simoncellare's Review

simoncellaresimoncellare wrote a review
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Nomina nuda tenemus
Già dalle prime pagine saltano all'occhio i primi riferimenti pop: l'idea del manoscritto ritrovato e passato tra le mani di fantomatici traduttori e interpolatori, vezzo tipico di Manzoni, Leopardi, Cervantes e molti altri grandi della letteratura; la scelta, in un romanzo giallo incentrato su degli omicidi in un monastero dell'Italia settentrionale verso la fine del 1327, di un frate francescano, incaricato di indagare sul mistero, che corrisponde in modo lampante a Sherlock Holmes per doti intellettuali, pose e atteggiamenti tipici, il quale viene per giunta spalleggiato da un monaco benedettino, Adso da Melk, un Watson medievale, che è anche l'autore del manoscritto; il legame tra i due sembra alludere all'intramontabile e classico rapporto allievo-maestro, con sfumature di affetto caloroso e cenni lievi di ambiguità sessuale; è ironico poi il ritratto dell'Adso adulto e scrittore, il quale si lascia andare ai commenti dei vecchi sulla degenerazione del presente, che fanno il verso, in chiave autoparodistica, all'ansia apocalittica che pervade il romanzo. C'è da dire che dopo i primi saggi di fulminea bravura nel trovare soluzioni e seguire le tracce, Guglielmo diventa uno Sherlock Holmes rallentato e inefficiente, preda di dubbi e ostacoli fino alla fine, mentre Adso alterna l'ottusità bonaria del suo archetipo all'audacia e ad una prontezza furbesca e sorniona. Nell'intreccio ci sono una biblioteca impenetrabile, di prodigiosa vastità, libri oscuri e misteriosi, passaggi segreti, lotte di potere, sia interne al monastero che esterne. Il quadro storico è il papato di Giovanni XXII, corrotto e detestato papa avignonese, durante il periodo del complesso contrasto con l'imperatore Ludovico il Bavaro e con l'ordine francescano, in urto con il pontefice per delle tesi sulla povertà di Cristo, sottoposte a strumentalizzazione da entrambi i poteri universalistici. Sono tematiche importanti anche il ruolo generale della Chiesa, le eresie e la lotta contro di esse e, in forma minore, il nascente contrasto tra Comuni e istituzioni tradizionali, come gli ordini monastici e l'impero stesso. Il romanzo è una complessa commistione di generi: giallo, storico, filosofico, di formazione; alterna alle peripezie dell'investigazione lunghe digressioni su questioni religiose, sul pensiero, la letteratura e l'arte medievale. Anche la lettura appare polivoca, ad un livello più terra terra è irrisione e deformazione, parodia di un Medioevo distorto e da fiction, a tinte forti, con monaci animati da passioni estreme e in cui ogni personaggio sembra esprimere ciò che il lettore si aspetta da esso; a un livello più colto rappresenta lo scontro, in un periodo di crisi e transizione, tra dogmatismo ed empirismo, tra la cultura della conservazione e della trasmissione autoritaria ed elitaria della conoscenza e la cultura della ricerca e della scoperta; facendo leva sull'oscurantismo cattolico il dibattito sulla questione si fa molto serrato e simbolico. Però il quadro non è mai realistico e credibile, è fortemente allusivo, "semiotico", imperniato su segni fraintesi e rimandi continui ad altre epoche, altre opere, altre figure. I discorsi e i personaggi si deformano; certe scoperte future vengono anticipate sotto forma di ipotesi durante le conversazioni disimpegnate, in certe eresie basate sulla povertà e la comunione dei beni, osteggiate in modo irrazionale e deciso dalla Chiesa, pare di leggere allusioni al Comunismo; in certi orientamenti ideologici ed estremismi decostruttivi sembra di ravvisare orientamenti culturali contemporanei; anche il dibattito sulla scienza e sul metodo scientifico parla di oggi: è troppo audace, volutamente spinto e moderno; la politica di oggi fa capolino con alcuni anacronismi; la laicità si legge benissimo tra le righe, impedisce l'immersione vera e propria nel periodo e sottoscrive l'ironia. Personalmente ho apprezzato molto la vis dialettica che anima gli scambi di idee tra i personaggi, specialmente tra Adso e Guglielmo, ma anche tra quelli secondari; a volte la tensione concettuale si fa personale, sofferta, fa riflettere, punta al paradosso e