Un brav'uomo è difficile da trovare
by Flannery O'Connor
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Uscito nel 1955 e composto da dieci racconti di inarrivabile potenza, "Un brav'uomo è difficile da trovare" impose immediatamente Flannery O'Connor come scrittrice di grande originalità ed esponente di punta di quello che sarebbe stato ribattezzato il «gotico sudista». Unica sua raccolta pubblicata in vita, ha esercitato un'influenza incalcolabile su scrittori, musicisti, filosofi, politici per la ricchezza dell'apparato simbolico, la potenza e originalità del tema religioso, la perfezione con la quale, di personaggio in personaggio, di storia in storia, O'Connor riesce a costruire un microcosmo umano nel quale commedia e tragedia, dannazione e salvezza, coesistono e si completano a vicenda. Dal racconto che dà il titolo alla raccolta, con l'esplosione finale di violenza e le parole misteriose con le quali il Balordo, capo di una banda di rapinatori e assassini, chiude la storia, all'irruzione di uno straniero nella tranquilla esistenza della «brava gente di campagna» di un'altra memorabile novella, fino alla sarcastica rielaborazione del tema razziale nel «Negro artificiale», O'Connor costruisce un piccolo mondo antico e moderno insieme, esemplare e sorprendente, dal quale siamo tentati a volte di fuggire, ma forse proprio perché ci somiglia e ci svela troppe cose su noi stessi. Postfazione di Joyce Carol Oates.

Samuele's Review

SamueleSamuele wrote a review
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Composto da dieci racconti, "Un brav'uomo è difficile da trovare" mostra tutta la grandezza di Flannery O'Connor. I racconti sono piuttosto omogenei, sia per il ritorno, ossessivo, sconvolgente, della centralità spirituale, sia per la loro struttura narrativa e per l'ambientazione degli Stati Uniti del Sud, con le sue fattorie e i suoi abitanti. Nonostante questo, O'Connor raggiunge una tale grandezza letteraria (fin dalla sua primissima, e unica, raccolta di racconti pubblicata in vita) che non si ha mai l'impressione di monotonia o che le storie si ripetano. Vista questa omogeneità, per parlare della raccolta, ma anche di ciò che interessa O'Connor e perché sia così straordinaria, l'idea è quella di parlare di qualche racconto, tenendo in mente che quello che si dice di uno vale anche per tutti gli altri.


"Il nero artificiale"

]Il titolo, ovviamente, non è nero artificiale, ma se uso il termine di O'Connor mi becco un ban fino al 2030 quindi apposto così.]

