Il mare non bagna Napoli
by Anna Maria Ortese
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"Il mare non bagna Napoli" è - sottolinea Pietro Citati nella prefazione - una straordinaria discesa agli Inferi: nel regno della tenebra e delle ombre, dove appaiono le pallidissime figure dei morti. Di rado un artista moderno ha saputo rendere in modo così intenso la spettralità di tutte le cose, delle colline, del mare, delle case, dei semplici oggetti della vita quotidiana. Anna Maria Ortese attraversa l'Ade posando sulle cose e le figure degli sguardi allucinati e dolcissimi: tremendi a forza di essere dolci; che colgono e uccidono per sempre il brulichio della vita. Nei racconti compresi nella prima parte del libro, questi sguardi penetrano nel cuore dei personaggi: ne rendono la musica e il tempo interiore, come molti anni prima aveva fatto Cechov".

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Gabriele VagliGabriele Vagli added a quotation
Da: “Interno familiare”: Anastasia Finizio, la figlia maggiore di Angelina Finizio e del fu Ernesto, ch’era stato uno dei primi parrucchieri di Chiaia, e solo da qualche anno si era ritirato in un recinto soleggiato e tranquillo del cimitero di Poggioreale, era rientrata da poco dalla Messa grande (era il giorno di Natale) in Santa Maria degli Angeli, a Monte di Dio, e ancora non si decideva a togliersi il cappello. Alta e magra come tutti i Finizio, con la stessa eleganza meticolosa e brillante, in contrasto con lo squallore e non so che decrepitezza delle loro figure cavalline, andava avanti e indietro per la camera da letto che divideva con sua sorella Anna, non riuscendo a contenere una visibile agitazione. Solo pochi minuti prima tutto era indifferenza e pace, freddezza e rassegnazione nel suo animo di donna giunta alla soglia dei quarant’anni, dopo aver perduto, quasi senza accorgersene, ogni speranza di un bene personale, ed essersi adattata piuttosto facilmente a una vita da uomo, tutta responsabilità, contabilità, lavoro. Aveva un negozio di maglieria là dove suo padre aveva pettinato le più esigenti testine di Napoli, e con quello portava avanti la casa: madre, zia, una sorella, due fratelli, uno dei quali stava per ammogliarsi; e, salvo il piacere di vestirsi come una donna di grande città, non conosceva e non desiderava d’altro. Ed ecco, in un momento non era più lei. Non che stesse male, affatto, ma provava una felicità che non era proprio felicità, quanto un rifluire dell’immaginazione che credeva morta, uno smarrimento. Il fatto di essersi conquistata un’ottima posizione, di vestire bene, e le molte soddisfazioni morali che le venivano dal mantenere tutta quella gente, eccole sparite, o quasi, come un turbine, di fronte alla speranza di ritornare giovane e donna. Nel suo cervello, in quel momento, c’era un certo scompiglio, e pareva che un’intera folla vociasse e si lamentasse implorando pietà, di fronte a qualcuno ch’era venuto ad annunciare in modo ambiguo qualcosa di straordinario. Ancora intontita da tutti quei gridi dell’organo, da quel furore di canti, abbagliati da quei rossi e quei bianchi scintillanti d’oro e d’argento dei paramenti sacri, dal tremolìo dei lumi; con la testa pesante per l’odore intenso dei gigli e delle rose, misto a quello funebre dell’incenso, mentre con le braccia, appena sulla soglia, cercava l’aria modesta di tutti i giorni, il sole, aveva incontrato Lina Stassano, sorella della sua futura cognata, e saputo così ch’era tornato a Napoli, dopo anni di assenza, certo Antonio Laurano, un giovane al quale lei aveva pensato. “Di salute non sta male, ma dice ch’è stanco di navigare, e vuole trovare un impiego a Napoli. Se vedi Anastasia Finizio, mi ha detto, falle una saluto particolare”. Tutto qui; poteva essere molto, e nulla, ma Anastasia, ch’era stata sempre così fredda e prudente, questa volta, come se qualcosa si fosse guastato nel suo rigido meccanismo mentale –il vecchio controllo, tutte le difese di una razza costretta a rinunzie sempre più grandi, ché guai se non le avesse accettate- si lasciava andare come incantata alle divagazioni di un sentimento oscuro quanto straordinario.
