Sangue del suo sangue
by Gaja Cenciarelli
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Margherita è la figlia di un generale dei Carabinieri, uomo d’ordine e tirannico, che ha sempre abusato di lei. Il padre viene ucciso a Torino dalle BR e, dopo diversi anni, Margherita diventa presidentessa del Comitato di Sostegno per i Famigliari delle Vittime delle BR, fondato da Bruno Chialastri, candidato per il centrodestra alle elezioni del 2006. Camilla, segretaria personale di Chialastri, è infiltrata di un gruppo armato che ha intenzione di ucciderlo. Margherita diventa cosí il perno degli interessi di personaggi legati alle BR che, nel finale, si ritrovano insieme in un drammatico faccia a faccia.

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Barbara BagniniBarbara Bagnini wrote a review
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rivivere il clima cupo degli anni di piombo, attraverso gli occhi di chi ha subito violenze familiari. si rimane spiazzati nel cercare il vero male.
PUB-lettori alla spinaPUB-lettori alla spina wrote a review
Il terrorismo, poi Margherita
Un libro non propriamente riuscito, questo ultimo nato in casa Nottetempo, Sangue del suo sangue di Gaja Cenciarelli. Un romanzo che riprende il tema delle Brigate Rosse, raccontato attraverso la vicenda di giovane ragazza torinese, Margherita, figlia del generale dei Carabinieri Rodolfo Scarabosio, ucciso dai brigatisti negli anni Ottanta; una figlia tutt’altro che addolorata della tragica scomparsa del padre, il quale ha abusato di lei fin dall’infanzia, costringendo peraltro l’altro figlio, Massimiliano, ad assistere alle violenze. E, alla morte del generale Scarabosio, sarà proprio Massimiliano a perpetuare questa atroce tradizione di violenza familiare, stuprando ogni sera sua sorella, in nome ...Continua a leggere su Pub-lettori alla spina pubzine.eu/2011/06/17/il-terrorismo-poi-margherita
FerreraFerrera wrote a review
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un buon libro che ci riporta nel clima delle brigate rosse. Ben scritto
MizzGo!MizzGo! wrote a review
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Ho comprato questo libro perché mi piaceva la copertina e il titolo. La scrittura è semplice e ha una bella storia, una storia di donne e di finti padri. Se dovessi trovarlgi un difetto direi che le prime pagine non allettano, e che l'iniziale sparatoria mi è sembrata confusa. Il libro migliora poi.
MusicamauroMusicamauro wrote a review
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Restituire al mittente
una pessima storia scritta male. A parte che il terrorismo non c'entra per niente e forse sarebbe meglio dedicarsi al cinema, c'è un eccesso di psicolabilità che fa impressione.
MuttercourageMuttercourage wrote a review
Gaja Cenciarelli, Sangue del suo sangue Nota di lettura di Anna Maria Curci Non è facile, una volta intrapresa, abbandonare la lettura di Sangue del suo sangue di Gaja Cenciarelli. È quello che è capitato a me, almeno. Sapevo che mi avrebbe atteso un viaggio nella storia contemporanea, con gli occhi di Gaja, con il suo sguardo diretto, terso, incurante di sbrigative e comode classificazioni di maniera. L’aspettativa non è stata delusa, anzi. Molto si è messo in moto, anzi, per usare un’immagine ricorrente nel romanzo, ha cominciato a camminare e non ha smesso più di farlo. Sì, perché alle associazioni esplicite, al ‘tema di Margherita’ che Gaja Cenciarelli ha scelto come motivo conduttore - sequenze e colonna sonora di C’era una volta in America - si sono affiancate altre associazioni, altre memorie, vivide, di sguardi e di letture, innanzitutto quelle di Luce D’Eramo e del suo romanzo Nucleo zero. Non si tratta della analogia, scontata, suggerita dal tema, il terrorismo, che accomuna i due romanzi pubblicati a trenta anni di distanza l’uno dall’altra. Mi riferisco qui allo sguardo lucido, consapevole, generalmente – e colpevolmente – liquidato come ‘spietato e cinico’. Ecco allora che si è messa in moto un’altra riflessione, quella sul significato degli aggettivi “spietato” e “cinico”. Entrambi si adattano, con “soave ferocia”, a Sangue del suo sangue. Non ci può essere pietas, né nell’accezione virgiliana, né