Davide Giandonato's Quotes

Davide GiandonatoDavide Giandonato added a quotation
Tutta la sua persona esalava il fascino di una freschezza quasi rugiadosa.

Una risata maligna del compagno Ossipon troncò di netto la concione e la lingua di colpo esitò, e gli occhi leggermente esaltati dell’apostolo presero a vagare, stralunati. Li richiuse lentamente per un istante, quasi per radunare i suoi pensieri in fuga. Si fece silenzio; ma un po’ per via dei due becchi a gas al di sopra del tavolo e un po’ per il caminetto acceso, il salottino sul retro del negozio di Mr Verloc si era fatto atrocemente caldo. Verloc, alzandosi dal divano pesantemente, con riluttanza, aprì la porta che dava in cucina per far entrare un po’ d’aria e rivelò così l’innocente Stevie, seduto buono e tranquillo al tavolo della cucina a disegnare cerchi, cerchi, cerchi; innumerevoli cerchi, concentrici, eccentrici, un vorticoso irradiarsi di cerchi che, per la loro confusa moltitudine di infinite curve, uniformità e confusione di linee intersecanti, suggerivano una rappresentazione del caos cosmico, il simbolismo di un’arte folle che tenta l’inconcepibile. L’artista non voltò mai la testa; e l’impegno assunto che metteva in quel lavoro gli faceva tremare la schiena, e il suo collo esile, affossato in una cavità profonda alla base del cranio, sembrava sul punto di spezzarsi.

Tale era la sua foga che il pomo del bastone gli sbatteva contro le gambe, mentre il tronco, drappeggiato dai lembi della mantellina, conservava il suo storico atteggiamento di sfida. Sembrava annusare l’aria mefitica della crudeltà sociale, allungare l’orecchio per udire i suoi suoni atroci. C’era, nel suo atteggiarsi, una straordinaria forza evocativa. Il veterano delle guerre dinamitarde, ormai quasi moribondo, era stato tutta la vita un grande attore: attore sui palchi, in assemblee segrete, in incontri privati. Il famoso terrorista mai, in vita sua, aveva alzato di persona anche un solo dito contro l’edificio sociale. Non era un uomo d’azione; non era nemmeno un oratore dall’eloquenza torrenziale che trascinasse le folle nel travolgente rumoreggiare e ribollirei un grande entusiasmo. Con intento ben più sottile, aveva assunto il ruolo di insolente e velenoso evocatore di quegli impulsi sinistri annidati nell’invidia cieca e nella vanità esasperata dell’ignoranza, nella sofferenza e nello squallore della povertà, in tutte le nobili illusioni piene di speranze della sacrosanta rabbia, pietà e rivolta. L’ombra del suo talento maligno lo impregnava come l’odore di una pozione mortale in una vecchia fiala di veleno ormai vuota, inutile, pronta a essere abbandonata sul cumulo di immondizie delle cose che hanno fatto il loro tempo.

«Non capisci», cominciò sprezzante, ma si fermò subito, intimidito dalle orbite tenebrose degli occhi cavernosi in quel viso che si girò lentamente verso di lui con uno sguardo cieco, quasi fosse guidato dal suono. Rinunciò alla discussione con una scrollatina delle spalle.

I grandi occhiali tondi, che conferivano a quella faccia giallognola un’espressione fissa e tracotante, scrutarono Ossipon come globi insonni che non si chiudono mai ma mandano raggi di fuoco freddo.

I suoi pensieri sembravano fermarsi in equilibrio su una parola prima di passare alla successiva, quasi che le parole fossero delle rocce su cui il suo intelletto dovesse poggiare delle poggiare per attraverso le acque dell’errore.

Nella sua mente l’incidente rimaneva un po’ oscuro. Ma il suo intelletto, pur avendo perduto la sua originale vivacità, intorpidito com’era da anni di esposizione sedentaria alle intemperie, non mancava di indipendenza o buonsenso.

