La ianara
by Licia Giaquinto
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Adelina ha un destino segnato: quello di diventare ianara, come sua madre, come sua nonna. Al pari di loro, sarà in grado di attraversare ogni porta, anche quella che separa la vita dalla morte. E sarà dannata. Vivrà sui monti dell'Irpinia - una terra apparentemente remota dal resto dell'Italia - come una bestia selvatica; gli uomini e le donne verranno a supplicarla di aiutarli quando avranno bisogno di curarsi, di vendicarsi, o di liberarsi di un figlio non voluto - e la schiveranno come la peste se oserà avvicinarsi alle loro case. Per sfuggire al suo destino Adelina attraverserà "paesi, boschi e campagne", finché non giungerà in vista di un grande e magnifico palazzo: vi entrerà come l'ultima delle sguattere e - sorta di funebre, allucinata Jane Eyre, schiava amorevole e possessiva fino al delitto - servirà e accudirà con assoluta, cieca fedeltà il signore di quel luogo. Gli rimarrà accanto anche quando il palazzo sarà ridotto a una splendida rovina, quando più nessuno ci metterà piede per paura della maledizione che aleggia su di esso dopo gli eventi funesti (omicidi, apparizioni misteriose, un suicidio) che vi si sono succeduti - e lei, Adelina, sarà rimasta la sola ad aggirarsi silenziosa nelle immense sale vuote. Con una lingua asciutta, potente, evocativa, Licia Giaquinto ci trascina in una trama fitta di storie e di magia, dove animali, uomini, cose si fondono e si trasformano di continuo.

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Veidt1Veidt1 wrote a review
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Una mia nonna, la chiamavano "la ianara". L'altra era a servizio presso un signorotto locale. Pensavo di trovarci piu' di quella terra, ma la storia e' troppo "originale" e di fantasia, cosi' che di vero c'e' ben poco. Spesso il problema di chi scrive di "paranormale" e' che sembra crederci. E alla fine c'e' piu' della mia nonna a servizio, che della ianara.
ReitiaReitia wrote a review
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Seguiamo una strega in fuga da sé stessa
La Ianara (termine tipico del meridione) è uno dei tanti modi con cui in Italia venivano chiamate le streghe. se volete immergervi in un ambientazione dell'Italia rurale, con tutte le sue credenze e superstizioni, se siete in vena di un po' di dramma e miserie umane (come non poteva essere altrimenti visto il periodo storico) credo faccia al caso vostro Forse non è stato gestito al meglio il ritmo del libro: ci sono alcuni salti temporali, la vera immersione avviene nel passato e quando verso il finale si è tornati al tempo presente non mi ricordavo più cosa stava succedendo. Tutto sommato è una lettura piacevole e secondo me particolarmente adatta al clima autunnale, è bello riavvicinarci al nostro folklore
LiSs Elevol🦄LiSs Elevol🦄 wrote a review
Carino.
NiloNilo wrote a review
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Nonostante sia evidente il gran lavoro di ricerca delle tradizioni e delle leggende di paese, la trama è confusa e troppo veloce. La lettura risulta caotica, specie nella prima parte, come se si volesse finire il libro in un margine di tempo molto breve, un vero peccato non aver rallentato per un attimo. Tuttavia, la parte finale rende bene l'idea di un certo periodo della vita contadina di un'epoca ormai passata, una cartolina con continui contrasti. Allo sfarzo del signorotto di paese, si contrappongono povertà e sacrificio, alle passioni più o meno lecite, si contrappongono gelosie e invidie, alla natura incontaminata e alla luce, si contrappongono la pazzia e la morte. Rimane amarezza una volta terminata la lettura della Ianara, una nostalgia malata, per un tempo colmo di misteri ed allo stesso tempo portatore sano del retaggio culturale di un determinato popolo. Un periodo fertile e pulito, ed allo stesso tempo cupo e ingiusto. Un casolare abbandonato, che chiede un risarcimento di sangue, di morte, a chiunque varchi la soglia, un'autostrada che non riuscirà a passare su quel terreno. Non allo stesso livello di Accabadora della Murgia, ma di sicuro un buon tentativo di fotografare una società antica attraverso la tradizione, il mistero e la narrazione.
RossellaRossella wrote a review
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Che fatica andare in fondo a questa storia! La scrittura procede a scosse, le immagini nere si susseguono e mi danno cattivo umore e soprattutto di lei, la ianara, non c'è quasi traccia. Il titolo di questo romanzo m'aveva precipitato nei ricordi dell' infanzia, nel nome "ianara" ci sono nonni irpini che raccontano, evocano figure e atmosfere e riempiono il buio di inquietudine e sagome nascoste. Speravo di ritrovare echi di quelle voci in questo romanzo, invece la ianara è sullo sfondo, non c'è nessuna magia. "Questa" ianara è stata una promessa non mantenuta.
