L'inverno del nostro scontento
by John Steinbeck
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Ambientato a Long Island, "L'inverno del nostro scontento" è l'ultimo romanzo di Steinbeck e fu pubblicato l'anno prima del conseguimento del premio Nobel (1962). Protagonista è Ethan Hawley, discendente di una antica famiglia di balenieri, ridottosi a fare il commesso in un negozio che un tempo era di sua proprietà. Uomo onesto e responsabile, Hawley si sente in colpa verso la famiglia e, per ottenere tutto quello che la nuova società del benessere può consentire, ordisce una serie di imbrogli e tradimenti che gli fruttano la ricchezza, ma lo portano a una desolante crisi di coscienza e a un passo dal togliersi la vita.

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Carlo MascellaniCarlo Mascellani wrote a review
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Rilettura: fino a che punto un uomo è disposto a rinnegare i principi in cui ritiene di aver sempre creduto per assecondare la mentalità imperante e perseguire l'ideale di ricchezza e successo che tutto e tutti, attorno a lui, seguitano a ribadirgli come unica maniera corretta di vivere la vita? Fino a che punto un uomo è disposto a fare i conti con il proprio passato e scegliere di rimanere se stesso? La risposta che Steinbeck sembra fornire in questo libro lascia un pizzico di amarezza, ma anche il sospetto che, in realtà, il protagonista, con le sue scelte, altro non abbia fatto se non scoprire davvero chi è sempre stato sin dall'inizio.
MorenoMoreno wrote a review
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Purtroppo questa edizione di Bompiani è funestata da moltissimi errori di stampa che interrompono la continuità della lettura togliendole la dovuta concentrazione. Un vero peccato!
Tulip67Tulip67 wrote a review
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L'inverno del nostro scontento
Ethan Hawley è l'ultimo discendente di un'antica famiglia che si arricchì grazie alla caccia alla balena. Nel tempo i loro commerci diminuirono e Ethan tenta una nuova strada aprendo un'attività che però non ha successo. Costretto a venderla finisce per fare il commesso per il nuovo proprietario. Nonostante la sua vita modesta sia giudicata mediocre dagli altri, Ethan è un uomo che si accontenta di ciò che ha e questo gli consente di essere sereno. Però le insoddisfazioni e le esigenze dei suoi figli e di sua moglie finiranno per fargli mettere da parte i suoi valori per cogliere le occasioni, non proprio limpide, che gli si parano davanti. Il prezzo da pagare per raggiungere i suoi obiettivi sarà molto alto: non riuscirà a riconoscersi nell'uomo senza scrupoli nel quale si è trasformato e dovrà fare i conti con se stesso. E' un romanzo di un'estrema modernità nel quale Steinbeck descrive molto bene la caduta morale di un un individuo quando decide di venire a patti con la propria coscienza mettendo da parte l'onestà che lo contraddistingue. Un linguaggio crudo e preciso per narrare il "così fan tutti" per cui si trovano sempre giustificazioni morali alle azioni che si compiono grazie ad una coscienza "elastica" capace di mettere da parte scrupoli e remore. Ciò che accade ad Ethan succede tuttora quotidianamente, perché, oggi come ieri, è difficile resistere al richiamo del successo facile: "l'inverno del nostro scontento" è sempre in agguato.
maomao wrote a review
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The Winter of Our Discontent
Il titolo è sicuramente uno dei più celebri dell'opera di John Steinbeck (1902-1968). Per quanto "The Winter of Our Discontent" (1961) sia "L'inverno del nostro scontento" del primo verso del dramma shakesperiano "The Life and Death of King Richard III" (1591-1592) nel mio immaginario, come in quello di molti appassionati di letteratura, la testa va subito a questo romanzo classico della letteratura americana del secolo scorso e reso celebre in italiano da una traduzione del grande Luciano Bianciardi. Dico subito che non è il mio romanzo preferito tra i tanti di Steinbeck (questo poi è effettivamente l'ultima sua opera completa ad essere stata pubblicata, perché "The Acts of King Arthur and His Noble Knights" e la sceneggiatura di "Viva Zapata!" di Elia Kazan, 1952, sono stati pubblicati postumi e comunque in maniera incompleta) e che in qualche maniera differisce nei contenuti da altre sue opere massime. Ispirato da una parte proprio al fascino di Steinbeck nei confronti del cosiddetto "ciclo arthuriano" che svilupperà poi appunto in parte in "The Acts...", dall'altro il romanzo guarda agli USA