alla sottigliezza, tanto che l'autorità ecclesiastica da manuale che è sullo sfondo contrasta in modo ridicolo con l'apertura al dibattito e alla riflessione di natura maieutica che prende forma nei dialoghi; anche la polarità tra male e bene collassa sotto lo sguardo razionale e a tratti spregiudicato dei protagonisti e la mancanza di banalità compensa l'anacronismo. Del quadro storico colpisce il dibattito sull'eresia, poco documentato in fondo, ma pregnante, affascinante, fa meditare sul ruolo culturale della chiesa e sulla sua schiacciante forza di controllo, anche se il merito più grande sta nella delineazione della psicologia della repressione, con le inevitabili contraddizioni che comporta. Non mi sono piaciuti certi passi esageratamente lunghi e fini a se stessi, in cui Eco si crogiola nel gioco linguistico, con descrizioni scherzose gonfie di termini desueti (penso sia il libro con più termini sconosciuti che abbia mai letto), figure etimologiche, citazioni di elementi culturali medievali, semplicemente per descrivere il superfluo in modo immersivo ma ironico. Anche il messaggio mi disorienta, tra certe riflessioni più autentiche c'è lo spettro del nulla, del meschino: pare davvero che l'intellettuale nel suo Medioevo immaginario si scelga l'eresia dell'irrisione fine a se stessa, la quale sembra non salvare nulla, nemmeno le sue stesse creazioni, ma che al contempo ha bisogno di un mondo alternativo, di un recipiente-libro in cui collocare ciò che non ha posto altrove, in cui sviluppare un sapere nutrito di sé e compiacersene. Forse però davvero non c'è alternativa a questa scelta, o forse non è serio nemmeno questo gioco postmoderno e continuo di rimandi e qualche messaggio più profondo c'è. Dal punto di vista stilistico a parte le osservazioni fatte prima, è bello da leggere, elegante, raffinato, ricco; la potenza espressiva è notevole, la prosa è colta e particolare, nutrita di arcaismi sintattici e lessicali che divertono e quasi mai stonano quando non si accumulano. Nel complesso merita, vale la pena affrontarlo nella sua ricchezza e nella sua veste di libro di culto del tardo Novecento italiano.
simoncellaresimoncellare wrote a review
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Nomina nuda tenemus
Già dalle prime pagine saltano all'occhio i primi riferimenti pop: l'idea del manoscritto ritrovato e passato tra le mani di fantomatici traduttori e interpolatori, vezzo tipico di Manzoni, Leopardi, Cervantes e molti altri grandi della letteratura; la scelta, in un romanzo giallo incentrato su degli omicidi in un monastero dell'Italia settentrionale verso la fine del 1327, di un frate francescano, incaricato di indagare sul mistero, che corrisponde in modo lampante a Sherlock Holmes per doti intellettuali, pose e atteggiamenti tipici, il quale viene per giunta spalleggiato da un monaco benedettino, Adso da Melk, un Watson medievale, che è anche l'autore del manoscritto; il legame tra i due sembra alludere all'intramontabile e classico rapporto allievo-maestro, con sfumature di affetto caloroso e cenni lievi di ambiguità sessuale; è ironico poi il ritratto dell'Adso adulto e scrittore, il quale si lascia andare ai commenti dei vecchi sulla degenerazione del presente, che fanno il verso, in chiave autoparodistica, all'ansia apocalittica che pervade il romanzo. C'è da dire che dopo i primi saggi di fulminea bravura nel trovare soluzioni e seguire le tracce, Guglielmo diventa uno Sherlock Holmes rallentato e inefficiente, preda di dubbi e ostacoli fino alla fine, mentre Adso alterna l'ottusità bonaria del suo archetipo all'audacia e ad una prontezza furbesca e sorniona. Nell'intreccio ci sono una biblioteca impenetrabile, di prodigiosa vastità, libri oscuri e misteriosi, passaggi segreti, lotte di potere, sia interne al monastero che esterne. Il quadro storico è il papato di Giovanni XXII, corrotto e detestato papa avignonese, durante il periodo del complesso contrasto con l'imperatore Ludovico il Bavaro e con l'ordine francescano, in urto con il pontefice per delle tesi sulla povertà di Cristo, sottoposte a strumentalizzazione da entrambi i poteri universalistici. Sono tematiche importanti anche il ruolo generale della Chiesa, le eresie e la lotta contro di esse e, in forma