I racconti di O'Connor hanno un'ambizione sconfinata. Non vogliono semplicemente mostrare o raccontare una storia. Ma hanno lo scopo, più o meno esplicito, attraverso la narrazione di un fatto più o meno verosimile, di rivelare un insegnamento morale e religioso, in particolar modo cristiano cattolico. Sono delle vere e proprie parabole. Ma, e qua sta per me la grandezza letteraria di O'Connor, sono parabole scritte in un preciso momento storico, con un preciso metodo narrativo, con una particolare scelta dei punti di vista. Ovvero: non sono riarrangiamenti delle antiche parabole bibliche, o storielle astratte, più vicine alla fiaba che altro. Prendiamo "Il nero artificiale". "Il nero artificiale" racconta la storia di un vecchio campagnolo che va in città con il nipote (tema che O'Connor riprenderà pure nel suo romanzo, "Il cielo è dei violenti"). Qua l'orgoglio e la superbia del vecchio vengono messe a durissima prova, quando si sperdono nella città, fra i quartieri dei neri, tanto che a un certo punto il vecchio rinnegherà il suo stesso nipote e lo abbandonerà. Tutto il racconto è costruito affinché il vecchio arrivi a riconoscere, dolorosamente e drasticamente, la sua manchevolezza: "Non si era mai considerato un gran peccatore, prima di allora, ma adesso capiva che la sua vera depravazione gli era stata nascosta per risparmiargli la disperazione". "Il nero artificiale" è un racconto sul peccato e sulla misericordia, ma riesce a essere ben poco edificante, proprio per lo stile crudissimo di O'Connor e la sua descrizione degli ambienti mai astratti, ma sempre perfettamente delineati negli Stati Uniti del Sud degli anni '40-'50. Il vecchio, come la maggior parte dei personaggi di O'Connor, è profondamente razzista, fra le altre cose, proprio perché nel momento della costruzione di una parabola moderna è fondamentale che il personaggio sia realistico, credibile, proprio perché il perdono, il peccato, non sono fatti astratti o relegati all'antichità, ma sono fatti concreti, odierni, quotidiani, sempre attuali. Cioè, quello che voglio dire, è che la storia di due uomini che si perdono nella città, anche come metafora della loro superbia, e si trovano davanti al loro Peccato e alla Misericordia di Dio, è un tema antichissimo e, per dire, Dante ci ha scritto la sua Divina Commedia a riguardo, però appunto, proprio perché antichissimo si rischia di sentirlo come inattuale, come qualcosa di passato. O'Connor, in un modo sconvolgente, riesce a raccontare queste storie con la concretezza del mondo odierno e lo fa rendendole nuove, come se le ascoltassimo per la prima volta. Proprio per questo, almeno per me, le storie di O'Connor sembrano funzionare su tre livelli: uno, il più superficiale, come puri racconti di vita quotidiana, terrena, fisica; il secondo, quello dell'insegnamento religioso; il terzo, personalissimo, quasi completamente inconscio, dove la presenza del Divino e la sua violenza (il Divino, in O'Connor, è sempre violento) si uniscono e permettono al lettore di percepire qualcosa di altro, di più profondo e complesso nella realtà che lo circonda, che è in fondo un promemoria tanto semplice quanto sconvolgente: se il Dio delle storie bibliche esiste (e ovviamente è questione di fede credere se esista o meno) allora ci sta lo stesso Dio anche nelle nostre storie, nella nostra vita. Due uomini che si perdono a Cana 5000 anni fa e incontrano Dio sono gli stessi uomini che si perdono in città nel 1950 e incontrano lo stesso Dio.


"Un cerchio nel fuoco"

