La tregua
by Primo Levi
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"La tregua", seguito di "Se questo è un uomo", è considerato da molti il capolavoro di Levi: diario del viaggio verso la libertà dopo l'internamento nel Lager nazista, questo libro, più che una semplice rievocazione biografica, è uno straordinario romanzo picaresco. L'avventura movimentata e struggente tra le rovine dell'Europa liberata - da Auschwitz attraverso la Russia, la Romania, l'Ungheria, l'Austria fino a Torino - si snoda in un itinerario tortuoso, punteggiato di incontri con persone appartenenti a civiltà sconosciute, e vittime della stessa guerra. L'epopea di un'umanità ritrovata dopo il limite estremo dell'orrore e della miseria.

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"[...] e non ha cessato di visitarmi, ad intervalli ora fitti, ora radi, un sogno pieno di spavento. È un sogno entro un altro sogno, vario nei particolari, unico nella sostanza. Sono a tavola con la famiglia, o con amici, o al lavoro, o in una campagna verde: in un ambiente insomma placido e disteso, apparentemente privo di tensione e di pena; eppure provo un’angoscia sottile e profonda, la sensazione definita di una minaccia che incombe"
LauraTLauraT added a quotation
"[...] e non ha cessato di visitarmi, ad intervalli ora fitti, ora radi, un sogno pieno di spavento. È un sogno entro un altro sogno, vario nei particolari, unico nella sostanza. Sono a tavola con la famiglia, o con amici, o al lavoro, o in una campagna verde: in un ambiente insomma placido e disteso, apparentemente privo di tensione e di pena; eppure provo un’angoscia sottile e profonda, la sensazione definita di una minaccia che incombe"
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Di seicentocinquanta, quanti eravamo partiti, ritornavamo in tre. E quanto avevamo perduto, in quei venti mesi? Che cosa avremmo ritrovato a casa? Quanto di noi stessi era stato eroso, spento? Ritornavamo piú ricchi o piú poveri, piú forti o piú vuoti? Non lo sapevamo: ma sapevamo che sulle soglie delle nostre case, per il bene o per il male, ci attendeva una prova, e la anticipavamo con timore. Sentivamo fluirci per le vene, insieme col sangue estenuato, il veleno di Auschwitz: dove avremmo attinto la forza per riprendere a vivere, per abbattere le barriere, le siepi che crescono spontanee durante tutte le assenze intorno ad ogni casa deserta, ad ogni covile vuoto?
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Di seicentocinquanta, quanti eravamo partiti, ritornavamo in tre. E quanto avevamo perduto, in quei venti mesi? Che cosa avremmo ritrovato a casa? Quanto di noi stessi era stato eroso, spento? Ritornavamo piú ricchi o piú poveri, piú forti o piú vuoti? Non lo sapevamo: ma sapevamo che sulle soglie delle nostre case, per il bene o per il male, ci attendeva una prova, e la anticipavamo con timore. Sentivamo fluirci per le vene, insieme col sangue estenuato, il veleno di Auschwitz: dove avremmo attinto la forza per riprendere a vivere, per abbattere le barriere, le siepi che crescono spontanee durante tutte le assenze intorno ad ogni casa deserta, ad ogni covile vuoto?
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Accendemmo fuochi nel bosco, e nessuno dormí: passammo il resto della notte cantando e ballando, raccontandoci a vicenda le avventure passate, e ricordando i compagni perduti: poiché non è dato all’uomo di godere gioie incontaminate.
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Accendemmo fuochi nel bosco, e nessuno dormí: passammo il resto della notte cantando e ballando, raccontandoci a vicenda le avventure passate, e ricordando i compagni perduti: poiché non è dato all’uomo di godere gioie incontaminate.
