I sotterranei del vaticano
by Andre Gide
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UbikUbik wrote a review
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Sotie
Ammetto di non essere riuscito ad entrare pienamente nello spirito di questo romanzo e me ne rammarico trattandosi di un’opera considerata fra i classici del ‘900 europeo. In realtà, giudicato retrospettivamente, I sotterranei del Vaticano mi ha lasciato il segno per la ricchezza di spunti di interesse e riflessione presenti al suo interno, né mai sono stato sfiorato dall’idea di abbandonarlo, ma l’insieme del libro mi è per così dire sfuggito, la mia attenzione è stata attratta solo a fasi alterne, e in definitiva sono rimasto parzialmente insoddisfatto in rapporto alle aspettative. Tanto la struttura del romanzo, cinque macrocapitoli in stretto ordine cronologico intestati ad ognuno dei personaggi principali, appare rigorosa e definita, quanto il percorso del racconto è ondivago, improntato alla dissimulazione, al raggiro, alla contraffazione che è una delle parole chiave più volte ricorrente nel testo. Fra i personaggi, davvero singolari, si annoverano truffatori di professione o comunque intenti ad ingannare consapevolmente il prossimo, e soggetti che a vario titolo si impegnano per assumere sembianze e apparenze illusorie, atteggiamenti mirati a esibire un’immagine di sé insincera. Questi ultimi agiscono per i motivi più disparati o senza alcun motivo, fino all’estremo di Lafcadio, secondo alcuni commenti emulo letterario di Raskolnikov e prototipo di Mr.Ripley, fautore dell'estetica del cosiddetto “atto gratuito”, nella fattispecie l’omicidio istintivo di un estraneo “espletato solo per il piacere intrinseco all'azione stessa” (cito da Wikipedia l’azzeccata definizione). Una commedia satirico-drammatica (commedia degli equivoci dai toni di vera e propria farsa o “sotie”, denominazione in voga nel ‘700 e scelta da Gide come sottotitolo dell’opera) che si dipana in mille rivoli, assumendo come bersaglio della satira il bigottismo e il provincialismo, ed istituzioni come la Chiesa o la Massoneria; ma, contrariamente alle opinioni che ho potuto consultare inclini a sottolinearne l’attualità, a me è sembrata invece quanto mai distante dalla sensibilità e dal gusto odierno, quanto meno dal mio, al punto che finisco per condividere la frase tratta dai Diari dell’autore stesso dopo la conclusione del manoscritto: “Strano libro, ma comincio ad averne le tasche piene e la testa…”
Albert BlakeAlbert Blake wrote a review
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Ho un problema con Gide, anni dopo i Falsari, che mi lasciarono indifferente, ho deciso di riprovare con i Sotterranei: anche stavolta niente. Probabilmente non ho ancora trovato la chiave.
RosannaRosanna wrote a review
Càpita sempre così: quando leggo un nuovo autore mi serve un po' di tempo per 'entrare' nel suo modo di scrivere, il suo stile mi risulta da subito ostico, mi metto sulla difensiva e procedo lenta, capitolo dopo capitolo. E' accaduto anche con Gide. Solo dopo il Libro Primo ho incominciato addirittura a divertirmi e ad imparare qualcosa, dei tempi, degli animi, delle ipocrisie del periodo in cui è ambientata la storia. Storia di una farsa, piena di simbolismi e disvelamenti. I personaggi non sono molti, ma tutti ben delineati e collegati tra loro da legami parentali che rendono l'atmosfera di un'intera famiglia. Agiscono come pensano e quando il loro comportamento cambia se ne comprende la motivazione psicologica per cui accade, come la guarigione 'miracolosa' autosuggestionata dall'aver ascoltato una preghiera di bimba e il successivo ritornare claudicante dopo aver saputo del rapimento del Papa e sua sostituzione al soglio con un sosia. Questa non è che una truffa, la traccia che segue l'autore per smascherare ipocrisie di tempi e uomini, oltre la loro ingenua creduloneria. Ho notato, ma forse sbaglio, che ognuno di loro è inserito in una propria esistenza circolare, tutti tornano a ciò che erano all'inizio della storia, alle convinzioni che avevano, alla loro vita, come se questo fosse il destino che hanno in comune, mentre è nel mezzo che li potrebbe sorprendere una qualche verità. Questo mi ricorda qualcosa.... Adottando un solo filtro per ripensare al romanzo, quello mio personale di donna, noto come ad ogni personaggio maschile ne corrisponda uno femminile, figure in secondo piano certo, ma il loro 'tipo' è speculare a quello del compagno. Ciò non è vero, mi pare, per la vittima che in quanto tale susciterà emozioni e sentimenti caritatevoli in chi non te lo saresti aspettato. In molti romanzi la prostituta ha in se i migliori sentimenti e nel giusto momento, moti d'animo che porteranno a decisioni difficili e, pur volendolo fare, non mi sbilancio definendole anche giuste. Sempre per rispettare l'intento dell'autore che è quello di evidenziare le piccinerie ipocrite dell'animo umano oltre a quello della sua genitrice.
