La trionferà
by Massimo Zamboni
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Essere comunisti a Cavriago voleva dire usare testa e mani per costruire tutti assieme il proprio cinema, la propria balera, il proprio futuro, in nome dell'emancipazione dell'umanità. Ma anche spedire un telegramma a Lenin e nominarlo sindaco onorario, scontrarsi coi cattolici per il film su Peppone e don Camillo, disperarsi per la morte di Stalin, servire lambrusco e rane fritte alla festa dell'Unità. Essere comunisti era prima di tutto un sentimento: sapere di essere dalla parte giusta del mondo. Massimo Zamboni ci accompagna in questo viaggio nel tempo, a partire da quella piccola Pietroburgo nostrana dove ancora oggi campeggia il busto di Lenin, facendoci precipitare in un'epoca in cui tutto sembrava possibile, persino la rivoluzione. «E se non saremo noi a vederla trionfare, e se non sarà da noi e avrà altri nomi forse, altri modi, chissà dove, duecento, trecento, mille anni, vedrete: la trionferà».

Dani Mela's Review

Dani MelaDani Mela wrote a review
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Una bellissima sorpresa. Massimo Zamboni, chitarrista punk e fondatore dei CCCP – Fedeli alla linea, trova le parole giuste, la giusta distanza, per raccontare cosa ha voluto dire essere comunisti in Emilia. Lo fa attraverso le vicende di un paese alla periferia di Reggio, Cavriago, sulla cui piazza troneggia tuttora un busto di Lenin. Sono storie di braccianti del primo novecento, delle loro durissime condizioni di vita, ma anche degli impressionanti livelli di solidarietà che la comunità sapeva esprimere, insieme a una capacità di organizzarsi che nei decenni faranno la fortuna del PCI. Dal consiglio comunale di Cavriago parte, nel 1921, una mozione di appoggio alla rivoluzione d’Ottobre; finirà sulle pagine dell’Avanti!, e da lì chissà come sulla scrivania di Lenin, che a sua volta ricambierà citando Cavriago in un discorso ai proletari di tutti i paesi. Mezzo secolo dopo l’Unione Sovietica decide di regalare a Cavriago un busto di Lenin: ma non quello che oggi sta in piazza, uno più brutto, di scagliola, che però si riesce a sostituire... Vicende tenere e bislacche, Peppone e Don Camillo (in senso assolutamente letterale), ma anche la miseria, il dilagare della violenza fascista, la durezza della militanza in clandestinità. E poi il Dopoguerra, il lento avanzare del benessere, la diffusione domenicale dell’Unità, ma con gli anni una cosa non cambia: la disciplina, la capacità di sacrificarsi per progetti che sembrano pazzeschi, fino a che, ecco, sono stati realizzati. Magnani non indora le pillole: in questo libro ci sono anche la solitudine degli eretici che abbandonano il partito, lo sbigottimento dei militanti all’invasione della Cecoslovacchia e il loro dolore (altra parola non c’è) alla misteriosa, repentina scomparsa di un PCI che già faceva acqua da molte falle. Ma ci consegna un documento di grande valore, umano e letterario, su quella che l’autore chiama, giustamente, “la civiltà comunista emiliana del Novecento”: e non è un’iperbole, ma un dato di fatto.
Dani MelaDani Mela wrote a review
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Una bellissima sorpresa. Massimo Zamboni, chitarrista punk e fondatore dei CCCP – Fedeli alla linea, trova le parole giuste, la giusta distanza, per raccontare cosa ha voluto dire essere comunisti in Emilia. Lo fa attraverso le vicende di un paese alla periferia di Reggio, Cavriago, sulla cui piazza troneggia tuttora un busto di Lenin. Sono storie di braccianti del primo novecento, delle loro durissime condizioni di vita, ma anche degli impressionanti livelli di solidarietà che la comunità sapeva esprimere, insieme a una capacità di organizzarsi che nei decenni faranno la fortuna del PCI. Dal consiglio comunale di Cavriago parte, nel 1921, una mozione di appoggio alla rivoluzione d’Ottobre; finirà sulle pagine dell’Avanti!, e da lì chissà come sulla scrivania di Lenin, che a sua volta ricambierà citando Cavriago in un discorso ai proletari di tutti i paesi. Mezzo secolo dopo l’Unione Sovietica decide di regalare a Cavriago un busto di Lenin: ma non quello che oggi sta in piazza, uno più brutto, di scagliola, che però si riesce a sostituire... Vicende tenere e bislacche, Peppone e Don Camillo (in senso assolutamente letterale), ma anche la miseria, il dilagare della violenza fascista, la durezza della militanza in clandestinità. E poi il Dopoguerra, il lento avanzare del benessere, la diffusione domenicale dell’Unità, ma con gli anni una cosa non cambia: la disciplina, la capacità di sacrificarsi per progetti che sembrano pazzeschi, fino a che, ecco, sono stati realizzati. Magnani non indora le pillole: in questo libro ci sono anche la solitudine degli eretici che abbandonano il partito, lo sbigottimento dei militanti all’invasione della Cecoslovacchia e il loro dolore (altra parola non c’è) alla misteriosa, repentina scomparsa di un PCI che già faceva acqua da molte falle. Ma ci consegna un documento di grande valore, umano e letterario, su quella che l’autore chiama, giustamente, “la civiltà comunista emiliana del Novecento”: e non è un’iperbole, ma un dato di fatto.

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notevole anche "L'eco di uno sparo"
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