I racconti
by John Cheever
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Maestro del racconto come misura ideale di investigazione e reinvenzione, John Cheever è stato il riconosciuto testimone di un'America suburbana soffice e torbida, e continua a essere l'implacabile voce-sonda che ha tratto dall'ombra la gestualità rituale e le emozioni malate di una media borghesia chiusa dentro il suo severo protettivo benessere. Piccole anime, piccoli accadimenti, piccole trame, e un grande disegno che li contiene. La "commedia umana" di John Cheever è contenuta in questi 61 racconti che costituiscono la dorsale più riconoscibile e più fascinosa della sua produzione. Appaiono in Italia per la prima volta in un solo volume, secondo le intenzioni dell'autore: solo così i racconti rivelano, in sequenza, una naturale continuità, una potente fluvialità. Fatto com'è di insistenze e ossessioni, il mondo di John Cheever si dispiega qui intero e avvolgente. Come dice Hanif Kureishi di questi racconti, "leggerli, e rileggerli, significa vivere meglio, e attribuire a Cheever l'ammirazione e il rispetto che merita". Con una introduzione di Andrea Bajani e una postfazione di Adelaide Cioni.

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ToninoTonino wrote a review
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Meraviglia!
Evi *Evi * wrote a review
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***** Marvelous American Cechov. Due nomi che, curiosamente, hanno anche una omofonia di pronuncia: Cheever – Cechov. Cheever il Cechov della borghesia americana. Con tutte le differenze spazio temporali, tra i due autori c'è qualche affinità: intanto per la ricca produzione di entrambi, per Cheever siamo a circa 61 racconti per il russo 250 ufficiali, racconti lunghi che si dilatano anche per decine di pagine, per la completezza delle storie, per la meticolosità nella costruzione narrativa e il tratteggio fisico dei personaggi; scritture precise, realistiche, efficaci, con un giusto peso di poesia, che non cede facilmente all’inconsistenza. I racconti di Cheever hanno una trama e un epilogo (finalmente) chiaro; addio a quei finali aperti che lasciano tutto il lavoro sporco al lettore, sono epiloghi che offrono una sensazione di completezza che non si traduce mai in sazietà, noia, o deja-vu, e anche se la miglior regola a tavola è alzarsi ancora con la fame, con Cheever essere sazi significa rimanere soddisfatti ma volerne ancora senza stare male e dopo la parola fine di ogni racconto girare la pagina e gettarsi voracemente su quello appresso. Sia che ci parli di una famiglia dove sembra che i legami tra fratelli diventati adulti siano rimasti idillicamente intatti come al tempo dell’infanzia (quando nella realtà non è mai così); sia che ci parli di una coppia di provinciali che sprovveduta sbarca a New York illusa di fare affari senza sudore né fatica; o di una bambina che si perde tra le strade di Manhattan obbligando finalmente i suoi genitori ad accorgersi di lei; o ancora quando racconta di una radio con una frequenza difettosa che cattura le voci dei vicini e ci fa penetrare dentro lo squallore delle loro esistenze, vicini prima invidiati quando nell’androne del palazzo volteggiavano impellicciati e sicuri di sé come fossero stati sempre intenti al compimento di grandi imprese; sia quando Cheever ci avverte del pericolo di ritornare nei posti dove si è stati felici... Ha una miriade di storie da raccontare Cheever, non si riaggomitola mai su se stesso, ma è capace di rinnovarsi ad ogni racconto. Con il merito, raro, di non essere un autore disperato votato alla distruzione di sé e dei suoi personaggi, non si fa mai prendere completamente da quegli eccessi che a volte ci fanno sentire troppo distanti dalle storie che leggiamo come a pensare "ma sì in fondo noi siamo meglio" e se beviamo è solo perché ci piace il vino senza arrivare ad essere alcolizzati e se abbiamo difficoltà economiche non le risolviamo con il suicidio, e anche se la nostra coppia è un vero disastro cercheremo comunque di risollevarci, pure qualcuno cantava Esistono anche degli zingari felici e tra le sue pagine si può scorgere un piccolo barlume di chiarore che apre uno squarcio nel grigio conformismo dei sobborghi residenziali dove ambienta molte storie.. ll volume che ho letto raccoglie circa una decina di racconti, ancora una cinquantina sono ancora lì pronti ad aspettarmi in altrettanti volumi editi da Feltrinelli, mica c’è fretta, e che bellezza!