sandrasandra wrote a review
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"Viviamo contraffatti, piuttosto di non rassomigliare al ritratto che di noi abbiamo tracciato inizialmente: ed è assurdo; così facendo, rischiamo di falsare quel che v'è di meglio in noi".
Un romanzo che mi ha lasciato disorientata ed inquieta, un unicum tra i romanzi che ho letto finora, cui non saprei assegnare una categoria o una tipologia, un’opera originale che non si può altro che definire quale uno specchio dei tempi in cui fu scritto (anno 1914) . Di parlare della trama non è il caso, è caotica ed alla fine inconcludente, se l’avessi letta prima della scelta del libro penso che non l’avrei scelto. Invece ho fatto bene a leggerlo, così ho scoperto Gide, premio Nobel per la letteratura nel 1947, ed ho letto un romanzo perfido, divertente, inquietante e corrosivo. “Sotie”: un’opera satirico-drammatica in voga nel 1700. Gide intitola così il suo romanzo, dallo spiccato gusto teatrale, dove la satira feroce colpisce ovunque fino alle sfere più alte della Chiesa, dove regna il divertimento nel tratteggio di situazioni e personaggi tragicomici, ingenui o più scaltri, accomunati dalla “maschera” che indossano per gli altri, una contraffazione con la quale si preferisce vivere piuttosto che scoprire“quel che c’è di meglio in noi”, cioè la mancanza di morale, l’al di là dal bene e dal male, il piacere di vivere per sé stessi. Sono tutte figure assurde e surreali, sulle quali prevale Lafcadio, “l’uomo senza qualità” secondo il francese Gide, un individuo che parte da Raskolnikov ed arriva al superuomo di Nietzsche (il passo non è lontano, a dire il vero), emblema elegante di una giovinezza senza valori, esclusivamente teso ai propri piaceri personali. L’ambientazione italiana porta a pensare a uno stereotipo: l’Italia, paese di navigatori, di santi e di …truffatori, imbroglioni, criminali e di preti. Ma quale stereotipo.
newlifenewlife wrote a review
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“Sì, è questo ciò che mi sembra tanto bello nella vita: bisogna dipingere di getto. Cancellare è proibito.”
Predefinito Il mio approccio a Gide non sarebbe dovuto avvenire con I sotterranei del vaticano, ma, secondo i miei programmi, con I falsari, un romanzo (se ho capito bene) non facile, costruito su più livelli, semanticamente complesso. Da qui, di conseguenza, una certa idea di Gide in quanto autore, senza che poi questa fosse supportata da nessuna ragione particolare e, anzi, non considerando la sua collocazione storica, con opere pubblicate anche a fine Ottocento o – come questa che sto commentando – nei primi decenni del Novecento. Questo per dire che poco o nulla sapevo su Gide e quando ho iniziato a leggere I sotterranei del Vaticano mi sono sorpresa di avere a che fare con un linguaggio abbastanza "tradizionale" la cui forza – almeno in quest'opera – risiede non nella complessità, ma nella costruzione rigorosa, l'intreccio perfettamente congegnato, la natura “teatrale” dei personaggi, l'ironia che non cede mai al sarcasmo o all'amarezza (mentre, al contrario, ci regala alcuni passaggi davvero esilaranti). Fin dall'inizio si resta incollati alle pagine, facendosi convincere, “libro” dopo “libro” (in tutto sono cinque), che il protagonista di volta in volta sia il cinico e anticlericale Anthime, o piuttosto il suo bigotto cognato Julius, o ancora l'affascinante e ambiguo Lafcadio... Libro dopo libro, le ipotesi vengono smentite e il lettore spiazzato: come in una rappresentazione teatrale i personaggi escono di scena e cedono il posto ad altri. Fra loro solo deboli legami parentali, mentre le vere “relazioni” sono quelle che prendono vita sotto i nostri occhi, nel confronto diretto, nei dialoghi, nella contrapposizione anche “focosa” fra chi è servo di una menzogna e chi di un'altra. I personaggi sono ritratti in poche pennellate; a volte basta un gesto, uno