L'Adalgisa
by Carlo Emilio Gadda
(*)(*)(*)(*)(*)(429)
La Milano d'inizio secolo, la borghesia grande e piccola e i ceti popolari si annidano nell'Adalgisa in un affresco di irresistibile comicità. Uno spirito corrosivo in grado di cogliere e colpire le ipocrisie, le fisime e le borie di una società in crisi, l'incastro di generazioni e classi sociali, i personaggi ritratti con affetto e perfidia, il gusto del ricordo e della reminescenza personale e famigliare, le straordinarie capacità mimetiche della lingua gaddiana (che esplodono anche nelle note di impianto saggistico): sono queste le qualità che fanno dei "disegni milanesi" raccolti nell'Adalgisa uno dei capolavori della letteratura italiana del Novecento.

All Reviews

56 + 4 in other languages
beppebeppe wrote a review
(*)(*)(*)(*)(*)
oh Milano...
Letto nel marzo 2020, in omaggio ad una città che ho sempre ammirato, anche se sono torinese , in un momento per Milano e per tutti noi difficilissimo, Marzo 2020 . Un grande scrittore, un finissimo osservatore spietato e ironico. Chi sono io per scrivere una "review" di un libro di Gadda! Bisogna solo leggerlo. Bisogna.
Umberto StradellaUmberto Stradella wrote a review
(*)(*)(*)(*)(*)
Gadda, grandissimo
Considero Gadda il più grande scrittore italiano della modernità, e mi rendo conto che, associando questo autore a grandissimi come Dante e Leopardi, molti potrebbero trovare esagerato o arbitrario questo giudizio. Me lo spiego soltanto per il notevole peso che attribuisco, nella mia concezione della letteratura, alla capacità inventiva della lingua. E in questo credo che Gadda sia maestro insuperabile. La rilettura de L'Adalgisa, nell'edizione 1944, ripresa da Adelphi e accompagnata da una documentazione filologica straordinaria, non smentisce, ed anzi rafforza, il mio pregiudizio gaddiano.. Oggi L'Adalgisa sarebbe considerato un romanzo e non una raccolta di racconti. Non solo per l'unità tematica della maggior parte dei testi ("Disegni Milanesi"), ma anche perché gli stessi personaggi compaiono in più "capitoli" diversi. Si tratta di ciò che Gadda conservò di un progetto di romanzo (Il fulmine sul 222) che non sarebbe mai stato partorito. Sono rappresentati frammenti vivissimi, straordinari della Milano degli anni '30, una sorta di elegia della borghesia e della piccola nobiltà (qualcuno ha parlato di "Proust eroicomico"..), in cui il testo, accompagnato dalla straordinarie note dell'autore (non solo David Foster Wallace..), declina, in chiave grottesca, ma senza trascurarne i valori positivi, la vita sociale degli Ingegneri, dei Ragionieri, delle Signorine, degli emarginati..Tanto Porta, un po' di Parini, moltissimo Gadda.. Mirabili le digressioni, la cui barocca sproporzione rispetto al nucleo centrale della narrazione, non disturba mai.. La lingua ovviamente è magnifica.
alicealice wrote a review
"I vecchi castani presero a stormire nel leggiero vento; le fronde, i ricci, s'impregnavano di luce, la disgregavano in un pulviscolo d'oro: è questa una singolare facoltà dei castani. Circonfusa di luce sotto alle forre del Cauro, la chiesetta del Miracolo pareva presagire uno straordinario evento: forse, da diàfane altitudini, un volo di angeli"
Il primo racconto è un bozzetto dall'atmosfera incantevole, perfetto nel tono e nella composizione; elegia piena di una malinconia gentile, dolcissima, che strazia e consola ad un tempo, si libra rasentando toni patetici senza mai però rimanervi impelagato. I restanti (9) racconti sono poco più che pettegolezzi, chiacchiere (accompagnati da una bella sfilza di cognomi) che l'ingegnere-scrittore, insaccato nei divani dei salotti meneghini di metà Novecento, mimetizzato con la tappezzeria, arrampicato sui fili del telefono, origlia e poi riporta, cogliendo l'occasione, nel farlo, di togliersi qualche sassolino dalla scarpa, oppure omaggi di cuore a certe speciali figure della sua tarda infanzia, prima giovinezza (su tutte l'Adalgisa del titolo). A fare di questi racconti letteratura è la lingua, che è quella sempre speciale di Gadda, un pasticcio (c'è la contaminazione e c'è l'invenzione) stupefacente, pirotecnico, impastato, cristallino di suoni. Ad allontanare la noia, che pure, di quando in quando, fa capolino da queste pagine, è invece l'ironia ficcante, quasi feroce, della penna dell'autore. Le note formano un romanzo a sé.
