La strada per Roma
by Paolo Volponi
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All Quotations

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«Barnaba disse che appunto la semplicità è mortale; che apparentemente può sembrare semplice la vita, specie al Sud, dov’è aperta e spappolata come un fico d’india; invece è semplice nella vita tutto ciò che passa facilmente e continuamente, cioè che muore; oppure che l’unica componente facile nella vita è già l’assaggio della morte, il masticare che essa fa continuamente, anche se non sempre inghiotte. La vita per resistere si arma di complicazioni, di strutture, di labirinti come una talpa per sfuggire alla morte; la vita si intreccia di supposizioni ma ancora non è riuscita a costruire un piano al quale la morte, che è semplice, terra terra, non riesca ad arrivare.»
«Barnaba disse che appunto la semplicità è mortale; che apparentemente può sembrare semplice la vita, specie al Sud, dov’è aperta e spappolata come un fico d’india; invece è semplice nella vita tutto ciò che passa facilmente e continuamente, cioè che muore; oppure che l’unica componente facile nella vita è già l’assaggio della morte, il masticare che essa fa continuamente, anche se non sempre inghiotte. La vita per resistere si arma di complicazioni, di strutture, di labirinti come una talpa per sfuggire alla morte; la vita si intreccia di supposizioni ma ancora non è riuscita a costruire un piano al quale la morte, che è semplice, terra terra, non riesca ad arrivare.»
«[Durante una visita agli scavi di Ostia antica in compagnia del collega Barnaba Carasso, Guido] recitò Sopra una conchiglia fossile di Giacomo Zanella. Soltanto la poesia, una specie di confessione compatita, poteva consentirgli di ritrovare l’iniziativa e la sicurezza. Cominciò a dire che chissà quante cose avevano visto quei pini e quelle case; cose che egli non cercava di immaginare ma che sapeva che Carasso non avrebbe potuto citare o chiedergli e che nemmeno quella faccia della città avrebbe saputo atteggiare, tirar fuori e mettere in ordine per una sfida completa. Il suo egoismo e la sua presunzione dovevano lottare contro l’indifferenza della schiavitù. Carasso disse: — Gli schiavi, specie quelli orientali, gli incendi, la caduta dell’Impero, i barbari, la malaria, i cinghiali, i contadini. Guido poté reagire: — Questo è molto cinematografico. Tutt’al più, direi la pioggia e poi i venti dall’Africa, cioè l’impalpabile sul muro, un’ombra sui marmi, il deserto, anzi prima la desolazione, la prima giornata senza nessuno, qualche vecchio ancora, il tonfo del primo arco che cade, la campagna che incomincia a muoversi per inghiottire. Carasso era convinto e disse: — Bello questo, molto bello. E già, quando è che qui si è fermata la storia. C’è stata una paura fisica; cinque secoli dopo Cristo… chissà se capiterà più sulla terra che una parte venga cancellata, trasformata. È vero che se i ghiacci del Polo si sciogliessero l’acqua sommergerebbe alcuni continenti. Carasso era felice, preso dall’entusiasmo di quelle evocazioni. Si fermò davanti a Guido e si riprese e poi con molta convinzione disse: — Lei fa ancora in tempo a vedere tutto quel che vuole: l’importante è che lei ha la qualità per capire. Oggi ha cominciato; pensi che oggi la gente è rimasta negli stabilimenti balneari di Ostia.»