in quella cristiana, da parte di Margherita; difficilmente ne troveremo tracce negli altri personaggi. Se anche per Massimiliano e Milla possiamo rintracciare le ragioni, come avviene per Margherita, in un’infanzia deforme, violata o distorta, nel caso dei fratelli Giovanna e Pierluigi, coppia di fratelli che ripropone nella sapiente sottotrama quella di Margherita e Massimiliano, l’assenza di pietas è assoluta, sciolta da ogni legame con traumi d’infanzia e marchiata ‘solo’ con il segno dei tempi, quelli odierni. Cinico è da intendersi qui nel suo significato originario, aderente alla filosofia dei Cinici. Il percorso di Margherita non è forse teso, in forma prima indistinta e sommessa, poi sempre più netta e ‘urlante’, verso l’indipendenza indicata dai Cinici come obiettivo? Proprio quello sguardo spietato e cinico, nell’accezione indicata, ha dato le ali alla lettura, l’ha condotta fino alla meta, il compimento della vicenda narrata. Nei Ringraziamenti, che ho letto sulla scorta di quella voracità che ricorre con frequenza nel romanzo, ho ritrovato, ancora, lo sguardo di Gaja, insieme al suo tributo a più di una “Margherita” della letteratura. Al novero ne aggiungo un’altra, che ha accompagnato la mia lettura, Margarete/Gretchen del Faust di Goethe. Anche le traduzioni che risalgono all’epoca in cui i nomi stranieri erano banditi non osano usare il corrispondente del diminutivo di Margarete, quel Gretchen usato da Goethe per il suo personaggio quando questo è al culmine della sua tragedia personale. Perché non lo fanno? Forse perché “Ritina” suonerebbe, più che un diminutivo, una versione riduttiva, distruttiva della dignità di chi porta questo nome? Non ho risposte a questa domanda, so solo che Gaja Cenciarelli fa emettere l’appellativo “Ritina” alle bocche distorte e deformanti dei genitori e del fratello di lei. Anche questo non mi sembra casuale. muttercourage.blog.espresso.repubblica.it/cronache_di_mutter_courag/2011/07/gaja-cenciarelli-sangue-del-suo-sangue.html
TippeteTippete wrote a review
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Sicuramente non è un libro sulle Brigate Rosse; vi ho letto invece la crudeltà dei rapporti familiari, le cose come sono e come appaiono, e la scoperta del mondo esterno, con le sue difficoltà relazionali (Cosa vorrà in cambio?) e del senso di vivere (se stessi)
Mario C. BorghiMario C. Borghi wrote a review
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Mi ha colpito, e anche forte.
Gaja Cenciarelli, (non solo) scrittrice, traduttrice romana e redattrice di Vibrisselibri gestisce il blog letterario Sinestetica.net. “Sangue del suo sangue”, romanzo di formazione, è il suo terzo lavoro importante, dopo “Extra omnes” (Zona Editore, 2006), dedicato alla scomparsa di Emanuela Orlandi, “Il cerchio” (Empirìa edizioni, 2003). Ha curato inoltre “Auroralia” (Zona editore, 2009), una raccolta di racconti su una fotografia di Jerry Uelsmann (che ospita anche un mio brano). Margherita Scarabosio, figlia del generale dei Carabinieri Rodolfo Scarabosio, abita a Torino e subisce fin da piccolina, assieme al fratello Massimiliano, un’educazione famigliare alienante: entrambi vengono costretti, oltre che a una rigida disciplina, anche a gravissime vessazioni di carattere fisico e psicologico, sotto gli occhi inermi della madre, anch’ella vittima silenziosa, per non dire complice passiva, del marito. Margherita ama studiare, ma vive nel costante timore di essere ritirata dalla scuola, perché secondo i suoi genitori – o meglio secondo il padre – una donna onesta non deve avere interessi se non per la casa e il marito, è sottoposta a una dieta ferrea, che la lascia praticamente sempre in balia dei morsi della fame, e non può avere amicizie di alcun tipo, l’unica volta che viene sorpresa dal fratello mentre passeggia con un amico, Pierfrancesco, al parco del Valentino deve subire, una volta tornata a casa, terribili punizioni. Anche Massimiliano ama la scuola, ama leggere soprattutto, ma deve farlo di nascosto perché il padre gli fa capire che un vero uomo ha solo interessi virili, e la lettura è una cosa molle, e che un vero uomo deve sottomettere tutto e tutti, con ogni mezzo. Il generale