Otel Bruni
by Valerio Massimo Manfredi
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I Bruni - Callisto, la Clerice, i loro figli, sette maschi e due femmine - e il loro regno: la cascina nella pianura emiliana, i campi coltivati con fatica, e la grande stalla, albergo e luogo in cui ci si riunisce per celebrare il rito della veglia nelle lunghe notti d'inverno, ascoltando le storie meravigliose di una tradizione millenaria. Come quella della capra d'oro, idolo demoniaco la cui apparizione è presagio di orribili sciagure... Da questo mondo antico, fatto di valori elementari ma fortissimi, di leggende ancestrali, di fatica immensa ma anche di certezze come il cibo, la casa, la solidarietà, tutti e sette i maschi dei Bruni partiranno per la Prima guerra, e la famiglia dovrà affrontare i lutti, il nuovo regime, un altro terribile conflitto e ancora la guerra civile, con le distruzioni e i cambiamenti che portano con sé. Con gli occhi di Floti, Gaetano, Armando, delle loro donne, dei loro fratelli, animi generosi e intelligenti, attraverso le vite dei Bruni, compiremo un viaggio straordinario che va dall'aia di casa fino a Bologna, dall'Africa alla Russia, dal 1914 al '49, dall'inconsapevolezza alla capacità di lottare per i diritti dei più deboli, per una giustizia in cui credere fino all'ultimo. Fino a quando la solitudine, il fuoco, la storia non avranno compiuto il loro corso...

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LuigiLuigi wrote a review
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Ricordi di come vivevano i miei nonni, con veri rapporti tra le persone e la semplicità delle cose...gli orrori della guerra non dovrebbero mai più ripetersi!
LauraTLauraT wrote a review
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29/184 ***1/2 Libro bello; a tratti molto bello. Descrive il nostro “secolo breve” visto dalla prospettiva di una famiglia contadina emiliana che passando per la prima e la seconda guerra mondiale passa da una civiltà contadina – superstiziosa, magica, paurosa e conservatrice ma comunque sempre pronta al sostegno del più debole, all’inclusione (“La Clerice aveva sempre cura che il permesso di spigolare venisse dato a chi ne avesse veramente bisogno: le vedove o le mogli di disoccupati e ubriaconi buoni solo a metterle incinte. Pensava sempre alle donne la Clerice e, più che Domineddio, pregava la Madonna perché aveva patito e sofferto e aveva perso un figlio e sapeva che cosa vuol dire”). Nel cosiddetto Otel Bruni – una stalla dove non veniva negata una minestra al viandante che ne aveva bisogno, che portasse una storia, una canzone, o solo la preghiera di una mente malata. Una civiltà che, morta, non fa posto a un’altra che accoglie – e questo si vede nella figura della Desolina, morta assiderata davanti alla porta vuota. Ma in fondo questa era una società che, come sempre, aveva al suo interno, il germe della sua morte: la famiglia Bruni ha nel corso della storia, due occasioni per uscire “vincitrice”, per cambiare la propria condizione di mezzadri. E non le prende. Per paura. Per timore del nuovo che non si conosce in favore del vecchio che, sebbene difficile, è noto. Non capendo che il nuovo comunque avanza, e non guarderà in faccia a nessuno. E qui si apre una diatriba con chi il libro me l’ha consigliato: lui sostiene che la “colpa”, la causa principale di questa disgregazione della famiglia siano state le donne, le numerose mogli dei figli che entrano nella famiglia e portano disgregazione per invidie e gelosie. Sembrerebbe così ad una prima lettura: Manfredi scrive: “L’ingresso di tante donne aveva moltiplicato i motivi di attrito o di discordia. Ognuna credeva di vedere nelle cognate privilegi e vantaggi che lei non aveva o riteneva che il proprio marito non fosse tenuto nella dovuta considerazione, che qualcuno facesse molto e qualcun altro troppo poco. I mariti, dal canto loro, volevano apparire importanti e degni di considerazione agli occhi delle mogli e tendevano a dare peso a piccolezze, sgarbi involontari che prima avrebbero lasciato perdere o completamente ignorato. Per giunta la Clerice, indebolita dalle gravi perdite subite, aveva perso non poco della sua grinta e non aveva più il polso per reggere una tribù così numerosa”. Però, pochi capitoli dopo aggiunge “Vi fu chi disse che fossero state soprattutto le mogli a dividere la famiglia. A nessuna di loro era mai piaciuto fare la contadina, e a stare a pigione gli sembrava già di salire un gradino nella scala sociale. Gli uomini, invece, partirono con il cuore pesante perché, in fin dei conti, erano stati felici a vivere tutti insieme per tanti anni. Alcuni di loro avevano le lacrime agli occhi mentre lasciavano l’Otel Bruni, dopo più di cento anni che la famiglia vi era entrata per la prima volta” Ecco secondo me tutto si racchiude in quel “Ci fu chi disse”: questa la spiegazione più facile, la cosiddetta vulgata: tante donne insieme portano scompiglio. Del resto l’usanza era che “quando una nuora entrava in casa, per un certo periodo di tempo non prendeva parola a tavola se la suocera non glielo chiedeva, ma la Clerice volle che le due ragazze si sentissero subito a proprio agio e concesse loro di partecipare fin da subito alla conversazione. Le trattava con affetto, ma in cuor suo la Silvana restava la preferita, forse perché l’aveva perduta, forse perché l’aveva vista assistere suo figlio con commovente devozione”. Io però ci vedo, in quel “chi vide” la lettura più profonda, di chi in fondo la storia la conosce e sa come si sviluppa: la società contadina, cooperativa, che viveva insieme in un’unica casa era destinata a morire per le cambiate coordinate economiche – e politiche di lì a poco. O si trovava il verso di creare le cooperative – e in questo l’Emilia Romagna in questo è stata maestra in Italia – o si trovava il sistema per diventare piccoli proprietari (ma questo per i contadini era più che impossibile economicamente a livello di forma mentis oppure quel tipo di struttura familiare – tribale – non poteva sopravvivere. Il fatto che si parli tanto di una faida tra i due fratelli descritta in una lettera andata persa, e che neanche il lettore vede, mi sembra simbolico di questo. Ultima notazione: l’unico elemento non molto positivo per me le lunghe – troooppo lunghe – descrizioni sia della vita delle trincee della prima guerra mondiale che le lotte delle Brigate Partigiane della seconda. Capisco che l’autore ami la storia e ci tenga a questo aspetto delle sue produzioni. Ma forse è meglio quando si ferma ai romani: dopo Lussu, Fenoglio, Pavese, la stessa Viganò…ecco, lì avrei accorciato un po’!