sguardo, una sola frase (come nel caso della piccola Julie). E venendo a contatto l'uno con l'altro generano la storia, la plasmano. Esiste davvero un complotto ai danni del papa? Evidentemente no, ma cosa cambia se chi ci deve credere non lo mette in dubbio? Proprio perché lo svolgersi di questa storia è l'esito di una serie di singoli incontri, di singole scelte e azioni (come quella del povero Fleurissoire di partire per Roma per salvare la cristianità), il valore di quest'opera sembra risiedere tutto dentro la storia stessa, nella sua narrazione. Non credo nell'esistenza di una “morale”, di un messaggio “altro” rispetto al romanzo stesso, fosse anche di denuncia. Voglio dire: I sotterranei del Vaticano è intriso di filosofia; la condanna di un certo tipo di “fede” ipocrita e bigotta è evidente, il prevalere degli interessi di pochi "sottili"* sull'ingenuità dei "crostacei"* (*per la comprensione del significato di questi due termini rimando al dialogo fra Lafcadio e l'avvocato Defouqueblize...) non lascia spazio alla speranza; il troppo rispetto “acceca”, come comprende Julius al cospetto niente popo' di meno che del papa (vero o presunto che sia) e se, come nel caso di Julius, un evento “miracoloso” nella sua tragicità potrebbe avere il potere di aprirci gli occhi, ecco che l'ennesimo inganno ci fa ricadere nella consueta cecità... Eppure quello che resta al lettore (almeno nel mio caso) non è sconforto, amarezza, derisione, ma l'estrema piacevolezza di una narrazione avvincente e coinvolgente, molto “dostoevskijana” nella parte finale. Sulla variopinta e vividissima folla di personaggi che animano il racconto, eccelle la figura di Lafcadio, imprendibile perché sembra rifuggire a qualsiasi definizione: fino alla fine non si sa bene quale azione potrebbe compiere, quale sentimento agita il suo animo... Lui è il “dostoevskijano” per eccellenza, a cui si aggiungono grazia e bellezza, in un mix conturbante e destabilizzante. Il finale vero e proprio (di cui non parlerò per evitare spoiler) è davvero riuscitissimo nel mostrare allo stesso tempo l'inconsistenza di qualsiasi "verità" incontestabile e la bellezza insita nel romanzo stesso, la piacevolezza della lettura, che se non è fine a sé stessa comunque basta e avanza. Se proprio dovessi elevare a “messaggio finale” una frase del libro, sarebbe proprio una rivisitazione del carpe diem che congiunge vita e letteratura: “Sì, è questo ciò che mi sembra tanto bello nella vita: bisogna dipingere di getto. Cancellare è proibito.”
AndreaAndrea wrote a review
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Originale provocazione.
V'è il romanzo, e v'è la storia. Critici avveduti hanno definito il romanzo un frammento di storia che avrebbe potuto essere, la storia un romanzo che si è svolto nella realtà; bisogna riconoscere, di fatto, che l'arte del romanzo spesso merita più fede di quanta ne meritino i fatti. Ma, ahimè, certi spiriti scettici negano i fatti non appena escono un poco dall'ordinario: non per loro scrivo. (I sotterranei del Vaticano - Libro terzo, Amédée Fleurissoire - I, p.76) Provocazione è una parola chiave della poetica di Gide, e questo suo "romanzo" ne è una delle migliori espressioni. Infatti, se inquadrato nella maniera corretta, cioè come una farsa - come già suggerisce il sottotitolo sotie, in sé molto più complesso dell'equivalente in italiano - esso può rivelarsi un'esperienza letteraria di grande interesse, e, soprattutto, all'avanguardia perfino per il periodo in cui è stato composto - 1914, contro il Manifesto del Futurismo del 1909. Ad una prima lettura, in fondo, la storia dell’ateo positivista, che folgorato in sogno dall’apparizione della Madonna si converte improvvisamente al cristianesimo cattolico, non sembra tanto distante dal prolisso e arido romanzo realista di stampo ottocentesco, e lo stesso si potrebbe pensare dei vari personaggi che animano il