Scarabosio viene ucciso dalle BR in un agguato in cui muore anche il suo autista il 12 gennaio 1986. Nonostante ciò, la madre – donna elegantissima e apparentemente algida, ma è solo un relitto sopravvissuto alle bestialità del marito - continua l’azione “educativa” del padre, finché dopo qualche anno muore investita da un tram, quasi senza nemmeno accorgersene, tanto la sua mente è oramai consunta. Dopo la morte di entrambi i genitori, Margherita per qualche anno resta sola col fratello, che accudisce in tutto e per tutto e di cui sopporta in silenzio anche i numerosi attacchi violenti, soprattutto notturni, durante i quali le infligge ogni tipo di umiliazione. Lei non sa piangere. Un giorno, sono passati quasi vent’anni dalla morte del padre, riceve l’invito da parte di Pierfrancesco, (quello con cui passeggiava clandestinamente al Valentino e di cui era segretamente innamorata, anzi per il quale provava un sentimento strano e indefinibile), nel frattempo emigrato a Roma, a presiedere un “Comitato per il sostegno ai familiari delle vittime del terrorismo”, sorto per puri e meri scopi elettorali a cura di un imprenditore locale, Bruno Chialastri, a sua volta profondamente legato a un importante esponente politico. Margherita quindi trova la forza di fuggire da Torino per andare a Roma, dove l’aspettano un ufficio tutto suo, ma completamente inutile, e una serie d’impegni e di discorsi, tutti predisposti accuratamente da altri e infarciti di banale retorica. Nell’ufficio conosce Camilla “Milla” Baravelli, segretaria di Chialastri, un’infiltrata di un gruppo di rivoluzionari intenzionati a far fuori l’imprenditore, ma che non hanno ancora deciso come firmare la rivendicazione. Con lei inizia il suo primo vero rapporto umano e ben presto scopre il suo doppio gioco, ma non ne fa parola con nessuno. Nel frattempo Massimiliano, oramai ridotto a un fantasma che sopravvive a se stesso, va a Roma per cercare la sorella, che lui ha sempre definito una puttana, senza mezzi termini. Massimiliano veniva costretto ad assistere alle violenze anche sessuali che il padre infliggeva alla sorella, mentre la madre nella stanza accanto rigovernava diligentemente la cucina, e ciò ha avuto influenze nefaste sulla sua mente, portandolo, tra le altre cose, ad accomunare la violenza con il sesso, ossia a picchiare selvaggiamente tutte le persone con cui si intratteneva sessualmente – anche donne a pagamento – comprese quelle che, sebbene incomprensibilmente, provano affetto per lui, come nel caso di un ragazzo con il quale ha una breve relazione sentimentale e che una volta osa chiamarlo “amore” mentre è al telefono con la sorella, che lo ha sentito. Il finale è inevitabile: una scena in cui trionfa la morte fisica, che sopraggiunge a quella morale e intellettuale dei personaggi con i quali Margherita viene in contatto. Una morte che scaccia i suoi fantasmi e le permette, almeno così sembra, di iniziare finalmente una vita il più possibile “canonica”. Io l’ho letto in un week end in cui volevo rilassarmi, ma non è un libro piacevole nel senso classico delle parole, non è un romanzo rilassante. È un’opera che scava dentro, ogni pagina è uno schiaffo che ti riporta alla realtà, che ti costringe a prenderne atto. Non è un’opera da leggere così, tanto per. Non è scorrevole, almeno per ciò che concerne l’attenzione del lettore, ma impone frequenti interruzioni di riflessione sulla bestialità umana, resa ancor più terribile dal difetto della ragione: Generale, il tuo carro armato è una macchina potente. Spiana un bosco e sfracella cento uomini. Ma ha un difetto: ha bisogno di un carrista. Generale, il tuo bombardiere è potente. Vola più rapido di una tempesta e porta più di un elefante. Ma ha un difetto: ha bisogno di un meccanico. Generale, l'uomo fa di tutto. Può volare e può uccidere. Ma ha un difetto: può pensare. [Bertolt Brecht] La copertina: una camicia candida, stirata e inamidata in maniera ineccepibile, su cui appare all’altezza del cuore un piccolo rivolo di sangue. Un cuore colpito che sanguina, anzi tanti cuori che sanguinano senza poter morire come vorrebbero o dovrebbero, nonostante l’apparenza per bene, tra tanti colletti bianchi. Un romanzo connotato