GiglineriGiglineri wrote a review
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Discreta impresa portata a termine con questa mastodontica raccolta di Cheever. Aggiungo, con una punta di vergogna, con una certa fatica. Perché è indubbio il valore di questo scrittore, così come pienamente giustificata è la sua fama. Però a me non tutto quello che ho letto qui dentro è arrivato. Non ho trovato una continuità di esiti pienamente raggiunta. Alcuni racconti sono capolavori, il celeberrimo nuotatore, altri i cui titoli non ricordo perché son davvero troppi i pezzi della raccolta. Ci sono stati episodi che invece non mi hanno preso, in particolare quelli ambientati in Italia. È come se Cheever si trovasse più a suo agio in ambientazioni oltreoceaniche e fuori da lì perdesse punti di riferimento ambientali (intendo sociali). In ogni caso una lettura utile e un ringraziamento doveroso a che me lo ha consigliato. Ma Carver resta un'altra storia per me. Nessuno ha scritto solo capolavori alternati a cose ottime, in questo genere. Mai conosciuto nessuno del suo livello medio. Aspetto sorprese...
boschbosch wrote a review
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Cheever è sottile. Così sottile che quasi non si vede. Oltre 60 racconti, ci ho messo quattro o cinque mesi per finirlo, ho capito subito che è uno scrittore da centellinare e leggere ogni tanto. di lui ricorderò: la sua straordinaria capacità di descrivere i personaggi con una frase e la loro profonda umanità; il fatto che ogni frase potrebbe essere un incipit bellissimo; la sua sottile ironia; una strisciante malinconia che avvolge ogni storia e ogni personaggio. ma non basta. Cheever non fa per me. in un racconto c'è un personaggio che dice: - I libri che detesto sono quelli dove la gente non fa altro che camminare, accendersi sigarette, dire le cose come "Buon giorno". Non fanno altro che camminare e aprire le porte. Non mi va di leggere di gente che cammina qua e là e apre delle porte. Ecco. Adieu.
CiucchinoCiucchino wrote a review
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Leggere Cheever non è solo fare un tuffo nell'America del XX secolo, ma nella convenzione e nell'ipocrisia che accomuna le famiglie perbene e borghesi di ogni tempo. Quello che deve apparire all'esterno non corrisponde ai problemi e alle dinamiche familiari e in poche parigine Cheever ti coinvolge completamente. Ti sembra di conoscere da sempre i suoi personaggi, forse proprio perché essi rispecchiano le nostre mediocrità e il nostro falso perbenismo. Davvero dei brevi capolavori.
McGranittMcGranitt wrote a review
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"Quel momento in cui la musica spezza i vetri"
“Il romanzo è una storia d’amore, il racconto è la passione di una notte”. Così scriveva Ammaniti nella prefazione ad una sua raccolta, per azzardare un paragone tra due forme letterarie così diverse. Perché un racconto non è solo un “romanzo più piccolo”, no: è costruire una storia, un personaggio, che lasci il segno – fin dall’incipit - e significhi qualcosa, senza poterlo dire per bene. È cesellare ogni frase, ogni parola, perché possa aprire panorami infiniti. È dare vita ad un mondo che abbia una sua forza, che si formi e resista davanti ai nostri occhi mentre leggiamo e ci accompagni anche dopo. Cheever fa tutto questo, con una naturalezza che lascia senza fiato. Leggi e, alla fine di ogni racconto, ti rendi conto che non puoi subito iniziarne un altro, perché quello che hai appena concluso ti riempie ancora occhi e mente, ha una sua forza, una sua luce, qualcosa che non puoi semplicemente accantonare. E arrivare alla fine della raccolta diventa un viaggio bellissimo. I miei preferiti (in ordine di lettura): Una radio straordinaria Stagione di divorzio L’accelerato delle cinque e quarantotto Solo un’altra volta Il marito di campagna Dimmi solo chi era L’insegnante di musica Miscellanea di personaggi che non compariranno (Puro genio narrativo, questo) La chimera Marito in città Il nuotatore
daviddavid wrote a review
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John Cheever - I racconti
