Il mare non bagna Napoli
by Anna Maria Ortese
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"Il mare non bagna Napoli" è - sottolinea Pietro Citati nella prefazione - una straordinaria discesa agli Inferi: nel regno della tenebra e delle ombre, dove appaiono le pallidissime figure dei morti. Di rado un artista moderno ha saputo rendere in modo così intenso la spettralità di tutte le cose, delle colline, del mare, delle case, dei semplici oggetti della vita quotidiana. Anna Maria Ortese attraversa l'Ade posando sulle cose e le figure degli sguardi allucinati e dolcissimi: tremendi a forza di essere dolci; che colgono e uccidono per sempre il brulichio della vita. Nei racconti compresi nella prima parte del libro, questi sguardi penetrano nel cuore dei personaggi: ne rendono la musica e il tempo interiore, come molti anni prima aveva fatto Cechov".

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PolarpenterPolarpenter wrote a review
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Il mare non bagna Napoli
Il mare non bagna Napoli è un libro di Anna Maria Ortese composto da 3 racconti e due reportage in cui è la stessa Ortese a prendere la parola. Premetto che da napoletano non è stato facile metabolizzare quest'opera. Il motivo è presto detto: la Napoli dilaniata dalla guerra è qui mostrata in tutta la sua nudità più inerme, e l'autrice non si sottrae al compito di araldo delle più turpi miserie umane. I primi racconti sono magistrali per forma, padronanza di scrittura e stile narrativo. La Ortese è un talento vero, cristallino, e l'immedesimazione che riesce a creare fra lettore e personaggi è totalizzante. Come detto, nella seconda metà del volume la narrativa lascia il posto al reportage e qui la scrittrice muta totalmente forma: nelle vesti di moderna Virgilio ci trascina nelle membrane dell'infernale Granili prima, diventando poi feroce critica degli intellettuali partenopei dell'epoca nel lungo saggio che chiude il libro. Questa lettura è stata per me un'esperienza dolente. Ho scoperto una scrittrice di caratura superiore, ma non posso nascondere che più volte mi sono ritrovato col fiato mozzato. La Ortese è rigorosamente spietata nella sua cronaca dell'abbrutimento annichilente in cui versava Napoli dopo la guerra; la scelta di ogni singola espressione, le situazioni mostrate, le riflessioni a margine: ho percepito sulla pelle ogni riga di questo testo pervaso dal disfacimento morale e umano più puro e primigenio. Anni dopo la Ortese ammetterà di aver scritto Il mare non bagna Napoli in un periodo di forte scrollo nervoso e spaesamento emotivo. Lo stile a tratti isterico, a tratti esaltato, fa emergere lo stato di nevrosi dell'autrice. Qui il confine tra rancore rabbioso e dovere di cronaca è molto labile, e non sono pochi i frangenti in cui appare preponderante la volontà di abbattere, pietra dopo pietra, usanza dopo usanza, quel mondo, quella realtà, che la Ortese considerava la Pangea del suo malessere. Col tempo, sarà la scrittrice stessa ad assumersi la responsabilità ed il fardello di quel dolore non subito, ma semplicemente condiviso con un intero popolo.
Gabriele VagliGabriele Vagli wrote a review
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Scetàteve, guagliune!
(Pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà. A. Gramsci, L’ordine nuovo, attr. a Romain Rolland) Incredibilmente Anna Maria Ortese (come Maria Bellonci, del resto) è stata pressoché ignorata per circa mezzo secolo dalla didattica italiana. Incantatrice dalla prosa adamantina, chirurgica, imperiosa; sa cosa vuole e come ottenerlo: il lettore è strumento nelle sue mani al pari della penna, che implacabilmente lo avvince e innamora. I suoi personaggi vivono, non sono semplicemente descritti. I luoghi, i panorami, gli edifici, gli arredi, i dettagli sono presenti, circondano il lettore. Non lascia immaginare, ma trasporta nella sua realtà letteraria. E’ in grado di fare della realtà visione, della visione realtà. Una donna troppo intelligente per qualunque sistema, per qualunque ideologia. Vi sono alcune pagine di questa raccolta di crudi racconti nelle quali, descrivendo al vivo i suoi amici –che poco o nulla, a quanto pare. seppero perdonarglielo- svela molto di sé: il conflitto tra natura e ragione, la realtà e la visione, il viaggio e il ritorno, il rifiuto e l’accettazione. E allo stesso modo in cui rivela Napoli, comunica un intero mondo, una filosofia politica (in senso letterale), una educazione e una ricerca, una disperazione e una disillusione, una speranza e una volontà. Riverberano in questo volume i suoni di Rubinstein nell’esecuzione della Mazurka in La minore di Chopin (la n. 13): una precisa, meditata tristezza, un dolente amore, un desolante piacere; la strenua ricerca di quanto altro, pur inespresso, si avverte vitale e meraviglioso al fondo di tanto languore, di tanta sopita rabbia, di tanta timida e nascosta bellezza. Solo un profondo, immenso e ancora non riconoscibile appieno, non dichiarabile amore può plasmare tanta poesia nel vergare le più fosche e splendide tinte di un popolo che recita continuamente (pag. 78), ormai lontano dal mare ma sempre in delirio per un relitto al quale aggrapparsi; di vite spese in lode di quel sole che più brucia le ferite ancora cosparse dal sale dell’antico mare. Perché il mare a Napoli c’era, e vi sarà di nuovo, e laverà via quel sale e la sozzura che da troppo tempo ne coprono gli animi e i selciati. Sdegnoso si ritirò per la distrazione dell’uomo; esultante, tumultuoso e grato tornerà al suo popolo quando l’amore della sua gente potrà attirarlo di nuovo. La Ortese –che, sicuramente, aveva ben presente il celebre passo dei Quaderni gramsciani “Occorre violentemente attirare l'attenzione sul presente così com'è, se si vuole trasformarlo. Pessimismo dell'intelligenza, ottimismo della volontà"… e fu criticata forse soprattutto dalla stampa comunista!- intuiva, evidentemente, che certi processi sono lunghi, a farsi: di qui la sua certezza di non poter vedere quel tempo; onde il suo disappunto, la sua rabbia. Rabbia, non disprezzo. Il suo apparente cinismo è pura razionalizzazione della sua sensibilità, e insieme grido per la resurrezione. Il suo rapporto con Napoli vive di reminiscenze, di memoria ancestrale e intuitiva di quel che Napoli fu, di un’aria d’olimpo che vi si avverte e che ci fa sentire esuli in qualunque altro luogo (pag. 134)… Se non è amore –pur inconfessato- questo…! La Ortese ama Napoli di un amore folle, insanabile ed elevatissimo. La ama al di là dei suoi difetti, i quali non si nasconde. E per vederli e mostrarli meglio, oltre la superficie a tutti nota, per scorgere la realtà più nascosta nelle pieghe dell’anima sua, ci introduce alla città avvisandoci che è necessario, per conoscerla e amarla assolutamente, fornirsi di altri occhi: vedere la sua deformità, la sua incapacità di sviluppo, di crescita, di progresso, la sua paura. Non dobbiamo forse vedere la Ortese stessa nella bimba ipovedente del primo racconto, la quale riceve in regalo un paio di occhiali e che, attraverso quel dono, vede la sua città nella più diversa e insospettata realtà? E non dobbiamo vedere tutta Napoli nella non più giovane Anastasia Finizio, zitella disillusa del racconto seguente, ancora disposta a sperare in un amore corrisposto –idea alla quale si aggrappa come naufraga all’unico relitto- che la liberi dalla servitù e le dia dignità eterna? Solo chi (pag. 158) non ha immaginazione né sentimenti può essere esente dagli incanti di Napoli e della Ortese, e non vedere quanto amore portasse a questa città e al suo popolo, e quanto intenso: più forte ‘e ‘na catena, e grande come il mare.
nelsnels wrote a review
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Ortese è uno strano animale, la sua scrittura e la sua narrazione dissimulano. Talvolta tendono trappole, sempre rivelano qualcosa sui personaggi. Queste storie sono raccontate senza la minima indulgenza per i personaggi: anzi, sono raccontate in modo spietato. Una spietatezza che, però, non è cinismo. Ortese crea - con la sua narrazione - delle correnti emotive, e in esse si lascia andare, restando integra: è la voce imprescindibile che le narra. "Interno familiare", nel suo registro sommesso, è straziante: uno dei racconti più belli in cui mi sia imbattuto. Il resto del libro è all'altezza.