da situazioni forti, anche scabrose, trattate dall’autrice con sorprendente – ma per me sconvolgente – realismo. Personaggi dediti al più becero carrierismo, ambienti in cui la manipolazione dei sentimenti prima e delle persone dopo incombe inclemente; un mondo dove le persone vengono soppesate solo in base al timore che riescono a incutere e – come in una sorta di binomio maledetto – alla loro ricchezza economica anche potenziale. Un teatrino di “non persone” in cui spicca Margherita, che durante i discorsi ufficiali in cui si rievoca l’assassinio del padre non riesce a nascondere un lieve sorriso, colto solo da poche persone. Margherita si è vista sistematicamente cancellare, fin dal momento in cui è nata, la consapevolezza di sé, la consapevolezza dell’esistenza, non capisce di vivere, accetta passivamente – anzi è convinta che sia giusto – tutto ciò che lo sventurato padre ha imposto nella sua famiglia e non sa che ha un corpo e che lo può usare, non sa che ha un cervello, una mente, una parola, un libero arbitrio. Margherita ha paura di tutto, vive convinta di essere inutile e di essere destinata solo alla casta degli schiavi. Roma le dà una prima sferzata, le fa capire che può camminare e guardare tutto e tutti senza incorrere in una punizione, avvia la sua rinascita e la prima cosa che fa è quella di ingozzarsi di cibo, cosa che le era assolutamente proibita prima. Il rapporto con il suo ex compagno di studi, chiaramente, è profondamente cambiato, lei sperava di ritrovare colui che aveva salutato anni prima, ma si trova di fronte una macchina programmata per far soldi e acquisire potere. Su questo palcoscenico aleggiano anche le trame del terrorismo, trame peraltro mai chiarite, che viene trattato e rivisitato senza dietrologia o luoghi comuni: un fatto, come altri, più o meno deleteri, ma non di certo più pericoloso delle fosche trame di Chialastri & Company, il gruppetto di sepolcri imbiancati che cerca di arrivare colà dove si puote accondiscendendo a – e di conseguenza imponendo, laddove può - ogni vuolsi. Gaja ha delineato fatti, personaggi e situazioni maledettamente bene – anche le scene di sesso frettoloso, per dire - in un’opera che va centellinata, un’opera che ci toglie le fettine di prosciutto che abbiamo sugli occhi sbattendoci in faccia una ragazza che per ben due volte ha avuto “fame di morte”, ma che non muore mai del tutto. Un romanzo che ci fa riflettere sul legame tra corpo e vita, tra vita e vivere, sugli agganci ai quali reggersi per sopravvivere, anche nostro malgrado, anche se taglienti, sul rapporto tra essere, sentire e volere. Questi appigli per qualcuno sono i soldi, per altri l’immagine, per altri il sesso, per Margherita sono la musica e un film, “C’era una volta in America”, che rivede ossessivamente anche nella propria mente, scena per scena, nota per nota e che l’aiuta a trovare una spiegazione, irrazionalmente, a tutto, perché lei non ha visto altro, come un popolo che decide bestialmente di fuggire, appeso all’ultima scintilla di vita. Margherita è costretta a vivere un vulnus che lei stessa crede divino, inevitabile, in un mondo completamente asincrono, in cui tempi e aspettative hanno come unico punto in comune l’interesse nell’accezione più laida del suo significato. Quante Margherite abbiamo conosciuto, con tutto il carrozzone al seguito? Quanto di ciò ci appartiene? C’è una cosa che fissa quest’opera nella mente di chi ha la fortuna di leggerla: una mongolfiera azzurra che Margherita vede non appena arriva a Roma. “La mongolfiera non c’entra niente con tutto il resto, eppure lì in mezzo è giusta.” La mongolfiera che le permette di agganciarsi affinché non si recida il filo tra corpo, mente e vita. E quando Margherita si allontana dalla scena finale, chissà perché ho sentito il sax di “The logical song”. E qui Erasmo da Rotterdam avrebbe di che sbizzarrirsi, ad esempio sulla figura di Pierfrancesco, attentissimo all’immagine, bello, atletico, affascinante, carismatico, pieno di spasimanti, strafigo, sorriso smagliante, profumatissimo, ma sessualmente impotente e schiavo delle chat e del virtuale, o su quella di Chialastri, sposato e padre di famiglia, che se la intende bellamente con una