contemporanei, c'è una forte delusione nei confronti di quello che succede attorno, c'è una critica morale che non c'è nelle altre opere e che è trasmessa attraverso una profonda amarezza intrisa anche di un certo misticismo, che sembrerebbe accompagnare il protagonista Ethan Hawley nel baratro di una corruzione che gli appare come l'unica maniera per ribaltare un destino che gli ha voltato le spalle e riabilitarsi secondo i parametri dell'epoca, che appaiono dettati dalla figura della moglie, dalle convenzioni, dalle velleità dei figli (significativa la vicenda del figlio appassionato di quiz televisivi, che partecipa a una gara letteraria in cui deve scrivere un tema dedicato ai contenuti della storia americana e che gli garantirebbe visibilità e apparizioni in tv, sono gli anni delle vicende legate allo scandalo Van Doren - guardatevi "Quiz Show" di Robert Redford, 1994) e da un passato che è quello della sua famiglia, che si ricostruisce essere una delle famiglie "fondatrici" degli Stati Uniti d'America, una specie di blasone che però lui, come già suo nonno (baleniere finito in disgrazia dopo che la sua nave è affondata) non ha saputo mantenere. Dopo una serie di scelte sbagliate, si ritrova a fare il commesso in quello che prima era il suo negozio di alimentari. Il suo capo è un "wop", un immigrato siciliano, un anziano di nome Alfio Marullo. Uno dei personaggi che ruotano attorno alla sua esistenza, oltre la moglie, la "poco di buono" e affascinante Margie Young-Hunt, il banchiere Baker, il suo vecchio amico d'infanzia Danny Taylor, con cui ha condiviso tutto nella vita e finito nel tunnel dell'alcolismo. Sono tutte figure negative, tra queste almeno inizialmente l'unico "retto" sembrerebbe proprio Ethan. Ha commesso degli errori, che gli hanno fatto perdere posti nella gerarchia della comunità in cui vive, ma è apprezzato da tutti e continua a essere un punto di riferimento. A un certo punto scatterà qualcosa nella sua testa, muovendosi secondo una strategia che gli appare da subito chiara davanti agli occhi e di cui ricostruiremo il filo per l'intero solo alla fine, e in una maniera che a un certo punto gli appare inevitabile, persino giustificata, andando a colpire nelle debolezze altrui. Come sempre per i romanzi di Steinbeck ci sarebbero tantissime cose da dire. In Italia fu presentato a suo tempo con il sottotitolo "L'amara scalata al potere dell'uomo medio americano". Forse oggi questo tema e questo tipo di miserie sono state sviscerate in maniera massiva dalla letteratura, dal mondo del cinema, ma la maniera in cui lo fa Steinbeck è differente, guarda alla miseria dell'individuo, ma anche alla sua solitudine, non ne giustifica le azioni, ma non emette sentenze di carattere morale che hanno un carattere "giudiziale". C'è un'amarezza che è tristezza più che critica spietata e cinica. Eppure non tutto sembra essere finito.
Flavio FirmoFlavio Firmo wrote a review
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Se si vuole affrontare un grande scrittore come Steinbeck è inevitabile arrivare a questo romanzo. Lontano dalla cavalcata di furore e dall'allegra follia di vicolo cannery. L'inverno del nostro scontento è la storia dell'uomo onesto che viene deriso proprio per la sua onestà. Quanto è dura la bontà nel mondo moderno! Il protagonista tenterà di affrancarsi dalla propria condizione, non di miseria, solo per accontentare i desideri di chi lo circonda. Una grande opera, più intimista del solito e meno sfavillante, ma è sempre Steinbeck!
AngebetAngebet wrote a review
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Ingredienti: un commesso onesto ed allegro negli USA del 1960, il desiderio di cambiare un destino da povero e perdente per soddisfare moglie e figli, lo scontro interiore tra ambizione ed onestà, scontento e soddisfazione, una sequenza di eventi che ribalta condizioni e ideali. Consigliato: a chi vuole scoprire la faccia oscura dell’ “American Dream”, a chi conosce le trappole e i compromessi del successo.
CortoMalteseCortoMaltese wrote a review
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Lettura finita con un po’ di amaro in bocca. Da un lato (positivo) la tematica, estremamente attuale e descritta con grande lucidità da Steinbeck. Dall’altro (negativo) la lettura è stata faticosa e poco scorrevole. Ho letto un’edizione molto vecchia e forse ciò non ha aiutato ma, nell’insieme, siamo ben al di sotto di altri suoi romanzi!
AdrianaT.AdrianaT. wrote a review
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Now is the winter of our discontent made glorious summer...