Μαʀιαƞƞα
Μαʀιαƞƞα wrote a review
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Dove dorme la ragione
Spesso i titoli sono emblematici e rivelatori, soprattutto se sono originali e non tradotti. “Il mare non bagna Napoli” è stato pubblicato nel 1953 sulla rivista “Gettoni” fondata da Elio Vittorini e costò alla scrittrice l’allontanamento dalla città, perché il suo libro venne considerato “contro Napoli”. In effetti, ad una lettura superficiale, potrebbe sembrare un libro che indugia a delineare la putrefazione a cielo aperto di una città “spaesata” dopo la guerra mondiale. Realtà messe su carta e sbandierate ai quattro venti dure da digerire, soprattutto per gli intellettuali e i politici del posto. Per la povera gente no, neppure avrebbe potuto leggerlo, quel libro, essendo totalmente analfabeta, in condizioni igieniche precarie e afflitta dalla malnutrizione. Non volevano che queste “vergogne” venissero decantate negli articoli e nei libri della Ortese, che, nella prefazione all’edizione Adelphi, si chiede ancora in cosa abbia sbagliato nello scriverlo e pensa di trovare una risposta nella sua “nevrosi”, nella “metafisica”, questo volersi rifiutare di accettare “la realtà”, un suo personale ”spaesamento”. L’esperienza della Ortese - facendo qualche forzatura, ovviamente - ha qualche analogia con quello che, qualche decennio prima, era successo a Grazia Deledda: gli abitanti del nuorese, capeggiati dal parrocchiano, erano convinti che lei avesse scritto romanzi e racconti contro il suo paese di origine. All’inizio si è detto che il titolo sia importante: togli il mare a Napoli, hai tolto alla città il suo spirito e la sua grazia vitali. La città che viene descritta è una città distrutta dalla guerra, lacerata dal suo interno: orrore, macerie senza speranza di riscatto. La scrittura della Ortese è sempre stata giornalistica e qui torna soprattutto nella seconda parte dell’opera. Un libro che ha varie facce: da un lato, la rappresentazione di una Napoli che rovescia la propria immagine, non più cartolina di paesaggio mediterraneo, dall’altro la contrapposizione con la classe intellettuale napoletana, dalla scrittrice accusata di non riuscire a scavalcare “le mura di cinta” dei propri orizzonti culturali. I primi tre racconti, che quasi si staccano dagli altri scritti presenti nell’opera, sono quelli che più mi sono piaciuti e che ho letto voracemente, mentre la seconda parte mi è sembrata quasi fuori posto, disarmonica rispetto alla prima. C’è una innegabile attenzione della scrittrice verso i piccoli e gli umili, verso il popolo napoletano oppresso dalle miserie, verso quei bambini che di infantile non hanno più niente se non l’età anagrafica. Stupendo il racconto “Un paio di occhiali”, dove, con estrema vividezza, vengono tratteggiati i personaggi, in particolare quello della piccola Eugenia, “quasi cecata” , che aspetta con ansia e con orgoglio di indossare gli occhiali dalla montatura dorata e con la catenella, costati a zia Nunziata “ottomila lire vive vive!”. Eugenia non è che la prima di tanti bambini invecchiati e ingialliti anzitempo, con le unghie sporche, il viso e i capelli appiccicati dal sudiciume, scalzi e talvolta senza vestiti addosso. Meraviglioso, intimo e delicato, il secondo racconto, “Interno familiare”, dove la scrittrice dà prova di grandi capacità nell’indagine psicologica della protagonista, Anastasia Finizio, zitella inaridita dal lavoro con cui orgogliosamente mantiene la madre e la numerosa famiglia, che si scopre all’improvviso ancora giovane e papabile per il matrimonio quando una sua vecchia fiamma, un certo Antonio Laurano, torna a Napoli dopo anni di assenza e chiede di lei. Da napoletana ho avvertito veri, naturali, reali i personaggi, i luoghi, i modi di dire, ho apprezzato lo sforzo di cogliere l’essenza dello spirito del popolo, la sua tendenza alla tragicità e più che all’allegria. I personaggi della prima parte non sono certo personaggi storici, ma sono vivi e reali. Nella