Si diceva della violenza e della rivelazione divina. Tornando un attimo al discorso delle parabole moderne, mentre le parabole antiche utilizzavano metodi narrativi, beh, antichi, O'Connor per le sue storie è profondamente calata nella complessità narrativa della seconda metà del '900. Questo si traduce, tra le altre cose, nella scelta mai scontata del punto di vista narrativo e nell'ambiguità dei suoi personaggi. Questo per me è perfettamente rappresentato nel racconto "Un cerchio nel fuoco" che è anche quello un po' più direttamente legato alle storie bibliche. Tutto il racconto, dai particolarissimi toni thriller, è esplicitamente collegato al racconto del Libro di Daniele di Nabucodonosor e dei tre ebrei nella fornace. Velocemente: Nabucodonosor, re babilonese, vuole bruciare tre ebrei perché si sono rifiutati di prostrarsi davanti a un idolo, ma il Signore li protegge e brucia i loro boia. Il racconto di O'Connor è ambientato in questa piantagione del Sud (come molti altri suoi racconti), quando tre ragazzini balordi iniziano a occupare i campi, a creare scompiglio e tutto. La proprietaria protesta, e sottolinea come lei possegga la piantagione, il terreno, gli animali. Di nuovo: la superbia. I tre ragazzini, che vengono mostrati sempre come crudeli e di una cattiveria tanto gratuita, alla fine appiccano l'incendio alla proprietà, in un crescendo narrativo e di tensione che è sempre più insopportabile: "Rimase immobile, tesa, in ascolto, e in lontananza riuscì a cogliere alcune grida d i gioia alte e selvagge, come se i profeti stessero danzando nella fornace rovente, nel cerchio che l'angelo aveva sgombrato per loro". Quindi, la storia biblica del re e dei tre profeti non solo viene declinata con toni da home invasion, ma lo stesso punto di vista ora è spostato verso Nabucodonosor, il re superbo che pensa di possedere tutto, di essere Dio. Ma, altra cosa fondamentale, la comprensione, la rivelazione del proprio peccato non avviene per mano di qualcosa di buono: tutt'altro. In quasi tutti i racconti, i personaggi sono messi di fronte alla propria piccolezza per mano di azioni crudeli, ingiuste, malvage. Come i tre ragazzini che appiccano l'incendio, come il venditore di Bibbie che ruba la gamba di legno in "Brava gente di campagna", come il bandito che spara alla vecchia in "Un brav'uomo è difficile da trovare". Cioè, la grazia divina in O'Connor agisce tramite la violenza, proprio perché il peccato, la cecità umana è così grande, che soltanto attraverso una scossa così irrimediabile, che spesso coincide con la morte, ci si può rendere conto della propria situazione. D'altronde, quanto dovrebbe essere misero il divino se l'incontro con noi, il vero incontro, non ci lasciasse senza parole e senza senno? L'incontro, la rivelazione, coincidono spesso con l'apice narrativo del racconto. Tutto il racconto, infatti, è spesso costruito con una tensione crescente verso le ultime pagine, se non proprio ultimissime righe, in cui la rivelazione, l'incontro, esplode in tutta la sua forza. Pochissime volte vediamo la conseguenza di quell'incontro, sia perché spesso o quell'incontro uccide, manda fuor di senno, o proprio perché il racconto si interrompe.


"Un tempio dello spirito santo"

Tra le tante cose sorprendenti della scrittura di O'Connor, quella che ogni volta mi lascia senza parole è quanto poco lei voglia bene ai suoi personaggi. I personaggi dei suoi racconti sono sempre più o meno gli stessi, un po' come le ambientazioni e i temi, d'altronde. E più che personaggi sono caricature bidimensionali. Ma, d'altronde, non era così pure per i racconti biblici? Cioè, il Figliol Prodigo è il figliol prodigo, punto. I personaggi di O'Connor sono spesso donne degli Stati Uniti del Sud, spesso sui 30-50 anni, ma la descrizione migliore del Personaggio dei racconti di O'Connor ce la dà O'Connor stessa in "Un tempio dello spirito santo": "Non era ladra, né un'assassina, ma era nata bugiarda e pigra, era impertinente con la madre e deliberatamente cattiva con quasi tutti gli altri. Era divorata anche dal peccato della superbia, il peggiore". E più o meno tutti i personaggi si muovono attorno a questa descrizione, i particolare la superbia. La superbia che è, in fondo, la rinnegazione di Dio, la convinzione che vi è il Nulla e che l'unica realtà che conti sia la nostra, intesa proprio come nostra personale. La superbia che è il peccato del solipsismo. O'Connor non ha la minima vicinanza verso i suoi personaggi, tutt'altro. Si percepisce una fortissima insofferenza verso la loro cecità, verso la loro superbia, proprio perché sono letteralmente incarnazione di quel peccato. Che, insomma, non bisogna essere Freud per immaginarlo, credo sia il peccato da cui O'Connor si sentiva maggiormente minacciata e contro cui lottava costantemente. L'ossessione della sua scrittura, della grazia e della superbia, sono la disperazione, immagino, con cui un fedele prega costantemente il Signore di salvarlo.