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Da: “Interno familiare”: Anastasia Finizio, la figlia maggiore di Angelina Finizio e del fu Ernesto, ch’era stato uno dei primi parrucchieri di Chiaia, e solo da qualche anno si era ritirato in un recinto soleggiato e tranquillo del cimitero di Poggioreale, era rientrata da poco dalla Messa grande (era il giorno di Natale) in Santa Maria degli Angeli, a Monte di Dio, e ancora non si decideva a togliersi il cappello. Alta e magra come tutti i Finizio, con la stessa eleganza meticolosa e brillante, in contrasto con lo squallore e non so che decrepitezza delle loro figure cavalline, andava avanti e indietro per la camera da letto che divideva con sua sorella Anna, non riuscendo a contenere una visibile agitazione. Solo pochi minuti prima tutto era indifferenza e pace, freddezza e rassegnazione nel suo animo di donna giunta alla soglia dei quarant’anni, dopo aver perduto, quasi senza accorgersene, ogni speranza di un bene personale, ed essersi adattata piuttosto facilmente a una vita da uomo, tutta responsabilità, contabilità, lavoro. Aveva un negozio di maglieria là dove suo padre aveva pettinato le più esigenti testine di Napoli, e con quello portava avanti la casa: madre, zia, una sorella, due fratelli, uno dei quali stava per ammogliarsi; e, salvo il piacere di vestirsi come una donna di grande città, non conosceva e non desiderava d’altro. Ed ecco, in un momento non era più lei. Non che stesse male, affatto, ma provava una felicità che non era proprio felicità, quanto un rifluire dell’immaginazione che credeva morta, uno smarrimento. Il fatto di essersi conquistata un’ottima posizione, di vestire bene, e le molte soddisfazioni morali che le venivano dal mantenere tutta quella gente, eccole sparite, o quasi, come un turbine, di fronte alla speranza di ritornare giovane e donna. Nel suo cervello, in quel momento, c’era un certo scompiglio, e pareva che un’intera folla vociasse e si lamentasse implorando pietà, di fronte a qualcuno ch’era venuto ad annunciare in modo ambiguo qualcosa di straordinario. Ancora intontita da tutti quei gridi dell’organo, da quel furore di canti, abbagliati da quei rossi e quei bianchi scintillanti d’oro e d’argento dei paramenti sacri, dal tremolìo dei lumi; con la testa pesante per l’odore intenso dei gigli e delle rose, misto a quello funebre dell’incenso, mentre con le braccia, appena sulla soglia, cercava l’aria modesta di tutti i giorni, il sole, aveva incontrato Lina Stassano, sorella della sua futura cognata, e saputo così ch’era tornato a Napoli, dopo anni di assenza, certo Antonio Laurano, un giovane al quale lei aveva pensato. “Di salute non sta male, ma dice ch’è stanco di navigare, e vuole trovare un impiego a Napoli. Se vedi Anastasia Finizio, mi ha detto, falle una saluto particolare”. Tutto qui; poteva essere molto, e nulla, ma Anastasia, ch’era stata sempre così fredda e prudente, questa volta, come se qualcosa si fosse guastato nel suo rigido meccanismo mentale –il vecchio controllo, tutte le difese di una razza costretta a rinunzie sempre più grandi, ché guai se non le avesse accettate- si lasciava andare come incantata alle divagazioni di un sentimento oscuro quanto straordinario.
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Da: “Oro a Forcella” Come altre vecchie e poverissime vie di Napoli, anche San Biagio dei Librai era fitta di negozi d’oro. Una vetrinetta opaca, un banco eccessivamente levigato (quanti gomiti e mani di donnette non ci si appoggiarono, da oltre un secolo, forse) una larva d’uomo con gli occhiali, che bilancia nella mano cauta, e osserva silenziosamente un oggetto brillante, mentre una donnina o una vecchia, in piedi davanti al banco, lo spiano ansiosamente. Spettacolo ancora più intenso: la trappola momentaneamente vuota, e la stessa larva, uscita sulla soglia come per riposarsi, guarda vagamente intorno, spiando a sua volta, nella folla, l’accostarsi di un viso scolorito dai digiuni, di due occhi vergognosi. Quel tappeto di carne, che anche entrando in San Biagio dei Librai mi era parso fittissimo, una volta sul posto non c’era più, o per la meno non era così allucinante, come non lo è più un affresco se vi ci accostate.
