professore tenta di sviluppare un approccio analitico al caso (con schemi, disegni ed altro). Mentre Maigret, prendendolo in giro, risolve il caso con il suo ben noto intuito. Rimane quella domanda di fondo su quanto sia utile per la società stessa denunciare la colpevole. Domanda cui qui darà una risposta, ma che si ripresenterà (spesso) e non sempre con la stessa soluzione.
“All’insegna di Terranova”
[tit. or.: Au rendez-vous des Terre-Neuvas; ling. or.: francese; pagine: 417-550 (134); anno 1931]
Sempre a bordo del suo sloop, sempre in giro per i canali della Senna, Simenon butta giù il suo nono racconto con una grossa novità: entriamo nella vita privata di Maigret ed incontriamo (non più per qualche parola, ma come piccolo cameo consistente) la signora Maigret!! Che per me sarà sempre la bellissima Andreina Pagnani. Anche qui Maigret si trova ad agire in trasferta, e per di più in estate. Dove invece che nell’amata Alsazia a riposarsi e fare marmellate, chiamato da un vecchio compagno di scuola, decide di andare in riva al mare in Normandia. Convincendo anche la signora Maigret, che però ha una richiesta precisa: “va bene il mare, ma niente bagni, capito?” E mentre madame cuce e si aggira nelle frescure dell’albergo, il nostro commissario si trova ad affrontare lo strano caso del telegrafista Le Clinche. Imbarcato su di una nave, dopo tre mesi di sfortunata pesca e di “malocchio” (così si mormora), l’Ocean torna a Fécamp, dove il capitano muore strangolato e Le Clinche viene arrestato come sospetto. Nella cittadina, si precipita anche la fidanzata di Le Clinche, che farà ben presto comunella con la signora Maigret. Ma Le Clinche è reticente, quasi scontroso. Cosa che Maigret trova sintomo d’innocenza. La prima ricostruzione delle vicende del peschereccio portano a galla le sfortune: un marinaio si rompe una gamba alla partenza, il mozzo muore in mare, la pesca è sfortunata, il pesce mal stoccato marcisce. E poi la morte del capitano. Attraverso piccoli indizi, nonché un’illuminazione dovuta alla fidanzata Mary (il letto del capitano sembrava sollevato dalla tolda), Maigret scopre che sulla nave era presente una donna, Adele Noirhomme, amante del capitano. Adele che il telegrafista scopre, Adele che è una “donna di vita”, Le Clinche che ci va a letto all’insaputa del capitano, e che per tutta la navigazione i due si guardano in cagnesco. Ma un confronto tra Adele e Le Clinche presso il commissariato porta alla scoperta che le prove contro il telegrafista sono inconsistenti, cosicché viene rilasciato. Durante un pranzo a quattro, con Mary, Le Clinche, Maigret e signora, Adele si presenta al ristorante, facendo ad alta voce pesanti insinuazioni, che sconvolgono a tal punto il povero telegrafista che questi tenta di uccidersi. Mentre si cerca di salvarlo, Maigret tenta sempre di più di penetrare nel duro mondo dei marinai, continuando ad andare a bere birra nel locale che dà il titolo al romanzo. Dove scopre spesso ubriaco l’anziano Canut, padre di Jean-Marie il giovane mozzo morto in mare. attraverso le varie testimonianze dei marinai del locale, Maigret ricostruisce l’atmosfera del viaggio, e si convince che il dramma deve essersi scatenato il terzo giorno, quando muore il mozzo. Con le sue attente manovre psicologiche, Maigret riesce a far parlare Le Clinche: il mozzo aveva scoperto la nascosta presenza di Adele a bordo, ed aveva minacciato il capitano di svelare a tutti il segreto. Questi, accecato dall’ira, lotta con il mozzo, tanto che questi sbatte la testa sull’argano e muore. Il capitano convince al silenzio l’unico testimone, il telegrafista, rivelandogli tutti i retroscena e gettando in mare il corpo del mozzo. Così Le Clinche scopre Adele ed i suoi provocanti atteggiamenti. Dura la vita in mare, ed anche amando la tenera Mary che lo aspetta a casa, “la carne non è di legno”, Le Clinche è roso dal desiderio e dal rimorso insieme. Il capitano, una volta a terra, sa che non sarà più sereno, anzi pensa già al suicidio. Le Clinche decide di vendicarsi del capitano confessando a Canut la verità sulla morte del figlio. E l’anziano marinaio, sconvolto, sarà lui che strangolerà il capitano. Qui Maigret ritorna sui dubbi che lo avevano preso durante il caso olandese. Riesce a scagionare del tutto Le Clinche, che tornerà in Bretagna con la bella Mary, si sposerà ed avrà dei figli, e non tornerà più in mare. Anche su Adele non si accanisce, tanto sa che la donna di vita, come un pupazzo che torna sempre indietro, non potrà che continuare una vita grama. E la incontrerà anni dopo in un bordello a Parigi. Ma soprattutto, decide di non denunciare l’anziano Canut, ritenendo che questi abbia già assai sofferto, e convincendo il magistrato di Fécamp a chiudere il caso come “insoluto”. Come usuale, l’inchiesta è breve (ed efficace), svolgendosi in soli quattro giorni nel caldo giugno bretone. Ci annotiamo la comparsa della signora Maigret. Risottolineamo la vena psicologica che vanno prendendo i romanzi. Anche perché, il maggior sforzo di Maigret (e di Simenon) è quello di ricostruire l’atmosfera pesante e carica di turbamenti che provoca la presenza di una donna a bordo di una nave che per tre mesi vedi i marinai lontano da casa (e noi si pensa subito a Dalla – De Gregori e “A come fanno i marinai”). Qui, inoltre, Simenon usa un nuovo modo di chiudere il romanzo. Invece di mettere tutti in una stanza (altrimenti dovrebbe denunciare Canut) fa in modo che sia Maigret a ricostruire il percorso degli ultimi giorni del capitano nella sua testa. La solita prova dell’eclettismo dello scrittore belga. Ed una buona prova.
