La festa del caprone
by Mario Vargas Llosa
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Urania Cabral, figlia dell'ex presidente del Senato di Trujillo, torna in patria dopo trentacinque anni e, dalla sua stanza dell'Hotel Jaragua parte per un viaggio nella memoria, per una non rinviabile chiusura dei conti con il passato. Di continuo, però, cede la scena ad altre voci protagoniste e a un irrefrenabile bisogno dell'autore di percorrere il tempo, avanti e indietro con incalzanti flash back. Ne viene fuori una ricostruzione dal vivo dell'attentato in cui il Chivo (Trujillo) perse la vita, ma soprattutto un quadro della condizione umana a Santo Domingo, quando la corruzione era un obbligo e il libero arbitrio non era più praticabile.

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Il Cap(r)o(ne) Ieri sera ho assolto il mio compito di lettrice e cioè ho “sgozzato” il caprone. Derek Walcott scrive:” I’m just a red nigger who love the sea, I had a sound colonial education, I have Dutch, nigger, and English in me, and either I’m nobody, or I’m a nation.” [Io sono solamente un negro rosso che ama il mare, ho avuto una buona istruzione coloniale, ho in me dell’olandese, del negro e dell’inglese, sono nessuno, o sono una nazione.] Junot Díaz, che ha scritto La breve e favolosa vita di Oscar Wao, è parente di Walcott e la Festa del caprone di Llosa girava per casa da tempo, ma non aveva nella mia mappa mentale una collocazione alla quale potevo dare un senso compiuto e completo. Lo so, sono maniacale, non mi fermo fino a quando non ho capito e con il passare degli anni ancora di più. Invidio, per esempio, un collega che si definisce discreto risolutore di enigmi, quanto mi piace. Lo sapevo che debordavo, ormai amo molto scrivere le mie storielle di lettura, sicché liberi tutti. Ecco il percorso, ringrazio molto chi me lo ha indicato, ero già in esplorazione e i miei soliloqui mentali erano già in atto, ma senza quell’indicazione precisa non avrei potuto chiudere il cerchio, perciò gratitudine e molta. E veniamo ora alla storia di Trujillo il Caprone, a quella di Urania Cabral, vergine stuprata sull’altare sacrificale del potere e di suo padre che, pur di smettere l’abito di capro espiatorio, sacrifica la figlia. El Jefe, o se preferite vecchio Faccia di Cazzo (Díaz), il Capo, il Generalissimo, il Benefattore della Patria, il Padre della Patria Nuova(Llosa), Trujillo insomma quello che non ha mai le mani insanguinate, altri lo fanno per lui, quello che veste impeccabile e se per caso si bagna la patta- prostata, sei vecchio ormai- c’è il fido e silenzioso cameriere che provvede al cambio rapido, quello delle manie igieniste, quello dai baffetti ben curati( mi ricorda qualcuno), quello di patria e famiglia che a volte ordina di usare il machete al posto della pistola per sterminare, quello dallo sguardo che fruga, che ti fa sentire la paura, quella vera e con lo stesso sguardo di basilisco ti annienta, quello dalla vocetta isterica, l’Idra dei Caraibi con ogni testa chirurgicamente adeguata al compito. Romanzo che gronda sangue, durissimo, senza sconti, senza speranza e senza consolazione. Il senso del perché ho letto, di come l’ho vissuto anche a botta calda, il senso di come mi sono sentita dopo gli ultimi capitoli, di come sto elaborando, del perché non ho trovato nessun personaggio al quale aggrapparmi- come è successo invece con l’Oscar di Díaz o con alcuni personaggi della Guerra della fine del mondo di Llosa- sta tutto nelle riflessioni che affiorano lentamente e a lettura conclusa. Penso infatti che la Storia abbia tempi infinitamente lunghi se messi in relazione con i tempi del quotidiano e che sia doveroso essere informati sui fatti da numerosi punti di vista e includo pure quello antropologico. Penso che fra i tempi della Guerra della fine del mondo e questo romanzo e i tempi Storici, ci sia una differenza di elaborazione degli eventi enorme. Penso che Urania non vuole, non riesce, non può avere pace e mi sembra di aver individuato un segnale, una sorta di restituzione, uno sciogliersi impercettibile, un refolo di fiducia, nell’abbraccio spontaneo alla nipote prima di partire. Penso che, il personaggio di Wao e il Leone di Natuba della Guerra, sono nel mio cuore e li ricordo con molta intensità e che invece qui non c’è nessuno, forse c’è troppo oppure ho ancora bisogno di tempo. Penso che è un gran romanzo e penso pure alle questioni di sangue, al vissuto, al senso di appartenenza di un popolo e a quello globale, universale. Penso che comunque un certo modo di scrivere sia un bene per tutti e che la grande forza della letteratura e di tutte le arti sia proprio questo. “Pensar y pensar y pensar” e poi lavorare duro e dare, dare, dare senza riserve, come Mario Vargas Llosa fa. D'altra parte anche Cortàzar scrive che si è quel che si fa.
