Non per profitto
by Martha C. Nussbaum
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Assistiamo oggi a una crisi strisciante, di enormi proporzioni e di portata globale, tanto più inosservata quanto più dannosa per il futuro della democrazia: la crisi dell'istruzione. Sedotti dall'imperativo della crescita economica e dalle logiche contabili a breve termine, molti paesi infliggono pesanti tagli agli studi umanistici ed artistici a favore di abilità tecniche e conoscenze pratico-scientifiche. E così, mentre il mondo si fa più grande e complesso, gli strumenti per capirlo si fanno più poveri e rudimentali; mentre l'innovazione chiede intelligenze flessibili, aperte e creative, l'istruzione si ripiega su poche nozioni stereotipate. Non si tratta di difendere una presunta superiorità della cultura classica su quella scientifica, bensì di mantenere l'accesso a quella conoscenza che nutre la libertà di pensiero e di parola, l'autonomia del giudizio, la forza dell'immaginazione come altrettante precondizioni per una umanità matura e responsabile.

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MasettoMasetto wrote a review
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L'autrice argomenta della necessità della presenza degli studi umanistici all'interno dei percorsi formativi, a tutti i livelli, per favorire la costituzione di una cittadinanza democratica. Questo il cuore dell'argomentazione ma il testo a tratti sembra non decollare affatto appiattendosi su alcuni luoghi comuni. Molto approfondita la questione a partire dal confronto tra USA e India.
Alessandro P.Alessandro P. wrote a review
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Il libro certamente offre spunti interessanti, ma alle volte è un po' confuso. Tende ad esaltare il modello americano come il migliore possibile a proposito di studio della cultura umanistica. Ora, io ho conosciuto diversi ragazzi americani e tutto sono fuorché preparati su tali materie. Credono che l'Iraq si trovi in Puglia, che i Greci siano di colore, non conoscono Caravaggio e via dicendo. Quindi il libro certe volte dice cose un po' irritanti e che lasciano il tempo che trovano. Peccato. C'è di meglio sullo stesso argomento.
ArgyllArgyll wrote a review
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La testi di fondo dell'Autrice è condivisibile, ma ho trovato questo libello noioso e ripetitivo, inoltre non mi sembra che il sistema scolatisco statunitense, per quanto non possa dire di conoscerlo, brilli quanto all'insegnamento delle materie umanistiche. Ho l'impressione che la Nussbaum sia stata un po' di parte nel giudicare positivamente il sistema scolastico americano e severamente i sistemi scolastici europei. Ad ogni modo lo trovo utile per incentivare a fare una riflessione su cosa chiediamo ad un sistema scolastico e sul pericolo che l'impostazione utilitaristica di oggi, che mira a considerare utili solo materie velocemente spendibili nel ciclo economico e inutili le altre (come la letteratura, la filosofia, il latino), ci fa correre. Io ho fatto un liceo scientifico dove le materie umanistiche sono state trattate in modo molto più approfondito di quelle scientifiche, forse perché la differenza la fanno sempre gli insegnanti; ritengo che la solida preparazione umanistica ricevuta mi sia stata molto utile per capire il mondo attorno a me e per affinare sensibilità e curiosità.
CleliaClelia wrote a review
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Un testo che parla a noi proprio oggi, così convinti di risolvere complessi problemi planetari con le solite vecchie soluzioni o, peggio ancora, con (supposte) soluzioni semplici(stiche). L'importanza degli studi che ci aiutano a capire noi stessi, per poter poi vedere gli altri come esseri umani. E restare umani a nostra volta. P.S. Altro che un'ora di educazione civica: ci vuole un approccio socratico!