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Cosí per noi anche l’ora della libertà suonò grave e chiusa, e ci riempí gli animi, ad un tempo, di gioia e di un doloroso senso di pudore, per cui avremmo voluto lavare le nostre coscienze e le nostre memorie della bruttura che vi giaceva: e di pena, perché sentivamo che questo non poteva avvenire, che nulla mai piú sarebbe potuto avvenire di cosí buono e puro da cancellare il nostro passato, e che i segni dell’offesa sarebbero rimasti in noi per sempre - così per sempre che Levi si suicidò 40 anni dopo
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Cosí per noi anche l’ora della libertà suonò grave e chiusa, e ci riempí gli animi, ad un tempo, di gioia e di un doloroso senso di pudore, per cui avremmo voluto lavare le nostre coscienze e le nostre memorie della bruttura che vi giaceva: e di pena, perché sentivamo che questo non poteva avvenire, che nulla mai piú sarebbe potuto avvenire di cosí buono e puro da cancellare il nostro passato, e che i segni dell’offesa sarebbero rimasti in noi per sempre - così per sempre che Levi si suicidò 40 anni dopo
Gau82 Gau82 added a quotation
La prima sera fu proiettata una vecchia pellicola austriaca, in sé mediocre, e di scarso interesse per i russi, ma ricca di emozioni per noi italiani. Era un film di guerra e di spionaggio, muto e con didascalie in tedesco; più precisamente, un episodio della prima guerra mondiale sul fronte italiano. Vi appariva lo stesso candore e lo stesso armamentario retorico degli analoghi film di produzione alleata: onore militare, sacri confini, combattenti eroici ma pronti al pianto come vergini, attacchi alla baionetta condotti con improbabile entusiasmo. Soltanto, era tutto capovolto: gli austro-ungheresi, ufficiali e soldati, erano nobili e aitanti personaggi, valorosi e cavallereschi; visi spirituali e sensibili di guerrieri stoici, visi rudi e onesti di contadini, spiranti simpatia al primo sguardo. Gli italiani, tutti quanti, erano una caterva di volgari gaglioffi, tutti segnati da vistosi e risibili difetti corporei: strabici, obesi, colle spalle a bottiglia, con le gambe ercoline, con la fronte bassa e sfuggente. Erano vili e feroci, brutali e foschi: gli ufficiali, con facce da rammoliti viziosi, schiacciate sotto la mole incongrua del berretto a paiolo a noi familiare nei ritratti di Cadorna e di Diaz; i soldati con grinte porcine o scimmiesche, messe in risalto dall'elmetto dei nostri padri, calcato di sgimbescio o tirato sugli occhi a nascondere sinistramente lo sguardo. Il fellone dei felloni, spia italiana a Vienna, era una stramba chimera, mezzo D'Annunzio e mezzo Vittorio Emanuele: di statura assurdamente piccola, tanto che era costretto a guardare tutti dal basso in alto, portava il monocolo e la cravatta a farfalla, e si muoveva su e giù per lo schermo con arroganti scatti da galletto. Rientrato nelle linee italiane, sovraintendeva con abominevole freddezza alla fucilazione di dieci civili tirolesi innocenti. Noi italiani, così poco avvezzi a vedere noi stessi nei panni del "nemico", odioso per definizione; così costernati dall'idea di essere odiati da chicchessia; ricavammo dalla visione della pellicola un piacere complesso, non privo di turbamento, e fonte di salutari meditazioni.
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La prima sera fu proiettata una vecchia pellicola austriaca, in sé mediocre, e di scarso interesse per i russi, ma ricca di emozioni per noi italiani. Era un film di guerra e di spionaggio, muto e con didascalie in tedesco; più precisamente, un episodio della prima guerra mondiale sul fronte italiano. Vi appariva lo stesso candore e lo stesso armamentario retorico degli analoghi film di produzione alleata: onore militare, sacri confini, combattenti eroici ma pronti al pianto come vergini, attacchi alla baionetta condotti con improbabile entusiasmo. Soltanto, era tutto capovolto: gli austro-ungheresi, ufficiali e soldati, erano nobili e aitanti personaggi, valorosi e cavallereschi; visi spirituali e sensibili di guerrieri stoici, visi rudi e onesti di contadini, spiranti simpatia al primo sguardo. Gli italiani, tutti quanti, erano una caterva di volgari gaglioffi, tutti segnati da vistosi e risibili difetti corporei: strabici, obesi, colle spalle a bottiglia, con le gambe ercoline, con la fronte bassa e sfuggente. Erano vili e feroci, brutali e foschi: gli ufficiali, con facce da rammoliti viziosi, schiacciate sotto la mole incongrua del berretto a paiolo a noi familiare nei ritratti di Cadorna e di Diaz; i soldati con grinte porcine o scimmiesche, messe in risalto dall'elmetto dei nostri padri, calcato di sgimbescio o tirato sugli occhi a nascondere sinistramente lo sguardo. Il fellone dei felloni, spia italiana a Vienna, era una stramba chimera, mezzo D'Annunzio e mezzo Vittorio Emanuele: di statura assurdamente piccola, tanto che era costretto a guardare tutti dal basso in alto, portava il monocolo e la cravatta a farfalla, e si muoveva su e giù per lo schermo con arroganti scatti da galletto. Rientrato nelle linee italiane, sovraintendeva con abominevole freddezza alla fucilazione di dieci civili tirolesi innocenti. Noi italiani, così poco avvezzi a vedere noi stessi nei panni del "nemico", odioso per definizione; così costernati dall'idea di essere odiati da chicchessia; ricavammo dalla visione della pellicola un piacere complesso, non privo di turbamento, e fonte di salutari meditazioni.