Ho scoperto John Cheever grazie a Stephen King e ad House of Cards. King è uno straordinario “consigliere” di autori mentre nella bella serie con protagonisti Kevin Spacey e Robin Wright, si citava questo scrittore come l'ultimo grande meritevole in America. Curiosità quindi in modalità on ed ho fatto immediatamente il mio bravo ordine su IBS. Devo dire che da subito sono rimasto conquistato da Cheever. I suoi racconti si rifanno un po' a Carver o probabilmente è il contrario ed in parte allo Yates di Revolutionary Road. Narrano spesso di vita vissuta e sono talmente pregni, ricchi e densi che si arriva alla fine della raccolta con la pancia completamente piena, totalmente sazi. Di seguito parlerò un po' dei racconti migliori, quelli che mi sono più piaciuti, fermo restando che la qualità globale della raccolta è altissima, quasi da cinque stelle con una prosa che strizza l'occhio al lirismo talvolta ma che rimane di altissima qualità. Il primo racconto di cui voglio parlare è Una radio straordinaria, la storia di una famiglia in cui entra a far parte una radio che permette di ascoltare, tramite disturbi, cosa si dicono altre famiglie che abitano nel palazzo. Si scoprono che molti hanno comportamenti poco consoni, gente che picchia la moglie, conti non pagati, furti, insomma i lati peggiori degli uomini. Racconto splendido per me, che mette a nudo il fatto che molto spesso pensiamo di essere perfetti, senza macchia, senza difetti o punti oscuri, invece, come ogni essere umano, abbiamo lati del nostro carattere o meglio aspetti della nostra vita che non sono propriamente lindi. Eppure noi non ce ne accorgiamo o forse preferiamo non rendercene conto, ci vorrebbe forse proprio una radio straordinaria. Il secondo racconto che mi ha colpito è la Storia di Sutton Place, una tragedia sfiorata che mette addosso l'angoscia che ogni genitore può avere quando sparisce un figlio. La stagione del divorzio è forse il racconto che si avvicina di più allo Yates di Revolutionary Road. E Cheever è bravissimo a parlare di adulterio senza in realtà "metterlo in pratica" solo attraverso gli atteggiamenti dell'altro e la triste vita di una casalinga lusingata dalle attenzioni di un uomo. Il tema dell'adulterio prosegue con la bella Clarissa, pregevole direi in particolare nel finale. È vero che alle donne basta dire quanto sono intelligenti per conquistarle? Oppure quanto sono belle? Difficile dirlo... Il sovrintendente della casa è un bel racconto con finale malinconico, classica riflessione sul tempo che passa e sulle persone che cambiano, riflessioni che facciamo spesso quando vediamo proprio qualcuno traslocare. I dolori del gin intreccia i pensieri di una giovane figlia con quelli (abbastanza futili) dei suoi genitori che si preoccupano solo di feste ed alcool. L'alcolismo come problema trasveresale che colpisce tutta la famiglia, con un finale splendidido, da immortalare con un'istantanea. Oh gioventù è bellezza è forse uno dei più bei racconti, il finale soprattutto è di quelli secchi che ti lasciano di stucco ma anche il resto è una splendida metafora sia del matrimonio sia del passare del tempo. Il giorno che il maiale cadde nel pozzo è un'altra perla. Un racconto che da un lato ha il sapore di una saga famigliare nonostante la brevità, dall'altro ha il dolce profumo della casa estiva delle vacanze, riuscendo a catturare in maniera oserei dire perfetta l'atmosfera, i colori e gli odori. Molto, molto bello. L'accelerato delle cinque e quarantotto è intrecciato con Oh gioventù e bellezza per il protagonista, racconto abbastanza breve ma molto molto intenso. Il baco nella mela è invece brevissimo (cinque pagine appena) eppure bellissimo, venato costantemente da un senso di invidia dell' io narrante per una famiglia di cui si cerca sempre appunto il famosi baco senza mai trovarlo, nel suo piccolo oserei dire geniale. La duchessa ambientato a Roma (come anche The bella lingua) un pó saga famigliare, un pó omaggio a questa città, un pó affresco di quell'aristocrazia che non c'è più, con un finale che forse puó sembrare quasi sbrigativo ma che dà invece un senso a tutta la storia. Dimmi solo chi era è