“La danzatrice del Gai-Moulin”
[tit. or.: La Danseuse du Gai-Moulin; ling. or.: francese; pagine: 551-690 (140); anno 1931]
Chiude questo secondo volume un romanzo anomalo anche se ha sempre Maigret al centro (o quasi). Intanto con la sua barca, Simenon si è spostato nel Calvados, a Ouistreham. Dove scrive un nuovo romanzo in cui Maigret, benché presente, si palesa e diventa l’attore principale del racconto solo dopo 70 pagine, cioè dopo metà narrazione. Che inoltre si svolge a Liegi (città natale di Simenon), intorno alla rue du Pot-d’Or nel quartiere “Carré”. Lì dove c’è questo strano night-club, il “Gai-Moulin”, non molto frequentato, anche se di buona posizione. E dove lavora come ballerina Adéle Bosquet (solo nel nome coincidente con la signora del romanzo precedente), dove c’è il navigato cameriere Victor, ed è gestito dall’italiano Gennaro, confidente della polizia. A corteggiare Adéle son due giovinastri sempre a corto di soldi, Jean, sedicenne figlio di un impiegato, e René, studente, affetto da una malattia deviante (su questo punto Simenon rimane un poco oscuro). Alla chiusura del locale, i due ragazzi si lasciano chiudere nel bagno volendo provare a rubare l’incasso della serata. Ma nella sala trovano il corpo di un uomo: Efraim Grafopulos, un cliente del locale che ha passato gran parte della serata proprio con Adéle. I due fuggono, e leggono sui giornali il giorno dopo che è stato rinvenuto morto il greco, ma non al Gai-Moulin, bensì in un baule di vimini nel giardino zoologico. Ben presto la polizia (anche su suggerimento di Gennaro) risale ai due giovani arrestandoli. Un terzo personaggio era tuttavia presente quella sera nel night-club. Non solo, ma era anche nello stesso albergo del greco. Anche il massiccio straniero viene arrestato, e durante l’interrogatorio solitario rivela la verità al commissario belga: è, infatti, il commissario Maigret e da alcuni giorni seguiva il greco, fin dalla sua comparsa a Parigi. Ed è proprio Maigret che ha trasportato il corpo nel baule fuori dell’albergo dove in realtà è avvenuto il crimine, in modo da mettere in difficoltà il o i colpevoli. Maigret spiega allora ai poliziotti belgi (che non ci fanno proprio una bella figura) che Grafopulos, figlio di un banchiere greco, volendo provare i brividi dell’avventura, vuole entrare in una rete di spie. Per provare le sue capacità, i suoi futuri capi lo inviano a rubare dei documenti nascosti al Gai-Moulin, che in realtà è una cellula della stessa rete e serve loro da copertura in Belgio. Dove appunto tutto il personal del night-club è coinvolto nella trama. Attraverso un processo deduttivo “alla Sherlock Holmes” (e qui Simenon comincia a lasciare i procedimenti induttivi per passare ai più solidi deduttivi, pur rimanendo fedele agli approfondimenti psicologici) Maigret va spiegando tutte le mosse della sera fatale. E lo fa a casa di Adéle, dove riesce a far convergere tutti gli attori del dramma. La sera “mortale”, anche il greco si era fatto rinchiudere nel locale, e sentendo i due giovani, aveva fatto il morto. Dopo la fuga Jean e René si erano separati, e quest’ultimo, credendo Grafopulos realmente morto, decide di andare nell’hotel e far man bassa dei soldi del greco. Ma lì, è sorpreso dal redivivo Grafopulos. E René, durante una colluttazione, lo uccide. Maigret, arrivato in albergo e scoperto il corpo del greco, agisce come sopra descritto per far venire alla luce i colpevoli. La banda del Gai-Moulin pensa quindi di essere stata scoperta, visto che il presunto allievo-spione è stato ucciso. E cercano ben presto di recuperare i documenti compromettenti la loro attività, nascosti proprio a casa di Adéle. Dove però appunto li aspetta Maigret con la polizia belga. E li fa arrestare. Come arrestato e rinchiuso in manicomio sarà lo studente René, che vi morirà tre mesi dopo per una malattia al cervello. Solo Adéle uscirà di scena senza troppo soffrire, e Maigret la ritroverà mesi dopo in