Gabriele VagliGabriele Vagli added a quotation
Da: “Oro a Forcella” Come altre vecchie e poverissime vie di Napoli, anche San Biagio dei Librai era fitta di negozi d’oro. Una vetrinetta opaca, un banco eccessivamente levigato (quanti gomiti e mani di donnette non ci si appoggiarono, da oltre un secolo, forse) una larva d’uomo con gli occhiali, che bilancia nella mano cauta, e osserva silenziosamente un oggetto brillante, mentre una donnina o una vecchia, in piedi davanti al banco, lo spiano ansiosamente. Spettacolo ancora più intenso: la trappola momentaneamente vuota, e la stessa larva, uscita sulla soglia come per riposarsi, guarda vagamente intorno, spiando a sua volta, nella folla, l’accostarsi di un viso scolorito dai digiuni, di due occhi vergognosi. Quel tappeto di carne, che anche entrando in San Biagio dei Librai mi era parso fittissimo, una volta sul posto non c’era più, o per la meno non era così allucinante, come non lo è più un affresco se vi ci accostate.
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Da: “Il Silenzio della ragione” – Storia del funzionario Luigi Adesso non faceva più nulla, ma vi era stato un tempo, subito dopo il ’45, a Napoli, ch’egli era stato al centro della pubblica attenzione, riconoscendo tutti nella sua prosa agile e sfrontata, nella scherno e l’ira di cui erano irti i suoi scritti, il segno di una Napoli diversa da quella che finora ci avevano rappresentato classici antichi e moderni, non più ridente e incantata, o tambureggiante e grottesca, ma livida come una donna da trivio sorpresa da un subitaneo apparire della ragione. Non solo quella brutta poesia ch’egli pubblicò in “Sud: giornale di cultura” fondato dal ragazzo Prunas: ​Questo è la mia città senza grazia cosa che non aveva detto alcuno, dal principio dei tempi, parlando di Napoli, su cui pesava la favola di una felicità enorme, ma anche racconti e articoli pubblicati un po’ dappertutto recavano il segna di questa coscienza, un barlume, s’intende, ma bastevole ad accendere la speranza. In quel tempo, il Compagnone era comunista, come del resto tutta la più tenera gioventù di Napoli, affinatasi nelle cellule segrete del Guf. Era corso subito a iscriversi in quella squallida sede di Via Galiani, una volta partiti i tedeschi, con la scrupolosità del cittadino che, rasa al suolo la città, ma ammutolite finalmente le batterie nemiche, s’avvicina a quei pozzi che spera non infetti, per ricominciare la vita. A momenti dava persino noia col suo entusiasmo, ma non poteva non intenerire; e durando e diffondendosi la fama di quella sua intelligenza, di quel suo ridere così disperato, pieno di un tremito di cieli infranti, la sua casa fu presto come una guarnigione, in stretta comunicazione di quella del ragazzo Prunas, posta nella roccaforte dell “Nunziatella”, dove il padre del Prunas dirigeva quell’antica scuola militare. Intorno, Napoli era quella ch’è noto, una colata lavica di pus e di dollari, l’Americano aveva sostituito il Borbone, e bastava sentir dire ochei, perché dalla Vicaria a Posillipo tutti i cuori tremassero, e in queste due case, che in realtà erano una sola, se ne profittava per stendere, forse ingenuamente, ma con un impegno evidente, le prime linee di quella scuola della Ragione, che, altrove, aveva già purificato i paesi, e alla cui mancanza, qui, era dovuto il profondo sonno e la dispersione della coscienza. Si voleva sapere tutto, capire tutto di questa mostruosità che, alla luce degli ultimi fatti, appariva Napoli; rimuovere la lapide finissima che posava sulla sua fossa, e cercare se, in quella decomposizione, rimanesse ancora qualcosa di organico. Si pronunciavano per la prima volta, nella tradizione locale, parole come sesso in luogo di cuore, sifilide in luogo di sentimento, e ossessione come ispirazione. Si scopriva non esservi un popolo, al mondo, infelice come il napoletano, e infelice perché malato; si cercavano le cause di questa malattia, definivano i modi di questa infelicità, e smontando senz’altro il mito dell’allegria, e ravvisando in quelle esistenze, in quei canti, una convulsa desolazione, il lamento dell’uomo perduto nell’incanto e l’incoscienza della natura, dominato e succhiato continuamente da questa madre gelosa; incapace ormai di coordinare i propri pensieri, comandare ai nervi, e muovere un solo passo meno