VaLe!VaLe! wrote a review
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Questo libro è capitato nella mia vita al momento giusto, l'ho potuto gustare davvero e mi ha appassionato. Il clima un po' oscuro, le storie di paese legate al tema della potenza della terra e delle superstizioni mi hanno catturato. Davvero se vi piace il genere, leggetelo!
Antonio Russo De VivoAntonio Russo De Vivo wrote a review
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“La ianara” di Licia Giaquinto: una tregenda senza fine (www.ilpickwick.it)
ilpickwick.it/index.php/letteratura/item/1081-“la-ianara”-di-licia-giaquinto-una-tregenda-senza-fine In principio c’è una lettera dell’ANAS, destinatario Conte Aurelio Tancredi, poi un postino inquieto per la lettera e le dicerie di paese che riguardano il destinatario della lettera. Poco dopo, una bambina morta. Siamo in Irpinia e i tempi ci sono vicini. Quando finalmente appare Adelina, la protagonista del romanzo, ha inizio un viaggio a ritroso, in tempi ottenebrati da credenze, superstizioni, riti e magie.
“LA IANARA” DI LICIA GIAQUINTO: UNA TREGENDA SENZA FINE (di Antonio Russo De Vivo)
ilpickwick.it/index.php/letteratura/item/1081-“la-ianara”-di-licia-giaquinto-una-tregenda-senza-fine In principio c’è una lettera dell’ANAS, destinatario Conte Aurelio Tancredi, poi un postino inquieto per la lettera e le dicerie di paese che riguardano il destinatario della lettera. Poco dopo, una bambina morta. Siamo in Irpinia e i tempi ci sono vicini. Quando finalmente appare Adelina, la protagonista del romanzo, ha inizio un viaggio a ritroso, in tempi ottenebrati da credenze, superstizioni, riti e magie.
Dora SugliaDora Suglia wrote a review
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"la notte ha voci che, di giorno, la luce rende mute"
La Mandragola in copertina e il titolo già indicavano che più che narrazione sarebbe stato un viaggio nelle tradizioni popolari. A tratti durante il racconto si perdevano i connotati temporali, ma forse accettandolo come una favola nera:... Adelina, la ianara, la sua vita al limitare, dei boschi delle case degli altri. La sua vita prima e dopo il conte. E che ha provocare questa scissione sia in realtà un uomo di poco valore a cui lei dedica i giorni ed un improbabile vestito da sposa già macchiato di sangue, fa tristezza e rende vana tutta la magia. A corollario altre figure di donne, alcune libere a dispetto dei tempi , alcune perfide alleate contro altre donne. e gli uomini tutti guidati da impulsi.
Mademoiselle SorelMademoiselle Sorel wrote a review
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Forse mi aspettavo troppo da questo libro. Intendiamoci: è tutt'altro che mal scritto, ma se facciamo una valutazione complessiva è deludente. Nonostante un inizio promettente, l'analisi dei moventi dei personaggi rimane del tutto oscura (ma non di quell'ambiguità di cui sono capaci solo i grandi scrittori: è proprio che non si capisce perché cavolo le persone fanno le cose!); la trama di conseguenza risulta inverosimile e confusa. Nonostante i delitti in sottofondo, non ha un andamento giallo (non vengono forniti indizi seri) né vengono spiegate alcune sottotrame, ma non è neppure una narrazione pura e semplice (in altre parole: usa il delitto per tenere alta la tensione, ma sbrodola). Inoltre ho notato che in questi ultimi anni (forse sulla scia del successo di Camilleri) stanno andando di gran moda romanzi a sfondo rurale o fortemente regionale (sovente con esperimenti linguistici di efficacia variabile): per fare solo alcuni esempi, Simonetta Agnello Hornby, Marcello Fois, Gianrico Carofiglio, Michela Murgia, Andrej Longo e così via. Non che ci sia qualcosa di male, naturalmente: però a mio avviso si percepisce la differenza tra gli autori in cui lo sfondo è funzionale alla narrazione (un caso per tutti: Andrej Longo), e quelli che invece usano la regionalità o la ruralità unicamente come fondo folkloristico, come alibi per narrare fatti irragionevoli o incomprensibili. La campagna dipinta da Giaquinto è una campagna oscurantista: per mostrare l'ambiguità o l'irrazionalità dei comportamenti umani, però, non è necessario scomodare la superstizione: basta un vero talento narrativo (Simenon docet).