I ricchi
by Joyce Carol Oates
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Una Cadillac gialla si accosta al marciapiede di Labyrinth Drive. È una mattina di gennaio: c'è neve sulla strada e sull'erba. L'aria è fragrante, crepita come una lastra di ghiaccio sotto la pressione di un tacco a spillo. Dalla Cadillac scende una donna: ha una sciarpa di visone intorno al collo e occhiali da sole che scintillano nella luce invernale; il suo incarnato è quello di una bambola di porcellana: pallido, puro, perfetto. La donna si chiama Natashya Romanov Everett, Tashya per tutti, Nada per suo figlio Richard. Il povero Richard, il grasso Richard, l'ombroso, schivo Richard che non si sente una persona ma uno dei comprimari nei romanzi della madre: i romanzi che hanno reso lei immensamente popolare e ricca, e lui sempre più schivo, sempre più ombroso. Qualcosa di oscuro si agita dietro gli abbaini della villa di Labyrinth Drive, e nessuno steccato bianco, nessun filo di perle, nessun cocktail party può nasconderlo: è il cuore nero e pulsante dell'America più irreprensibilmente wasp, l'America democratica e progressista, l'America di Kennedy e di Carter, l'America delle magnifiche sorti e progressive, l'America che cela, dietro le sue medaglie al valore, un volto sinistro. L'America che Joyce Carol Oates conosce in modo così intimo, l'America che ha già raccontato in "Una famiglia americana" e che qui viene deformata in una maschera carnascialesca, tanto più inquietante quanto più grottesca. Nel secondo capitolo dell’epopea americana, Joyce Carol Oates si allontana dai toni drammatici del "Giardino delle delizie" per inscenare una commedia nera degna di Vladimir Nabokov e Edward Albee; una pantomima in cui il riso non è mai sciolto dall'amarezza del pianto, una satira acida e corrosiva che dissolve impietosa, davanti agli occhi del lettore, i colori pastello del sogno americano.

All Reviews

9
LeggoperpiacereLeggoperpiacere wrote a review
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Sorprendente, pieno di incertezze (sarà andata davvero così?) e di personaggi assai verosimili (così gentili, accondiscendenti, sorridenti…) Brava come sempre
ClaritaClarita wrote a review
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Concentrico il racconto nel racconto. Vita apparentemente tranquilla, ma che brutti scherzi fa l’adorazione per la propria madre. Non si capisce fino in fondo cosa faccia cattare il raptus omicida già anticipato e atteso dalle prime righe. Un Gatsby pre adolescente, che a un certo punto svolta e non si riprende più.
Nood-LesseNood-Lesse wrote a review
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Le persone responsabili dei disastri sono sempre quelle che desiderano, ma non sanno cosa e men che mai come ottenerlo
Credo di sapere che cosa farò con gli ultimi due capitoli dell'epopea americana, ne leggerò solo le postfazioni. Sono state scritte dall'autrice in occasione delle ristampe, e sono più interessanti dei libri stessi (almeno le prime due). Se vi dicessero di un romanzo in cui il narratore ventenne colloquia con i lettori raccontando le gesta di sé decenne, sareste interessati? Se aggiungessero che le vicende si svolgono in America (non ricordo se mid, up, east o west) negli anni 60 e che quel narratore è mentitamente un maschio (perché si tratta di Joyce Carol Oates) ciò aumenterebbe il vostro interesse? Fornisco queste informazioni perché se ne fossi stato in possesso non avrei messo il libro in lettura. C’è una falsa partenza, occorreranno alcuni capitoli prima dell'incipit vero e proprio. Una Cadillac gialla si accosta al marciapiede di Labyrinth Drive. Si parte male e non si procede meglio, i capitoli sono corti, è vero, ma