"Il profugo"

In tutto questo, a O'Connor stanno tanto sul cazzo i suoi personaggi quanto adora i pavoni. Il pavone è da sempre un simbolo cristologico e la O'Connor li allevava. Quanto cazzo adoro che tutto in O'Connor sia al contempo fisico e spirituale, voi non avete idea. In "Il profugo", racconto che chiude la raccolta, dai fortissimi toni cristologici, compare diverse volte un pavone. Il decadimento morale della possidente terriera (un'altra volta) è ben esemplificato dalla sua scelta di lasciar morire tutti i pavoni. Le uniche descrizioni amorevoli di tutta la raccolta sono proprio dedicate al pavone: "Il pavone si fermò di colpo e buttando il collo indietro alzò la coda e la aprì con un crepitio tremulo. Strati su strati di piccoli soli gravidi fluttuarono in una foschia verde-oro sopra la sua testa". E' interessante notare come questi termini si ritrovino anche nella visione apocalittica, che fa uscir completamente di senno, un altro personaggio dello stesso racconto: "Di colpo, mentre osservava il panorama, il cielo si aprì in due come il sipario su un palcoscenico e lei si trovò faccia a faccia con una figura gigantesca. Era del colore del sole nel primo pomeriggio, bianco-oro. Non aveva una forma definita, ma era circondata da ruote di fuoco costellate da feroci occhi scuri, che le giravano vorticosamente intorno". Ma c'è un altro momento, in tutta la raccolta, in cui si parla di pavoni (cioè, in realtà sono sicuro ci sia pure un altro, ma non riesco a ritrovarlo, ma tanto più o meno il concetto è simile quindi vabbè). In "Brava gente di campagna", una ragazza ha una gamba di legno e una totale mancanza di fede, a un certo punto conosce un venditore di Bibbie e si appartano in un fienile. Lui le chiede di farle vedere da dove parte la sua gamba di legno. La ragazza lancia un gridolino: "la sua gamba artificiale per lei era sensibile quanto lo era la coda per un pavone". Tralasciando il significato dell'accostamento coda-gamba, tanto stratificato quanto complesso, visto il collegamento che viene fatto anche fra la gamba di legno e la storpiatura morale della ragazza, quello che importa ora è il fatto che la ragazza, tipico personaggio di O'Connor, sia paragonato al pavone, il simbolo cristologico a cui O'Connor e tutta la tradizione cristiana sono profondamente legati. Collegamento che appare fondamentale proprio perché nonostante tutta la rabbia, tutta la cecità, tutta la stortura che O'Connor mostra nei suoi racconti, la salvezza non è soltanto qualcosa di esterno a noi, ma che è dentro di noi, e che un evento, sì traumatico, sì violento, servono a risvegliare. E' un accenno e passa facilmente inosservato e non so quanto sia campato in aria, ma è, per me, il segno di una fede fortissima che ha O'Connor anche nell'uomo: perfino nell'animo del peggiore dei suoi personaggi è possibile ritrovare la Salvezza. Ah, meno male che ci stanno i pavoni.

SamueleSamuele wrote a review
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Composto da dieci racconti, "Un brav'uomo è difficile da trovare" mostra tutta la grandezza di Flannery O'Connor. I racconti sono piuttosto omogenei, sia per il ritorno, ossessivo, sconvolgente, della centralità spirituale, sia per la loro struttura narrativa e per l'ambientazione degli Stati Uniti del Sud, con le sue fattorie e i suoi abitanti. Nonostante questo, O'Connor raggiunge una tale grandezza letteraria (fin dalla sua primissima, e unica, raccolta di racconti pubblicata in vita) che non si ha mai l'impressione di monotonia o che le storie si ripetano. Vista questa omogeneità, per parlare della raccolta, ma anche di ciò che interessa O'Connor e perché sia così straordinaria, l'idea è quella di parlare di qualche racconto, tenendo in mente che quello che si dice di uno vale anche per tutti gli altri.


"Il nero artificiale"

]Il titolo, ovviamente, non è nero artificiale, ma se uso il termine di O'Connor mi becco un ban fino al 2030 quindi apposto così.]