romanzo, tutti tra loro correlati come nella più intricata delle cronache familiare. Tuttavia, vi è una differenza sostanziale: Gide condensa in una ventina di pagine una trama che avrebbe potuto costituire un intero romanzo di Balzac, e la piega con cui declina improvvisamente un mare di apparente noia è del tutto inattesa ed interessante. Infatti, le macchiette si animano, tradendo le ipocrisie di cui sono prigioniere, e un intrigo riguardante la Chiesa e la Massoneria sarà fonte di un esilarante gioco degli equivoci, eterogeneo, ma sempre da leggersi in chiave farsesca, partendo dallo scribacchino da due soldi che rimane rapito da brillanti intuizioni, salvo poi ritornare in quel mondo di certezze abitato da contraddizioni, proseguendo col fervente credente che si improvviserà patetico paladino di una crociata dei poveri, terminando con un gruppo di nobildonne tanto brave a definirsi cattoliche quanto a tutelare i propri interessi economici e sociali: Gide scardina il romanzo nell'esatto momento in cui mette a nudo i personaggi per quello che sono. Ma a risaltare è soprattutto Lafcadio Wluiki, un aspirante Dorian Gray all'apparenza, di cui lungo tutto il libro vengono delineati i preoccupanti pensieri e le perverse passioni, a cominciare dal gesto autolesionista di trafiggersi la coscia con la punta rovente di un temperino levigata a mo' di punteruolo secondo un criterio che sfugge alla razionalità - penso che la pena sia tanto più grave quanto più la trasgressione lo metta a nudo come uomo - per poi arrivare al vertice della sua lucida follia, ovverosia l'immotivato delitto, compiuto per il solo gusto di farlo, a cui dà motivazione un indimenticabile monologo interiore: [...]Non tanto degli avvenimenti sono curioso, quanto di me stesso. Ci sono tanti che si credono capaci di tutto e poi, al momento di agire, si tirano indietro... Che abisso fra l'immaginare e il fare!...Se non si può ritirare la mossa, come non si può fare agli scacchi. Bah! potendo prevedere tutti i rischi, il gioco perderebbe ogni interesse!... Tra il modo come s'immagina un fatto e...[...] (Libro quinto, Lafcadio - I, p.139) La psicopatologia generale ascriverebbe senza alcun dubbio la condotta di Lafcadio, nelle sue insicurezze e feticismi, nel disturbo di personalità, e il perfetto ritratto che ne traccia Gide, facendo del giovane l'unica vera persona umana in mezzo ad un teatrino di buffoni inconcludenti, è uno dei principali motivi dell'attualità del romanzo. Ma non solo: accanto alla sottesa questione giurisdizionale, sempre da intrecciarsi alle teorie psicopatologiche, troneggia il momento di disquisizione tra Lafcadio e il fratellastro Julius, lo scribacchino di cui sopra, in cui l'inesplicabile omicidio pare trovare giustificazione nella sfera letteraria come puro atto estetico scevro da contraddizioni e ipocrisie. Pensate un po', nel 1934 Nabokov pubblicava in lingua russa, il suo Disperazione, che ruota interamente attorno a questi argomenti - e vi consiglio caldamente di leggervelo, nonostante non sia ritenuto un capolavoro dell'autore. Questo per ribadire l'originalità e la lungimiranza della lezione di Gide, che però potrebbe non piacere a coloro che cercano un frammento di storia che avrebbe potuto essere, per dirla con l'autore stesso.
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Non c'è moltissimo da dire su questo romanzo, proprio per lo stile che lo caratterizza, una grande farsa, satira sociale e forte presa di posizione filosofica, si pensa a Nietzsche, Dostoevskij al Decadentismo, mentre lo si legge. Ma anche l'ambiguità che contraddistingue la realtà rappresentata dallo scrittore, dove si soccombe se si è ingenui, senza schermi. La storia è proprio una rappresentazione di una società in sfacelo in cui Gide fa prova di cercare la verità.
WislaWisla wrote a review
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copia boccaccio, male.
