Maschile e femminile
by Françoise Héritier
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Allieva di Claude Lévi-Strauss, sulla cui cattedra è salita succedendogli al Collège de France, François Héritier ripercorre in questo libro le tracce della differenza, dello scarto identico/diverso nelle strutture profonde psicologiche e sociali delle popolazioni tanto della Nuova Guinea e dell'Alaska quando dell'Europa occidentale e dell'America. Per arrivare alla società contemporanea, di cui la Héritier indaga fenomeni molto attuali quali la scelta intransigente del celibato o le tecniche di riproduzione artificiale.

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9
ArcadiaArcadia wrote a review
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E' il testo su cui si fonda la mia tesi di laurea :) Ma a parte questo, una lettura interessante :)
YupaYupa wrote a review
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Gerarchie del pensiero
Il libro è una raccolta di articoli precedentemente pubblicati altrove, o interviste rielaborate. Le ripetizioni sono parecchie, e la cosa non è piacevole. Inoltre, manca un indice analitico. Questo riguardo alla confezione editoriale. Passando ai contenuti. Il libro fornirebbe dati e spunti anche interessanti sulla diseguaglianza tra uomo e donna, una diseguaglianza storicamente gerarchica, portando anche alcune proposte e idee per superarla. Spunti e proposte che, in alcuni casi, pure condividerei, anche se con gradazione variabile. In ogni caso resta sempre utile confrontarsi con prospettive più o meno nuove, o diverse dalle proprie. Il problema è che le fondamenta del volume sono molto fragili, se non assenti. L'autrice sembra ignorare del tutto un minimo di rigore metodologico. Sciorina informazioni in lungo e in largo, spaziando tra continenti e millenni, ma riporta troppo di rado le fonti dei suoi dati. E quando le fonti ci sono, molto spesso sono articoli giornalistici... mai avrei creduto di leggere una studiosa universitaria che definisce il giornalismo di massa "parola degna di fede", da usare come fonte affidabile! Oltre ai dati ci sono libere elucubrazioni su fenomeni che difficilmente potranno mai essere provati o smentiti, e che pure l'autrice aggettiva noncurante come "indubitabili", "innegabili", "inoppugnabili" e così via: per dire, possiamo davvero permetterci conclusioni granitiche su come i nostri antenati cavernicoli, decine e decine di migliaia di anni fa, nella preistoria profonda, concepissero la differenza tra uomini e donne? La domanda non intimorisce l'autrice che in poche pagine, con ragionamenti a tavolino e nessun riferimento archeologico, biologico o comunque materiale, ci svela come stessero veramente le cose. Complimenti. In genere l'argomentare sembra viziato dalla volontà di adesione a determinate conclusioni prestabilite, in base a cui vengono scelti i dati riportati (di solito di natura etnografica), che sono tra l'altro quasi sempre aneddotici, e in cui pare giocare più peso l'interpretazione dell'autrice che non il materiale di partenza. Il materiale, inoltre, è riportato senza badare troppo al contesto di provenienza: ma ha senso affiancare l'opinione di Aristotele sulla femminilità nel IV secolo a.C. con quella odierna degli abitanti del Kalahari, interpretandole per concludere che dicono la stessa cosa? Secondo l'autrice sì, perché sono casi singoli di una visione universale del femminile propria di tutta l'umanità, al di là di tempo e spazio. Potrebbe essere, ma questa universalità non la dimostri sulla base proprio di quei due casi (e pochi altri) che tramite l'universalità vuoi spiegare, altrimenti cadi nella più flagrante delle petizioni di principio. { la cosa ironica è che l'autrice, in un capitolo su Simone de Beauvoir, rivolge a quest'ultima severe critiche di metodo (fonti non citate, ragionamenti circolari) che dovrebbe prima dedicare a se stessa... } Il massiccio ricorso ad