Maurizio A. R.Maurizio A. R. wrote a review
(*)(*)(*)(*)( )
Gadda e' quel che e', e quel che non sara', nel senso che e' stato sostanzialmente rimosso dalla letteratura italiana. Difficile, oggi quasi impossibile, tra vent'anni completamente inaccessibile. Punto. Ma finche' ce la facciamo a leggerlo, godiamocelo. Giova, soprattutto, immaginare l'Ingegnere che cancella e riscrive una frase, una parola, cambia un nome, un cognome, poi tutti e due e infine gli accenti alla frase. Non da' requie a editori e correttori: rumina piu' e piu' volte lettera e contenuto, e non sara' mai contento. D'altronde, il suo movente principale e' l'insoddisfazione, la incapacita' di chiudere i conti con tutto quel che attraversa la sua vita: dalla mamma (i ricordi familiari sono il sale dell'Adalgisa, forse piu' che della Cognizione} al fascismo, ai compagni di viaggio e di casa editrice. Uno come Gadda non nascera' piu' .
ScigheraScighera wrote a review
(*)(*)(*)(*)(*)
da rileggere ogni tot anni
da rileggere ogni tot anni
Max BSKMax BSK wrote a review
(*)(*)(*)(*)( )
Una lettura bifronte, entusiasmante per certi versi, difficoltosa per altri. In ogni caso rimane la sensazione di una grande lettura, appesantita da un linguaggio dialettale e da situazioni ormai a noi lontane, che le note non riescono completamente a rendere scorrevole. Prima e sopratutto ultima parte che fanno perdonare l'involuzione centrale, che mi ha un po' annoiato.
MaricaMarica wrote a review
(*)(*)(*)(*)(*)
El m’a guardàa i brilànt’....
Gadda ritrae la società milanese del 1931 con una piccola raccolta di racconti, che toccano i vertici del divertimento possibile: sono racconti benevoli, ironici, scritti in una prosa magica e scintillante come la bacchetta magica dell'apprendista stregone (Fantasia, Walt Disney, starring Topolino). I personaggi appartengono a tutte le classi sociali, dai domestici alla nobiltà, ma il massimo spazio è dato alle famiglie della buona borghesia illuminata (ingegneri alla Edison, come minimo; professionisti di buon nome; industriali). Irresistibile la matriarca Giulia de' Marpioni e le care piccole puledre che scorrazzano per l'appartamento: Lola, Maria Filiberta e la treenne Maria Giuseppa o Majà Uèppa o Mapeppa o Poppa o Peppa o Mappa o Pipippa, la beniamina della famiglia, sbaciucchiata da almeno 8 ottuagenarie, 20 zie e 40 cugine, tutte rigorosamente milanese speaking. La matriarca è molto sicura di sé, come si conviene alle matriarche e sparge il terrore nei negozi facendo ingresso in ora di pausa pranzo: dati i metri e metri di seta necessari ad avvolgerla, non si può ignorarla. Leggendo si ha l'evidenza di quanto è piccolo il mondo: al parco, a teatro e per le vie, pare che tutti si conoscano, che tutta Milano sia popolata da 10 cognomi e i loro parenti (forse, nel 1931). Gadda si diletta in particolare a ironizzare sull'universo femminile, che è più pittoresco e inoltre comprensibilmente gli piace di più. Nel raccontare l'Adalgisa si sente palpitare il cuore e l'ormone del giovane ingegnere che fu: anche se lo sospetto di amare le Adalgise, popolane prosperose e non prive di buone maniere, ma sposare le donne Else, eleganti , eteree e socialmente irreprensibili. Ritorno a celebrare lo stile impagabilmente brillante di Gadda, fra un italiano piegato all'estro del momento, milanese, slang geologico/ingegneristico, senza respingere qualche integrale e formula di calcolo combinatorio (però in nota). In effetti le note prima di Wallace le ha valorizzate Gadda e sono divertentissime. I racconti sono seguiti da una quantità quasi equivalente di studio storico/filologico dei testi che sono confluiti nella raccolta L'Adalgisa; nel complesso noioso. Però sono molto belli i pezzi sull'edificio del Politecnico e sulla Marianna, l'ennesima donna, questa è sfortunata, alla quale Gadda concede la sua attenzione e la sua pietas.