I racconti di O'Connor hanno un'ambizione sconfinata. Non vogliono semplicemente mostrare o raccontare una storia. Ma hanno lo scopo, più o meno esplicito, attraverso la narrazione di un fatto più o meno verosimile, di rivelare un insegnamento morale e religioso, in particolar modo cristiano cattolico. Sono delle vere e proprie parabole. Ma, e qua sta per me la grandezza letteraria di O'Connor, sono parabole scritte in un preciso momento storico, con un preciso metodo narrativo, con una particolare scelta dei punti di vista. Ovvero: non sono riarrangiamenti delle antiche parabole bibliche, o storielle astratte, più vicine alla fiaba che altro. Prendiamo "Il nero artificiale". "Il nero artificiale" racconta la storia di un vecchio campagnolo che va in città con il nipote (tema che O'Connor riprenderà pure nel suo romanzo, "Il cielo è dei violenti"). Qua l'orgoglio e la superbia del vecchio vengono messe a durissima prova, quando si sperdono nella città, fra i quartieri dei neri, tanto che a un certo punto il vecchio rinnegherà il suo stesso nipote e lo abbandonerà. Tutto il racconto è costruito affinché il vecchio arrivi a riconoscere, dolorosamente e drasticamente, la sua manchevolezza: "Non si era mai considerato un gran peccatore, prima di allora, ma adesso capiva che la sua vera depravazione gli era stata nascosta per risparmiargli la disperazione". "Il nero artificiale" è un racconto sul peccato e sulla misericordia, ma riesce a essere ben poco edificante, proprio per lo stile crudissimo di O'Connor e la sua descrizione degli ambienti mai astratti, ma sempre perfettamente delineati negli Stati Uniti del Sud degli anni '40-'50. Il vecchio, come la maggior parte dei personaggi di O'Connor, è profondamente razzista, fra le altre cose, proprio perché nel momento della costruzione di una parabola moderna è fondamentale che il personaggio sia realistico, credibile, proprio perché il perdono, il peccato, non sono fatti astratti o relegati all'antichità, ma sono fatti concreti, odierni, quotidiani, sempre attuali. Cioè, quello che voglio dire, è che la storia di due uomini che si perdono nella città, anche come metafora della loro superbia, e si trovano davanti al loro Peccato e alla Misericordia di Dio, è un tema antichissimo e, per dire, Dante ci ha scritto la sua Divina Commedia a riguardo, però appunto, proprio perché antichissimo si rischia di sentirlo come inattuale, come qualcosa di passato. O'Connor, in un modo sconvolgente, riesce a raccontare queste storie con la concretezza del mondo odierno e lo fa rendendole nuove, come se le ascoltassimo per la prima volta. Proprio per questo, almeno per me, le storie di O'Connor sembrano funzionare su tre livelli: uno, il più superficiale, come puri racconti di vita quotidiana, terrena, fisica; il secondo, quello dell'insegnamento religioso; il terzo, personalissimo, quasi completamente inconscio, dove la presenza del Divino e la sua violenza (il Divino, in O'Connor, è sempre violento) si uniscono e permettono al lettore di percepire qualcosa di altro, di più profondo e complesso nella realtà che lo circonda, che è in fondo un promemoria tanto semplice quanto sconvolgente: se il Dio delle storie bibliche esiste (e ovviamente è questione di fede credere se esista o meno) allora ci sta lo stesso Dio anche nelle nostre storie, nella nostra vita. Due uomini che si perdono a Cana 5000 anni fa e incontrano Dio sono gli stessi uomini che si perdono in città nel 1950 e incontrano lo stesso Dio.