un altro bar, ma a Parigi. Il piccolo Jean, ripresosi dalla batosta, si rimette sulla retta via, e si arruola nell’esercito belga dal quale viene spedito in Congo. Notiamo quindi che, scrivendo libri dopo libri, Simenon affina il carattere di Maigret, il suo comportamento, il modo di agire. Non è ancora nel pieno delle sue azioni al e dal Quai des Orfèvres, non è ancora contornato stabilmente dai suoi “moschettieri” (per ora compare il solo Lucas). Ma è comparsa la signora Maigret. E, in un piccolo inciso, mentre fin dall’inizio il nostro commissario beve birra, sempre e comunque, in questo decimo romanzo c’è un primo accenno al cibo (che diventerà poi un motivo ricorrente). Infatti, in quel di Liegi Maigret va a cena in un buon ristorante, la Becasse, dove mangia ed elogia un piatto (finalmente, erano più di mille pagine che si aspettava qualcosa da mangiare). Lì, mentre pedina Grafopulos, si sazia di “rognone à la liègeoise”. Ora il rognone, pur mangiato, non è che sia in cima ai miei appetiti gourmand, ma ne noto la presenza. Ricordando che in gioventù ero un cultore dei cibi cucinati dai due grandi, avendo fatto incetta e collazionato le ricette della signora Maigret e di Nero Wolfe. Aspettiamo allora come si evolverà il commissario negli anni Trenta.
Giogio53Giogio53 wrote a review
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I Maigret 2 - 06 gen 16
Eccoci allora al secondo volume della grande odissea i Maigret, con ben cinque romanzi tutti scritti nel 1931. Notiamo di passaggio che i primi 10 romanzi con protagonista il nostro commissario sono stati scritti tra la fine del ’29 ed il ’31. E tutti e 10 pubblicati nel corso del 1931 stesso.
Titolo Scritto Uscito
Data Luogo
Il cane giallo Marzo 1931 Scritto a Château de la Michaudière, Guigneville vicino a La Ferté-Alais (Essonne) Aprile 1931
Il crocevia delle Tre Vedove Aprile 1931 Scritto a Château de la Michaudière, Guigneville vicino a La Ferté-Alais (Essonne) Giugno 1931
Un delitto in Olanda Maggio 1931 Scritto a bordo de l'Ostrogoth, Morsang-sur-Seine (Seine-et-Marne) Luglio 1931
All’insegna di Terranova Giugno 1931 Scritto a bordo de l'Ostrogoth, Morsang-sur-Seine (Seine-et-Marne) Agosto 1931
La danzatrice del Gai-Moulin Settembre 1931 Scritto a bordo de l'Ostrogoth, Ouistreham (Calvados) Novembre 1931
“Il cane giallo”
[tit. or.: Le chien jaune; ling. or.: francese; pagine: 9-144 (136); anno 1931]
La scrittura di Simenon va di pari passo con la sua vita errabonda di quel periodo. Dopo alcuni mesi a Parigi, eccolo di nuovo in provincia, dimorare presso il Castello de la Michaudière (non lontano da Parigi, comunque). Ed ambientare questo sesto romanzo a Concarneau, luogo dove aveva scritto il 4°, e che ben conosce per i problemi delle chiuse e della vita acquatica. Ci sono alcuni caratteri peculiari poi, che ritroviamo in queste prime opere su Maigret. Lo spazio limitato di tempo in cui si svolge l’azione (qui, dall’8 all’11 novembre). Lo spazio esterno dell’indagine. Maigret è stato chiamato a Rennes per dei doveri istituzionali, e da lì, convocato a Concarneau (che ricordo è in Bretagna) per calmare le acque montanti di un panico che si va diffondendo in città. Perché all’inizio, c’è un tentativo di omicidio verso il signor Mostaguen, uno dei notabili del luogo. Notabili che sono poi i quattro personaggi di spicco. Mostaguen, appunto, che viene ferito non mortalmente, e che presto sparirà prima in ospedale e poi accudito dalla moglie. Il giornalista Jean Serviéres che, dopo una vita passata su minuscoli fogli scandalistici parigini, pensa bene di ritirarsi in campagna, dove può far risaltare le sue piccole doti. Le Pommeret, il dandy, tombeur de femme, non proprio possidente, ma con una famiglia alle spalle che lo foraggia. Ed Ernest Michoux, un dottore che non esercito, preferendo fare il sensale di immobili. I quattro si ritrovano tutte le sera nell’unico hotel della cittadina. A bere, giocare a carte, e fare appunto