La fattoria degli animali
by George Orwell
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Gli animali della fattoria Manor decidono di ribellarsi al padrone e di instaurare una loro democrazia. I maiali Napoleon e Snowball capeggiano la rivoluzione che però ben presto degenera. Infatti Napoleon, dopo aver bandito Snowball, introduce una nuova costituzione: "Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri". La dittatura e la repressione fanno riappacificare gli animali con gli uomini che ormai non appaiono più agli exrivoluzionari molto diversi da loro.

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StivStiv wrote a review
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La fattoria degli animali è la versione in chiave fiaba nera di 1984. Attraverso un registro si direbbe più pedagogico, il romanzo raggiunge gli stessi risultati del fratello maggiore, ma con un linguaggio adatto ad essere recepito e compreso da un pubblico più ampio, cioè anche da adolescenti. 1984 rimane un apologo di inaudita violenza e complessità, più adatto, a mio avviso, a un pubblico adulto. Due testi secondo me imprescindibili.
ZimuZimu wrote a review
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 Non è stato certo uno dei momenti della mia adolescenza di cui vada più fiero. Assemblea di istituto, in quarta o più probabilmente in quinta superiore, organizzata secondo il format di Per un pugno di libri, con altre due classi “minori” a sfidarsi e noi più grandi a tirare le fila della gara (trasformatasi poi strada facendo, non chiedetemi come, in un quiz sui film di Bud Spencer e Terence Hill). Al sottoscritto venne chiesto di preparare una serie di domande sul libro con cui si sarebbe giocato. Lo sventurato rispose che sì, l’avrebbe fatto, convinto com’era di ricordarselo bene, quel libro, anche perché – come non mancò di far notare, dato che ai tempi era un po’ sbruffone – quel libro l’aveva già letto almeno un paio di volte (e sempre sia lodata, anche per questo, la professoressa di italiano che me lo fece tempestivamente conoscere, alle medie, insieme a 1984). E invece se lo ricordò assai meglio di lui un concorrente, che sbugiardò coram populo il maldestro notaio quando questi indicò come falsa una risposta in effetti vera, trasformandolo inopinatamente in un involontario epigono della signora Longari, caduto non già sull’uccello, come lei, bensì sul cavallo – poiché allo stacanovista Boxer (un cavallo da tiro, appunto) era dedicato il quesito incriminato. Per quale motivo rispolverare questo inglorioso ricordo? Primo, perchè La fattoria degli animali è un libro talmente perfetto nel suo genere che forse l’unico modo serio per continuare a parlarne è parlando d’altro («sull’opera non voglio fare commenti – disse il suo stesso autore – se non parla da sola, è un fallimento»: che volete allora che aggiunga io?). Secondo, perché l’aneddoto insegna che questo racconto non fa mai male rileggerselo anche una terza volta, e poi una quarta e una quinta, periodicamente, a cadenza direi quasi liturgica, per evitare brutte figure - d’accordo –, ma soprattutto perché la storia, pur facendo finta di andare avanti, continua in realtà a riproporre ostinatamente molti di quei meccanismi che Orwell, questo geniale Esopo moderno, ha saputo così lucidamente descrivere ottant’anni fa e la cui sorprendente attualità potrebbe sfuggire se ci si affida solo alla benevolenza della memoria. Se mi limitassi, dunque, a ricapitolare le varie allegorie attraverso cui Orwell, raccontando la rivolta degli animali della vecchia fattoria contro il loro zio Tobia, tratteggia la parabola della Rivoluzione sovietica fino all’esito osceno in cui essa era precipitata (compendiato nel fulminante paradosso secondo cui “tutti gli animali sono uguali, ma alcuni animali sono più uguali degli altri”) non aggiungerei davvero nulla a ciò che è già stato ampiamente spiegato da gente ben più preparata di me. Quel che vorrei provare a condividere è invece un certo disagio per l’uso – diciamo - disinvolto che mi pare oggi si tenda sempre più spesso a fare di questo apologo, e della riflessione di Orwell in generale – e così facendo mi inoltro in un terreno insidioso, su cui mi starei chiedendo io stesso perché avventurarsi, se non fosse che purtroppo io non scrivo mai quello che prima ho capito, ma mi servo della scrittura appunto per provare a capire qualcosa, sempre che ci riesca, e