un'altra storia sul tema dell'adulterio, ma anche in questo caso Cheever è bravissimo a trattare il tema lasciandolo nascosto tra le pieghe delle pagine e soffermandosi sulla figura maschile, talmente acceccata ed assuefatta dall'amore per la giovane moglie da perdonarle anche (ma non lo sapremo mai) un tradimento. Molto bello. Brimmer è forse uno dei racconti migliori, breve anch'esso, dal finale splendido e che verte sul contrasto tra morale ed immorale con sullo sfondo una crociera. Esempio lampante della bravura di Cheever, capace in poche pagine di creare storie che avrebbero potuto riempire pagine e pagine. Boy in Rome è un bella storia di formazione, ambientato in Italia, come altri racconti di questa raccolta, visto il periodo che Cheever passó a Roma. Non sempre il nostro paese viene dipinto con garbo e spesso si percepisce nettamente la nostalgia per l'America, proprio come in questa storia. Le case al mare è una storia molto originale. Cosa succederebbe se le case delle vacanze in cui andiamo in affitto potessero dirci qualcosa sui loro padroni? Ed in questo modo si innescano ricordi, usi e costumi, maniere. Il generale di brigata e la vedova del golf è l'ennesimo racconto sull'adulterio, peró con tanti piccoli bei colpi di scena incastrati tra di loro e un sapore agrodolce che lo rendono vincente. Geometria dell'amore è invece una storia malinconica, originale per il tentativo di applicare la geometria all'amore. Qualcosa di molto difficile perchè i sentimenti non si possono classificare e soprattutto non rientrano nei dettami della scienza perchè spesso sono avulsi dalla ragione. Il mondo delle mele riesce a trattare un tema come i piaceri della carne ed in genere i pensieri impuri narrando di uno scrittore di poesie. Racconto molto bello ed originale soprattutto. Artemis l'onesto scavatore di pozzi ci porta sul tema della guerra fredda, trattato con garbo, dolcezza ed un pizzico di ironia che mi ha ricordato per certi versi il dottor Stranamore. Simpatico e curioso inoltre il protagonista. In conclusione: gran bella raccolta. Consigliata senza dubbio. Se amate le atmosfere alla Mad Men per dire o alla Revolutionary Road amerete questi racconti. Buoni anche da inframmezzare tra una lettura e l'altra. Non per niente Cheever ha vinto il Pulitzer ed National Book Award. Ora sono molto curioso di leggere i romanzi di questo autore.
Jarvin mezz'uggiosoJarvin mezz'uggioso wrote a review
Il sistema Cheevercentrico
La scrittura che non serve l’indagine, ma la rappresentazione “illustrata”, dovrebbe avvalersi di una varietà multiforme e policroma di elementi scenici che, seppure suggestivamente allusivi, nel prestarsi al vigile occhio della mente del lettore cerchi di scansare il rischio pernicioso - soprattutto per chi scrive non uno o due pugni di romanzi ma una miriade di racconti - delle sovrapposizioni di immagini e tematiche. Non c’è peggior nemico della ripetitività per il piacere della lettura. Cheever è (dannazione!) il re della ripetitività. Non è una mancanza di originalità a dare ridondanza ai suoi scritti, è il nauseante egocentrismo che guida la sua ispirazione. Già dopo pochi racconti comincia a trasparire in filigrana la figura saggia e uggiosa di Cheever con la sua ingombrante e tormentata vita. Una miriade di Cheever si susseguono fondendosi in un unico individuo, uomo solitario morbosamente occupato a masturbare il proprio dolore, troppo preso dall’auto-commiserazione per preoccuparti realmente di chi gli sta intorno. Non è necessaria la perizia dello psichiatra che lo tenne in cura per rendersi conto che Cheever è stato, per usare le stesse parole del dottor David C. Hays "un uomo nevrotico, narcisista, egocentrico, senza amici, e così profondamente coinvolto dalle proprie illusioni difensive che ha inventato una moglie maniaco-depressiva". Non mi si fraintenda o accusi di impazienza, ad ogni autore è concesso un margine di ripetitività, eppure Cechov, di cui Cheever ha ereditato il tratto di penna leggero e il rifiuto dei valori eroici, quanto mi è mancato una volta conclusa la sua raccolta di 69 racconti! E quale sorpresa ad ogni sua nuova storia! In ¾ dei racconti di Cheever troviamo: il protagonista prototipo cheeveriano, padre di famiglia insediato in grigi sobborghi, insoddisfatto, irrequieto, affranto, depresso, frustrato, oppresso da un malessere costituzionale che le piccole o grandi disgrazie occorse scovano dal guscio interiore anziché esserne la causa. L’alienazione, la solitudine, i perigli della mente sadomasochistica e le forze beffarde del destino che tramano per trascinarlo nel baratro della miseria; squallore, fallimento, licenziamento; le mogli casalinghe disperate, ostili lamine sagomate taglienti al tatto, che piangono, piangono, piangono su matrimoni di cartapesta che si spappolano alle prime difficoltà (mi balza in mente la parola misoginia, ma la più adatta dovrebbe essere, se mi è concesso inventare parole, "misuxoria"). Divorzio? Subito, nulla di più facile! I figli, sempre puberi e prepuberi, oggetti scenografici sullo sfondo di tanto in tanto tinti di una pennellata color malva; il mare, le nuotate, l’alcolismo, Shady Hill, e poi Roma. Con l’ingresso di Roma e Napoli si comincia a respirare la calda, molle, luminosa aria italiana, sopratutto nuova, di lì a breve divenuta anch’essa stantia nel serializzare un altro prototipo cheeveriano: l’emigrato, lo spiantato senza patria. Splendide suggestioni, sì, se le reiterazioni non le svuotassero di senso. I saggi consigliano di scrivere di ciò che si conosce, ma senza il coraggio di osare affidarsi alla propria immaginazione quanti grandi storie non sarebbero state scritte? E dopo aver scaricato fango non posso non parlare della prosa alata, come una libellula screziata di bagliori verdi e viola che disegna anelli sulla superficie dell’acqua per poi sfuggire allo sguardo con guizzi sorprendenti prima di riprendere la meditabonda fissità aerea. I racconti dell’ultimo periodo, in cui l’economia narrativa dell’autore raggiunge il suo picco, paiono volersi svincolare dal solito schema, violato da personaggi che testimoniano lo stupore dell’impossibilità di essere felici. Felicità sporadica, che va scovata nella contemplazione della bellezza, in una vetrata che getta spicchi di luce colorata sulla banchina di una stazione ferroviaria, nella pioggia silenziosa di Roma, in una fresca nuotata in mare. (il racconto "Il nuotatore" merita la sua fama). Devo confessare che alcune volte (poche, giuro), alle prime avvisaglie del solito prevedibile andazzo, ho scartabellato interi racconti. Una lettura faticosa e snervante che, pur con i suoi pregi, non ripeterei.
ChiaraDChiaraD wrote a review
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...e mezza stellina. La raccolta è stata ordinata cronologicamente, dai racconti più giovanili a quelli dell'età matura, leggendoli mi è venuto naturale suddividerli in tre "blocchi". I racconti del primo blocco mi hanno incantato per il loro essere introspettivi semplicemente descrivendo delle situazioni: Cheever riesce a far parlare i gesti, le situazioni, i silenzi, gli oggetti persino. La parentesi italiana, il secondo blocco, mi è piaciuta solo in parte: mi ha un po' deluso il ritratto stereotipato dell'Italia da americano in gita, da Cheever mi sarei aspettata qualcosa di più profondo e penetrante. Nel terzo blocco lo stile cambia sensibilmente, quasi che Cheever stesse cercando una scrittura diversa come se, lui per primo, fosse stanco di scrivere un racconto "alla Cheever". Se è vero che Cheever è un maestro nel descrivere, con poche essenziali parole, la vita della borghesia statunitense, con i suoi ritmi, abitudini, idiosincrasie, frustrazioni più o meno represse, illusioni e disillusioni, restituendo un quadro più simile ad una tela di Hopper che al glitter del sogno americano, ho trovato Cheever profondente statunitense nella sua accettazione dello status quo: dopo tutto, anche se molto lontani da quel che vorrebbero essere, gli Stati Uniti sono pur sempre il meglio che si possa avere.
STECHLINSTECHLIN wrote a review
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da leggere .. per tutti ... anche per gli analfabeti..credetemi ce ne sono tanti leggete cheever...per favore insieme ai sillabari paris-iani