la punta della bella vita in città. Hotel dove fa da cameriera la bella Emma, che ne subisce le attenzioni (e a volte anche qualcosa in più). Dopo l’attentato a Mostaguen, il giornalista scompare, lasciando la macchina con tracce di sangue in direzione del Belgio. A questo punto, un giornale locale pubblica un articolo che semina il panico nella zona, ed arriva Maigret per spargere acqua sul fuoco. Ma subito dopo il suo arrivo, muore avvelenato Le Pommeret. Per evitare al quarto notabile una fine analoga, Maigret non trova di meglio che arrestarlo per futili motivi, così sarà la polizia a fargli da guardia. Durante tutti questi avvenimenti, un inquietante cane giallo si aggira per la zona, sempre presente sui luoghi del delitto, che, benché anziano, ringhia un po’ a tutti. Ma mai alla bella Emma. Qui Simenon utilizza un po’ di ingenuo mestiere, cercando di rendere il cane simbolo della paura che sale in città. Tentativo di corto respiro, che il cane è un elemento a margine, utile solo a far capire che c’è qualcuno, un misterioso vagabondo, che si aggira in città. Intanto i giornalisti parigini sono calati in massa, per qualche scoop di bassa lega. Che coinvolge l’arresto e poi la fuga del vagabondo. Maigret ci fornisce pochi elementi di deduzione, che anche qui, come spesso in queste prime indagini, c’è più che altro intuizione, analisi del contesto e visione dei personaggi. Si scopre solo l’esistenza di una lettera d’amore indirizzata ad Emma e firmata Léon. In cui c’è una proposta di matrimonio, e l’acquisto di una nave dal nome “La Belle-Emma”. Non siamo ancora nei turbinii futuri in cui il Maigret-pensiero s’insinua tra le pagine, ci porta nell’animo dei personaggi, ci sfida quasi ad essere più bravi di lui. Maigret ci fa capire, a metà romanzo, che sa tutta la storia, questo sì, mettendoci un po’ la pulce sotto il naso. Cosa c’è sfuggito? Dov’è il trucco nascosto? Intanto il giornalista viene ritrovato sano e salvo a Parigi (era solo fuggito). Il vagabondo Léon viene fermato. E come nelle migliori tradizioni del Maigret d’alto profilo, ci si avvia verso la nemesi finale. Dove tutti gli interessati vengono convocati nella cella dov’è detenuto Michoux. Si scopre allora che Léon era il fidanzato di Emma, che con la barca faceva trasporti guadagnando un po’, in attesa di un più roseo avvenire. Che c’era un personaggio misterioso, un americano, che spesso bazzicava lì nei porti della Bretagna. Che questi, insieme ai notabili squattrinati di Concarneau convince Léon a trasportare un carico di droga negli Stati Uniti. Peccato che l’americano sia un agente federale, che convince anche Michoux e gli altri a denunciare Léon e guadagnare una lauta ricompensa. Così è, con Léon arrestato, incarcerato in America insieme al suo cane giallo. Léon che scontata la pena, torna in patria con il cane, forse per vendicarsi ma sicuramente per “memento” ai cattivi. Sperando di riconquistare la bella Emma. I notabili tremano, sembrano sul punto di crollare. Ed allora il più spietato, quello che, come dottore, sapeva usare le droghe, decide di farli fuori addossando la colpa a Léon e prendendo due piccioni con una fava. Maigret manda tutto all’aria. Michoux è condannato a venti anni di galera. Emma e Léon si sposano. Una caratteristica che viene alla luce qui, e che sarà presente nei prossimi romanzi, e questo finale verso il futuro, dove Simenon ci dice cosa arriverà ai vari personaggi. Come in un bel serial TV, in cui i protagonisti restano, e quelli di contorno spariscono, ma il popolo lettore ne vuol sapere. Altro elemento tipico di questa fase, la trama, in sé, è molto essenziale, quasi da racconto. L’abilità dello scrittore è di prendere questo nocciolo, e condirlo con una buona salsa, facendone un piatto da portata quanto meno passabile. Mi spiace solo aver dovuto percorrere tutta la trama, che, proprio perché così esigua, lascia pochi margini anche ad un devoto tramatore, come il sottoscritto.