perciò non saprei fare diversamente. Basta una sommaria ricognizione in rete per constatare quanto Orwell venga sventolato su molti siti dall’inequivocabile coloritura politica come un feticcio di cui servirsi, volta per volta, per denunciare – cito a casaccio - “l’Inquisizione politically correct”, il “progressismo a senso unico” e, più di tutto, la famigerata “dittatura del pensiero unico” (così è stata intitolata, ad esempio, una raccolta di scritti orwelliani apparsa qualche tempo fa in edicola come allegato nientemeno che a La Verità – e la cosa appare grottesca già solo a dirla: viene in mente la parodia che Corrado Guzzanti dedicò a Paolo Liguori negli anni ‘90, quando dalle tre reti Mediaset si piagnucolava ininterrottamente ventiquattr’ore al giorno che in questo paese non si era liberi di esprimersi come si voleva a causa dell’egemonia comunista). Ci sono appigli per rendere credibile questa trasformazione di un oppositore dello stalinismo in un cavallo di troia da manovrare contro le moderne liberaldemocrazie? Volendo sì. Orwell, in fondo, è uno che non esita a parlare con disprezzo di “intelligencja” per riferirsi agli intellettuali britannici del suo tempo e all’atteggiamento manifestato da molti di loro proprio verso Animal Farm, la cui pubblicazione fu resa complicata non già a causa di un’esplicita censura governativa, quanto per l’ostracismo preventivo di chi riteneva che non fosse “opportuno” criticare l’URSS con la guerra ancora in corso (il libro infine uscì in prima edizione il 17 agosto 1945, dopo aver subito diversi rifiuti). Se non l’espressione letterale, il concetto di “fascismo degli antifascisti”, così come quello di “suicidio dell’Occidente”, poi divenuti parte integrante di una certa retorica oggi debordante (nonostante la sua sedicente marginalità), sono facilmente riscontrabili già nei suoi scritti - per esempio, nel saggio “La libertà di stampa”, inizialmente pensato come possibile introduzione all’opera, ma rimasto inedito fino al ‘72: «in qualsiasi momento esiste un’ortodossia, un complesso di idee che si presume debbano essere accettate senza obiezioni da chiunque la pensi correttamente. (…) Chiunque sfidi l’ortodossia dominante viene ridotto al silenzio con sorprendente efficacia. Le opinioni autenticamente anticonformiste non trovano quasi mai spazio sulla stampa popolare quanto sulle riviste intellettuali». Figuriamoci: tutto grasso che cola per chi oggi si sente schiacciato da un regime in cui alti papaveri, banchieri e omosessuali ti obbligano a pensare quello che vogliono loro. D’altra parte, La fattoria degli animali è piena di episodi che possono essere interpretati in questo modo. Quando i maiali, i nuovi dirigenti della Fattoria liberata, sciorinano la loro pletora di cifre per dimostrare che, rispetto ai tempi del vecchio padrone Jones «la produzione d’ogni tipo di generi alimentari era aumentata del duecento, del trecento o del cinquecento per cento, a seconda dei casi», «che lavoravano di meno, che l’acqua potabile era di miglior qualità, che vivevano più a lungo, che la mortalità infantile era molto calata, che avevano più paglia in stalla e meno fastidi con le pulci», tutti gli altri animali, pur avvertendo i morsi della fame, piegano debitamente la testa, «contenti di credere che fosse così». Come puoi non vedere qui in filigrana i pecoroni che si bevono le veline del “governo dei migliori” e gettano le loro ghirlande di fiori su quelle nuove catene rappresentate dall’obbligo vaccinale o dal green pass? Allo stesso modo, nel leggere che i maiali sono soliti chiudere ogni minimo accenno di discussione con la domanda retorica e spesso fuorviante “Non vorrete mica che torni Jones?!” (infatti, «se di una cosa gli animali erano assolutamente certi, era proprio che non volevano veder tornare Jones. Una volta che la faccenda fu posta in questi termini, non ebbero più nulla da replicare»), come non pensare alla nevrastenica condizione di emergenza permanente in cui ci troviamo e che, in nome della pandemia o della guerra o del gas, porta ad accettare le peggiori decisioni possibili, imposte senza uno straccio di confronto pubblico, con blitz parlamentari e decretazioni d’urgenza? La stessa chiusa dell’opera, in cui si racconta di come i maiali, che ormai hanno imparato a camminare su due zampe, invitano in visita ufficiale gli uomini del vicinato alla Fattoria, pare una secchiata d’acqua ghiacciata