Il Cap(r)o(ne) Ieri sera ho assolto il mio compito di lettrice e cioè ho “sgozzato” il caprone. Derek Walcott scrive:” I’m just a red nigger who love the sea, I had a sound colonial education, I have Dutch, nigger, and English in me, and either I’m nobody, or I’m a nation.” [Io sono solamente un negro rosso che ama il mare, ho avuto una buona istruzione coloniale, ho in me dell’olandese, del negro e dell’inglese, sono nessuno, o sono una nazione.] Junot Díaz, che ha scritto La breve e favolosa vita di Oscar Wao, è parente di Walcott e la Festa del caprone di Llosa girava per casa da tempo, ma non aveva nella mia mappa mentale una collocazione alla quale potevo dare un senso compiuto e completo. Lo so, sono maniacale, non mi fermo fino a quando non ho capito e con il passare degli anni ancora di più. Invidio, per esempio, un collega che si definisce discreto risolutore di enigmi, quanto mi piace. Lo sapevo che debordavo, ormai amo molto scrivere le mie storielle di lettura, sicché liberi tutti. Ecco il percorso, ringrazio molto chi me lo ha indicato, ero già in esplorazione e i miei soliloqui mentali erano già in atto, ma senza quell’indicazione precisa non avrei potuto chiudere il cerchio, perciò gratitudine e molta. E veniamo ora alla storia di Trujillo il Caprone, a quella di Urania Cabral, vergine stuprata sull’altare sacrificale del potere e di suo padre che, pur di smettere l’abito di capro espiatorio, sacrifica la figlia. El Jefe, o se preferite vecchio Faccia di Cazzo (Díaz), il Capo, il Generalissimo, il Benefattore della Patria, il Padre della Patria Nuova(Llosa), Trujillo insomma quello che non ha mai le mani insanguinate, altri lo fanno per lui, quello che veste impeccabile e se per caso si bagna la patta- prostata, sei vecchio ormai- c’è il fido e silenzioso cameriere che provvede al cambio rapido, quello delle manie igieniste, quello dai baffetti ben curati( mi ricorda qualcuno), quello di patria e famiglia che a volte ordina di usare il machete al posto della pistola per sterminare, quello dallo sguardo che fruga, che ti fa sentire la paura, quella vera e con lo stesso sguardo di basilisco ti annienta, quello dalla vocetta isterica, l’Idra dei Caraibi con ogni testa chirurgicamente adeguata al compito. Romanzo che gronda sangue, durissimo, senza sconti, senza speranza e senza consolazione. Il senso del perché ho letto, di come l’ho vissuto anche a botta calda, il senso di come mi sono sentita dopo gli ultimi capitoli, di come sto elaborando, del perché non ho trovato nessun personaggio al quale aggrapparmi- come è successo invece con l’Oscar di Díaz o con alcuni personaggi della Guerra della fine del mondo di Llosa- sta tutto nelle riflessioni che affiorano lentamente e a lettura conclusa. Penso infatti che la Storia abbia tempi infinitamente lunghi se messi in relazione con i tempi del quotidiano e che sia doveroso essere informati sui fatti da numerosi punti di vista e includo pure quello antropologico. Penso che fra i tempi della Guerra della fine del mondo e questo romanzo e i tempi Storici, ci sia una differenza di elaborazione degli eventi enorme. Penso che Urania non vuole, non riesce, non può avere pace e mi sembra di aver individuato un segnale, una sorta di restituzione, uno sciogliersi impercettibile, un refolo di fiducia, nell’abbraccio spontaneo alla nipote prima di partire. Penso che, il personaggio di Wao e il Leone di Natuba della Guerra, sono nel mio cuore e li ricordo con molta intensità e che invece qui non c’è nessuno, forse c’è troppo oppure ho ancora bisogno di tempo. Penso che è un gran romanzo e penso pure alle questioni di sangue, al vissuto, al senso di appartenenza di un popolo e a quello globale, universale. Penso che comunque un certo modo di scrivere sia un bene per tutti e che la grande forza della letteratura e di tutte le arti sia proprio questo. “Pensar y pensar y pensar” e poi lavorare duro e dare, dare, dare senza riserve, come Mario Vargas Llosa fa. D'altra parte anche Cortàzar scrive che si è quel che si fa.