CatcarloCatcarlo wrote a review
(*)(*)(*)(*)( )
Riordinando le macerie di un lavoro mai finito negli anni Trenta e intitolato ‘Un fulmine sul 220’, Gadda tratteggia un’immagine, ora affettuosa ora - molto più spesso – ironica, della sua città e, soprattutto, di coloro che ci vivono prima di rivolgersi ad altri lidi – non a caso la pubblicazione avviene a Firenze dove lo scrittore si è trasferito. La milanesità e l’ingegneria sono le caratteristiche distintive di queste pagine in cui la capitale lombarda è ricordata con un velo di rimpianto se si tratta dell’inizio Novecento (periodo legato all’infanzia dell’autore), ma con un umorismo che si fa a volte davvero feroce laddove si parla dei lustri successivi al primo conflitto mondiale. La critica che si appunta sulle mediocri abitudini della borghesia produttiva fa parere meno avulsi dalla raccolta i due episodi tratti da ‘La cognizione del dolore’: basti pensare a Gonzalo respinto dai concittadini perché in qualche modo ‘diverso’ in ‘Strane dicerie’ (di cui va segnalata almeno la spettacolare divagazioni su fulmini e parafulmini) e poi, davanti a un misero piatto di minestra, invidioso di una popolazione locale che brilla per le ricchezze e le volgarità elencate con cura in ‘Navi approdano al Parapagàl’. L’apertura di ‘Notte di luna’ non appartiene al ‘Fulmine’ e ha la funzione di preludio: un avvio lento, a cui contribuiscono complesse scelte sintattiche e di vocabolario, si allarga morbidamente in una sorta di elaborato piano-sequenza che dagli elementi di paesaggio (naturali e non) va a stringere su di una varia umanità che, nella sera, torna dal lavoro. I leggeri tocchi umoristici si trasformano in ben altro dal racconto successivo, col quale si comincia a penetrare nelle case della borghesia dei danée: i Cavenaghi de ‘Quando il Girolamo ha smesso...’ affrontano il trasloco e, in contemporanea, il fallimento della ditta che lucidava i parquets di casa (per mano di un Jordan Belfort dell’epoca) oltre alla gravidanza della cameriera; tra simili problemi con la servitù, i De’ Marpioni vanno a caccia dell’erede maschio dopo quattro femmine mentre donna Giulia fa impazzire i commessi dei bei negozi del centro (‘Quattro figlie ebbe e ciascuna regina’); ‘I ritagli di tempo’ dei Caviggioni trascorrono nella lettura del "Guerin Meschino", lo studio del tedesco e la frequentazione della Biblioteca Linguistica, ma il loro atteggiamento trasuda la più assoluta superficialità. Il tutto raccontato nel consueto procedere erratico con lunghissime parentesi che portano il narratore lontanissimo costringendolo a un precipitoso ritorno alla comunque ondivaga linea narrativa: la lingua resta complessa, intessuta dalla vasta cultura gaddiana, ma sempre vivace grazie anche alle numerosissime commistioni vernacolari che regalano un ritmo peculiare. Questo vale sia nell’altro episodio non proveniente dal romanzo originale (in ‘Claudio disimpara a vivere’ il giovanotto del titolo mette a rischio un buon matrimonio per troppa sincerità in campo ingegneristico) sia nel crescendo che si va configurando nei tre racconti conclusivi. ‘Un «concerto» di centoventi professori’ racconta il rito del concerto domenicale al quale tutti partecipano perché è bene apparire benché la musica non interessi a nessuno. Accompagnata dal