Un urlo proveniente dalle profondità più interne del suo petto si spense non udito, trasformato in una specie di sapore sulle sue labbra, untuoso e nauseabondo.
Davide GiandonatoDavide Giandonato added a quotation
Tutta la sua persona esalava il fascino di una freschezza quasi rugiadosa.

Una risata maligna del compagno Ossipon troncò di netto la concione e la lingua di colpo esitò, e gli occhi leggermente esaltati dell’apostolo presero a vagare, stralunati. Li richiuse lentamente per un istante, quasi per radunare i suoi pensieri in fuga. Si fece silenzio; ma un po’ per via dei due becchi a gas al di sopra del tavolo e un po’ per il caminetto acceso, il salottino sul retro del negozio di Mr Verloc si era fatto atrocemente caldo. Verloc, alzandosi dal divano pesantemente, con riluttanza, aprì la porta che dava in cucina per far entrare un po’ d’aria e rivelò così l’innocente Stevie, seduto buono e tranquillo al tavolo della cucina a disegnare cerchi, cerchi, cerchi; innumerevoli cerchi, concentrici, eccentrici, un vorticoso irradiarsi di cerchi che, per la loro confusa moltitudine di infinite curve, uniformità e confusione di linee intersecanti, suggerivano una rappresentazione del caos cosmico, il simbolismo di un’arte folle che tenta l’inconcepibile. L’artista non voltò mai la testa; e l’impegno assunto che metteva in quel lavoro gli faceva tremare la schiena, e il suo collo esile, affossato in una cavità profonda alla base del cranio, sembrava sul punto di spezzarsi.

Tale era la sua foga che il pomo del bastone gli sbatteva contro le gambe, mentre il tronco, drappeggiato dai lembi della mantellina, conservava il suo storico atteggiamento di sfida. Sembrava annusare l’aria mefitica della crudeltà sociale, allungare l’orecchio per udire i suoi suoni atroci. C’era, nel suo atteggiarsi, una straordinaria forza evocativa. Il veterano delle guerre dinamitarde, ormai quasi moribondo, era stato tutta la vita un grande attore: attore sui palchi, in assemblee segrete, in incontri privati. Il famoso terrorista mai, in vita sua, aveva alzato di persona anche un solo dito contro l’edificio sociale. Non era un uomo d’azione; non era nemmeno un oratore dall’eloquenza torrenziale che trascinasse le folle nel travolgente rumoreggiare e ribollirei un grande entusiasmo. Con intento ben più sottile, aveva assunto il ruolo di insolente e velenoso evocatore di quegli impulsi sinistri annidati nell’invidia cieca e nella vanità esasperata dell’ignoranza, nella sofferenza e nello squallore della povertà, in tutte le nobili illusioni piene di speranze della sacrosanta rabbia, pietà e rivolta. L’ombra del suo talento maligno lo impregnava come l’odore di una pozione mortale in una vecchia fiala di veleno ormai vuota, inutile, pronta a essere abbandonata sul cumulo di immondizie delle cose che hanno fatto il loro tempo.

«Non capisci», cominciò sprezzante, ma si fermò subito, intimidito dalle orbite tenebrose degli occhi cavernosi in quel viso che si girò lentamente verso di lui con uno sguardo cieco, quasi fosse guidato dal suono. Rinunciò alla discussione con una scrollatina delle spalle.

I grandi occhiali tondi, che conferivano a quella faccia giallognola un’espressione fissa e tracotante, scrutarono Ossipon come globi insonni che non si chiudono mai ma mandano raggi di fuoco freddo.

I suoi pensieri sembravano fermarsi in equilibrio su una parola prima di passare alla successiva, quasi che le parole fossero delle rocce su cui il suo intelletto dovesse poggiare delle poggiare per attraverso le acque dell’errore.

Nella sua mente l’incidente rimaneva un po’ oscuro. Ma il suo intelletto, pur avendo perduto la sua originale vivacità, intorpidito com’era da anni di esposizione sedentaria alle intemperie, non mancava di indipendenza o buonsenso.

Un urlo proveniente dalle profondità più interne del suo petto si spense non udito, trasformato in una specie di sapore sulle sue labbra, untuoso e nauseabondo.
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