sua collaboratrice sotto gli occhi di tutti fino a farsi ricattare. Concludo con le parole di Gaja, in risposta al mio sms in cui mi dicevo a dir poco sconvolto dalla lettura: “Caro Mario, innanzi tutto grazie di cuore per avermi letto e apprezzato. Mi sono emozionata davvero tanto per le tue parole. La cosa curiosa è che solo due persone mi hanno scritto "non tutti gli uomini sono così", ed entrambe queste persone sono uomini. È strano ma io non volevo dare una raffigurazione emblematica degli uomini, quei personaggi sono funzionali alla storia. mi servivano così. a ben guardare, anche le donne non spiccano per bellezza interiore... Non so se io abbia avuto coraggio o meno, ho avuto il solo coraggio della scrittura e non è poco, lo so. Credo anche nella scrittura terapeutica e catartica, nella scrittoterpia, come la chiamano. Ma credo soprattutto che la letteratura vera sia quella cosa che ti porta a parlare di te stesso senza parlare di te stesso. quando, per la prima volta, presentai il romanzo dissi: "questa storia non è affatto autobiografica, eppure non c'è una virgola che non parli di me. insomma, spero di non averti annoiato...” ma proprio per nulla. Un romanzo in cui anche le virgole, quelle di cui mi hai parlato, sono messe con rara e maledetta maestria, a scandire un mondo che volere o volare ci appartiene e che è frutto del nostro egoismo.
PlacidiaPlacidia wrote a review
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Questa non è una recenZione
(ché questa cosa l'ho scritta di corsa, qualche giorno fa, fermando solo le prime impressioni. era una mail per l'autrice, che è proprio una donna meravigliosissima, secondo me. prima o poi le idee le sistemerò meglio, e questo libro mi si chiarirà meglio nella capoccia. ma non ora. è ancora troppo pancia) Questo libro per me odorerà sempre di verbena: l'ho preso di corsa un pomeriggio, uscendo, e quando stavo per scendere dall'autobus mi sono accorta di non aver portato nessun segnalibro. Allora ci ho ficcato dentro un campioncino di quelli che ti danno nelle profumerie, era già aperto -si dice che la verbena tenga lontane le zanzare-, e da allora le pagine hanno cominciato ad emanare un profumo sottilissimo, che si sentiva solo se ci ficcavi il naso in mezzo. Perciò, per me, pure Margherita odora di verbena: ha un profumo impercettibile, somiglia al disinfettante, è bianco. Margherita è una sala operatoria di mattina, alle sette, quando l'acciaio è ancora lucido, le scialitiche sono ancora spente e i ferri sono ancora imbustati. Se si potesse chiedere ai muri, magari loro se lo ricorderebbero di tutto quel sangue del giorno prima, ma i muri non parlano, i muri sono cemento e tondini di ferro, e basta. Margherita, all'inizio, mi sembrava un'attesa che crede di non avere memoria. Milla invece l'ho vestita con le collane di Gaja, i suoi orecchini, e le ho messo i suoi ombretti, l'ho fatta muovere coi suoi movimenti. Insieme, Milla e Margherita mi sembravano la faccia in luce e la faccia scura della luna: non potevano che essere speculari, anzi complementari, l'una di fronte all'altra. Poi. Il libro è pieno di mani: le mani in sovrappiù di Margherita, e le mani del ladro, le mani di Massimiliano e quelle di Milla. Le cose che più mi hanno colpita, sparse in giro tra le pagine,l'autrice gliele ha fatte dire alle mani, a un certo punto ho mollato tutto e sono tornata indietro per ricontrollare che fosse proprio così e, almeno per me, lo è stato. E poi c'è un'altra cosa. Io non lo so se dipenda da come io l'ho letto, dall'orario e dalla velocità con cui i miei occhi scorrevano sulla pagina, però mi è sembrato che a un certo punto la scrittura cambiasse, che si facesse quasi singhiozzante, come se le cose che c'erano da dire fossero talmente tante da essere troppo veloci, c'erano le frasi troncate - quanto mi sono piaciute le frasi troncate! - e pure i cambi di scena diventavano più rapidi. Ho letto le ultime cinquanta pagine di corsa, senza staccarmici se non per andare a fare pipì. Insomma io l'ho finito stanotte, mi è piaciuto e mi ha lasciato cose strane nello stomaco. (che poi mi è stato detto che sulla scrittura ci hanno lavorato tanto, e secondo me si vede. oh, se si vede.)