SitiSiti wrote a review
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Scritto organizzato in cinque parti, commedia degli inganni con risvolti drammatici che lascia irrisolta qualsiasi verità e che richiama le tragicommedie di stampo shaekespeariano. La composizione infatti è sottotitolata “Sotie” dallo stesso Gide a richiamare una composizione satirico- drammatica in voga nel '700 e tesa alla denuncia delle ipocrisie sociali. I pochi fatti narrati nascono con la naturale e innata vocazione alla messa in scena e con l'intento di rappresentare i vizi della borghesia francese su uno sfondo perfetto offerto dall'ambientazione italiana. Ironia, parodia, limiti e vizi conditi da riflessioni esistenziali di un autore che fu profondamente lacerato in vita dalla sua più intima essenza e dalla sua educazione. Opera condita di infiniti rimandi culturali che andrebbe letta e riletta per giungere a comprenderla un po’ di più, opera da conoscere per la sfida che contiene. La vicenda intreccia le esistenze di Anthime, Amédée, Jules ,Protos, Lafcadio tra religiosità, ateismo, massoneria , essenza e apparenza, bene e male realtà e verità. In scena un imbroglio clamoroso : una serie di raggiri ai danni dei cattolici benpensanti ai quali si fa credere che Papa Leone XIII sia stato rapito e rinchiuso in Castel Sant’Angelo mentre un finto pontefice reggerebbe la grande Chiesa. In un crescendo di piccoli eventi la storia sfocerà in un delitto come atto gratuito che fa ricordare i tormenti di Raskolnikov seppur senza il minimo ravvedimento. La difficoltà di inquadrare una natura umana, la verità e la realtà fu il messaggio colto e utilizzato anche da Sciascia in “Todo modo” e in minor misura da Mauresing ne “La variante di Luneburg”. L’opera seppur complessa mi è risultata gradevole per una serie di motivi: in primo luogo per l’impianto narrativo anomalo molto vicino a quello dei testi teatrali seppur diverso per forma, ha inoltre richiamato in me il carattere irriverente della poesia comica del Duecento italiano e in particolare il nostro Cecco Angiolieri e mi ha fatto nuovamente riflettere sull’opera di Sciascia tormentandomi su nuovi dubbi circa il suo finale che liquidai che tanta facilità. Ne consiglio sicuramente la lettura.
ZimuZimu wrote a review
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Farsa in cinque atti che attinge al repertorio del genere (travestimenti e riconoscimenti, scambi di identità, equivoci più o meno grotteschi) per allestire uno spaccato satirico di quella che più che una “belle” appare piuttosto come una “sotte époque”. Il tutto condotto però senza sbracare, con penna controllata e sapientemente ironica, leggera e feroce a un tempo, quasi epigrammatica. Più che personaggi abbiamo maschere, che Gide si diverte a far interagire, da novello puparo, per sbeffeggiare – direi – la frivolezza delle convinzioni apparentemente più solide: prova ne siano la conversione e riconversione dello scienziato ateo militante che diventa fervente cattolico, ma poi ci ripensa – dove non c’è nulla del tetro e pensoso arrovellarsi dei romanzi di Dostoevskij, per dire (cui allude anche il personaggio forse più approfondito del lotto, quel Lafcadio che sembrerebbe compendiare in sé Rimbaud, Zarathustra e Raskolnikov, salvo chiedersi, dopo l’ennesima piroetta, assaporando un’alba romana, se davvero valga la pena pentirsi di quello che ha fatto - e che cosa non ha fatto!: “lontano, nelle caserme, cantano le trombe. Come! Vorrebbe rinunciare a vivere?”). Senza averlo preventivato, ti ritrovi per mano un libro perfetto per tempi di post-verità. Tutto più o meno ruota, infatti, sulla bufala diffusa ad arte dai massoni secondo cui i massoni stessi, ben radicati oltre Tevere, avrebbero sostituito il povero Leone XIII con un sosia nelle loro mani, a cui sarebbero da imputare tutte le aperture liberaleggianti e nel fondo anticristiane del suo pontificato (così giudicate dai farisei di allora, molto apprezzate invece dai gesuiti – e sembra di leggere le cronache odierne: se non ci si può fidare neanche del papa, di chi ci si potrà fidare?). Roba su cui farci al massimo una puntata di Voyager, d'accordo. Eppure, è una bufala dannatamente performativa, che mette in moto un intreccio pittoresco, compreso il progetto donchisciottesco del ragazzotto di campagna imbarcatosi nientemeno che nella gloriosa missione di liberare il papa recluso nelle segrete del Vaticano press’a poco dopo aver ricevuto la notizia del suo rapimento come la potremmo leggere oggi su un account fake di Twitter. Insomma, la vita non è logica, ma più che a un dramma assomiglia a un teatrino (anche se, detto alla vigilia della Grande Guerra, stride un po’). Peccato solo arrivare un secolo dopo e non cogliere le allusioni più sottili a un mondo che per Gide era paesaggio quotidiano (noi dovremmo immaginarci in filigrana gli Adinolfi, i Magdi Allam, i Salvini e gli altri peracottari del variopinto serraglio che è toccato in sorte alla nostra generazione).