Un commesso di bottega che dialoga con le merci, uno 'Stoner' qualunque che si arrabatta in un quotidiano piatto, defilato e passivo nei confronti dell'esistenza, ma dentro qualcosa comincia a muoversi, a slittare: «Tacchettò via, le natiche sode balzavano come gomma viva. Non l'avevo mai vista prima. Mi chiedo quanta gente ho guardato in vita mia senza mai vederla.» Rispetto al meraviglioso Furore è meno disperatamente coinvolgente e appassionante, ma più contemplativo, centrato e maturo; i dialoghi domestici (e con le merci) sono per lo più noiosi, ma il succo è un mix di ricordi, rimpianti e frustrazioni aspro e metallico, che sprigiona sentori di voglia e necessità di rivalsa, riscatto, nemesi, azione e tragressione; speranze appese a divinazioni. Agire, riaffermare sé, costi quel che costi: o la va o la spacca... ... And all the clouds that lour'd upon our house In the deep bosom of the ocean buried...
AnnalisaAnnalisa wrote a review
L' ho preso è lasciato, poi finito dopo aver letto recensioni anobiani . Mi é sembrato di stare in una parte dell'antologia di Spoon River e ne é valsa la pena
Joshua TreeJoshua Tree wrote a review
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E’ tanto più buio quando una luce si spegne
Ho terminato ormai da alcuni giorni la lettura de “l’inverno del nostro scontento”. Ho atteso che le parole di Steinbeck (e del protagonista Ethan Hawley) sedimentassero, maturassero. Questo romanzo mi appare come un cielo notturno, fittamente costellato di storie, sentimenti, ricordi e rapporti umani. Ed è come se ciascun personaggio fosse guidato nelle azioni e nelle intenzioni dalle proprie stelle. Ciascuno, in modo più o meno consapevole, è influenzato dai propri natali, da ciò che ha seminato nel corso della propria vita, dalle relazioni con le altre persone. Qualcuno insegue stelle più luminose mentre per qualcun altro rimangono soltanto tenebre e un pallido ricordo della luce di un tempo. La narrazione i dialoghi sono cesellati magistralmente per ricreare un quadro dettagliatissimo, una situazione precisa, una fitta rete di rapporti e relazioni. L’azione e gli eventi potrebbero apparire, per gran parte del libro, quasi marginali, accessori ma risultano invece assolutamente fondamentali nella creazione del grande quadro ideato da Steinbeck. La scrittura di Steinbeck in questo romanzo è una vera e propria analisi psicologica. Una discesa costante, lenta e precisa nelle profondità più nascoste, nel motore più intimo delle nostre azioni. Il tutto avviene con un tono lieve, come una carezza, ma che è al tempo stesso avvolgente ed inarrestabile come una brezza notturna. Da ciascuna parola, da ciascuna azione anche la più frivola, può emergere un significato profondo, dirompente come la marea dell’oceano che lambisce la piccola cittadina del New England in cui si svolgono i fatti. Steinbeck tratteggia il degrado, la crisi etica e morale di una società che travolge inesorabilmente anche un uomo comune, Ethan Hawley, che si accontenterebbe di vivere una quotidianità semplice, tranquilla. Un uomo che ha la lucida consapevolezza di cogliere l’ipocrisia e la meschinità di una società malata. “Lei è un bravo ragazzo” non manca di ripetere Alfio Marullo, il suo datore di lavoro. Ma quando le tenebre avanzano non risparmiano neanche il cielo di Ethan. Dopotutto, Ethan vorrebbe soltanto poter far sì che la sua adorabile moglie e i loro figli possano camminare a testa alta e godere di tutti i beni che la società Americana comanda. E se poi gli Hawley, un tempo illustre famiglia, fossero finiti in rovina anche a seguito di alcuni torti subiti. Torti dettati dalla rapacità di altre rampanti famiglie, dall’ambizione imperante, dalle circostanze. Sarebbe in questo caso giustificato Ethan ad ordire un piano per ottenere semplicemente quello che la società gli comanda di possedere ma non gli concede di avere? E sarebbe Ethan maggiormente giustificato se volesse rifarsi proprio a discapito di chi è in qualche modo colpevole o concausa della sua condizione economica? Ed il suo stesso amico d’infanzia Danny non era ormai ridotto ad una larva d’uomo sempre a causa di quegli stessi uomini e di quelle stesse regole sociali? “Uccidere per lenta, continua pressione è forse minor delitto di una rapida, misericordiosa coltellata?” Ed è proprio lì, in quel momento, quando il cielo sembra essere soltanto tenebra e non si riesce a vedere più nessuna stella che, lontana, spunta una luce. Una flebile speranza, una possibilità di salvezza, di fuga da una spirale di azioni senza morale. Ed è per quella luce, e contro una marea che sembra soverchiante, che occorre lottare. “Che cosa tremenda è una creatura umana, una massa di valvole, di quadranti, di registratori, e noi ne sappiamo leggere pochi appena, e quei pochi nemmeno con precisione.”