“Il crocevia delle Tre Vedove”
[tit. or.: La nuit du Carrefour; ling. or.: francese; pagine: 145-277 (133); anno 1931]
Forse l’Ostrogoth è in riparazione, fatto sta che per il secondo mese consecutivo Simenon non sta navigando. Anzi è fermo a Concarneau, dove scrive il settimo episodio di Maigret. Con due grandi novità: siamo finalmente a Parigi e non più tra chiuse e battelli e compare abbastanza stabilmente accanto al commissario il fido Lucas. Che ho scoperto chiamarsi André di nome, che è sposato ed ha una decina di anni meno del nostro commissario. Il romanzo, inoltre, ha anche due caratteristiche particolari. Una che lo accomuna al Maigret maturo: indagine sui personaggi ed approfondimenti degli stessi (soprattutto del danese Cari). Una che invece lo rende diverso, e cioè il fatto che sia abbastanza movimentato. Nel sottofinale ci sono sparatorie ed inseguimenti in macchina, come nella migliore tradizione dell’hard boiled americano. Qui intanto abbiamo tre coppie che abitano il crocevia del titolo (una volta abitato dalle Tre Vedove, che però son morte, e poco hanno a che fare con il romanzo, tanto che l’edizione originale parla solo della “Notte del Crocevia”): Cari Andersen e sua sorella Else, Michonnait il rappresentante e sua moglie, Oscar il garagista e sua moglie. Una domenica, Michonnait scopre nel suo garage la macchina di Anderson e nel garage di Anderson la sua macchina con dentro il cadavere di tal Isaac Goldberg, commerciante in diamanti di Anversa. Supposto colpevole, Anderson viene interrogato da Maigret e Lucas per 17 ore, sempre negando, e venendo di conseguenza rilasciato. Interrogato per diciassette ore e nega Andersen viene rilasciato. Il lunedì deve arrivare la signora Goldberg, ma viene uccisa appena scende dalla macchina. Il martedì, Anderson deve andare a Parigi per affari e tornare al crocevia, dove ormai si sono installati Maigret e Lucas. Ma non torna. Nel frattempo, in linea con l’atteggiamento più psicologico che vanno prendendo i romanzi, Maigret cerca di capire meglio chi siano i Michonnait, e che cosa voglia il beffardo e volgare meccanico Oscar. E gironzola intorno alla misteriosa Else, il cui comportamento estraniante, il fascino perverso che emana non possono che attirare la curiosità del commissario. A questo punto torna Cari gravemente ferito. Qualcuno l’ha sequestrato con l’auto, poi gli ha sparato. Benché ferito, Cari torna a casa, dove cercano di ucciderlo con un colpo di fucile. Oscar è a Parigi pedinato da Lucas, e Maigret va al garage, dove un giovane meccanico lo insospettisce. Il nostro scopre così che il garage stesso non è che un centro di smistamento di traffico illegale (droga, gioielli rubati e altro). Scopre anche quale sia il meccanismo che avverte i trafficanti se fermarsi o meno. Siamo nella notte movimentata. Passa un’auto da dove sparano verso Maigret. Dentro c’è Oscar. Inizia l’inseguimento. E sparisce anche Michonnait. Ma Lucas ferma Oscar, e Maigret impedisce che Michonnait uccida Else. Allora, come nella tradizione che si va consolidando, sono tutti convocati nella casa degli Anderson dove si scoprono le verità: Else è in realtà la moglie di Cari, che l’ha trovata nei bassifondi di Amburgo, e che la vuole redimere. Ma Else, abituata ad altri mondi, resiste poco “fuori da tutto” con Cari. E lì nel crocevia, capisce ben presto l’attività di Oscar, si associa a lui, coinvolgendo il meschino Michonnait. Ed è lei che, conoscendo il sottobosco del malaffare, attira Goldberg nella trappola. Dove un sicario di Oscar lo uccide. Sicario che uccide anche la moglie di Goldberg per evitare che parli a sproposito. E che tenta di uccidere lo stesso Cari, in modo da far ricadere sempre su di lui la colpa. Notiamo infine altri caratteri ricorrenti: l’inchiesta dura anch’essa quattro giorni, come la precedente, anche se si svolge in aprile e non in novembre. Il finale, nel pieno della prosodia maigrettiana prevede la convocazione di tutti i sospetti in un unico luogo, con Maigret che spiega ed arresta (o fa arrestare) i colpevoli. Inoltre, come quasi tutti in questo volume, Simenon ci dice cosa succede poi: il sicario andrà sulla forca, Oscar in prigione, e Carl continuerà ad andare a trovare Else in carcere perché lui la ama ancora. Un episodio, quindi, che per le sue caratteristiche, si alza un po’ sopra la pur buona media degli scritti del periodo.