gettata in faccia ai bamboccioni che credono ancora all’esistenza di reali differenze tra “noi” e “loro” (chiunque siano questi “loro”: russi, islamici o cinesi). Uomini e maiali ora se la intendono benissimo e se tornano a litigare è solo perché sono diventati così simili che tentano reciprocamente di fregarsi con gli stessi trucchetti. «Sì, era scoppiata una lite violenta: urla, pugni sul tavolo, sguardi incattiviti dal sospetto, contestazioni furiose. L’apparente motivo di quel parapiglia era che Napoleone [il leader dei maiali, controfigura di Stalin] e il signor Pilkington avevano giocato entrambi, simultaneamente, l’asso di picche. Dodici voci urlavano rabbiose, ed erano tutte uguali. (…) Dall’esterno le creature volgevano lo sguardo dal maiale all’uomo, e dall’uomo al maiale, e ancora dal maiale all’uomo: ma era già impossibile distinguere l’uno dall’altro». In linea di principio non avrei molto da ridire: lo spauracchio di un ordine peggiore può effettivamente indurre all’esaltazione acritica di un esistente che non ha molti motivi per essere esaltato, grondante com’è di intollerabili e sanguinose ingiustizie. Credo anzi che in fondo il compito dell’intellettuale sia proprio quello di esplorare socraticamente tutte le biforcazioni del pensiero, percorrendo anche solo in via di ipotesi i vicoli apparentemente oscuri per accertare che siano veramente ciechi e non lasciare nulla di intentato. Di alternative, infatti, abbiamo sempre un bisogno vitale, come una finestrella perennemente socchiusa verso l’esterno in modo che la nostra comfort-zone non si saturi mai d’aria viziata. Dubbio e precauzione: chi potrebbe seriamente non essere d’accordo? Ma la cautela cessa immediatamente d’essere cautela quando diventa bandiera e smette di essere metodo: allora una salutare dissonanza diventa pura stonatura e l’intelligenza si rovescia impercettibilmente in ottusità, senza per questo smettere di dire comunque qualcosa di sensato, come l’orologio fermo che segna l’ora giusta due volte al giorno. Scriveva Sciascia, in un passo illuminante, che «anche le cose vere, gridate e diffuse dagli altoparlanti, assumono apparenza d’inganno». C’è ancora una bella differenza, credo, tra ascoltare con mente aperta le ragioni altrui per riflettere sui propri pregiudizi e aderire per partito preso a tutto ciò che appare “contro” (non importa contro che cosa), vomitando livore su chi vede le cose in un’altra maniera. Così come c’è qualcosa di incongruo nel fare giustamente il contropelo a una parte e sottacere con sufficienza le malefatte dell’altra, protestare per il cattivo trattamento che si ritiene di subire e rovesciarlo tale e quale sui propri avversari. Lo “specchio riflesso” non è esattamente il segno di una maturità di giudizio. Quando l’eresiarca che invoca libertà di parola nei confronti della Grande Chiesa si erge poi a guru indiscutibile della sua setta personale, abbiamo fatto davvero un passo avanti? Più che il pensiero unico ciò che trovo sempre più insopportabile e pericoloso è semmai l’indistinta caciara che ci circonda, quella parodia di dialogo in cui sotto il nome di dibattito va continuamente in onda una sgangherata zuffa tra maschere della commedia dell’arte, in cui anche il dissidente recita a soggetto la parte che si è conquistata con le sue sparate ed è disposto a tutto pur di difendere la posizione così faticosamente guadagnata – mentre per alimentare un ragionamento proficuo tutti si dovrebbe sempre essere disposti a fare un passo indietro. E allora, in questa cagnara, che ce ne facciamo davvero di Orwell? Pur criticando severamente la piega che aveva preso la Rivoluzione, e pur affermando che «se la libertà significa qualcosa, significa il diritto di dire alla gente ciò che non vuol sentirsi dire», lo scrittore inglese non arrivò mai a concludere, per dire, che gli umani della sua favola starebbero combattendo la stessa battaglia degli animali contro il vero nemico rappresentato dai maiali o che gli animali avrebbero fatto meglio ad arrendersi sin dall’inizio ai vecchi padroni, che almeno non ricorrevano all’ipocrisia della libertà. «Cambiare un’ortodossia con un’altra – dice, al contrario – non è necessariamente un progresso. Il nemico è la mentalità da grammofono, e non conta che si sia d’accordo o meno col disco che sta suonando al momento». Questa è l’unica buona battaglia che si dovrebbe essere incondizionatamente disposti a combattere.