«[Durante una visita agli scavi di Ostia antica in compagnia del collega Barnaba Carasso, Guido] recitò Sopra una conchiglia fossile di Giacomo Zanella. Soltanto la poesia, una specie di confessione compatita, poteva consentirgli di ritrovare l’iniziativa e la sicurezza. Cominciò a dire che chissà quante cose avevano visto quei pini e quelle case; cose che egli non cercava di immaginare ma che sapeva che Carasso non avrebbe potuto citare o chiedergli e che nemmeno quella faccia della città avrebbe saputo atteggiare, tirar fuori e mettere in ordine per una sfida completa. Il suo egoismo e la sua presunzione dovevano lottare contro l’indifferenza della schiavitù. Carasso disse: — Gli schiavi, specie quelli orientali, gli incendi, la caduta dell’Impero, i barbari, la malaria, i cinghiali, i contadini. Guido poté reagire: — Questo è molto cinematografico. Tutt’al più, direi la pioggia e poi i venti dall’Africa, cioè l’impalpabile sul muro, un’ombra sui marmi, il deserto, anzi prima la desolazione, la prima giornata senza nessuno, qualche vecchio ancora, il tonfo del primo arco che cade, la campagna che incomincia a muoversi per inghiottire. Carasso era convinto e disse: — Bello questo, molto bello. E già, quando è che qui si è fermata la storia. C’è stata una paura fisica; cinque secoli dopo Cristo… chissà se capiterà più sulla terra che una parte venga cancellata, trasformata. È vero che se i ghiacci del Polo si sciogliessero l’acqua sommergerebbe alcuni continenti. Carasso era felice, preso dall’entusiasmo di quelle evocazioni. Si fermò davanti a Guido e si riprese e poi con molta convinzione disse: — Lei fa ancora in tempo a vedere tutto quel che vuole: l’importante è che lei ha la qualità per capire. Oggi ha cominciato; pensi che oggi la gente è rimasta negli stabilimenti balneari di Ostia.»
«S’alza el sol, batt t’la cerqua¹, viva l’anarchia! — disse Alippi. — No, viva la cerqua; questa è la verità: la cosa, non il concetto. Il bene, l’oggetto, la produzione sono onesti; disonesta e vile è l’organizzazione economica, le cui regole non sono nemmeno esatte, e che risultano sempre sfocate, anche ai controlli sui risultati, pensate sulle motivazioni: sono addirittura indeterminate. Il capitalismo è la cosa meno concreta che esista: è spirituale, ecco la grande comunione; non scende mai nelle cose, è idealista, ecco un’altra comunione: l’incremento del valore che il capitalismo persegue è del tutto ideale, non è un bene, è una convenzione, una follia infantile; non è nemmeno conseguente ai frutti del possesso, non è legato nemmeno al servizio che può rendere il bene al quale si riferisce. E per questo incremento del valore che non esiste, per quest’altro dio che consola, il mondo, tutta la palla, è schiacciato orribilmente. Quindi non si tratta di buttare giù l’industria, di distruggere i beni e i servizi o di amare la miseria, Jenner, ma di annullare un gas micidiale, fare prigioniero un fumetto che s’alza dalla mente di pochi, la finanza, e che si diffonde a intossicare, a confondere il principio di ogni cosa reale, anche di questa strada nera. Non conta più la strada ma l’incremento di valore. Non conta più l’industria e non contano i suoi prodotti, pensate quindi quanto poco contino i suoi operai; ma le sue azioni, il venderle anzi, nemmeno venderle, il loro prezzo fra sei mesi, l’idea del loro prezzo, quindi la loro essenza, che mi pare voglia dire la loro divinità. Ma se si abolisce quest’altro dio, allora si possono aprire domattina alle sei le porte dell’industria e dire agli operai: lavorate come vi pare, cercate di fare questi prodotti che servono a tutti, quando siete stanchi uscite a passeggiare. Capite, adesso, fratelli, come è facile diventare ricchi: basta credere e obbedire e combattere per quest’altra divinità: compro oggi la merda dei carabinieri e comincio a pensare io stesso che domani varrà di più.» 1. Quercia, in dialetto marchigiano.