“Un delitto in Olanda”
[tit. or.: Un crime en Hollande; ling. or.: francese; pagine: 279-416 (138); anno 1931]
In questo ottavo romanzo continuiamo a notare come Simenon usi una serie di ripetizioni (o di anticipazioni), come a voler eliminare elementi esterni al contesto e farci concentrare sulla trama. Infatti, qui l’azione (e siamo di nuovo in trasferta) si svolge in Olanda, a Delfzijl, laddove scrisse il primo romanzo su Maigret. Poi il personaggio su cui ruota la vicenda, il morto, si chiama Popinga, come il protagonista di uno dei futuri romanzi non-maigrettiani di Simenon (il bellissimo “L’uomo che guardava passare i treni”, dove il commissario che effettuerà l’arresto finale si chiama … Lucas). Come detto in trasferta, similmente a quattro di questi cinque romanzi. E ben due all’estero (qui in Olanda, e nell’ultimo in Belgio). Anche qui Maigret viene inviato a sedare un po’ le acque (come nel primo) ed a cercare di tirar fuori dalle peste un professore di antropologia criminale, Jean Duclos (che mi sarà antipatico fin dalle prime righe). Il battello di Simenon ha comunque ripreso le acque ed il nostro scrittore ne approfitta per scrivere nel suo isolamento produttivo. Il professor Duclos tiene a Delfzijl una conferenza sulla punibilità dei crimini, e durante i festeggiamenti in casa del suo anfitrione, il padrone di casa, Conrad Popinga viene ucciso da un colpo di pistola. I sospetti abbondano: Duclos stesso, che esce dal bagno da dove viene sparato il colpo con la pistola in mano; Beetje, amante di Conrad, tornata verso casa Popinga dopo che questi l’aveva riportata a casa dal padre; l’irascibile contadine padre di Beetje, che, saputo della figlia, era contrario al loro rapporto; il giovane Cornelius, innamorato non corrisposto di Beetje; il vecchio marinaio Oosting, il cui berretto viene trovato sul luogo del delitto; infine la signora Popinga e sua sorella Any, presenti in casa al momento dello sparo. Maigret appura ben presto che il marinaio non aveva nessun motivo di uccidere Popinga, quindi la presenza del berretto è l’elemento anomalo. Qualcuno l’ha messo a bella posta per sviare le indagini. Questa volta, invece di riunire tutti in una stanza, Maigret trova l’escamotage di far ripercorrere a tutti i sospetti le ultime ore della vicenda, attraverso una minuziosa ricostruzione della notte del delitto. Metodicamente, elimina tutti i sospetti. Vuoi che doveva tornare alla scuola militare (Cornelius), vuoi che era manifestatamente fuori della casa dei Popinga (Beetje e suo padre), vuoi chi era sul suo battello (Oosting). Poi dimostra che non può essere stata la moglie ad uccidere il marito infedele, perché sarebbe dovuta passare per la stanza da letto di Duclos. Motivo che elimina simmetricamente anche l’antipatico professore (che speravo fosse in realtà il colpevole, visto che teorizzava il “delitto perfetto”). Rimane solo la povera Any, menomata fisicamente (leggera zoppia), e respinta dagli uomini del paese, aveva sviluppato una passione fatale per il cognato. Quando si rende conto che Popinga le aveva manifestatamente preferito la bella Beetje, l’amore si trasforma in odio, e decide di uccidere Conrad senza farsi scoprire. Maigret potrebbe omettere l’ultimo passo, non rivelando le modalità di questo delitto “quasi perfetto” (modalità che lascio ai pazienti lettori di una storia ben congegnata), ma il suo dovere morale qui ha la meglio. E come negli altri romanzi della cinquina, seguiamo anche qualche episodio successivo. La fuga di Beetje con un bellimbusto che poi la lascerà. Il suicidio di Any prima del processo. Altro elemento ricorrente, la brevità dell’inchiesta, che dura due soli giorni. E il persistere di Simenon verso le descrizioni ambientali. Qui dipinge un bel quadro di una tipica cittadina olandese e della borghesia protestante che ne governa le azioni. Infatti, il comportamento di tutti i personaggi è influenzato da questo contesto. Bisogna comportarsi bene, e i “fuori riga” di Popinga che mal si adatta al posto sono un elemento di forte tensione tra i notabili. E Popinga non sarebbe mai riuscito ad uscirne fuori, pensando già di lasciare Beetje per il quieto vivere (e questo era una delle motivazioni per mettere Beetje tra i possibili colpevoli). C’è anche un altro elemento che verrà sviluppato nel futuro. Una sorta di filo ironico, che qui si svolge nelle scaramucce tra Maigret e Duclos. Dove il professore tenta di sviluppare un approccio analitico al caso (con schemi, disegni ed altro). Mentre Maigret, prendendolo in giro, risolve il caso con il suo ben noto intuito. Rimane quella domanda di fondo su quanto sia utile per la società stessa denunciare la colpevole. Domanda cui qui darà una risposta, ma che si ripresenterà (spesso) e non sempre con la stessa soluzione.