che barcollante; prendere viva parte alla storia dell’uomo, anziché esserne continuamente oppresso e umiliato: se ne indicavano le conseguenze e studiavano i sistemi per liberarlo da una schiavitù così grave. Fin dal primo momento, era stato chiaro che la cultura, intesa come conoscenza e quindi coscienza, specchio dove fissare la propria immagine, fosse il più indispensabile. Bisognava rimuovere dall’opinione pubblica il mito terribile del sentimento, chiarendo tutte le alterazioni e deformazioni cui esso aveva condotto l’odierna società partenopea; sottrarre alla sua vista, finché le condizioni generali non fossero migliorate, i cieli di Di Giacomo e Palizzi, proponendo e magari imponendo le manifestazioni di un’arte arida e disperata. Su questo, spiriti profondamente liberali, anche se, taluni, devoti alla fede marxista (ma non bisogna dimenticare che il comunismo, a Napoli, in quegli anni, era un liberalismo di emergenza), come il Compagnone, il Prunas, il Gaedkens, il La Capria, il Giglio, il Ghirelli e altri, erano d’accordo con veri e propri militanti, esseri intellettualmente inferiori, e incapaci di una indipendenza laica, aggrappati all’idea di uno Stato Universale, che avrebbe dovuto sostituire le diverse Chiese nella reggenza dei popoli. Ma l’ansia di acquistare nuovi aderenti, e anche certo slancio e generosità propri degli uomini che hanno sofferto a lungo la solitudine, portava questi funzionari a stringere la mano a quei rivoltosi, con un sorriso e un silenzio che, da quelli, venivano interpretati come vera e profonda simpatia. E ciascuno dalle sue barricate, questi funzionari dalla redazione della “Voce”, e quei giovanetti dalle stanze del “Sud”, ch’erano in Viale Elena e dietro il cortile della “Nunziatella”, parvero quindi, per qualche tempo, lavorare a un medesimo scopo, anche se con mezzi e linguaggi diversi.
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Da: “Il Silenzio della ragione” – Storia del funzionario Luigi Adesso non faceva più nulla, ma vi era stato un tempo, subito dopo il ’45, a Napoli, ch’egli era stato al centro della pubblica attenzione, riconoscendo tutti nella sua prosa agile e sfrontata, nella scherno e l’ira di cui erano irti i suoi scritti, il segno di una Napoli diversa da quella che finora ci avevano rappresentato classici antichi e moderni, non più ridente e incantata, o tambureggiante e grottesca, ma livida come una donna da trivio sorpresa da un subitaneo apparire della ragione. Non solo quella brutta poesia ch’egli pubblicò in “Sud: giornale di cultura” fondato dal ragazzo Prunas: ​Questo è la mia città senza grazia cosa che non aveva detto alcuno, dal principio dei tempi, parlando di Napoli, su cui pesava la favola di una felicità enorme, ma anche racconti e articoli pubblicati un po’ dappertutto recavano il segna di questa coscienza, un barlume, s’intende, ma bastevole ad accendere la speranza. In quel tempo, il Compagnone era comunista, come del resto tutta la più tenera gioventù di Napoli, affinatasi nelle cellule segrete del Guf. Era corso subito a iscriversi in quella squallida sede di Via Galiani, una volta partiti i tedeschi, con la scrupolosità del cittadino che, rasa al suolo la città, ma ammutolite finalmente le batterie nemiche, s’avvicina a quei pozzi che spera non infetti, per ricominciare la vita. A momenti dava persino noia col suo entusiasmo, ma non poteva non intenerire; e durando e diffondendosi la fama di quella sua intelligenza, di quel suo ridere così disperato, pieno di un tremito di cieli infranti, la sua casa fu presto come una guarnigione, in stretta comunicazione di quella del ragazzo Prunas, posta nella roccaforte dell “Nunziatella”, dove il padre del Prunas dirigeva quell’antica scuola militare. Intorno, Napoli era quella ch’è noto, una colata lavica di pus e di dollari, l’Americano aveva sostituito il Borbone, e bastava sentir dire ochei, perché dalla Vicaria a Posillipo tutti i cuori tremassero, e in queste due case, che in realtà erano una sola, se ne profittava per stendere, forse ingenuamente, ma con un impegno evidente, le prime linee di quella scuola della Ragione, che, altrove, aveva già purificato i paesi, e alla cui mancanza, qui, era dovuto il profondo sonno e la dispersione della coscienza. Si voleva sapere tutto, capire tutto di questa mostruosità che, alla