PaolaM.PaolaM. wrote a review
E' un romanzo molto attuale e tale resterà finché si dovrà parlare di "dittatura democratica" e "propaganda di regime".
BlackhillBlackhill wrote a review
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LA RIVOLUZIONE FALLITA
Era giunta l'ora di finirla con lo sfruttamento sistematico degli animali ad opera del fattore Jones. E allora che rivoluzione sia! Gli animali a guida "maialesca" si ribellano e conquistano la fattoria, oltre che la loro libertà. Da oggi inizia un nuovo giorno per loro, fatto di libertà e condivisione del benessere all'insegna della piena democrazia. Ma basta poco perchè i due leader arrivino allo scontro e il più mite sia sconfitto e ripudiato. Da lì in poi gli animali scopriranno che i maiali ritengono di avere qualcosa in più degli altri e pagheranno sulla loro pelle la nuova leadership. Prima di avere "visto" il futuro con il cupissimo e pessimista 1984, Orwell descrive, con il pretesto di una innocua fiaba, la più formidabile, lucida ed indimenticabile metafora sulla presa di potere ed il relativo controllo di esso. Coloro i quali intendevano detronizzare il padrone che li sfruttava, una volta assaggiati i privilegi del comando, si rendono conto che il potere non è così malvagio come sembrava quando stavano dall'altra parte della barricata e tutto sommato è più remunerativo pensare a se stessi in primis. Così i maiali che avevano promosso la rivoluzione "entrano" talmente bene nel personaggio da prenderne le fattezze sino ad arrivare a camminare come gli umani. Orwell è geniale nel descrivere le varie tipologie di animali che incarnano un certo tipo di popolazione. La figura più malinconica è a mio avviso quella di Gondrano, il possente cavallo da lavoro che senza alzare mai la testa si sfinisce di fatica in modo umile sino alle conseguenze estreme. Quando non servirà più, l'odioso Napoleone non si farà scrupoli nel farlo condurre al macello (con la scusa di farlo curare). Grandissimo romanzo pieno di verità ed attualissimo. Del resto, se non sbaglio, persino in questo sciagurato Paese vi è stato un movimento guidato da un giullare al tramonto che si proponeva di "aprire il Parlamento come una scatola di tonno". Ma i rivoluzionari, una volta a contatto con l'ambiente che intendevano scardinare si sono magicamente trasformati in coloro che detestavano, assumendone gli stessi comportamenti. Proprio come nel libro....
Ariano GetaAriano Geta wrote a review
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Il libro è talmente noto che non necessita di presentazioni. É una "favola" triste, terribile, tramite la quale Orwell racconta in un'orrenda parabola il bolscevismo russo, il comunismo che avrebbe dovuto rendere gli uomini liberi dalla tirannia zarista e invece si è trasformato in un'altra tirannia non meno sinistra di quella che la aveva preceduta. Certamente da leggere, soprattutto (almeno nell'edizione che ho io) la prefazione autografa di Orwell nella quale racconta il clima di "pressione" subita dagli intellettuali inglesi anti-sovietici dell'epoca in quanto vi era una sorta di tacito accordo nell'élite culturale inglese in base al quale era "proibito" criticare l'Unione Sovietica. Una situazione che - cambiando luoghi e nazioni di riferimento - purtroppo si ripete spesso anche ai nostri giorni... Ringrazio la mia amica Simona per avermi dato la possibilità di leggerlo.
ausoneausone wrote a review
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"Windmill or no windmill, he said, life would go on as it had always gone on - that is, badly." I love the sarcastic donkey Benjamin. Here is another good one: "Things never had been, nor ever could be, much better or much worse - hunger, hardship, and disappointment being the unalterable law of life."