“All’insegna di Terranova”
[tit. or.: Au rendez-vous des Terre-Neuvas; ling. or.: francese; pagine: 417-550 (134); anno 1931]
Sempre a bordo del suo sloop, sempre in giro per i canali della Senna, Simenon butta giù il suo nono racconto con una grossa novità: entriamo nella vita privata di Maigret ed incontriamo (non più per qualche parola, ma come piccolo cameo consistente) la signora Maigret!! Che per me sarà sempre la bellissima Andreina Pagnani. Anche qui Maigret si trova ad agire in trasferta, e per di più in estate. Dove invece che nell’amata Alsazia a riposarsi e fare marmellate, chiamato da un vecchio compagno di scuola, decide di andare in riva al mare in Normandia. Convincendo anche la signora Maigret, che però ha una richiesta precisa: “va bene il mare, ma niente bagni, capito?” E mentre madame cuce e si aggira nelle frescure dell’albergo, il nostro commissario si trova ad affrontare lo strano caso del telegrafista Le Clinche. Imbarcato su di una nave, dopo tre mesi di sfortunata pesca e di “malocchio” (così si mormora), l’Ocean torna a Fécamp, dove il capitano muore strangolato e Le Clinche viene arrestato come sospetto. Nella cittadina, si precipita anche la fidanzata di Le Clinche, che farà ben presto comunella con la signora Maigret. Ma Le Clinche è reticente, quasi scontroso. Cosa che Maigret trova sintomo d’innocenza. La prima ricostruzione delle vicende del peschereccio portano a galla le sfortune: un marinaio si rompe una gamba alla partenza, il mozzo muore in mare, la pesca è sfortunata, il pesce mal stoccato marcisce. E poi la morte del capitano. Attraverso piccoli indizi, nonché un’illuminazione dovuta alla fidanzata Mary (il letto del capitano sembrava sollevato dalla tolda), Maigret scopre che sulla nave era presente una donna, Adele Noirhomme, amante del capitano. Adele che il telegrafista scopre, Adele che è una “donna di vita”, Le Clinche che ci va a letto all’insaputa del capitano, e che per tutta la navigazione i due si guardano in cagnesco. Ma un confronto tra Adele e Le Clinche presso il commissariato porta alla scoperta che le prove contro il telegrafista sono inconsistenti, cosicché viene rilasciato. Durante un pranzo a quattro, con Mary, Le Clinche, Maigret e signora, Adele si presenta al ristorante, facendo ad alta voce pesanti insinuazioni, che sconvolgono a tal punto il povero telegrafista che questi tenta di uccidersi. Mentre si cerca di salvarlo, Maigret tenta sempre di più di penetrare nel duro mondo dei marinai, continuando ad andare a bere birra nel locale che dà il titolo al romanzo. Dove scopre spesso ubriaco l’anziano Canut, padre di Jean-Marie il giovane mozzo morto in mare. attraverso le varie testimonianze dei marinai del locale, Maigret ricostruisce l’atmosfera del viaggio, e si convince che il dramma deve essersi scatenato il terzo giorno, quando muore il mozzo. Con le sue attente manovre psicologiche, Maigret riesce a far parlare Le Clinche: il mozzo aveva scoperto la nascosta presenza di Adele a bordo, ed aveva minacciato il capitano di svelare a tutti il segreto. Questi, accecato dall’ira, lotta con il mozzo, tanto che questi sbatte la testa sull’argano e muore. Il capitano convince al silenzio l’unico testimone, il telegrafista, rivelandogli tutti i retroscena e gettando in mare il corpo del mozzo. Così Le Clinche scopre Adele ed i suoi provocanti atteggiamenti. Dura la vita in mare, ed anche amando la tenera Mary che lo aspetta a casa, “la carne non è di legno”, Le Clinche è roso dal desiderio e dal rimorso insieme. Il capitano, una volta a terra, sa che non sarà più sereno, anzi pensa già al suicidio. Le Clinche decide di vendicarsi del capitano confessando a Canut la verità sulla morte del figlio. E l’anziano marinaio, sconvolto, sarà lui che strangolerà il capitano. Qui Maigret ritorna sui dubbi che lo avevano preso durante il caso olandese. Riesce a scagionare del tutto Le Clinche, che tornerà in Bretagna con la bella Mary, si sposerà ed avrà dei figli, e non tornerà più in mare. Anche su Adele non si accanisce, tanto sa che la donna di vita, come un pupazzo che torna sempre indietro, non potrà che continuare una vita grama. E la incontrerà anni dopo in un bordello a Parigi. Ma soprattutto, decide di non denunciare l’anziano Canut, ritenendo che questi abbia già assai sofferto, e convincendo il magistrato di Fécamp a chiudere il caso come “insoluto”. Come usuale, l’inchiesta è breve (ed efficace), svolgendosi in soli quattro giorni nel caldo giugno bretone. Ci annotiamo la comparsa della signora Maigret. Risottolineamo la vena psicologica che vanno prendendo i romanzi. Anche perché, il maggior sforzo di Maigret (e di Simenon) è quello di ricostruire l’atmosfera pesante e carica di turbamenti che provoca la presenza di una donna a bordo di una nave che per tre mesi vedi i marinai lontano da casa (e noi si pensa subito a Dalla – De Gregori e “A come fanno i marinai”). Qui, inoltre, Simenon usa un nuovo modo di chiudere il romanzo. Invece di mettere tutti in una stanza (altrimenti dovrebbe denunciare Canut) fa in modo che sia Maigret a ricostruire il percorso degli ultimi giorni del capitano nella sua testa. La solita prova dell’eclettismo dello scrittore belga. Ed una buona prova.