"Un cerchio nel fuoco"

Si diceva della violenza e della rivelazione divina. Tornando un attimo al discorso delle parabole moderne, mentre le parabole antiche utilizzavano metodi narrativi, beh, antichi, O'Connor per le sue storie è profondamente calata nella complessità narrativa della seconda metà del '900. Questo si traduce, tra le altre cose, nella scelta mai scontata del punto di vista narrativo e nell'ambiguità dei suoi personaggi. Questo per me è perfettamente rappresentato nel racconto "Un cerchio nel fuoco" che è anche quello un po' più direttamente legato alle storie bibliche. Tutto il racconto, dai particolarissimi toni thriller, è esplicitamente collegato al racconto del Libro di Daniele di Nabucodonosor e dei tre ebrei nella fornace. Velocemente: Nabucodonosor, re babilonese, vuole bruciare tre ebrei perché si sono rifiutati di prostrarsi davanti a un idolo, ma il Signore li protegge e brucia i loro boia. Il racconto di O'Connor è ambientato in questa piantagione del Sud (come molti altri suoi racconti), quando tre ragazzini balordi iniziano a occupare i campi, a creare scompiglio e tutto. La proprietaria protesta, e sottolinea come lei possegga la piantagione, il terreno, gli animali. Di nuovo: la superbia. I tre ragazzini, che vengono mostrati sempre come crudeli e di una cattiveria tanto gratuita, alla fine appiccano l'incendio alla proprietà, in un crescendo narrativo e di tensione che è sempre più insopportabile: "Rimase immobile, tesa, in ascolto, e in lontananza riuscì a cogliere alcune grida d i gioia alte e selvagge, come se i profeti stessero danzando nella fornace rovente, nel cerchio che l'angelo aveva sgombrato per loro". Quindi, la storia biblica del re e dei tre profeti non solo viene declinata con toni da home invasion, ma lo stesso punto di vista ora è spostato verso Nabucodonosor, il re superbo che pensa di possedere tutto, di essere Dio. Ma, altra cosa fondamentale, la comprensione, la rivelazione del proprio peccato non avviene per mano di qualcosa di buono: tutt'altro. In quasi tutti i racconti, i personaggi sono messi di fronte alla propria piccolezza per mano di azioni crudeli, ingiuste, malvage. Come i tre ragazzini che appiccano l'incendio, come il venditore di Bibbie che ruba la gamba di legno in "Brava gente di campagna", come il bandito che spara alla vecchia in "Un brav'uomo è difficile da trovare". Cioè, la grazia divina in O'Connor agisce tramite la violenza, proprio perché il peccato, la cecità umana è così grande, che soltanto attraverso una scossa così irrimediabile, che spesso coincide con la morte, ci si può rendere conto della propria situazione. D'altronde, quanto dovrebbe essere misero il divino se l'incontro con noi, il vero incontro, non ci lasciasse senza parole e senza senno? L'incontro, la rivelazione, coincidono spesso con l'apice narrativo del racconto. Tutto il racconto, infatti, è spesso costruito con una tensione crescente verso le ultime pagine, se non proprio ultimissime righe, in cui la rivelazione, l'incontro, esplode in tutta la sua forza. Pochissime volte vediamo la conseguenza di quell'incontro, sia perché spesso o quell'incontro uccide, manda fuor di senno, o proprio perché il racconto si interrompe.


"Un tempio dello spirito santo"

Tra le tante cose sorprendenti della scrittura di O'Connor, quella che ogni volta mi lascia senza parole è quanto poco lei voglia bene ai suoi personaggi. I personaggi dei suoi racconti sono sempre più o meno gli stessi, un po' come le ambientazioni e i temi, d'altronde. E più che personaggi sono caricature bidimensionali. Ma, d'altronde, non era così pure per i racconti biblici? Cioè, il Figliol Prodigo è il figliol prodigo, punto. I personaggi di O'Connor sono spesso donne degli Stati Uniti del Sud, spesso sui 30-50 anni, ma la descrizione migliore del Personaggio dei racconti di O'Connor ce la dà O'Connor stessa in "Un tempio dello spirito santo": "Non era ladra, né un'assassina, ma era nata bugiarda e pigra, era impertinente con la madre e deliberatamente cattiva con quasi tutti gli altri. Era divorata anche dal peccato della superbia, il peggiore". E più o meno tutti i personaggi si muovono attorno a questa descrizione, i particolare la superbia. La superbia che è, in fondo, la rinnegazione di Dio, la convinzione che vi è il Nulla e che l'unica realtà che conti sia la nostra, intesa proprio come nostra personale. La superbia che è il peccato del solipsismo. O'Connor non ha la minima vicinanza verso i suoi personaggi, tutt'altro. Si percepisce una fortissima insofferenza verso la loro cecità, verso la loro superbia, proprio perché sono letteralmente incarnazione di quel peccato. Che, insomma, non bisogna essere Freud per immaginarlo, credo sia il peccato da cui O'Connor si sentiva maggiormente minacciata e contro cui lottava costantemente. L'ossessione della sua scrittura, della grazia e della superbia, sono la disperazione, immagino, con cui un fedele prega costantemente il Signore di salvarlo.