minore, il nascente contrasto tra Comuni e istituzioni tradizionali, come gli ordini monastici e l'impero stesso. Il romanzo è una complessa commistione di generi: giallo, storico, filosofico, di formazione; alterna alle peripezie dell'investigazione lunghe digressioni su questioni religiose, sul pensiero, la letteratura e l'arte medievale. Anche la lettura appare polivoca, ad un livello più terra terra è irrisione e deformazione, parodia di un Medioevo distorto e da fiction, a tinte forti, con monaci animati da passioni estreme e in cui ogni personaggio sembra esprimere ciò che il lettore si aspetta da esso; a un livello più colto rappresenta lo scontro, in un periodo di crisi e transizione, tra dogmatismo ed empirismo, tra la cultura della conservazione e della trasmissione autoritaria ed elitaria della conoscenza e la cultura della ricerca e della scoperta; facendo leva sull'oscurantismo cattolico il dibattito sulla questione si fa molto serrato e simbolico. Però il quadro non è mai realistico e credibile, è fortemente allusivo, "semiotico", imperniato su segni fraintesi e rimandi continui ad altre epoche, altre opere, altre figure. I discorsi e i personaggi si deformano; certe scoperte future vengono anticipate sotto forma di ipotesi durante le conversazioni disimpegnate, in certe eresie basate sulla povertà e la comunione dei beni, osteggiate in modo irrazionale e deciso dalla Chiesa, pare di leggere allusioni al Comunismo; in certi orientamenti ideologici ed estremismi decostruttivi sembra di ravvisare orientamenti culturali contemporanei; anche il dibattito sulla scienza e sul metodo scientifico parla di oggi: è troppo audace, volutamente spinto e moderno; la politica di oggi fa capolino con alcuni anacronismi; la laicità si legge benissimo tra le righe, impedisce l'immersione vera e propria nel periodo e sottoscrive l'ironia. Personalmente ho apprezzato molto la vis dialettica che anima gli scambi di idee tra i personaggi, specialmente tra Adso e Guglielmo, ma anche tra quelli secondari; a volte la tensione concettuale si fa personale, sofferta, fa riflettere, punta al paradosso e alla sottigliezza, tanto che l'autorità ecclesiastica da manuale che è sullo sfondo contrasta in modo ridicolo con l'apertura al dibattito e alla riflessione di natura maieutica che prende forma nei dialoghi; anche la polarità tra male e bene collassa sotto lo sguardo razionale e a tratti spregiudicato dei protagonisti e la mancanza di banalità compensa l'anacronismo. Del quadro storico colpisce il dibattito sull'eresia, poco documentato in fondo, ma pregnante, affascinante, fa meditare sul ruolo culturale della chiesa e sulla sua schiacciante forza di controllo, anche se il merito più grande sta nella delineazione della psicologia della repressione, con le inevitabili contraddizioni che comporta. Non mi sono piaciuti certi passi esageratamente lunghi e fini a se stessi, in cui Eco si crogiola nel gioco linguistico, con descrizioni scherzose gonfie di termini desueti (penso sia il libro con più termini sconosciuti che abbia mai letto), figure etimologiche, citazioni di elementi culturali medievali, semplicemente per descrivere il superfluo in modo immersivo ma ironico. Anche il messaggio mi disorienta, tra certe riflessioni più autentiche c'è lo spettro del nulla, del meschino: pare davvero che l'intellettuale nel suo Medioevo immaginario si scelga l'eresia dell'irrisione fine a se stessa, la quale sembra non salvare nulla, nemmeno le sue stesse creazioni, ma che al contempo ha bisogno di un mondo alternativo, di un recipiente-libro in cui collocare ciò che non ha posto altrove, in cui sviluppare un sapere nutrito di sé e compiacersene. Forse però davvero non c'è alternativa a questa scelta, o forse non è serio nemmeno questo gioco postmoderno e continuo di rimandi e qualche messaggio più profondo c'è. Dal punto di vista stilistico a parte le osservazioni fatte prima, è bello da leggere, elegante, raffinato, ricco; la potenza espressiva è notevole, la prosa è colta e particolare, nutrita di arcaismi sintattici e lessicali che divertono e quasi mai stonano quando non si accumulano. Nel complesso merita, vale la pena affrontarlo nella sua ricchezza e nella sua veste di libro di culto del tardo Novecento italiano.