AsclepiadeAsclepiade wrote a review
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...et nomina nuda tenemus
Non credo che mi accada sovente di dover dare un giudizio severo su d'un libro di cui condivido l'idea di fondo; ma questo libello di Martha Nussbaum mi è apparso tanto nobilmente ispirato quanto carente nelle argomentazioni, nell'esposizione e nello stile, ed anche alquanto sciatto e ripetitivo, al punto che, dopo aver letto più saggi di quest'autrice, ne ho avuta l'impressione come d'un testo messo insieme frettolosamente: e in effetti alcuni argomenti che vi sono trattati compaiono, esposti molto meglio, anche in altre opere della studiosa d'oltreoceano. La Nussbaum prende di mira un problema reale molto grave, quello della sistematica umiliazione della cultura umanistica nelle scuole moderne, accusata di non risultare affatto redditizia, e di costituire quindi una perdita di tempo inutile, da rimpiazzare con materie di maggior utilità pratica, che consentano un comodo accesso al cosiddetto "mondo del lavoro"; in Italia simili asserzioni fracide dovrebbero essere familiari perfino a chiunque si limiti a dare ai giornali un'occhiata cursoria: che le strombazzino politicanti analfabeti, eroi della partita doppia arrampicatisi a non meritate cattedre o dirigenze, manovali che s'impancano a uomini di preclara dottrina, mercatantuzzi di feccia d'asino, somari che ancora dopo cinquant'anni portano rancore per qualche quattro in latino, pedagogisti per assenza di prove, sedicenti scienziati e intellettuali millantati, la mira rimane sempre la stessa: abolire il greco, il latino, la storia dell'arte, la storia della filosofia, la storia e basta, magari anche la letteratura, certamente Dante. In una prospettiva molto americana, l'autrice mira invece a dimostrare che proprio le materie umanistiche sono essenziali entro una società democratica e pluralistica, perché soltanto esse aiutano a leggere criticamente la realtà, liberando la mente, favorendo il pensiero creativo, promovendo l'empatia e il rispetto per le minoranze: esse quindi, sia pur non direttamente, finiscono anche per accrescere il progresso economico. Tale difesa, rifiutando d’uscire dal paradigma economicistico che contraddistingue tanta cultura odierna di segno quanto mai diverso, può essere quindi accusata comodamente di parzialità, e addirittura di presentarsi fin dal principio come apologia con armi spuntate, ma da un’americana very liberal non credo si possa pretendere una critica di altro tipo. Piuttosto, suscita perplessità il fatto che la Nussbaum faccia coincidere l’educazione umanistica col “metodo socratico” nell’insegnamento (di cui seppi l’esistenza leggendo, tanti anni or sono, Harvard, facoltà di legge di Scott Turow…), come se un insegnamento umanistico perseguito con metodi più classici fosse del tutto infruttuoso e inane; e diventa perfino offensiva la liquidazione dell’impianto scolastico e universitario europeo, che da sempre ha visto l’istruzione umanistica “generalista” come un prodromo a una preparazione universitaria d’indole invece prettamente specialistica: come se le nostre università, per ciò solo che non ospitano corsi “umanistici” obbligatorî al primo anno o nel primo biennio, avessero sfornato per secoli greggi di capre incapaci di ragionare e di vedere di là dal proprio naso. Io sono convinto viceversa che una seria e profonda preparazione linguistica, letteraria, storica e filosofica si possa e si debba garantire prima dell’università: se si fanno pessimi licei pieni di fumo e di chiacchiere “socratiche”, dove si sdegnano le date e i dati a mo’ di pedantesche anticaglie, non sarà certo qualche corsettino di letterature varie, di logica e di religioni comparate a diciotto o vent’anni a far recuperare tutta un’adolescenza perduta. E soprattutto qui cade a fagiolo la breve ma succosa prefazione di Tullio De Mauro all’edizione italiana, che, sotto i panneggi della lode, per citare il nostro Boccaccio dice onestamente villania del testo che introduce: il grande linguista ricorda infatti l’importanza d’uno studio serio e profondo del greco e soprattutto del latino, cioè quasi il contrario di quello che si fa di solito nei nostri licei, ma soprattutto il contrario di ciò che si fa nelle scuole americane, tanto ricche, secondo la Nussbaum, d’umanesimo; e menziona gli ottimi risultati che in altri tempi raggiungeva il Gymnasium dei paesi di lingua tedesca, ove il candidato agli esami finali doveva saper tradurre all’impronta, senza dizionario, un passo d’un classico latino scelto a caso. La Nussbaum affastella infatti tante, troppe suggestioni: vorrebbe ammaestrati i ragazzi in cultural studies, gender studies, women studies, queer studies, e in tutto il tritume di specialità novelle germogliate nell’accademia d’oltreoceano; ma non ci sono studî culturali che tengano, se dell’educazione umanistica manca il fondamento vero, che sta nella capacità di leggerne le radici autonomamente, nella struttura linguistica e di pensiero donde rampollarono. Tempo fa scrissi a commento d’un testo di arabistica che ciò che impedì a una civiltà raffinata e fiorente quale appunto quella araba d’avere un umanesimo suo fu proprio ciò che permise invece alla nostra d’approdarvi, ossia l’accesso ai testi originali: gli arabi lessero molti classici greci, ma tutti in traduzione, e tutti erano testi di filosofia e di scienza; mancarono loro Omero e i tragici, i comici e Demostene, Callimaco e Plutarco, e mancò loro l’intera latinità. Il nucleo imprescindibile d’un’istruzione umanistica risiede nelle lingue classiche: umiliate o proscritte quelle, non resta più niente. Chiunque abbia letto tutto Platone tradotto, ma non sappia neanche compitare una frasetta del Simposio nel dettato originale, dipenderà per tutta la vita dal textus receptus preparato da qualcun altro; e, a scorno d’un acume critico affilatogli sin dall’infanzia con pedagogie modernissime, sarà ancor meno capace di leggere Platone in modo autonomo e critico di quanto possa fare un povero liceale uscito dalla tanto vituperata scuola nostrana.
