Carla Casazza (Boskoop)
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Carla Casazza (Boskoop)

Ci sono certi che lo chiamano angelo, il narratore che si portano dentro e che gli racconta la vita

Oct 26, 1967

Imola, Italy

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Se tu lo vuoi
by Valeria Fioretta
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La ragazza con la Leica
by Helena Janeczek
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Flavio Emer era un giornalista e scrittore, un uomo ironico e profondo. Ma era anche un corpo fragile e vulnerabile costretto su una sedia a rotelle da una malattia degenerativa, un corpo fragile ma tenace che riusciva a scrivere grazie a un complesso sistema di controllo vocale del computer. Avrei tanto voluto conoscerlo Flavio, dirgli delle emozioni che ha suscitato in me la lettura di questo che è stato il suo primo libro, raccontargli le riflessioni nate dalle sue parole. Flavio scrive in modo semplice e diretto, con molta ironia, senza mai cadere nel patetico o nella deriva dell'autocommiserazione anche quando le circostanze lo consentirebbero. Racconta il suo rapporto con la quotidianità, gli infiniti ostacoli che incontra nel condurre una vita "normale" chi si trova nella sua situazione, ma anche la volontà di cercare, per quanto possibile, di "muoversi" al passo con gli altri, di fare le stesse cose che fanno i suoi coetanei (scrisse il libro quando aveva poco più di vent'anni), di scherzare, divertirsi, sognare un futuro. Di ignorare la sua malattia anche se è perfettamente consapevole di ciò che lo aspetta. "[…] percepisco la realtà nella mia maniera molto personale e forse con un pizzico di doverosa incoscienza. Tuttavia non rinuncerei alla mia voluta incoscienza perché, ne sono fermamente convinto, se guardassi direttamente in faccia la realtà […] tutto mi crollerebbe addosso. Non sopporterei troppe cose e smarrirei completamente il gusto e la gioia di vivere". Nel libro Flavio spiega con lucidità la sua visione della vita dalla carrozzina, il suo rifiuto del buonismo degli altri che gli perdonano tutto "viste le sue condizioni", del suo rivendicare il diritto a essere dispettoso o arrabbiato come tutti, del suo rammarico perché sa che certe cose gli saranno sempre precluse, tranne che nei sogni a occhi aperti. Ma anche in questo caso non si piange addosso, semplicemente racconta ciò che prova. Non è facile trasmettere l'essenza del libro con una recensione, la cosa migliore è consigliarvi di leggerlo. "Mi piace moltissimo attaccarmi alla fantasia e penzolare leggero dal suo gancio osservando il meraviglioso e distorto paesaggio sottostante" scrive Flavio nelle prime pagine del libro. Seguitelo, penzolate assieme a lui, osservate il suo mondo con la stessa meraviglia con cui lo ha fatto lui.
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Tristi tropici
by Claude Lévi-Strauss
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Il potere è noioso
by Alberto Forchielli, Michele Mengoli
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La recensione che segue è stata pubblicata sul numero 19 della rivista letteraria Il Colophon “Sulla nave eravamo quasi tutte vergini. Avevamo i capelli lunghi e neri e i piedi piatti e larghi, e non eravamo molto alte. Alcune di noi erano cresciute solo a pappa di riso e avevano le gambe un po' storte, e alcune di noi avevano appena quattordici anni ed erano ancora bambine. Alcune di noi venivano dalla città e portavano abiti cittadini all'ultima moda, ma molte di noi venivano dalla campagna, e sulla nave portavano gli stessi vecchi kimono che avevano portato per anni – indumenti sbiaditi smessi dalle nostre sorelle, rammendati e tinti più volte. Alcune di noi venivano dalle montagne e non avevano mai visto il mare, tranne che in fotografia,e alcune di noi erano figlie di pescatori che conoscevano il mare da sempre. Forse il mare ci aveva portato via un fratello, un padre o un fidanzato, o forse un triste mattino una persona cara si era buttata in acqua e si era allontanata a nuoto, e adesso anche per noi era arrivato il momento di voltare pagina”. All'inizio del Novecento tante giovani e giovanissime giapponesi salparono alla volta di San Francisco per raggiungere i connazionali sposati per procura: molte volte erano stati i padri a “venderle” perché i soldi del fidanzamento facevano comodo per sfamare il resto della famiglia. Altre avevano accettato per sfuggire al lavoro nei campi o in fabbrica. