Non ti riconosco
by Marco Revelli
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Un viaggio in Italia, da Torino a Lampedusa, sulle tracce di città e territori conosciuti, amati, e poi, a volte, perduti. Di luoghi dell'esperienza e della memoria che mutano nel tempo e nelle stagioni fino a "non riconoscerli più", ma di cui non puoi, comunque, fare a meno. Di paesaggi familiari che giorno dopo giorno stupiscono, disorientano, promettono nuove frontiere. Così Torino, prima tappa del viaggio, è un luogo in cui può succedere di perdersi. Ci si può perdere non tanto nel centro, fissato dai recenti restauri in cartolina da consumare con i piedi e con lo sguardo più che da abitare, ma già nella prima periferia dove i negozi chiudono e le vetrine cambiano volto: la gastronomia diventa un hard discount e la piccola gioielleria di quartiere inalbera la pacchiana bandiera del "compro oro". E ci si può perdere nella seconda periferia dove la scomparsa della grande fabbrica e la trasformazione della vecchia metropoli di produzione ha "sciolto" il paesaggio mutandone anima e corpo. Ma oggi Torino è anche Arduino: una "piattaforma hardware low cost programmabile" che sa innaffiare i fiori alle ore stabilite, guidare un drone in spazi chiusi, gestire un appartamento con il comando vocale. Una risorsa eccezionale open source messa a disposizione di tutti. Un simbolo del futuro. Il viaggio continua, attraversando la nostra penisola, percorrendo autostrade deserte o mescolandosi alla folla, incrociando le storie dei suoi abitanti e ascoltandone ricordi e sogni...

lucavitt's Review

lucavittlucavitt wrote a review
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Francamente mi aspettavo qualcosa di più: Revelli è preciso, documentato e partecipe nel raccontare le ragioni del suo spaesamento di fronte alle rovine materiali e morali d'Italia, ma, da lettore torinese, non riesco a condividere le speranze che l'autore ripone nel fatto che il futuro della nostra città possa rifondarsi su startup, stampanti 3D e piattaforme hardware open source.
Non per il valore intrinseco dei progetti e delle tecnologie, ma per un semplice fatto di sproporzione fra le forze in campo. Globalizzazione, finanziarizzazione, delocalizzazione ecc., i "fenomeni" che hanno travolto e praticamente cancellato la Torino di cui Revelli percorre mestamente gli sparsi resti, hanno anche dimostrato di poter fagocitare e addomesticare qualunque modello "alternativo", soprattutto nei settori dell'innovazione (il caso Linux/Android è esemplare). Quindi, per ben che vada, ci si può aspettare che quanto ha indotto Revelli a sperare possa costituire una nota a margine nella storia di qualche colosso transnazionale, ben felice di comprare la buona idea partorita nella versione torinese dei mitici campus della Silicon Valley. Che questo possa però contribuire a formare la nuova identità di una città è quanto meno opinabile, più probabilmente illusorio, anche in considerazione del fatto che si tratta di vicende che coinvolgono una sparuta minoranza di torinesi "da esportazione".
lucavittlucavitt wrote a review
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Francamente mi aspettavo qualcosa di più: Revelli è preciso, documentato e partecipe nel raccontare le ragioni del suo spaesamento di fronte alle rovine materiali e morali d'Italia, ma, da lettore torinese, non riesco a condividere le speranze che l'autore ripone nel fatto che il futuro della nostra città possa rifondarsi su startup, stampanti 3D e piattaforme hardware open source.
Non per il valore intrinseco dei progetti e delle tecnologie, ma per un semplice fatto di sproporzione fra le forze in campo. Globalizzazione, finanziarizzazione, delocalizzazione ecc., i "fenomeni" che hanno travolto e praticamente cancellato la Torino di cui Revelli percorre mestamente gli sparsi resti, hanno anche dimostrato di poter fagocitare e addomesticare qualunque modello "alternativo", soprattutto nei settori dell'innovazione (il caso Linux/Android è esemplare). Quindi, per ben che vada, ci si può aspettare che quanto ha indotto Revelli a sperare possa costituire una nota a margine nella storia di qualche colosso transnazionale, ben felice di comprare la buona idea partorita nella versione torinese dei mitici campus della Silicon Valley. Che questo possa però contribuire a formare la nuova identità di una città è quanto meno opinabile, più probabilmente illusorio, anche in considerazione del fatto che si tratta di vicende che coinvolgono una sparuta minoranza di torinesi "da esportazione".