MollaMolla wrote a review
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da leggere!!
PendolantePendolante wrote a review
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Un libro appassionante che parla della mia terra e della mia gente. Peccato che non regga fino alla fine è che diventi prima ripetitivo, poi caotico nel voler percorrere troppo velocemente e con troppi personaggi un periodo importante della nostra storia (la seconda guerra mondiale e il primo dopoguerra). Forse Manfredi avrebbe dovuto concederci un secondo volume.
Max CiraMax Cira wrote a review
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Spoiler Alert
Una famiglia contadina
La saga di una famiglia di contadini emiliani. Inizio interessante, nel finale si perde tra troppi personaggi e molte idee confuse
Costantino MeucciCostantino Meucci wrote a review
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Un romanzo da leggere seduti in poltrona davanti al camino: coinvolgente e sobrio nella sua linearità narrativa
Rivista Paper StreetRivista Paper Street wrote a review
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Un romanzo corale intenso, protagonista la Storia ma soprattutto gli uomini.
Un intenso romanzo corale ambientato in un mondo contadino a cavallo tra le due guerre, dove i valori predominanti sono quelli della terra e del lavoro: quwsto è Otel Bruni, di Valerio Massimo Manfredi. La recensione di Paper Street: paperstreet.it/cs/leggi/otel-bruni-valerio-massimo-manfredi.html#sthash.cQ6lefCn.dpuf
CindyBCindyB wrote a review
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Un libro ambientato nella mia terra
Come molti libri di Manfredi mi è piaciuto. Questa volta in modo particolare perchè le vicende che racconta si svolgono nei luoghi dove vivo e mi riportano la mente ai racconti dei miei nonni. Fanno rivivere atmosfere felliniane di Amarcord. La meraviglia e la suggestione che crea la descrizione dell' Otel Bruni mentre fuori nevica e stanno tutti raccolti con un bicchiere di vino intorno al "contafole" a passare la serata, scalda il cuore. Un libro davvero bello che attraversa un periodo dallo scoppio della prima guerra alla fine della seconda narrando le vicende di una famiglia numerosa, come capitava sovente a quei tempi, con sette figli e due figlie, e generosa che offriva ospitalità e ristoro senza nulla chiedere in cambio. Bello, mi ha toccato il cuore, lo consiglio tantissimo.
Fabio GrammaticaFabio Grammatica wrote a review
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Fantastico
Finalmente un romanzo storico che parla della mia zona natia.....felice D averlo letto!! Gran bel romanzo
oBiond78oBiond78 wrote a review
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Premetto che ho letto il riassunto di Otel Bruni nel libro “I cento cavalieri” e questo mi ha privato un po’ del gusto di scoprire un Manfredi diverso da quello solito che ambienta le storie nell’antica Grecia o Roma e, in cui, ci sono tanti miti ed eroi. La collocazione temporale di questo libro, infatti, abbraccia gli inizi del 900 fino ad arrivare al termine della seconda guerra mondiale e, vuole essere una “saga” della famiglia Bruni, contadini di un paesino della romagna che, da oltre un secolo, coltivano il podere di proprietà di un notaio di Bologna. I Bruni, nonostante siano numerosissimi, padre, madre e 9 figli (7 maschi e 2 femmine) lasciano sempre la stalla a disposizione di persone bisognose di un riparo per la notte e di un po’ di cibo, tanto che la stalla si merita l’appellativo di “Otel Bruni”. La stalla è anche un luogo di ritrovo e di teatro delle fredde notti invernali in cui si raccontano le storie dei tempi che furono e in cui ci si rifugia per non andare a dormire troppo presto. Il libro nel complesso mi è piaciuto molto ma mi ha lasciato molto perplesso la grossa differenza tra quelle che potremmo considerare due parti della storia. La prima parte fino a dopo la prima guerra mondiale), infatti, è molto più bella e i personaggi vengono molto più particolareggiati, le varie storie che si intrecciano sono maggiormente descritte e dove, essenzialmente, viene fuori uno spaccato molto realistico di quelli che potevano essere gli usi, i costumi, le tradizioni, e i personaggi di un paese di contadini di quel periodo storico. La seconda parte, però, subisce una brusca accelerazione e i nuovi personaggi della famiglia non sono più così caratterizzati come i precedenti; va tutto troppo veloce quasi come se l’unico obiettivo fosse terminare il libro e non “una storia”. In ogni caso, l’intera vicenda, abbastanza cruda, triste e ricca di una atmosfera malinconica e spesso amara (penso, ad esempio, a quando la famiglia, per paura e ignoranza, decide di non recarsi a Genova per accettare una “misteriosa” eredità di cui avrebbero potuto beneficiare) , ha suscitato in me molte emozioni e questo non può che essere positivo. Ripeto: peccato per la velocità della seconda parte, avrei preferito molto più avere un numero di pagine doppio da leggere.