lo spreco dei caratteri è ingente. Digressioni, digressioni... digressioni forti, non importa se la vita sarà breve.. -Il figlio Richard Everett Frutto di una gravidanza indesiderata, cresciuto in mezzo ai traslochi e ai contrasti fra genitori -Il padre Elwood Everett Piagnucoloso e costernato dirigente d’azienda, ricco di famiglia, una decina di anni più vecchio della moglie. -La madre Natashya Romanov Povera, bella e ammaliatrice della quale padre e figlio sono perdutamente innamorati. La scrittrice che ha voluto con tutta sé stessa entrare far parte del giro dei ricchi, avere il suo riscatto. -Il giro dei ricchi con le case tudor, gli ampi giardini, le scuole private, i cocktail party Di fronte alle rare meraviglie dell’America ricca uno scrittore può fare ben poco: le sue «critiche» sono solo frutto dell’invidia, lo sanno tutti. Ma cosa può farci? Piccoli orticelli, utilitarie, statue biancogrigiastre seminascoste nei cortili interni, imprenditori in giacche di tweed grigie che scendono baldanzosi dalle loro macchine, i volti arrossati dalla felicità e da accurate rasature antisettiche, giardinieri che spingono costosi tagliaerba dai loro furgoni fino in strada sopra grosse tavole di legno e pittori che si sfregano gioiosamente il naso osservando i tre piani della casa squadrata che costerà al proprietario 3000 dollari di tinteggiatura… JCO afferma di aver voluto dare un'idea di un certo tipo di America dai valori corrotti e certamente lo ha fatto, resta da stabilire se nel modo migliore. A mio avviso no, per quanto particolare sia la struttura del libro, i punti vacui sono troppi ed essa traballa. Il finale ve lo risparmio, me lo sarei risparmiato volentieri anch’io. È in sintonia con la falsa partenza da squalifica. Chiunque volesse leggere L’epopea Americana farà meglio a non guardare le copertine, sono di una bruttezza rara, scoraggiano più di recensioni sfavorevoli come questa.
TambayTambay wrote a review
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un libro interessante e ben scritto, purtroppo non all'altezza de "il giardino delle delizie" : là la narrazione era pervasa dalla rabbia e dalla voglia di emergere della protagonista, desiderosa di smettere di mangiare polvere. qui invece un infallibile barometro segna il gelido clima in famiglia, la temperatura è talmente bassa da far sembrare meno coinvolgente questa vicenda.
Lilli LuiniLilli Luini wrote a review
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Secondo volume dell’Epopea Americana della Oates, finora quello che mi è piaciuto meno, di certo per via della voce narrante, un ragazzino ricco, ossessionato dalla madre, parecchio sgradevole. Siamo in un quartiere ricco di Detroit, credo negli anni Sessanta, e qui l’autrice mette in scena una specie di commedia dark con una madre scrittrice bellissima e famosa e un figlio grasso e complessato comprimario di quella vita. Una madre che va e viene, abbandonando marito e figlio a ripetizione, un figlio sempre più incattivito, deluso, deciso a ucciderla. La Oates evidentemente qui ha le unghie affilate contro il sogno americano e la sua rappresentazione più classica, che lei simboleggia in una Cadillac gialla da cui scende la protagonista. Il romanzo è stato scritto negli anni Sessanta, quando la Oates era giovanissima. La sua feroce critica alla società qui è agli albori, ed è talmente scoperta da risultare inefficace. Nei decenni che seguono ci darà ben altre prove non solo del suo talento ma anche del suo occhio impareggiabile a cogliere le contraddizioni e le falsità del grande sogno americano. Come per il primo volume, non lo consiglio a chi non conosce gli altri libri della Oates, perché potrebbe farsene un’opinione errata.
