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LucaDSLucaDS wrote a review
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Romanzo bello, complicato, per il linguaggio. come spesso, poi un gran film
MauriziaMaurizia wrote a review
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Non sono stata capace di leggerlo ed è stato per me un cruccio...lo so che sono tra i pochi che hanno avuto il coraggio di dirlo... e so anche che dovrei leggere La cognizione del dolore...
EquiLibriHoEquiLibriHo wrote a review
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ostico
Mi sono avvicinato a questo romanzo (che mi molestava dalla libreria già da tanti anni), con altissime aspettative. Sapevo che avrei trovato una lingua verace, il dialetto romano del volgo, l'uomo della strada che parla come mangia. E ne ero attratto. E, sia ben chiaro, l'ho trovato davvero e, in moltissimi passaggi, l'ho apprezzato e me lo sono gustato. Non sapevo però che avrei trovato anche infinite digressioni per nulla utili alla storia ed estremamente complicate da seguire, con citazioni, rimandi, richiami spesso incomprensibili se non dopo una duplice o triplice lettura. Pagine e pagine senza un capoverso, pesantissime, nelle quali mi sforzavo di vedere l'insieme, di seguire la traccia del romanzo, di ricordare nomi e situazioni. La sensazione di essermi perso qualcosa tra le mille parole. Il "pasticciaccio di via Merulana", il giallo investigativo in sè non è che un pretesto per un sfoggio di stile di un grande artista della parola. Perché non c'è dubbio che Gadda la penna la sapeva usare molto bene, e con questo romanzo lo ha dimostrato ancora una volta. Ma in quanti sono riusciti ad apprezzarlo davvero? Io, arrivato a 3/4 del libro, ho mollato. Non mi stavo più divertendo, la lettura non mi stava dando nulla, anzi avevo l'idea che mi stesse sottraendo tempo per altre letture. Magari ci riproverò tra dieci anni...
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... e' davvero un bel rompicapo
E' la prima che affronto Gadda e spero non sara' l'ultima. Questo libro e' un esercizio di stile. Nelle sue lunghe digressioni e' palese che l'autore si "diverta" nel far susseguire una parola all'altra senza alcun freno. Tra l'altro, ci insegna come barocca ed arzigogolata puo' diventare la nostra lingua se la si infarcisce coi dialetti e correnti che permettono di elaborare la scrittura a briglia sciolta: semplicemente seguendo un pensiero dell'autore cui sia stato tirato per il colletto, come distratto dal tintinnio di un cucchiaino sulla maiolica del piattino.
Sabrina Del RossoSabrina Del Rosso wrote a review
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Un po' complicato ma ne vale la pena
Dialetto ne abbiamo? Sì. Avventura? Pure. Questo libro mi fu "appioppato" da leggere a scuola, all'inizio lo detestai ma poi imparai ad amarlo. Lo consiglio a chi ha un bel po' di tempo libero avanti a sé e desiderio di italianità.
Tommaso ReinaTommaso Reina wrote a review
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Audiolibro (Biblioteca) Anche su questo: aspettative malriposte. Il libro è intrigante per larga parte, si fa apprezzare per le precise descrizioni di personaggi, luoghi, abitudini … come audiolibro addirittura si apprezza forse di più tutto, un grande Gifuni legge ed è bravissimo a dare voci nei vari dialetti, che danno ulteriore spessore ai vari personaggi della storia … però, se tutti ci entriamo in questa storia .. e c’è un doppio crimine.. e seguiamo lo svolgimento delle indagini… E ALLA FINE NON SI SCOPRE IL COLPEVOLE!! E che cavolo!! Peccato… mi è sembrata un’occasione sprecata.