luce degli ultimi fatti, appariva Napoli; rimuovere la lapide finissima che posava sulla sua fossa, e cercare se, in quella decomposizione, rimanesse ancora qualcosa di organico. Si pronunciavano per la prima volta, nella tradizione locale, parole come sesso in luogo di cuore, sifilide in luogo di sentimento, e ossessione come ispirazione. Si scopriva non esservi un popolo, al mondo, infelice come il napoletano, e infelice perché malato; si cercavano le cause di questa malattia, definivano i modi di questa infelicità, e smontando senz’altro il mito dell’allegria, e ravvisando in quelle esistenze, in quei canti, una convulsa desolazione, il lamento dell’uomo perduto nell’incanto e l’incoscienza della natura, dominato e succhiato continuamente da questa madre gelosa; incapace ormai di coordinare i propri pensieri, comandare ai nervi, e muovere un solo passo meno che barcollante; prendere viva parte alla storia dell’uomo, anziché esserne continuamente oppresso e umiliato: se ne indicavano le conseguenze e studiavano i sistemi per liberarlo da una schiavitù così grave. Fin dal primo momento, era stato chiaro che la cultura, intesa come conoscenza e quindi coscienza, specchio dove fissare la propria immagine, fosse il più indispensabile. Bisognava rimuovere dall’opinione pubblica il mito terribile del sentimento, chiarendo tutte le alterazioni e deformazioni cui esso aveva condotto l’odierna società partenopea; sottrarre alla sua vista, finché le condizioni generali non fossero migliorate, i cieli di Di Giacomo e Palizzi, proponendo e magari imponendo le manifestazioni di un’arte arida e disperata. Su questo, spiriti profondamente liberali, anche se, taluni, devoti alla fede marxista (ma non bisogna dimenticare che il comunismo, a Napoli, in quegli anni, era un liberalismo di emergenza), come il Compagnone, il Prunas, il Gaedkens, il La Capria, il Giglio, il Ghirelli e altri, erano d’accordo con veri e propri militanti, esseri intellettualmente inferiori, e incapaci di una indipendenza laica, aggrappati all’idea di uno Stato Universale, che avrebbe dovuto sostituire le diverse Chiese nella reggenza dei popoli. Ma l’ansia di acquistare nuovi aderenti, e anche certo slancio e generosità propri degli uomini che hanno sofferto a lungo la solitudine, portava questi funzionari a stringere la mano a quei rivoltosi, con un sorriso e un silenzio che, da quelli, venivano interpretati come vera e profonda simpatia. E ciascuno dalle sue barricate, questi funzionari dalla redazione della “Voce”, e quei giovanetti dalle stanze del “Sud”, ch’erano in Viale Elena e dietro il cortile della “Nunziatella”, parvero quindi, per qualche tempo, lavorare a un medesimo scopo, anche se con mezzi e linguaggi diversi.
Gabriele VagliGabriele Vagli added a quotation
Da: “Il Silenzio della ragione” – Tessera d’operaio n.200774 Mi trovavo davanti alla Banca d’Italia, poco prima dell’Augusteo, nel tratto che va dal grosso edificio della Banca fino a Piazza Trieste e Trento, passando davanti alla Galleria Umberto e al Vico Rotto San Carlo. Qui finiva (o cominciava) la celebre Via Roma, già Toledo, dal nome del viceré Don Pedro, che la fece aprire nel 1536 sul fosso O. della cinta Aragonese. Quasi rettilinea, in lenta salita da S. a N., lunga due chilometri e 250 metri, come avvertono le guide, è l’arteria principale della città. Stendhal la definì “la via più gaia e più popolosa dell’universo”, e suppongo che questa fama le sia rimasta. Come già la sera precedente nel rione di Chiaia, e benché non fosse ancora la medesima ora, anche qui c’era un gran movimento, un che di eccitato e straordinario, come fosse accaduto qualcosa –un assassinio, un matrimonio, una vincita, la fuga di due cavalli, una visione- ma poi, accostandosi, era nulla. La plebe dall’informe faccia riempiva questa strada meravigliosa e scendeva dai vicoli circostanti e s’affacciava a tutte le finestre, mischiandosi alla folla borghese, come un’acqua nera, fetida, scaturita da un buco nel suolo, correrebbe, ingrandendosi, su un terrazzo ornato di fiori. Della presenza di questa plebe, non era nessun segno sulle facce dei borghesi, eppure essa era una cosa terribile. Non è che vi fossero solo due o tre vecchie madri, di quelle che si grattano il capo, trascinando uno zoccolo, coi grandi occhi rotti dalle memorie, ma ve