CiccaloCiccalo wrote a review
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Un libro doloroso al limite del sostenibile.
Ho pensato prima il titolo; era mia intenzione giustificarlo con un commento articolato, ma poi mi si è piantato in testa un chiodo fisso che non mi permette di andare oltre: ma quanto somiglia Fabio Fazio a Clarinetto !!!!
Manuela MazziManuela Mazzi wrote a review
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Una favola sarcastica e cruda
Allegorico, lo è per forza. Ma non per forza deve rimanere legato a contesto storico (la nascita dello stalinismo) che ispirò George Orwell. Parlo del romanzo La fattoria degli animali. Una favola sarcastica e cruda, del ‘45, che ha avuto una tenuta nel tempo straordinaria, travalicando il contesto per manifestarsi oggi forse ancora più di ieri come portatrice di verità antropologiche. Uomini e donne nella società. Sono tra le letture che prediligo. È molto molto smascherato, il tutto, ma non per questo meno efficace o privo di secondi livelli di lettura. Laddove le allegorie talvolta sono un filo troppo prevedibili (e giudicanti) - che i maiali saliti al potere inizino a farsi i loro “porci comodi”, beh, via, non serve a dirlo, ma non infastidisce: semplicemente stimola l’interpretazione nell’immediato e facilita la decodifica - dall’altra, la relazione con quelle bestie di esseri umani, rivela un rispetto compassionevole e una comprensione inattese, che passa molto in secondo piano perché lo sguardo si concentra sugli animali della fattoria. LA TRAMA Gli animali di una fattoria si ribellano mettendo in atto una vera e propria rivoluzione (Orwell alludeva all’iniziale vittoria dei bolscevichi, nella guerra civile del 1920, e alla successiva conseguente dittatura degli stessi che - demolito il pensiero autonomo o democratico - spianò la strada allo stalinismo) all’insegna dell’animalità: al bando tutto ciò che ricorda la sudditanza all’uomo. La parte più significativa è forse il regolamento che man mano che passa il tempo, viene modificato in modo impercettibile alla memoria del “popolo animale” che tende ad adeguarsi alle minime ma sostanziose differenze. “Ovviamente” al famoso principio secondo cui tutti gli animali sono uguali, viene aggiunto: ma alcuni più di altri. Ed è la citazione più famosa. Ed è la cosiddetta facile morale della favola. Volendo fermarci alla visione autoriale. Ma grazie alla letteratura, un libro, una storia, può contenere altre intuizioni non meno importanti. OLTRELATRAMA La contemporaneità di questo romanzo può infatti avere che fare, come anticipato, con lo smascheramento di molti comportamenti umani. Qui si trovano fannulloni, stacanovisti, derubati e ladri, abusatori e bugiardi, relazioni di potere e stato di gloria, desiderio di libertà ed emancipazione, il bisogno di una guida e di regole, il compromesso e la corruzione… Quello che però Orwell non poteva forse prevedere in quegli anni, era il grande movimento animalista e ambientalista di questi tempi. La sensibilità ambientalista risale in particolare agli anni del dopo allunaggio (il movimento degli animalisti comparve negli anni Settanta). Nel 1945, contadini, fattorie, e via elencando erano in attività senza patemi etici o moralistici. Involontariamente, dunque, Orwell interpreta o immagina in modo direi onesto, come onesta può essere solo la visione ingenua, un mondo di animali da fattoria e da cortile abbandonato a sé stesso, ma al contrario di quel che si tende a dire oggi, proponendone una visione pessimistica. Così in parte autodistruttiva e non più autosufficiente che - lo ammetto - nella mia immaginazione si è fatta ancora più nera di quanto ipotizzato dall’autore. Credo che oggi nessuno riuscirebbe più a scrivere una storia simile perché siamo tutti fortemente contaminati da un sogno utopico di libertà e riconquista della natura. Non dico che sia sbagliato sognare. Ma forse, è quasi una domanda più che un’affermazione, ci sono ancora molti aspetti su cui riflettere. L’esplosione di un immaginario a lungo termine dovrebbe tenere in considerazione molti livelli di ragionamenti, etici ma anche pratici che uscendo dall’allegoria ci concernono direttamente. Come non pensare, ad esempio, agli animali che invecchiati, invece di morire, iniziano a soffrire per la salute ma anche di solitudine, senza più potersi sentire utili alla società? Non è peraltro quello che sta accadendo oggi tra noi umani? Ah!, che romanzo. È un libro da leggere e rileggere, per fermarsi a rifletterci su. ALTRE NOTE: https://manuelamazzi.com/oltrelatrama
