Il tempo di parlare
by Helen Lewis
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Una ragazza ebrea che sogna di diventare ballerina si ritrova improvvisamente prigioniera degli ingranaggi incomprensibili della macchina dello sterminio. La giovane Helen appartiene a una famiglia ebrea della ricca borghesia di una città della Cecoslovacchia. Vive in un ambiente colto e sereno, dove tutto sembra fissato e per sempre in una tranquilla armonia. Frequenta i corsi della scuola di danza di Praga e studia filosofia. Poi improvvisamente lo scenario cambia, gli ebrei diventano dei diversi, vengono allontanati dai locali pubblici, privati del loro lavoro, dei loro averi, dei loro diritti, spaventati da voci incredibili: deportazione per dove? per quanto tempo?

Axel Heyst's Review

Axel HeystAxel Heyst wrote a review
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Helen è una ragazza ceca, appartenente alla minoranza tedesca dei Sudeti, è ebrea di buona famiglia, vive a Praga con la madre e sta studiando per diventare ballerina professionista. A seguito degli accordi di Monaco, nel marzo del '39 l'intera Boemia e Moravia sono annesse al Reich e per gli ebrei comincia il graduale processo di perdita dei diritti civili. Chi può e se la sente, emigra all'estero, ma non è una scelta così semplice: non è da tutti abbandonare i propri genitori e parenti più anziani e l'accoglienza nei paesi stranieri, dalle notizie che arrivano, spesso non è per nulla cordiale. Helen, che nel frattempo si è sposata, sceglie di restare, mentre il cerchio si stringe sempre più attorno a loro: cominciano infatti le deportazioni, a Terezin (Theresienstadt,il cosiddetto "ghetto modello") o verso misteriose destinazioni ad est da cui non giungono notizie.

Nel '42 è il momento di Helen e Paul, deportati entrambi a Terezin, dove trascorrono quasi due anni in condizioni dure ma ancora accettabili; Helen riesce addirittura a partecipare a spettacoli di danza. Da lì, tuttavia, ogni settimana partono convogli verso est e nel '44, dopo che lei è sopravvissuta fortunosamente ad una peritonite, sono mandati ad Auschwitz. Quello che probabilmente li salva dall'uccisione immediata nelle camere a gas è il fatto che sono entrambi giovani e nel campo c'è bisogno di forza lavoro, soprattutto dopo lo sbarco alleato in Normandia. Un destino diverso attende invece la madre, finita a Sobibor…

Ad Auschwitz i due coniugi vengono separati: Helen supera due selezioni mediche e viene inviata nel campo di Stutthof, vicino a Danzica, dove rimarrà, in condizioni terribili fino a gennaio '45, quando il campo sarà evacuato e insieme alle compagne avviata per una delle famigerate marce della morte, che si protrarranno fino ai primi di marzo, quando viene finalmente soccorsa dai soldati dell'Armata Rossa. Riprendersi dalle privazioni e dalle malattie richiede molto tempo, prima in un centro per ex deportati in Polonia poi - dopo un lungo ed estenuante viaggio fino a casa - in Cecoslovacchia, dove scopre cosa è successo alla madre e che Paul è morto. Da lì, nel '47, risposatasi con un precedente fidanzato emigrato in Inghilterra, parte alla volta di Belfast, dove si rifarà una vita.

Come dicevo all'esordio, il pregio di queste memorie, scritte quasi cinquant'anni dopo,  è la sobrietà, l'autrice narra con semplicità la sua discesa agli inferi e le persone che incontra. Alcune immagini sono davvero evocative, come ad es. la grande massa delle persone avviate alla deportazione da Praga e raccolte nell'atrio del Palazzo del Congresso (cap. 7). Un altro passaggio terribile, per quello che non dice, è quando - nel viaggio di ritorno verso Praga - incontra un ex deportato polacco e gli chiede di Sobibor, dove era stata mandata la madre: "Si è preso la testa tra le mani e ho visto che la scuoteva 'non chiedere di Sobibor, - ha detto - Non pronunciarne neppure il nome'. Così ho saputo".

Notevole il fatto che si soffermi sui "tedeschi buoni" (definizione mia), ossia su alcune guardie dei lager e soldati che, con piccoli gesti di umanità alleviarono le sofferenze dei deportati e forse contribuirono a salvar loro la vita, come ad es. Traute, la spaurita SS finita a fare la sorvegliante nel lager femminile.

Segnalo a margine il frivolo e impreciso sottotitolo aggiunto dall'edizione italiana (ho controllato!): "Sopravvivere a passo di danza. Diario di una ballerina ebrea (i corsivi sono miei).
Axel HeystAxel Heyst wrote a review
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Helen è una ragazza ceca, appartenente alla minoranza tedesca dei Sudeti, è ebrea di buona famiglia, vive a Praga con la madre e sta studiando per diventare ballerina professionista. A seguito degli accordi di Monaco, nel marzo del '39 l'intera Boemia e Moravia sono annesse al Reich e per gli ebrei comincia il graduale processo di perdita dei diritti civili. Chi può e se la sente, emigra all'estero, ma non è una scelta così semplice: non è da tutti abbandonare i propri genitori e parenti più anziani e l'accoglienza nei paesi stranieri, dalle notizie che arrivano, spesso non è per nulla cordiale. Helen, che nel frattempo si è sposata, sceglie di restare, mentre il cerchio si stringe sempre più attorno a loro: cominciano infatti le deportazioni, a Terezin (Theresienstadt,il cosiddetto "ghetto modello") o verso misteriose destinazioni ad est da cui non giungono notizie.

Nel '42 è il momento di Helen e Paul, deportati entrambi a Terezin, dove trascorrono quasi due anni in condizioni dure ma ancora accettabili; Helen riesce addirittura a partecipare a spettacoli di danza. Da lì, tuttavia, ogni settimana partono convogli verso est e nel '44, dopo che lei è sopravvissuta fortunosamente ad una peritonite, sono mandati ad Auschwitz. Quello che probabilmente li salva dall'uccisione immediata nelle camere a gas è il fatto che sono entrambi giovani e nel campo c'è bisogno di forza lavoro, soprattutto dopo lo sbarco alleato in Normandia. Un destino diverso attende invece la madre, finita a Sobibor…

Ad Auschwitz i due coniugi vengono separati: Helen supera due selezioni mediche e viene inviata nel campo di Stutthof, vicino a Danzica, dove rimarrà, in condizioni terribili fino a gennaio '45, quando il campo sarà evacuato e insieme alle compagne avviata per una delle famigerate marce della morte, che si protrarranno fino ai primi di marzo, quando viene finalmente soccorsa dai soldati dell'Armata Rossa. Riprendersi dalle privazioni e dalle malattie richiede molto tempo, prima in un centro per ex deportati in Polonia poi - dopo un lungo ed estenuante viaggio fino a casa - in Cecoslovacchia, dove scopre cosa è successo alla madre e che Paul è morto. Da lì, nel '47, risposatasi con un precedente fidanzato emigrato in Inghilterra, parte alla volta di Belfast, dove si rifarà una vita.

Come dicevo all'esordio, il pregio di queste memorie, scritte quasi cinquant'anni dopo,  è la sobrietà, l'autrice narra con semplicità la sua discesa agli inferi e le persone che incontra. Alcune immagini sono davvero evocative, come ad es. la grande massa delle persone avviate alla deportazione da Praga e raccolte nell'atrio del Palazzo del Congresso (cap. 7). Un altro passaggio terribile, per quello che non dice, è quando - nel viaggio di ritorno verso Praga - incontra un ex deportato polacco e gli chiede di Sobibor, dove era stata mandata la madre: "Si è preso la testa tra le mani e ho visto che la scuoteva 'non chiedere di Sobibor, - ha detto - Non pronunciarne neppure il nome'. Così ho saputo".

Notevole il fatto che si soffermi sui "tedeschi buoni" (definizione mia), ossia su alcune guardie dei lager e soldati che, con piccoli gesti di umanità alleviarono le sofferenze dei deportati e forse contribuirono a salvar loro la vita, come ad es. Traute, la spaurita SS finita a fare la sorvegliante nel lager femminile.

Segnalo a margine il frivolo e impreciso sottotitolo aggiunto dall'edizione italiana (ho controllato!): "Sopravvivere a passo di danza. Diario di una ballerina ebrea (i corsivi sono miei).