argomenti circolari e la scarsa attenzione riservata al contesto materiale è tuttavia coerente con l'assunto di base di tutto il libro, ovvero che siano le idee e i processi mentali classificatorî della mente umana (cioè la cultura) a determinare - quasi a senso unico - i fatti bruti del sociale e non viceversa. Secondo l'autrice è la mentalità sessista che produce la sottomissione materiale della donna e non il contrario. All'origine di diseguaglianza e gerarchia ci sarebbe la facoltà esclusiva della donna di portare nel ventre i figli e partorirli. Questo perché mettere al mondo e allattare e accudire la prole è, sul piano concreto, un fardello inevitabilmente vincolante? No, secondo l'autrice il meccanismo di sottomissione discende primariamente dal piano dell'immaginario: la diversità femminile è data dalla possibilità non solo di partorire, ma partorire sia figli maschî che femmine; l'uomo maschio, incapace di accettare quest'anomalia concettuale, cioè che la donna produca il figlio maschio, e quindi l'apparente monopolio della donna sulla fecondità, si sarebbe mosso per assoggettare quest'ultima, sottrarle ogni diritto, e ricondurre così donna e fecondità sotto il proprio pieno potere. Affascinante, peccato che, come detto sopra, l'autrice non porti alcuna prova su questo processo storico-culturale, che non siano riflessioni da tavolino ed etnografia aneddotica (senza quasi citarne le fonti). Soprattutto, però l'autrice afferma recisamente che, dal punto di vista materiale (ad es. nella forza e resistenza muscolare), non ci sarebbe alcuna differenza tra maschio e femmina; ma così non si capisce come il maschio abbia potuto imporre, storicamente, la sua volontà di dominio sulla donna, senza che questa abbia mai tentato di ribellarsi o, se l'abbia fatto, perché sia stato senza successo. Questo massimalismo culturale caratterizza anche l'interpretazione che l'autrice dà all'evoluzione in senso egualitario (negli ultimi decenni) dei rapporti tra uomo e donna. Personalmente riterrei sia efficacemente spiegabile con una costellazione di fattori materiali, di cui i principali: l'invenzione degli elettrodomestici, che riducono il peso dei lavori di casa; l'ampia diffusione di lavori sempre meno logoranti dal punto di vista fisico; l'invenzione di anticoncezionali sempre più efficaci, che liberano le donne dai ceppi delle gravidanze continue; la transizione demografica, legata alla diffusione dell'istruzione di massa, che porta dalle famiglie numerose a quelle con due o tre figli, o al figlio unico; l'affermazione dello Stato sociale. Tutto questo viene praticamente ignorato dall'autrice in favore di fattori ideali: sarebbe stata determinante dapprima la scoperta dei gameti, che dimostra l'eguale contributo genetico di maschî e femmine alla generazione di figli e figlie; e poi la pillola, che avrebbe, anch'essa, rinforzato e dimostrato tale eguaglianza. Dall'idea di eguaglianza sarebbe iniziato un (lento) cammino verso un'eguaglianza concreta, non il contrario e a prescindere dalla condizioni materiali di realizzazione. Il culturalismo fervido e ardito dell'autrice credo si riassuma nel suggerimento che non è un caso se il secolo della scoperta dei gameti concide col secolo dei Lumi e dei diritti dell'uomo, come se la prima scoperta abbia innescato i secondi... Affascinante: ma dimostrabile in qualche modo? Quest'impostazione ha determinate conseguenze, che poi sono quelle tipiche delle prospettive cultural-idealistiche. Innanzi tutto la possibilità praticamente illimitata di adeguare i fatti alla propria interpretazione, anche laddove potrebbero contrastarla. Ad esempio l'esclusione istituzionale (parziale o totale) della donna dai mondi del diritto, della produzione e dell'indipendenza economica, del potere politico, esclusione che vigeva in passato, è correttamente presentata come una forma di sottomissione concreta. Oggi che questi vincoli storici stanno venendo superati si dice