seconda invece l’autrice fa nomi e cognomi dei giovani intellettuali napoletani che aveva intenzione di intervistare per un articolo per un giornale del Nord Italia: Prisco, Compagnone, La Capria, Prunas (sardo trapiantato a Napoli), Pratolini che non era propriamente napoletano. Questi intellettuali deludono la Ortese, che si era recata a Napoli per trovarvi qualcosa di autentico, cercava “il Vesuvio e il contro Vesuvio, il mistero e l’odio per il mistero”, invece questi ragazzi si presentano svagati, malinconici, dal pensiero che “non esce dai confini del sesso, dal tumulto e dal peso del sangue”. Nonostante la dicotomia che pesa non poco sulla gradevolezza dell’opera, credo che “Il mare non bagna Napoli” sia un documento straordinario che dipinge il quadro di una città bella, regale, offesa ingiustamente dalla guerra e da una classe politica ed intellettuale debole e scialba. “Esiste, nelle estreme e più lucenti terre del Sud, un ministero nascosto per la difesa della natura dalla ragione; un genio materno d’illimitata potenza, alla cui cura gelosa e perpetua è affidato il sonno in cui dormono quelle popolazioni(…) . Buona parte di questa natura, di questo genio materno e conservatore, occupa la stessa specie dell’uomo e la tiene oppressa nel sonno; e giorno e notte veglia il suo sonno, attenta che esso non si affini. (…) Alla immobilità di queste regioni sono state attribuite altre cause, ma ciò non ha rapporti col vero. È la natura che regola la vita e organizza i dolori di queste regioni. Il disastro economico non ha altra causa”.
AlibiAlibi wrote a review
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"Temo di non aver mai visto davvero Napoli, né la realtà in genere. Temo di non aver conosciuto veramente l'Italia né prima né dopo la guerra. Ciò che mi ha consentito di accostare l'una e l'altra, e parlarne in qualche libro, sono state le emozioni, e anche i suoni, e le luci, e lo stesso senso di freddo e nulla, che da queste realtà procedeva. Insomma, io non amavo il reale, esso era per me (...) quasi intollerabile." - postfazione dell'autrice E si sente. Tutto è sporcizia e disperazione. Le facce gialle, i corpi corrotti, il cielo immoto e lontano. Mi sono piaciuti i primi due racconti, meno gli altri, ultimo non terminato. (senso di freddo e nulla anche per me, quasi come dopo La pelle di Malaparte)
alvaro7alvaro7 wrote a review
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non credo che lo dimenticherò
ClaritaClarita wrote a review
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Il primo racconto ‘Un paio di occhiali’ vale il libro. La ragazzina cecata che si sente il vanto di poter accedere a occhiali doppi, forse con il filo d’oro, fatti apposta per lei e indossandoli ad un colpo vede il nero e la sporcizia in cui vive. Le 8 mila lire vive vive spese per l’acquisto, girano di bocca in bocca, in fondo sprecate per Eugenia, povera cecata. Anche ‘La città involontaria’ III e IV granili, vita miserevole come non si può immaginare, un pezzo di Napoli ormai del passato, che non conoscevo. Il resto dei racconti, no
Willie the CoyoteWillie the Coyote wrote a review
Una città, la sua natura, le sua anima, la piccola borghesia, gli intellettuali ed il popolo. Ed uno straziante ritratto della Napoli degli sfollati nel dopoguerra che dovrebbe fare da monito.
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Sono innamorata del racconto "Gli occhiali". L'ho ascoltato letto ad alta voce su radiorai3 e davvero, vorrei averlo scritto io, lo leggo e lo rileggo e non mi stufa mai. Gli altri scritti non colpiscono secondo me così a fondo ma sono comunque notevoli e sicuramente rappresentativi di un'epoca e di una città.
IncipitmaniaIncipitmania wrote a review
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Incipit
«Ce sta ’o sole… ’o sole!» canticchiò, quasi sulla soglia del basso, la voce di don Peppino Quaglia. incipitmania.com/aut-o/ortese-anna-maria/il-mare-non-bagna-napoli-anna-maria-ortese