Il giardino dei pensieriIl giardino dei pensieri wrote a review
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Spoiler Alert
Difficile (se non impossibile) inquadrare questo romanzo che è tante cose e nessuna del tutto. È un giallo - che resta irrisolto. È una parodia del regime fascista e del suo capo, il Testa di Morto - in certi passaggi, a volte più a volte meno comprensibili. È un ritratto fedele della Roma stracciona e borgatara - fedelissimo nei discorsi diretti. È una sperimentazione linguistica - sopra ogni cosa, probabilmente. La storia parte in modo veloce: al 219 di via Merulana in rapida successione vengono compiuti due delitti, una rapina e un brutale assassinio con rapina. Poi, però, la trama comincia a sfilacciarsi dietro i rivoli che prende l'indagine; perdiamo di vista persino il protagonista, Francesco Ingravallo (detto don Ciccio) funzionario della sezione investigativa, ritrovandolo infine solo nel decimo ed ultimo capitolo. Se la storia si sfalda, tuttavia a non venir mai meno sono le descrizioni minuziose di tutto, paesaggi ma anche dettagli insignificanti (e fatte nell'ostica lingua gaddiana). Insomma una lucida follia. Ciò che ho preferito sono stati senza dubbio i dialoghi. L'autore è riuscito a far parlare i suoi personaggi come persone in carne ed ossa: sembrava li stesse intervistando in presa diretta.
FrahorusFrahorus wrote a review
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Il capolavoro di Gadda
Difficile, davvero arduo, collocare questa opera letteraria di Gadda (forse la più celebre) in un solo genere letterario: può essere insieme giallo, avventura, filosofico, sociologico, classico, ironico, e potrei continuare ancora per molto. Il mio consiglio è uno solo: leggetelo, perché questa opera è prima di tutto un'esperienza da fare personalmente. Questa dovrebbe essere una mia recensione a caldo, visto che l'ho terminato proprio ieri. Ma non credo di riuscire a recensire un'opera del genere. Se vi approccerete a questa lettura con l'intento di scoprire chi sia il colpevole dell'omicidio della signora, lasciate perdere: non è un giallo tradizionale, e alla fine non verrà detto (forse supposto) chi esso o essa sia stato. Potrei dire che questa opera è un pretesto, un pretesto per l'autore per raccontarci la sua Roma, coi suoi dialetti, i suoi mercati confusionari e zeppi di cibo delizioso, del pasticciaccio che si crea attorno a tutta la vicenda, dell'anima dei vari personaggi che ruotano intorno a Ingravallo, un vero e proprio esercizio di stile linguistico (con diversi dialetti italiani), con vocaboli ricercati. Difficile da leggere? Sì, eccome. Avevo letto questo romanzo qualche anno fa, e l'ho interrotto a pagina 200. Avevo però compreso che era un capolavoro per pochi palati sopraffini. Ma non dite che è noioso, questo sarebbe un peccato mortale: è tutto l'opposto, è un'opera troppo per noi comuni lettori. Se qualcuno non capisce questo, non capisce la grandezza di Gadda, troppo avanti per noi comuni mortali.
KillDevilHillKillDevilHill wrote a review
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Ok, scrittura complessa e densissima, un lavoro enorme e divertente che però non riesce mai a prendermi del tutto. Un encomio per la grande capacità di Gadda, ma la trama dilatata, la difficoltà di interpretare completamente il testo ne hanno reso la lettura più un impegno che una gratificazione
Manuela MazziManuela Mazzi wrote a review
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Un giardino delle delizie a Roma, Gadda come Bosh
Quale statura antignomica, ed eccelsa letterarietà volgare, esatta, alla romana, da cui il romanzesco per antonomasia. E va ben!, lo so: scarno tentativo, il mio, di fare il verso a “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana” di Carlo Emilio Gadda, cercando di nominare il giusto, nell’elogio mio del suo, come fa lui nelle cose della vita, delle storie. Torno in me: che gran bel romanzo!, dicevo. Strabordante di parole e ricolmo di immagini. LA TRAMA Sarebbe un giallo, ma chissenefrega del giallo. Echissenefrega se l’assassino non viene svelato. E di più ancora chissenefrega di trovarlo, noi lettori con le nostre teorie