che comunque si perpetua un dominio "mascherato", "simbolico", "occulto", "inavvertito", "inconscio"; e quest'ultimo non viene rintracciato in àmbiti concreti come, per dire, l'accesso al mondo del lavoro, bensì in ogni interstizio e pratica del quotidiano o dell'immaginario e, in ultima analisi, nella mente degli individui, a cui del resto programmaticamente tutto viene ricondotto. In tal modo però qualunque atto e interazione quotidiana tra generi (o qualunque espressione pubblica) è sempre passibile di venir ricondotta - a posteriori - in quell'interpretazione che vi vede un dominio gerarchico in azione. Si tratta di una logica che, del resto, permea buona parte dell'attuale dibattito pubblico - alto o spicciolo - sulle questioni di genere, logica che è causa prima dell'interminabilità delle diatribe che vorrebbero decidere se la liberazione sessuale femminile sia "vera libertà" o "schiavitù mascherata"; se la minigonna sia una forma di autonomia o di sottomissione al desiderio dominante maschile; se promuovere la maternità significhi valorizzare la donna o incatenarla maggiormente alle sue funzioni biologiche; se la donna in carriera sia un'ammirevole donna liberata o una patetica emula dell'arrivismo maschile; se le tecnologie riproduttive aumentino la libertà di scelta o vincolino la donna al tecnocapitalismo maschile [sic!], e così via; diatribe interminabili ma soprattutto non solubili, mancando un metodo controllabile che dia risultati intersoggettivamente verificabili, e non passibili di continue reinterpretazioni ad hoc che spacciano surrettiziamente il soggettivo per l'(inters)oggettivo, confondendo questi due piani. Il metodo dell'autrice si rivela soprattutto una delle tante riedizioni della scivolosa ideologia della "falsa coscienza", e lo illustra molto bene come affronta la questione della prostituzione o, se si vogliono altri termini, dello scambio tra servizî sessuali e beni economici. A prescindere da tutte le situazioni di miseria e schiavitù effettiva in cui è flagrante la mancanza di volontarietà della donna che dà il suo corpo in affitto, l'autrice afferma che anche tutte le altre situazioni non sono comunque giustificabili, e che in questo àmbito la libertà e la volontarietà della donna, anche quando esplicitamente dichiarate, sono inconsistenti perché "illusorie" e ingranaggi inconsapevoli del grande meccanismo di dominio maschile. A questo punto della lettura mi è sorta inevitabile la domanda: come risponderebbe, come si giustificherebbe, come potrebbe dimostrare il contrario, l'autrice, se venisse accusata che il suo essere docente universitaria, ricercatrice, opinionista e scrittrice di saggistica è una libertà "illusoria", frutto del dominio maschile, a cui dunque dei terzi potrebbero chiederle di rinunciare in nome dell'auspicabile dissolvimento della gerarchia? Da ultimo non stupisce che questo approccio culturologico, privo di un'adeguata distinzione tra la sfera del soggettivo e dell'intersoggettivo, un approccio quindi totalizzante, conduca a proposte altrettanto totalizzanti, se non prossime al totalitario, come quella di "riscrivere tutti [!] i libri di storia" delle scuole o esercitare un controllo capillare su ogni espressione pubblica affinché non contenga in sé il germe della gerarchia di genere (ma come faremo a distinguerlo, se il metodo dell'autrice permette sempre di vederlo ovunque?). Se, come ritiene l'autrice, è il pensiero a determinare i rapporti concreti, e se i rapporti concreti esigono una rimodellazione tanto urgente, sembra che il controllo del pensiero sia l'unico sbocco possibile. Non sembra suscitare troppo interesse valutare l'efficacia di questa opzione, la solidità delle sue basi teoriche, e il prezzo che potrebbe comportare, in primis la creazione (o il consolidamento) di una gerarchia tra chi detiene le leve (politiche e giudiziarie) per controllare l'altrui pensiero e chi il controllo si troverebbe a subirlo.