DunjaDunja wrote a review
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La prima nota critica (verso me stessa) è che è il primo libro del 2015 che riesco a finire di leggere. Vergogna! La seconda nota critica (verso me stessa) è che ho pensato spesso che ci fossero troppi slogan e/o passaggi superficiali...e poi alla fine ho dato 5 stelle perché questo libro tratta di un tema centrale per una vita che valga la pena di essere vissuta (soprattutto se in ballo c'è anche la vita democratica). La terza nota critica (verso me stessa) è che non sopporto le menti quando si fissano su un unico pensiero: perché durante la lettura non facevo che pensare ai miei vicini amici dell'Università che denigravano i miei studi perché io studiavo "il piatto è piatto perché è piatto" (volgarizzazione di un secondo Wittgenstein non compreso affatto). Ciò che ho amato di questo libro, oltre al coraggio di investire sul valore degli studi umanisti per la vita umana e democratica: l'insistenza sull'idea che le contraddizioni non siano soltanto contraddizioni tra culture, tra stati, tra tradizioni, tra correnti politiche. Le contraddizioni e dunque le battaglie sono prima di tutto interne ai singoli individui; sono un problema per le coscienze individuali. Significa che tutti abbiamo doveri e responsabilità.
ClaclaClacla wrote a review
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Letto per un compito estivo, molto interessante, non annoia come i soliti libri sull'economia e lo sviluppo
ruforufo wrote a review
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Le tesi del libro sono bene esposte. Queste devono essere inquadrate nel contesto dell'educazione americana che può prevedere anche a livello universitario un insegnamento di tipo generalistico, vedi corsi di studio di liberale art. Personalmente sono assolutamente contrario a questa impostazione, penso che l'educazione generalista debba terminare a livello di scuola superiore. Detto questo mi sembra evidente che la motivazione dell'autrice sia prettamente ideologica, tesa a imporre cultural studies a chiunque.
ValentinaValentina wrote a review
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Americanismo e semplificazione
Ero molto curiosa ed ottimista nell’avvicinarmi al saggio della Nussbaum sulla cultura umanistica. Ne avevo sentito parlare bene da più fonti e mi ispirava molto l’approccio con cui la Nussbaum si apprestava a trattare un argomento a me molto caro. Forse proprio per queste aspettative la delusione, al termine della lettura, è stata duplice. Innanzitutto ho trovato la riflessione della filosofa statunitense troppo impregnata di americanismo; in pratica la Nussbaum si fa, suo malgrado, portatrice di un punto di vista che mette al centro la cultura degli USA, passando in secondo piano i difetti di un certo tipo di educazione. Ovvero al Nussbaum afferma che quello statunitense è uno dei pochi sistemi scolastici che mette ancora in rilievo le materie umanistiche durante i vari livelli di istruzione, indirizzando la sua analisi soprattutto sul college e sulle università. Questo potrà essere anche vero (non ho abbastanza conoscenza dell’argomento per contestarlo) ma il punto che la Nussbaum sembra ignorare completamente è l’analisi del livello di questa istruzione. Non basta avere nel piano di studi numerose materie umanistiche, è essenziale valutare anche la profondità con cui questo studio è condotto e il grado di apprendimento dell’allievo che, di conseguenza, permetterà ad un certo tipo di cultura di diffondersi. E nel saggio della Nussbaum di questo aspetto non si parla mai. L’altro motivo per cui questo libro mi ha delusa è la semplificazione con cui certi argomenti vengono trattati. Il fatto che Non per profitto sia un saggio di carattere prettamente divulgativo non è una buona ragione per eliminare la complessità dalla sua impostazione, considerando poi che tale complessità è proprio l’argomento di discussione del libro stesso. Nussbaum, almeno in questo caso, si fa portatrice di un pensiero fin troppo semplificato e schematico dal quale paiono scomparsi approfondimenti e sfumature. Questo, in generale, mi sembra deplorevole ma, in un caso del genere, addirittura pericoloso perché affermare l’importanza della cultura umanistica per la costruzione di un pensiero complesso e non allineato e, nel medesimo tempo, indulgere nella semplificazione estrema di concetti e pensieri mi sembra, se non altro, un controsenso. Alla fine della lettura rimangono tanti spunti di riflessione e l’ispirazione per approfondire certe figure come quella di Tagore o Dewey ma, di certo, non resta la voglia di leggere altri saggi della Nussbaum, sebbene sugli scaffali delle librerie facciano davvero una bella figura.
Marco M.Marco M. wrote a review
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...non so...
In teoria dovrei apprezzare la tesi di questo saggio e cioé che le discipline umanistiche non possano e non debbano essere tralasciate nell'insegnamento, poiché esse concorrono alla formazione di quella capacità critica in grado di farci essere cittadini effettivi di una democrazia; però il saggio non mi convince fino in fondo, forse perché continua a affermare quanto il sistema universitario americano sia migliore degli altri, forse perché alcune proposte vanno bene per l'istruzione elementare.