n’erano cento, duecento. Non è a dire che gli uomini dal petto concavo e gli occhi loschi, le mani strette al petto, fossero cinque o sei, ma erano per lo meno mille. E se aveste cercato una sola di quelle ragazze imputridite, che ornano le finestre dei vicoli con le loro fronti gialle, e cantano e ridono sommessamente, in maniera un po’ tetra, sareste stato abbondantemente appagato. La passeggiata n’era piena. Se poi aveste voluto incontrare, per pregarlo di una commissione, o solo guardarlo in faccia, uno di quei ragazzetti fra i cinque e i dieci anni, che commerciano in sorelle e tabacco con gli Americani, quando la flotta USA è nel porto, sareste rimasto atterrito dalla loro quantità. Essi pavimentavano, addirittura, con le loro grige carni, la strada. E come, al cospetto, appariva mirabile e strana la serenità dei borghesi! Io mi dissi che due cose dovevano essere accadute, molto tempo fa: o la plebe, aprendosi come la montagna, aveva vomitato questa gente più fina, che, allo stesso modo di una cosa naturale, non aveva occhi per l’altra cosa naturale; o, questa categoria di uomini, per altro molto ristretta, aveva rinunciato, per salvarsi, a considerare come vivente, e facente parte di sé, la plebe. Forse, scaturite ambedue queste due forze dalla natura, non era mai sorta in esse la possibilità di considerare una rivolta alle sue sante leggi.
Gabriele VagliGabriele Vagli added a quotation
Da: “Il Silenzio della ragione” – Tessera d’operaio n.200774 Mi trovavo davanti alla Banca d’Italia, poco prima dell’Augusteo, nel tratto che va dal grosso edificio della Banca fino a Piazza Trieste e Trento, passando davanti alla Galleria Umberto e al Vico Rotto San Carlo. Qui finiva (o cominciava) la celebre Via Roma, già Toledo, dal nome del viceré Don Pedro, che la fece aprire nel 1536 sul fosso O. della cinta Aragonese. Quasi rettilinea, in lenta salita da S. a N., lunga due chilometri e 250 metri, come avvertono le guide, è l’arteria principale della città. Stendhal la definì “la via più gaia e più popolosa dell’universo”, e suppongo che questa fama le sia rimasta. Come già la sera precedente nel rione di Chiaia, e benché non fosse ancora la medesima ora, anche qui c’era un gran movimento, un che di eccitato e straordinario, come fosse accaduto qualcosa –un assassinio, un matrimonio, una vincita, la fuga di due cavalli, una visione- ma poi, accostandosi, era nulla. La plebe dall’informe faccia riempiva questa strada meravigliosa e scendeva dai vicoli circostanti e s’affacciava a tutte le finestre, mischiandosi alla folla borghese, come un’acqua nera, fetida, scaturita da un buco nel suolo, correrebbe, ingrandendosi, su un terrazzo ornato di fiori. Della presenza di questa plebe, non era nessun segno sulle facce dei borghesi, eppure essa era una cosa terribile. Non è che vi fossero solo due o tre vecchie madri, di quelle che si grattano il capo, trascinando uno zoccolo, coi grandi occhi rotti dalle memorie, ma ve n’erano cento, duecento. Non è a dire che gli uomini dal petto concavo e gli occhi loschi, le mani strette al petto, fossero cinque o sei, ma erano per lo meno mille. E se aveste cercato una sola di quelle ragazze imputridite, che ornano le finestre dei vicoli con le loro fronti gialle, e cantano e ridono sommessamente, in maniera un po’ tetra, sareste stato abbondantemente appagato. La passeggiata n’era piena. Se poi aveste voluto incontrare, per pregarlo di una commissione, o solo guardarlo in faccia, uno di quei ragazzetti fra i cinque e i dieci anni, che commerciano in sorelle e tabacco con gli Americani, quando la flotta USA è nel porto, sareste rimasto atterrito dalla loro quantità. Essi pavimentavano, addirittura, con le loro grige carni, la strada. E come, al cospetto, appariva mirabile e strana la serenità dei borghesi! Io mi dissi che due cose dovevano essere accadute, molto tempo fa: o la plebe, aprendosi come la montagna, aveva vomitato questa gente più fina, che, allo stesso modo di una cosa naturale, non aveva occhi per l’altra cosa naturale; o, questa categoria di uomini, per altro molto ristretta, aveva rinunciato, per salvarsi, a considerare come vivente, e facente parte di sé, la plebe. Forse, scaturite ambedue queste due forze dalla natura, non era mai sorta in esse la possibilità di considerare una rivolta alle sue sante leggi.