SeashantySeashanty wrote a review
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La libertà è nulla senza l'affetto
Fernwood, “remoto sobborgo di una famosa città americana” che scopriremo essere Philadelphia, inverno 1960. Richard, anche detto Dickie, è il figlio decenne di una coppia di individui benestanti ma non proprio esemplari, l’insoddisfatta scrittrice Natashya Romanov (affettuosamente chiamata “Nada” dal pargolo), con nell’armadio tanti scheletri quanti amanti, e il mediocre ma fortunatissimo dirigente Elwood Everett, apprezzato per la sua accomodante spavalderia più che per interessi culturali che rasentano il nulla. Freschi di trasferimento dall’equivalente bambagia residenziale di un’altra metropoli, gli Everett ancora una volta non faticano certo ad “attecchire”: organizzano un cocktail party dietro l’altro oppure presenziano a quelli organizzati da vicini e amici, ottengono agevolmente l’iscrizione al locale country club, pontificano autorevolmente nelle tante occasioni mondane in cui recitano da coprotagonisti e si inseriscono alla perfezione nelle dinamiche di un microcosmo gelido, formale, meschino, esclusivo e sottilmente spietato, dal quale la donna si dimostra particolarmente attratta come per colmare il grande vuoto della sua vita. Impresa che non le riesce fino in fondo, nonostante la lusinghiera accoglienza della comunità, l’acquisto di una magione principesca e l’ammissione del bambino nella più prestigiosa scuola del circondario, la Johns Behemot. L’insopprimibile bisogno di libertà si rivela infatti determinante, se raffrontato allo scarso affetto per quel figlio in fondo indesiderato, e ancor più rispetto alla faticosa sopportazione nei confronti di un marito grossolano e spesso assente. Così la donna, intelligente, ambiziosa e bellissima, decide di fare le valigie e abbandona i congiunti per l’ennesima volta, lasciando in piedi l’edificio familiare con tante crepe insospettate finalmente alla luce. Padre e figlio, in sequenza, accusano il colpo e sbandano. Le intemperanze caratteriali del piccolo affiorano in superficie e l’istituto lo espelle come un corpo estraneo, quasi con ignominia. Seguono il trasferimento nel sobborgo di Cedar Grove, non meno elitario e di fatto fotocopia del primo (in qualche caso con il medesimo cast in scena), quindi la fuggevole illusione che quella pur risicata armonia domestica possa essere riconquistata d’un tratto, come per magia: la madre che rientra nei ranghi e recita docilmente la sua parte amorevole per una manciata di pagine, prima di tornare a coltivare in via esclusiva una relazione extraconiugale dopo l’altra, fino alla conclusione tragica, telefonata e inevitabilmente artificiosa. “I Ricchi” si articola nella forma di un memoriale sofferto, che nelle parole del protagonista non va inteso come “una confessione o un romanzo per far soldi” bensì come lo stillicidio di una mente “disperata, corrotta, aggrovigliata, molle e impaurita”, un’infilata di “brutte parole” sciorinate in una sorta di “tranquilla, piagnucolosa isteria”. Pur scritto magnificamente dalla Oates, questo secondo romanzo del Wonderland Quartet (lanciato in Italia solo oggi, a quasi mezzo secolo dall’edizione originale), suona troppo calcolato, programmaticamente e virtuosisticamente parlando. Come ossessionata dal bisogno di veder riconosciuto il proprio indubbio talento, l’autrice finisce col perdersi nella pirotecnia inventiva di un titanico io narrante che, proprio tra argute riflessioni di taglio sociale e psicologico, come nell’incalzante ironia che anima le sue frequenti elucubrazioni metanarrative, non può che suonare forzato e posticcio. In tal senso, il vero capolavoro di perversione letteraria la scrittrice di Lockport lo compie piazzando a metà libro una serie di ideali e velenosi commenti critici al testo che, a guardar bene, non paiono per nulla fuori luogo: cose come “Si percepisce una certa aria di sufficienza, dovremmo credere che l’autore ha solo undici anni!”, oppure “Nella sua modalità espressiva, I Ricchi riduce l’angoscia di una generazione all’insopportabile lirismo di un bambino” o, anche, “La sostanziale retoricità de I Ricchi è forse più folle che semplicemente febbrile, più sentimentalmente eclettica (in senso kitsch) che tragicamente illuminata”. Si ha l’impressione di trovarsi di fronte a un’opera che bluffa senza posa, spingendo con finta indifferenza sul pedale del sarcasmo senza riuscire a occultare del tutto la propria natura acerba. L’indagine psicologica, gratta gratta, è poca cosa, ma anche la critica di costume rimane tiepida e troppo a tesi per colpire nel segno. In entrambi i casi Joyce Carol farà decisamente meglio in un romanzo più tardo, “Sorella, Mio Unico Amore” (2009), con un altro bambino tormentato protagonista in soggettiva, Skyler, eroe di ben altro spessore drammatico e romantico. (6.7/10)
sarasxsarasx wrote a review
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Il precedente mi era piaciuto tanto! Questo no. Vediamo il terzo...
sarasxsarasx wrote a review
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Poche pagine alla fine, ma lettura davvero faticosa, noiosa, niente a che vedere con il precedente volume dell'Epopea Americana.
Cri BereniceCri Berenice wrote a review
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Joyce Carol Oates, intimamente geniale nell’insinuare una violenta quanto liberatoria degenerazione dentro l’apparenza della normalità. È così che "I ricchi" mi cattura nel segreto della sua essenza, perché dice di come  inquietudini, sogni e ossessioni rompano il ritmo della realtà diventandone parte e alterandola.