IlweranIlweran wrote a review
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Una lettura interessante, ma non pienamente soddisfacente...la parte iniziale e quella finale le ho scorse molto lentamente, non sono proprio riuscite a catturare il mio interesse, ho trovato l'impostazione piuttosto statica. Sono stata molto più a mio agio con il contenuto centrale, ma il problema è che mi hanno colpito molto più le strutture sociali esaminate nel dettaglio delle varie popolazioni, piuttosto che le considerazioni che ne trae l'autrice, tant'è che spesso non ho neanche capito dove volesse effettivamente andare a parare. Lo aspettavo più vario e invece era abbastanza ristretto, ma ha comunque molti spunti interessanti, soprattutto se di certe cose non ne hai mai sentito parlare in questi termini.
Tatiana TartuferiTatiana Tartuferi wrote a review
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Un approccio utile per provare a raggiungere finalmente una parificazione dei sessi
"dobbiamo credere nell'efficacia dei gesti, degli atti e dei simboli per giungere al cambiamento nel profondo degli animi, anche se questo cambiamento per essere universale dovrà ricoprire qualche migliaio d'anni."
ZanipZanip wrote a review
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f. heritier racconta come nei diversi popoli si costruisce il concetto di maschile e femminile attraverso il valore che viene dato ai diversi fluidi corporei. il titolo non e' dei piu' azzeccati, tutto sommato l'antropologa francese non sembra riuscire a trovare neppure lei il bandolo della matassa per raccontare questa differenza, che non e' solo diversita' ma che e' anche differenza di valore, di un piu' (il maschile) e di un meno (il femminile). molto interessanti tutte le considerazioni che riguardano generazione-filiazione. utilissime le pagine finali per chi vuole riflettere sul tea della procreazione assistita e sul suo significato antropologico. un libro che si sarebbe dovuto leggere prima dell'ultimo referendum. poiche' la studiosa ha fatto parte della commissione nazionale in cui le diverse discipline si sono confrontate per poi offrire un parere titolato ancora nel 1985, non si puo' che rimanere ammirati del grande spessore culturale della classe politica francese. l'impostazione del libro sembra pero' risentire dell'occasionalita' di questi scritti che sono rifluiti nel testo con parecchie ripetizioni di concetti, eventi. e ala fine del testo , se possiamo dire di avere un'opinione piu' articolato per quanto riguarda il concetto di filiazione, rimaniamo con tante domande aperte sulle ragioni per cui un sesso e' riuscito a prevalere sull'altro.
giocandologiocandolo wrote a review
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Deludente
Non un granché, anzi. Il libro, pur recente, è letteralmente fossilizzato su una impostazione clamorosamente dicotomica. Héritier ignora deliberatamente ogni tentativo decostruzionista, sembra farsi beffa di Foucault e Derrida (e Bourdieu), e ricalca fedelmente un paradigma strutturalista che non ha più molto da dire. Nonostante il sottotitolo, il testo ha poco a che fare con il pensiero della differenza cui ci hanno abitutati le femministe italiane. Ciò che maggiormente disturba è la pretesa di fondare una presunta verità su una lettura assolutamente parziale dei reperti antroplogici. Manca, in ultima analisi, la domanda fondamentale, cioè quella del perché molte società sembrino basarsi (o si basino, di fatto) su sistemi di pensiero binari o dicotomici. Si ricalca, ribaltandolo solo in parte nella forma, il tentativo della sociodicea maschile di ergere la natura (una lettura particolare della natura, una concettualizzazione, un'interpretazione, un'analogia) a fondamento e giustificazione dell'ordine sociale - porre la regolarità della physis a tutela dell'arbitrato del nomos.