Gabriele VagliGabriele Vagli added a quotation
Da: “Il Silenzio della ragione” – Il ragazzo del monte di Dio Non sapevamo dove saremmo andati, e non avevamo alcuna intenzione di andare in qualche posto. Ma una volta per le vie di Napoli, non potete fare a meno di muovervi in questa o quella direzione, senza alcun proposito. Di solito, giunti a Napoli, la terra perde per voi buona parte della sua forza di gravità, non avete più peso né direzione. Si cammina senza scopo, si parla senza ragione, si tace senza motivo, ecc. Si viene, si va. Si è qui o lì, non importa dove. E’ come se tutti avessero perduto la possibilità di una logica, e navigassero nell’astratto profondo, completo, della pura immaginazione
Gabriele VagliGabriele Vagli added a quotation
Da: “Il Silenzio della ragione” – Il ragazzo del monte di Dio Non sapevamo dove saremmo andati, e non avevamo alcuna intenzione di andare in qualche posto. Ma una volta per le vie di Napoli, non potete fare a meno di muovervi in questa o quella direzione, senza alcun proposito. Di solito, giunti a Napoli, la terra perde per voi buona parte della sua forza di gravità, non avete più peso né direzione. Si cammina senza scopo, si parla senza ragione, si tace senza motivo, ecc. Si viene, si va. Si è qui o lì, non importa dove. E’ come se tutti avessero perduto la possibilità di una logica, e navigassero nell’astratto profondo, completo, della pura immaginazione
Maria Francesca Di Gennaro Maria Francesca Di Gennaro added a quotation
C’era qualcosa che chiamava, da giù, e chi cominciava a scendere era perduto, ma non se ne accorgeva che alla fine.
Maria Francesca Di Gennaro Maria Francesca Di Gennaro added a quotation
C’era qualcosa che chiamava, da giù, e chi cominciava a scendere era perduto, ma non se ne accorgeva che alla fine.
Maria Francesca Di Gennaro Maria Francesca Di Gennaro added a quotation
Stupì, ricordando la grande festa della mattina, quell’affiorare di speranze, di voci. Un sogno, era stato, non c’era più nulla. Non per questo la vita poteva dirsi peggiore. La vita… era una cosa strana, la vita. Ogni tanto sembrava di capire che fosse, e poi, tac, si dimenticava, tornando il sonno.
Maria Francesca Di Gennaro Maria Francesca Di Gennaro added a quotation
Stupì, ricordando la grande festa della mattina, quell’affiorare di speranze, di voci. Un sogno, era stato, non c’era più nulla. Non per questo la vita poteva dirsi peggiore. La vita… era una cosa strana, la vita. Ogni tanto sembrava di capire che fosse, e poi, tac, si dimenticava, tornando il sonno.
Maria Francesca Di Gennaro Maria Francesca Di Gennaro added a quotation
E, in quel momento che si era messa gli occhiali, aveva avuto una rivelazione: il mondo è bello, bello assai.
Maria Francesca Di Gennaro Maria Francesca Di Gennaro added a quotation
E, in quel momento che si era messa gli occhiali, aveva avuto una rivelazione: il mondo è bello, bello assai.
Maria Francesca Di Gennaro Maria Francesca Di Gennaro added a quotation
Figlia mia, il mondo è meglio non vederlo che vederlo.
Maria Francesca Di Gennaro Maria Francesca Di Gennaro added a quotation
Figlia mia, il mondo è meglio non vederlo che vederlo.
Chiapaneco NazzChiapaneco Nazz added a quotation
Come tutte le mostruosità, Napoli non aveva alcun effetto su persone scarsamente umane, e i suoi smisurati incanti non potevano lasciare traccia su un cuore freddo.
Chiapaneco NazzChiapaneco Nazz added a quotation
Come tutte le mostruosità, Napoli non aveva alcun effetto su persone scarsamente umane, e i suoi smisurati incanti non potevano lasciare traccia su un cuore freddo.