EnnioEnnio wrote a review
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Geniale metafora
Mi ero ripromesso di leggerlo, alla fine l'ho letto e ne sono contento. Un libro di grande spessore, come ci si aspetterebbe da Orwell, uno scrittore in grado di trattare temi complessi con estrema semplicità. Interessante metafora, capace di spiegare le evoluzioni sociali e politiche in modo semplice e accattivante. Un capolavoro della letteratura che deve essere letto almeno una volta nella vita.
ManuManu wrote a review
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Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri.
Ne “La fattoria degli animali” Orwell riesce a fondere politica e letteratura in modo superlativo, ricorrendo all’uso di un linguaggio estremamente semplice e ad una forte ironia, molto spesso dal gusto amaro. La trama del romanzo è una grande allegoria e attraverso una storia quasi infantile vengono criticati duramente gli eventi concernenti la Rivoluzione russa e la politica attuata successivamente da Stalin.  Viene raccontata la storia (ovviamente fantasiosa) di una fattoria in cui gli animali, stanchi di essere oppressi dal padrone, si ribellano attuando una rivoluzione e diventando loro stessi i padroni. Inizialmente dilaga l’entusiasmo, vengono indette riunioni alle quali tutti partecipano in modo democratico e vengono stilati i principi di base della nuova società. Dopo poco tempo si creano però le prime disuguaglianze, dato che i maiali, ritenuti gli animali più intelligenti, gestiscono personalmente le risorse frutto del lavoro di tutti, riservando per sé stessi la maggior parte di esse. Con l’avanzare dei giorni queste disuguaglianze aumentano sempre di più, gli animali si ritrovano a lavorare più di prima e ad avere meno cibo, tutto a favore della classe dominante costituita dai maiali, che continuano a far credere ai loro compagni che tutto va molto meglio di quando c’erano gli umani. Con un processo graduale e quasi impercettibile, la situazione torna ad essere quella di prima, quando la fattoria era gestita dal Signor Jones, dato che i maiali hanno acquisito molti atteggiamenti e comportamenti tipici degli uomini, fino a collaborare con loro. Quando il romanzo fu pubblicato – dopo che diversi editori lo rifiutarono – si creò molto clamore attorno ad esso, sia a causa dell’alleanza tra Gran Bretagna ed Unione Sovietica, sia per via della scelta di Orwell di usare i maiali come classe dirigente. Come anticipato, il libro denuncia infatti l’Unione Sovietica di Stalin e ogni personaggio rappresenta un membro del governo o una fetta di popolazione. Da una prospettiva decontestualizzata, si può affermare che la critica mossa è più ampia, è una critica “al potere”. L’autore vuole mandare il messaggio che chiunque arrivi ad esercitare potere sulle altre persone, a prescindere dai suoi ideali, lo userà per scopi egoistici. Tuttavia, dopo la pubblicazione il romanzo riscosse un grande successo e diventò un caposaldo della letteratura orwelliana.  La scelta di Orwell di muovere una critica tanto profonda attraverso una storia ed un linguaggio tanto semplice, accessibile a tutti, risulta completamente azzeccata. Grazie a ciò il romanzo si legge agevolmente, la trama è chiara e lineare e facendo i collegamenti tra la storia narrata e la realtà ci si ritrova davanti agli occhi il quadro completo della Russia di Stalin. Un libro che vale la pena leggere a prescindere dal pensiero politico