gucciaguccia wrote a review
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Una questione di liquidi
...dal blog L'immagine femminile a livello storico, epico, sociologico, antropologico, è qualcosa che stimola particolarmente il mio insano appetito. Qualche settimana fa ho mangiato Maschile e femminile, il pensiero della differenza. Trattasi di uno dei lavori dell'Héritier, allieva di Lévi-Strauss, nonché una delle figure più interessanti per quanto riguarda il campo di studi dell'antropologia contemporanea. Attraverso l'analisi dei sistemi di parentela di varie popolazioni del mondo, l'Héritier acquisisce gli strumenti per un'indagine critica del pensiero della differenza. Innanzitutto arriva a constatare come persino la filiazione - che potrebbe essere erroneamente considerata come puramente biologica - non sia altro che una costruzione culturale. Argomento centrale della nascita del pensiero della valenza differenziale dei sessi sarebbe dunque l'opposizione controllabile / incontrollabile inscritta nel funzionamento biologico. Più che conseguenza di una fragilità corporea la differenza è una necessità del sesso maschile che si sente incapace di controllare la riproduzione. Già Aristotele prova questa presunta inferiorità della donna nell'incapacità dell'essere femminile di controllare la perdita sanguigna, perdita che invece nel maschio è voluta (caccia, guerra, situazioni cercate). Solo l'uomo ha la capacità di cuocere il sangue e trasformarlo in sperma, la donna, per il fatto di avere le mestruazioni, non può compiere questo atto. L'uomo è caldo, la donna fredda. Questi elementi vengono, tramite la cultura, trasferiti nell'ordine sociale. Il dominio maschile, dunque, deriva da questa categoria conoscitiva, trasmessa per generazioni (interessante notare il fatto che l'idea che il sangue venisse prodotto dalle ossa era già presente fin dai tempi dei sumeri, che distruggevano le ossa dei nemici per distruggerne la storia, cioè il seme. Idea in seguito certificata dalla scienza). Studiando i sistemi di parentela patrilineari e matrilineari l'Héritier arriva ad individuare una ineguaglianza strutturale che fa si che, nei sistemi matrilineari crow, la struttura si inceppa e non tutti gli uomini possano essere cadetti per tutte le donne del loro gruppo di filiazione, cosa che non accade mai nelle strutture speculari patrilineari. Il rapporto di ineguaglianza non è biologicamente fondato, questo prova che ogni sistema di parentela è una manipolazione simbolica del reale (filiazione compresa). Sesso forte, sesso debole non sono altro che termini dell'ideologia. Una parte del libro riflette, inoltre, sull'atteggiamento delle società nei confronti dell'infertilità femminile e bisogna annotare che tutti i casi di infertilità nelle popolazioni studiate (compresa la nostra, fino alle ultimissime scoperte scientifiche) erano imputate alla donna (donne spesso tacciate di stregoneria o ritenute pericolose per la comunità) grazie a sistemi di filiazioni nei quali all'uomo era garantita sempre una discendenza, anche quando era, in effetti, sterile. La sterilità, infatti, non era mai vista come un qualcosa di ordine fisiologico. L'uomo sociale da la priorità all'ambito sociale su quello biologico, costruendo categorie culturali a secondo dei propri bisogni. L'Héritier a questo proposito cita una sentenza samo che dice è la parola che fa la filiazione, è la parola che la sopprime. Con vari esempi si arriva alla conclusione che la filiazione non è mai un semplice derivato della generazione. Questi studi sui sistemi di parentela, oltre a stabilire l'errore dell'ipotesi diffusionista, spiegano il modo in cui la differenza si è tradotta in diseguaglianza. Per questo, fra gli altri, per la Chiesa cattolica ufficialmente vi è uguaglianza, ma Cristo sceglie di incarnarsi in forma maschile. Per questo i bastioni della diseguaglianza sono contraccezione e aborto, la riappropriazione del corpo. L'idea è quella che il seme veicoli tutta l'identità, di conseguenza alle donne era/è negato lo statuto di individui. Il potere riguarda dunque il controllo (la negazione del controllo) della riproduzione biologica e sociale.
gioi&colorigioi&colori wrote a review
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Gli indizi storici ed antropologici della differenza uomo-donna per giungere alla condizione contemporanea della diversità di genere.
SonicaSonica wrote a review
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Testo che affronta la diversità culturale e biologica del maschile e feminile attraverso un'analisi antropologica. Molto interessante