complottistiche e strategie dietrologiche. Conta che ci sta don Ciccio, all’anagrafe Francesco Ingravallo. Un investigatore platonicamente infatuato della Liliana, sì, la Balducci, che gliela sgozzano da lì a poco dopo l’avvio di un altro caso, per furto, costringendolo a farsi carico delle indagini, e indaga sì, come un segugio insegue le tracce senza alzare lo sguardo, coi pensieri che se ne vanno, perdendosi per troppa concentrazione e girando sul posto e a volte andando a sbattere contro una gallina o lasciandosi distrarre, pagine e pagine, dagli alluci illuminati dalle arti, ondeggiando sui suoni altalenanti di dialetti e modi di dire e speranze e disperazioni, e un sacco di vita e di silenzi e amori e complicità e lavori e conoscenze e favori e omertà e logiche contadine e pericoli di città e dubbi e certezze e solidarietà e diffidenza... OLTRELATRAMA Che cosa potrò mai dire di un libro già tanto studiato e criticato e decantato e sezionato ed esaminato e ragionato e...? Poco e niente, se non l’impressione mia. Cioè, sì, è risaputo e per chi non lo sapesse, la voce, la lingua di Gadda è tutto un foco d’artificio, uno schioppettare di termini e neologismi e lemmi arditi difficili da trovare nei dizionari ma riconducibili a etimologie che ne svelano tuttavia il significato, quasi a dire che nulla inventa tutto precisa. Leggerlo, si dice, è faticoso, figuriamoci per me che non sono una lettrice, ma ho trovato il modo: mi sono avvalsa della voce di Fabrizio Gifuni, per prendere il via, sentirne i suoni. Mica si capisce tutto, o forse sì ma solo se ci si sofferma, su certi vocaboli, spendendoci qualche mezz’ora. Ma non conta, conta l’insieme. Come davanti al trittico di Bosh, Il giardino delle delizie. Questa la mia impressione. Ecco, stare al cospetto di “Quer pasticciaccio...” è come lasciar correre lo sguardo su quel trittico pazzesco: stessa complessità, stessa sensazione che non ci sia un inizio e una fine, stessa circolarità, stessa profondità nei dettagli, stesse divagazioni, stessa originalità espressiva. Stare dietro a Ingravallo è come entrare nel quadro e seguire il pennello di Bosh, che a ogni passo si perde nei dettagli di altro, come se da un passo ne seguisse un altro per conseguenza più che per riflessione e il posto dove ti porta appartenesse a un’altra dimensione a un’altra realtà. Un’associazione di immagini, più che di idee, di fatti consequenziali, più che di trovate e pensate. E non gli basta passarci in mezzo, no, si ferma e ti mostra tutto con minuzia di dettagli, e mettendoci un colore e uno sguardo che paiono tutte immaginazioni nuove, quasi caricature, una parodia della vita. E delle sue tentazioni, pure qui, come nel giardino delle delizie, che stanno ad animare e a bruciare gli animi di ogni protagonista, ogni storia. E con tentazioni ci stanno le passioni della carne tanto quelle per il denaro. Che portano a niente. Sembra essere la morale del romanzo. Che portano a niente. Desideri quasi tutti disattesi, sono infatti quelli che si incontrano nelle pagine der pasticcciaccio. Se non tutti. Persino quello della giustizia viene disatteso. Come a dire che una cosa tira l’altra senza soluzioni. E io che non sopporto i gialli senza soluzione, qui davvero non m’è importato per niente. Mi è piaciuto un sacco, e non solo perché suona bene, o perché a tratti è divertentissimo e in altri punti è talmente malinconico e struggente da commuoverti, ma proprio per questo bagno di vita, di quotidianità, di pezzi di cose e particolari di immagini e slanci descrittivi e parole ma anche frasi intere dette diverse da come le sappiamo, tutte cose che ti restano attaccate. Come quando guardi per un po’ Il giardino di Bosh, smetti subito di chiederti “perché”. Così preso dal guardare “i tanti cosa”. Ogni domanda passa in secondo piano e le risposte possono anche non esserci. CITAZIONI - "Er sor Filippo, alto, scuro a soprabito, co la panza un po’ a pera e le spalle incartocchiate e un tantinello spioventi, di viso tra impaurito e malinconico, e al mezzo un nasone alla timoniera da prevosto pesce che doveva fare le gran trombe der Giudizio"... - “...a delegato e segretario generale della confederazione dei soprammobili”.