"Il profugo"

In tutto questo, a O'Connor stanno tanto sul cazzo i suoi personaggi quanto adora i pavoni. Il pavone è da sempre un simbolo cristologico e la O'Connor li allevava. Quanto cazzo adoro che tutto in O'Connor sia al contempo fisico e spirituale, voi non avete idea. In "Il profugo", racconto che chiude la raccolta, dai fortissimi toni cristologici, compare diverse volte un pavone. Il decadimento morale della possidente terriera (un'altra volta) è ben esemplificato dalla sua scelta di lasciar morire tutti i pavoni. Le uniche descrizioni amorevoli di tutta la raccolta sono proprio dedicate al pavone: "Il pavone si fermò di colpo e buttando il collo indietro alzò la coda e la aprì con un crepitio tremulo. Strati su strati di piccoli soli gravidi fluttuarono in una foschia verde-oro sopra la sua testa". E' interessante notare come questi termini si ritrovino anche nella visione apocalittica, che fa uscir completamente di senno, un altro personaggio dello stesso racconto: "Di colpo, mentre osservava il panorama, il cielo si aprì in due come il sipario su un palcoscenico e lei si trovò faccia a faccia con una figura gigantesca. Era del colore del sole nel primo pomeriggio, bianco-oro. Non aveva una forma definita, ma era circondata da ruote di fuoco costellate da feroci occhi scuri, che le giravano vorticosamente intorno". Ma c'è un altro momento, in tutta la raccolta, in cui si parla di pavoni (cioè, in realtà sono sicuro ci sia pure un altro, ma non riesco a ritrovarlo, ma tanto più o meno il concetto è simile quindi vabbè). In "Brava gente di campagna", una ragazza ha una gamba di legno e una totale mancanza di fede, a un certo punto conosce un venditore di Bibbie e si appartano in un fienile. Lui le chiede di farle vedere da dove parte la sua gamba di legno. La ragazza lancia un gridolino: "la sua gamba artificiale per lei era sensibile quanto lo era la coda per un pavone". Tralasciando il significato dell'accostamento coda-gamba, tanto stratificato quanto complesso, visto il collegamento che viene fatto anche fra la gamba di legno e la storpiatura morale della ragazza, quello che importa ora è il fatto che la ragazza, tipico personaggio di O'Connor, sia paragonato al pavone, il simbolo cristologico a cui O'Connor e tutta la tradizione cristiana sono profondamente legati. Collegamento che appare fondamentale proprio perché nonostante tutta la rabbia, tutta la cecità, tutta la stortura che O'Connor mostra nei suoi racconti, la salvezza non è soltanto qualcosa di esterno a noi, ma che è dentro di noi, e che un evento, sì traumatico, sì violento, servono a risvegliare. E' un accenno e passa facilmente inosservato e non so quanto sia campato in aria, ma è, per me, il segno di una fede fortissima che ha O'Connor anche nell'uomo: perfino nell'animo del peggiore dei suoi personaggi è possibile ritrovare la Salvezza. Ah, meno male che ci stanno i pavoni.