Emiliano DominiciEmiliano Dominici added a quotation
Questo portiere era un portiere da incubo. Era uno spilungone biondo, dal viso emaciato, dal petto concavo e dalle movenze indolenti da apache. Non possedeva affatto lo scatto, la contrazione enfatica e la nevrotica trepidazione professionale: stava in porta con degnazione insolente, appoggiato ad un montante come se al gioco assistesse soltanto, con aria insieme oltraggiata e oltraggiosa. Eppure, le poche volte che la palla veniva calciata in porta dagli italiani, lui era sempre sulla traiettoria, come per caso, pur senza mai fare un movimento brusco: stendeva un lunghissimo braccio, uno solo, che sembrava gli uscisse dal corpo come le corna di una chiocciola, e possedesse la stessa qualita' invertebrata ed appiccicosa. Ed ecco, la palla vi aderiva solidamente, perdendo tutta la sua forza viva: gli scivolava sul petto, poi giu' lungo il corpo e la gamba, fino a terra. L'altra mano non la adopero' mai: la tenne ostentatamente in tasca per tutto l'incontro.
Emiliano DominiciEmiliano Dominici added a quotation
Questo portiere era un portiere da incubo. Era uno spilungone biondo, dal viso emaciato, dal petto concavo e dalle movenze indolenti da apache. Non possedeva affatto lo scatto, la contrazione enfatica e la nevrotica trepidazione professionale: stava in porta con degnazione insolente, appoggiato ad un montante come se al gioco assistesse soltanto, con aria insieme oltraggiata e oltraggiosa. Eppure, le poche volte che la palla veniva calciata in porta dagli italiani, lui era sempre sulla traiettoria, come per caso, pur senza mai fare un movimento brusco: stendeva un lunghissimo braccio, uno solo, che sembrava gli uscisse dal corpo come le corna di una chiocciola, e possedesse la stessa qualita' invertebrata ed appiccicosa. Ed ecco, la palla vi aderiva solidamente, perdendo tutta la sua forza viva: gli scivolava sul petto, poi giu' lungo il corpo e la gamba, fino a terra. L'altra mano non la adopero' mai: la tenne ostentatamente in tasca per tutto l'incontro.
SoniaSonia added a quotation
Guerra è sempre..
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Guerra è sempre..
RaflesiaRaflesia added a quotation
“Accendemmo fuochi nel bosco, e nessuno dormì: passammo il resto della notte cantando e ballando, raccontandoci a vicenda le avventure passate, e ricordando ai compagni perduti: poiché non è dato all’uomo di godere gioie incontaminate.”
RaflesiaRaflesia added a quotation
“Accendemmo fuochi nel bosco, e nessuno dormì: passammo il resto della notte cantando e ballando, raccontandoci a vicenda le avventure passate, e ricordando ai compagni perduti: poiché non è dato all’uomo di godere gioie incontaminate.”
RaflesiaRaflesia added a quotation
“La nostalgia è una sofferenza fragile e gentile, essenzialmente diversa, più intima, più umana delle altre pene che avevamo sostenuto fino a quel tempo: percosse, freddo, fame, terrore, distruzione, malattia. E’ un dolore limpido e pulito, ma urgente: pervade tutti i minuti della giornata, non concede altri pensieri, e spinge alle evasioni.”
RaflesiaRaflesia added a quotation
“La nostalgia è una sofferenza fragile e gentile, essenzialmente diversa, più intima, più umana delle altre pene che avevamo sostenuto fino a quel tempo: percosse, freddo, fame, terrore, distruzione, malattia. E’ un dolore limpido e pulito, ma urgente: pervade tutti i minuti della giornata, non concede altri pensieri, e spinge alle evasioni.”
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“Sentii l’onda calda del sentirsi libero, del sentirsi uomo fra uomini, del sentirsi vivo, rifluire lontano da me. Mi trovai a un tratto vecchio, esangue, stanco al di là di ogni misura umana: la guerra non è finita, guerra è sempre.”
RaflesiaRaflesia added a quotation
“Sentii l’onda calda del sentirsi libero, del sentirsi uomo fra uomini, del sentirsi vivo, rifluire lontano da me. Mi trovai a un tratto vecchio, esangue, stanco al di là di ogni misura umana: la guerra non è finita, guerra è sempre.”