La campana d'Islanda
by Halldór Laxness
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È il periodo più buio della storia d'Islanda, soggiogata dal regno danese e martoriata dalle carestie, quando un giorno d'estate di fine Seicento il boia del re, su ordine di Copenaghen, porta via l'antica campana di Þingvellir, che da sempre veglia sulle assemblee dell'Alkingi e sulla vita della nazione, e poi viene trovato morto. Comincia così la picaresca avventura del contadino Jón Hreggviðsson, povero diavolo e irriducibile canaglia, zotico e poeta abituato ad affrontare ogni avversità declamando versi arguti e rievocando le gesta dei suoi avi vichinghi, che si ritrova accusato di omicidio. Pedina di una partita fra intrighi politici e ideali più grandi di lui, Jón intreccia la sua sorte a quella dell'amore impossibile tra la bellissima Snæfríður «Sole d'Islanda» e l'erudito Arnas Arnaeus: lei ambita figlia di un potente eppure inafferrabile ribelle, con l'indole femminista delle eroine delle saghe, pronta a cadere in disgrazia pur di decidere per se stessa; lui votato alla missione di raccogliere tutti i preziosi manoscritti dell'età antica, preservando la poesia con cui il suo popolo riscatterà l'onore perduto. Laxness racconta l'anima di un Paese e la sua lunga lotta per l'indipendenza attraverso questi tre indomiti, memorabili personaggi, accomunati da un'ostinazione cieca, a un tempo epica e grottesca, che li eleva a grandi eroi tragicomici. Combinando humour e pathos romantico in una vivida ricostruzione storica che a tratti si popola di orchesse e rune magiche e si colora di leggenda, "La campana d'Islanda" è il romanzo-monumento di una nazione, considerato tra i capolavori della letteratura nordica del Novecento.

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patchpatch wrote a review
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Halldór Laxness ci offre uno spaccato d’epoca che è anche uno specchio del (suo) presente tramite un feuilleton dotto e senza punti deboli, ricco di descrizioni puntuali e cesellate, con tre personaggi ottimamente costruiti, la nobile "Sole d’Islanda" Snæfríður e l'erudito Arnas Arnæus, con un senso etico e dell'onore che travalica loro stessi e il loro amore, in grado di sacrificare la serenità loro e del proprio popolo in vista di un'ideale libertà futura, e il contadino Jón Hreggviðsson, con un “se stesso” in grado di travalicare qualsiasi senso etico, un superuomo della sopravvivenza, in grado di attraversare vari inferni incolume, sempre deridendo e ingiuriando la sorte. Lo stile di scrittura è sempre raffinato e sottilmente ironico con alcune vette assolute. Me ne vengono in mente due, le mie preferite. 1) Lo straziante sogno di felicità impossibile nel dialogo tra Snæfríður e Arnas Arnæus, con una struttura quasi cinematografica (mi ha ricordato le fughe impossibili di tanti film, di cui avevo scritto in altri lidi: vi riporto il link per chiarire il concetto: exit strategy ). E l'immagine conclusiva del libro con la protagonista Snæfríður alla guida di cavalli neri fa da contraltare ai cavalli bianchi qui sognati. 2) Il terribile dialogo tra Snæfríður e suo marito Magnus, in teoria un buon uomo, ma ormai reso completamente folle dall'alcool, che, dopo essersi rovinato, cerca di farsi dare altri soldi da lei. Ve ne riporto un estratto, è un po' lungo, ma ne vale la pena. (...)«Ecco, ti mostro il contratto di acquisto delle mie nuove terre, così non crederai che io voglia questi gioielli per bermeli. A dire il vero ho smesso di bere, Snæfríður mia. La detesto, l’acquavite. O perlomeno, bere non mi dà più alcun piacere. A darmi piacere è una sola cosa: stare qui a casa con te, tesoro mio, e chiamo a testimone il mio Creatore. Snæfríður cara, un diadema storto, una spilla, anche soltanto per un valore di venticinque talleri…» «Credo che dovresti andare a dormire, Magnús mio. Ci vediamo domattina.» «… anche solo qualche cucchiaino d’argento mezzo smangiato dei tempi della peste, tanto perché vedano un po’ d’argento, tanto perché vedano che posso pagare, tanto perché vedano che sono un uomo e ho moglie.» «Se tu sia un uomo, Magnús mio, non lo so. E non so nemmeno se tu abbia moglie.» Lui si ritrasse e lei continuò a guardare come da una grande distanza, ma senza perplessità, quello sconosciuto. «Apri il baule», disse lui. «Non sono tuoi gli occhi che mi guardano, Magnús mio, e non è