«S’alza el sol, batt t’la cerqua¹, viva l’anarchia! — disse Alippi. — No, viva la cerqua; questa è la verità: la cosa, non il concetto. Il bene, l’oggetto, la produzione sono onesti; disonesta e vile è l’organizzazione economica, le cui regole non sono nemmeno esatte, e che risultano sempre sfocate, anche ai controlli sui risultati, pensate sulle motivazioni: sono addirittura indeterminate. Il capitalismo è la cosa meno concreta che esista: è spirituale, ecco la grande comunione; non scende mai nelle cose, è idealista, ecco un’altra comunione: l’incremento del valore che il capitalismo persegue è del tutto ideale, non è un bene, è una convenzione, una follia infantile; non è nemmeno conseguente ai frutti del possesso, non è legato nemmeno al servizio che può rendere il bene al quale si riferisce. E per questo incremento del valore che non esiste, per quest’altro dio che consola, il mondo, tutta la palla, è schiacciato orribilmente. Quindi non si tratta di buttare giù l’industria, di distruggere i beni e i servizi o di amare la miseria, Jenner, ma di annullare un gas micidiale, fare prigioniero un fumetto che s’alza dalla mente di pochi, la finanza, e che si diffonde a intossicare, a confondere il principio di ogni cosa reale, anche di questa strada nera. Non conta più la strada ma l’incremento di valore. Non conta più l’industria e non contano i suoi prodotti, pensate quindi quanto poco contino i suoi operai; ma le sue azioni, il venderle anzi, nemmeno venderle, il loro prezzo fra sei mesi, l’idea del loro prezzo, quindi la loro essenza, che mi pare voglia dire la loro divinità. Ma se si abolisce quest’altro dio, allora si possono aprire domattina alle sei le porte dell’industria e dire agli operai: lavorate come vi pare, cercate di fare questi prodotti che servono a tutti, quando siete stanchi uscite a passeggiare. Capite, adesso, fratelli, come è facile diventare ricchi: basta credere e obbedire e combattere per quest’altra divinità: compro oggi la merda dei carabinieri e comincio a pensare io stesso che domani varrà di più.» 1. Quercia, in dialetto marchigiano.
«Si accese una sigaretta e dalla borsa dove riponeva il pacchetto prese il foulard che aveva promesso a Guido. – Se lo metta al collo, prima di scendere. Non le dispiace fare due passi? – No, no, mi piace molto il mare, specie in questa stagione. – E il mare di Urbino com’è? – È più bello, come tutto a Urbino. – È vero; perché il mare di Urbino va avanti e indietro, sale e sparisce secondo l’umore. – È azzurro sotto le mura quando lei è di umore buono? – No, non è un mare così stupido. Non è mai azzurro e non arriva mai sotto le mura. Tocca qualcosa che è vicina, ma mai prossima; e poi arriva con delle onde piccole come se qualcuno rovesciasse un secchio. Arriva solo fino all’ultimo gradino del paesaggio e lì esaurisce la sua spinta, lascia un poco di spuma tra le vigne e poi torna indietro. – Non è mai arrivato nel suo giardino? – Non rifacciamo i discorsi di prima. Cerchiamo di stare insieme e di divertirci. Non mi parli come se ogni cosa che faccio io debba interessare una città. Se battessi le mani su quel capanno quei due laggiù non sentirebbero. Ho solo ventidue anni e sono alta un palmo meno di lei. – Ma rovescia il mare. – Rovescio il mare per conto mio, e rovescio il mio. È questione di umore, come ho detto prima. Ma non sente troppo freddo?»
«Si accese una sigaretta e dalla borsa dove riponeva il pacchetto prese il foulard che aveva promesso a Guido. – Se lo metta al collo, prima di scendere. Non le dispiace fare due passi? – No, no, mi piace molto il mare, specie in questa stagione. – E il mare di Urbino com’è? – È più bello, come tutto a Urbino. – È vero; perché il mare di Urbino va avanti e indietro, sale e sparisce secondo l’umore. – È azzurro sotto le mura quando lei è di umore buono? – No, non è un mare così stupido. Non è mai azzurro e non arriva mai sotto le mura. Tocca qualcosa che è vicina, ma mai prossima; e poi arriva con delle onde piccole come se qualcuno rovesciasse un secchio. Arriva solo fino all’ultimo gradino del paesaggio e lì esaurisce la sua spinta, lascia un poco di spuma tra le vigne e poi torna indietro. – Non è mai arrivato nel suo giardino? – Non rifacciamo i discorsi di prima. Cerchiamo di stare insieme e di divertirci. Non mi parli come se ogni cosa che faccio io debba interessare una città. Se battessi le mani su quel capanno quei due laggiù non sentirebbero. Ho solo ventidue anni e sono alta un palmo meno di lei. – Ma rovescia il mare. – Rovescio il mare per conto mio, e rovescio il mio. È questione di umore, come ho detto prima. Ma non sente troppo freddo?»
«– Corsalini! – l’aveva chiamato la Cancellieri. – Corsalini, dobbiamo vederci in tutti caffè? Lui sorrise e si sedette lentamente, dopo che lei l’aveva invitato a farlo. Non parlò e tirò fuori una sigaretta dal pacchetto ancora prezioso. Per questo si scoprì e Letizia notò che aveva il colletto aperto. – Ha dovuto fuggire di corsa da qualche stanza? Fu umiliato da quella domanda ed esagerò ancora la sua umiliazione. – Perché mi tratta in questo modo? – domandò. – Mi ha già fatto capire che sono un provinciale; ma perché adesso mi dice queste cose? – Mi scusi. È stato uno scherzo inutile. Guido continuò a fumare, con un silenzio ostentato che doveva dimostrare la sua ripugnanza per quei costumi ai quali si riferiva la Cancellieri e la stanchezza che su di lui ormai gettavano. – Eppure questa notte sono stata avvisata due volte di guardarmi da lei. Guido volle tramutare il suo orgoglio in sdegno e darne misura: – Ed è per questo che vuol provare? La Cancellieri alzò la testa con un gesto infantile, mostrò di doversi controllare e dopo una breve pausa sorrise: – Sa che è bravo lei? – A far cosa? – A concedersi. – È lei che lo comanda. – La smetta e non diventi come tutti quelli che si difendono con l’insolenza, fannulloni attaccati ai ferri davanti al Circolo. – Volevo dire che lei lo aspetta in un certo modo, come un vassallaggio. Che lei cerca di fuggire dalla sua posizione… – Non ricordava bene le parole di Ettore e non riusciva quindi a variarne il senso preciso in un’approssimazione che avrebbe potuto costituire un bel complimento e una prova della sua intelligenza. – Ma che non ci riesce… – Gli riuscì di ricordare la piccola Cancellieri del quadro di Giovanni Santi e allora concluse: – Perché è dentro di lei, le appartiene come la faccia, la bellezza che le arriva dalle sue antenata.»
«– Corsalini! – l’aveva chiamato la Cancellieri. – Corsalini, dobbiamo vederci in tutti caffè? Lui sorrise e si sedette lentamente, dopo che lei l’aveva invitato a farlo. Non parlò e tirò fuori una sigaretta dal pacchetto ancora prezioso. Per questo si scoprì e Letizia notò che aveva il colletto aperto. – Ha dovuto fuggire di corsa da qualche stanza? Fu umiliato da quella domanda ed esagerò ancora la sua umiliazione. – Perché mi tratta in questo modo? – domandò. – Mi ha già fatto capire che sono un provinciale; ma perché adesso mi dice queste cose? – Mi scusi. È stato uno scherzo inutile. Guido continuò a fumare, con un silenzio ostentato che doveva dimostrare la sua ripugnanza per quei costumi ai quali si riferiva la Cancellieri e la stanchezza che su di lui ormai gettavano. – Eppure questa notte sono stata avvisata due volte di guardarmi da lei. Guido volle tramutare il suo orgoglio in sdegno e darne misura: – Ed è per questo che vuol provare? La Cancellieri alzò la testa con un gesto infantile, mostrò di doversi controllare e dopo una breve pausa sorrise: – Sa che è bravo lei? – A far cosa? – A concedersi. – È lei che lo comanda. – La smetta e non diventi come tutti quelli che si difendono con l’insolenza, fannulloni attaccati ai ferri davanti al Circolo. – Volevo dire che lei lo aspetta in un certo modo, come un vassallaggio. Che lei cerca di fuggire dalla sua posizione… – Non ricordava bene le parole di Ettore e non riusciva quindi a variarne il senso preciso in un’approssimazione che avrebbe potuto costituire un bel complimento e una prova della sua intelligenza. – Ma che non ci riesce… – Gli riuscì di ricordare la piccola Cancellieri del quadro di Giovanni Santi e allora concluse: – Perché è dentro di lei, le appartiene come la faccia, la bellezza che le arriva dalle sue antenata.»
«Subiva sentendo aumentare la sua colpa. E la colpa, come sempre, non doveva diventare una cosa vitale che lo spingesse fino a prendere le decisioni che la coscienza avrebbe richiesto; doveva come sempre essere nascosta e mascherata e doveva come sempre indurlo ad aggravarla proprio con il non fare ciò che richiedeva.»
«Subiva sentendo aumentare la sua colpa. E la colpa, come sempre, non doveva diventare una cosa vitale che lo spingesse fino a prendere le decisioni che la coscienza avrebbe richiesto; doveva come sempre essere nascosta e mascherata e doveva come sempre indurlo ad aggravarla proprio con il non fare ciò che richiedeva.»