“La danzatrice del Gai-Moulin”
[tit. or.: La Danseuse du Gai-Moulin; ling. or.: francese; pagine: 551-690 (140); anno 1931]
Chiude questo secondo volume un romanzo anomalo anche se ha sempre Maigret al centro (o quasi). Intanto con la sua barca, Simenon si è spostato nel Calvados, a Ouistreham. Dove scrive un nuovo romanzo in cui Maigret, benché presente, si palesa e diventa l’attore principale del racconto solo dopo 70 pagine, cioè dopo metà narrazione. Che inoltre si svolge a Liegi (città natale di Simenon), intorno alla rue du Pot-d’Or nel quartiere “Carré”. Lì dove c’è questo strano night-club, il “Gai-Moulin”, non molto frequentato, anche se di buona posizione. E dove lavora come ballerina Adéle Bosquet (solo nel nome coincidente con la signora del romanzo precedente), dove c’è il navigato cameriere Victor, ed è gestito dall’italiano Gennaro, confidente della polizia. A corteggiare Adéle son due giovinastri sempre a corto di soldi, Jean, sedicenne figlio di un impiegato, e René, studente, affetto da una malattia deviante (su questo punto Simenon rimane un poco oscuro). Alla chiusura del locale, i due ragazzi si lasciano chiudere nel bagno volendo provare a rubare l’incasso della serata. Ma nella sala trovano il corpo di un uomo: Efraim Grafopulos, un cliente del locale che ha passato gran parte della serata proprio con Adéle. I due fuggono, e leggono sui giornali il giorno dopo che è stato rinvenuto morto il greco, ma non al Gai-Moulin, bensì in un baule di vimini nel giardino zoologico. Ben presto la polizia (anche su suggerimento di Gennaro) risale ai due giovani arrestandoli. Un terzo personaggio era tuttavia presente quella sera nel night-club. Non solo, ma era anche nello stesso albergo del greco. Anche il massiccio straniero viene arrestato, e durante l’interrogatorio solitario rivela la verità al commissario belga: è, infatti, il commissario Maigret e da alcuni giorni seguiva il greco, fin dalla sua comparsa a Parigi. Ed è proprio Maigret che ha trasportato il corpo nel baule fuori dell’albergo dove in realtà è avvenuto il crimine, in modo da mettere in difficoltà il o i colpevoli. Maigret spiega allora ai poliziotti belgi (che non ci fanno proprio una bella figura) che Grafopulos, figlio di un banchiere greco, volendo provare i brividi dell’avventura, vuole entrare in una rete di spie. Per provare le sue capacità, i suoi futuri capi lo inviano a rubare dei documenti nascosti al Gai-Moulin, che in realtà è una cellula della stessa rete e serve loro da copertura in Belgio. Dove appunto tutto il personal del night-club è coinvolto nella trama. Attraverso un processo deduttivo “alla Sherlock Holmes” (e qui Simenon comincia a lasciare i procedimenti induttivi per passare ai più solidi deduttivi, pur rimanendo fedele agli approfondimenti psicologici) Maigret va spiegando tutte le mosse della sera fatale. E lo fa a casa di Adéle, dove riesce a far convergere tutti gli attori del dramma. La sera “mortale”, anche il greco si era fatto rinchiudere nel locale, e sentendo i due giovani, aveva fatto il morto. Dopo la fuga Jean e René si erano separati, e quest’ultimo, credendo Grafopulos realmente morto, decide di andare nell’hotel e far man bassa dei soldi del greco. Ma lì, è sorpreso dal redivivo Grafopulos. E René, durante una colluttazione, lo uccide. Maigret, arrivato in albergo e scoperto il corpo del greco, agisce come sopra descritto per far venire alla luce i colpevoli. La banda del Gai-Moulin pensa quindi di essere stata scoperta, visto che il presunto allievo-spione è stato ucciso. E cercano ben presto di recuperare i documenti compromettenti la loro attività, nascosti proprio a casa di Adéle. Dove però appunto li aspetta Maigret con la polizia belga. E li fa arrestare. Come arrestato e rinchiuso in manicomio sarà lo studente René, che vi morirà tre mesi dopo per una malattia al cervello. Solo Adéle uscirà di scena senza troppo soffrire, e Maigret la ritroverà mesi dopo in un altro bar, ma a Parigi. Il piccolo Jean, ripresosi dalla batosta, si rimette sulla retta via, e si arruola nell’esercito belga dal quale viene spedito in Congo. Notiamo quindi che, scrivendo libri dopo libri, Simenon affina il carattere di Maigret, il suo comportamento, il modo di agire. Non è ancora nel pieno delle sue azioni al e dal Quai des Orfèvres, non è ancora contornato stabilmente dai suoi “moschettieri” (per ora compare il solo Lucas). Ma è comparsa la signora Maigret. E, in un piccolo inciso, mentre fin dall’inizio il nostro commissario beve birra, sempre e comunque, in questo decimo romanzo c’è un primo accenno al cibo (che diventerà poi un motivo ricorrente). Infatti, in quel di Liegi Maigret va a cena in un buon ristorante, la Becasse, dove mangia ed elogia un piatto (finalmente, erano più di mille pagine che si aspettava qualcosa da mangiare). Lì, mentre pedina Grafopulos, si sazia di “rognone à la liègeoise”. Ora il rognone, pur mangiato, non è che sia in cima ai miei appetiti gourmand, ma ne noto la presenza. Ricordando che in gioventù ero un cultore dei cibi cucinati dai due grandi, avendo fatto incetta e collazionato le ricette della signora Maigret e di Nero Wolfe. Aspettiamo allora come si evolverà il commissario negli anni Trenta.