tua la voce che mi parla.» «So cosa c’è in quel baule. C’è un uomo.» Lei continuò a guardarlo. «L’ho visto arrivare a cavallo mentre tornavo. E l’ho riconosciuto. Ti ordino di aprire il baule.» «Lasciamolo in pace, quest’uomo», disse lei. «È stanco.» «Mai», disse il gentiluomo. «Lo ammazzo. Lo squarto vivo.» «Senz’altro, mio caro», disse lei. «Fa’ pure. Ma prima andiamo tutti a dormire.» Lui si avvicinò al baule, con lo stivale lo prese a calci ricorrendo a tutte le sue forze e strillando: «Ladro, cane, ladro di cani!» Ma il baule era in rovere, spesso e robusto, ed era come prendere a calci un macigno. «Dov’è il libro che mi hai rubato, quello scritto per metà, di cui mi hai scagliato in faccia la rilegatura?» gridò all’uomo nel baule, continuando a calciare. L’uomo nel baule non rispose. «Esigo di riavere il mio libro.» Silenzio. «Tutte quelle miniature dorate e quella dolce poesia lirica, e tutte quelle pagine candide… Hai strappato tutto, distrutto tutto, e non mi hai lasciato altro che la copertina, che contiene solo freddo e vuoto. Verme maledetto, ridammi il mio libro.» Seguitò a lungo a calciare e strillare minacce e improperi all’uomo che stava all’interno, ma il baule non cedette. «Magnús», disse la moglie a bassa voce. «Siediti accanto a me.» Lui smise di dare calci e la guardò senza sollevare la testa, con occhi bianchi e rossi come quelli di un toro che gratta il terreno. La voce di lei lo commuoveva più di ogni altra cosa. Quando gli parlava in quel tono misurato, sommesso e grave, ma con un timbro orlato d’oro, era come se toccasse un punto sensibile che lo privava di ogni forza. Dopo che ebbe pianto per un po’, mentre lei, con la sua mano affusolata, gli dava qualche carezza rigida, indifferente e quasi distratta, come quelle che si darebbero a un animale, lui si placò – e ricominciò da capo: «Snæfríður mia, prestami un anellino piccino piccino, anche soltanto per il valore di due talleri. Ho comprato ferro a credito, giù a Eyrarbakki, e devo chiudere il conto stanotte, ne va del mio buon nome di uomo, di patrizio, del mio orgoglio; sono certo che tu, essendo ancor più nobile di me, non sopporteresti di vedermi umiliato.» «Dormi qui a casa, stanotte, Magnús caro, e il ferro lo pagheremo domani», disse lei. «Ti scongiuro. Anche solo per il valore di qualche scellino da gettare a un pidocchioso ragazzetto che svillaneggia i signori lungo le strade.» «Stanotte dormiamo», disse lei. «Domani scendiamo a Eyrarbakki e lanciamo scellini ai pidocchiosi ragazzetti che ci svillaneggiano.» Lui pianse singhiozzando forte. «Si è mai visto un accattone più miserabile di me?» chiese fra le lacrime. «No», rispose lei. Lui continuò a piangere.
AdrianaT.AdrianaT. wrote a review
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Sole d'Islanda
Il sole d'Islanda si vede poco; è molto più presente in qualità di soprannome a Snæfríður, nobildonna dalle fattezze elfiche che assieme a un picaro e a un erudito regio commissarius nonché assessor consistorii et professor antiquitatum danicarum, anima - fra magia, leggenda, dèi pagani e cristiani - una storia di amori, di travagli e di politica nell'Islanda fine Seicento, tiranneggiata e asfissiata dai dominatori danesi. Qualche bella suggestione, interessante il confronto fra i due popoli, ma la trama si abbozzola troppo su se stessa per cui ho trovato, a conti fatti, 'La campana d'Islanda' meno appassionante, incisiva ed efficace di 'Gente indipendente'; ci vuole un po' più di pazienza e lascia meno. «Cavalcarono a ovest delle Mýrar, poi lungo la penisola dello Snæfell e attraverso la brughiera di Fróðàrheið fino a Ólafsvík.» Ecco, deve piacere questa roba qui...
TomomoTTomomoT wrote a review
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Lirismo nordico
Come già in Gente indipendente, Laxness si diverte a raccontarci una storia picaresca che prende spunto da fatti realmente accaduti tra '600 e '700 in Islanda. La trasfigurazione che ne fa riporta tutto ai nostri giorni e ci parla di quanto possa essere importante non perdere le proprie origini e di mantenersi fedeli ai propri principi sebbene questo non sempre porti ai frutti sperati. Il libro segue le avventure di tre protagonisti principali che incarnano tre aspetti fondamentali della società islandese: i loro rapporti e le loro vicissitudini ci restituiscono l'affresco di un paese bizzarro, strano, maledetto ma bellissimo e lirico.