nipote, ma quasi coetaneo, è qui filo conduttore Elsa Caviggioni, che doveva essere protagonista del testo primigenio prima di esserne spodestata dalla cognata Adalgisa, come si può ben vedere dai brani che seguono. ‘Al Parco, in una sera di maggio’ ha un tono più elegiaco, introducendo il ritratto, nella figura di donna Eleonora, della decaduta e rancorosa nobiltà meneghina, ma già lì, provando a rincuorare Elsa, inizia a scaldare i motori l’Adalgisa, poi formidabile motore del lungo pezzo che da lei prende il nome. La prorompente vitalità (e fisicità) di questa figlia del popolo bottegaio che è riuscita a salire la scala sociale per mezzo delle nozze con il ‘povero Carlo’ si esprime in una veemente narrazione che va dalle esibizioni come cantante lirica nei teatri di terz’ordine all’irritazione che le dimostrano le donne della tribù in cui è entrata sposandosi: un’alluvione di ricordi che consentono a Gadda di sbrigliare al meglio la penna, raffinando ancor di più le caratteristiche della sua scrittura che ne conferma lo status di grande della letteratura italiana. Si ride spesso, anche se in modo amaro, e ci si fa trascinare volentieri da una specie di sarabanda che dà pochi punti di riferimento, ma pure un estremo piacere di lettura a chi abbia appena la voglia di impegnarsi a districare i significati e le sensazioni che si intrecciano sulla pagina. A tal proposito, intervengono le numerose note che l’autore ha inserito al termine di ogni racconto, in gran parte a spiegazione dei termini dialettali, ma spesso anche come occasione di ulteriori, argute osservazioni e uscite dal seminato.
DicerosDiceros wrote a review
Bisogna che sia sincero. Il libro è difficile ed a tratti, per me quasi illeggibile (quasi). La seconda parte quella che si richiama al titolo "L'Adalgisa" ha una trama, fa emergere le piccolezze di una borghesia milanese ansiosa di crescita sociale ma travolta da tic e luoghi comuni tali da tenerla sempre in seconda fila. È nella sua complessità (soprattutto di linguaggio) un'opera che si legge e si capisce. La prima parte, invece, è davvero difficile da digerire. O forse per farlo ci vuole una dedizione intellettuale, storica, linguistica, di costume degna della ricerca scientifica. Io non so farlo. Però so apprezzare l'ironia del borghese che ride e azzanna i componenti della sua classe. Ne sbeffeggia le manie, le paure le ansie. Trasversale a quasi tutti i racconti il peso della scienza, ingegneri,, geometri, professori sono protagonisti o comunque occupano un universo che ambisce ad avere un posto nella società industriale e tecnologica.
Daniele GentiliDaniele Gentili wrote a review
(*)(*)(*)( )( )
Gadda riesce spesso a sfruttare le armi del comico con una padronanza suprema. La sua complessità linguistica non mi sembra mai fine a sé stessa, è il fulcro della sua filosofia cardine, deformare per conoscere, ma è anche sempre chiaramente animata da un’intenzione narrativa. Non a caso Manzoni era il suo autentico e riconosciuto modello. Alcuni di questi disegni milanesi saranno trasportati quasi senza variazioni nella “Cognizione del dolore”. Nonostante non sia il suo libro migliore, credo che almeno una lettura valga la pena, soprattutto per l’esilarante abilità con cui dipinge i rapporti fra la borghesia milanese e le classi popolari.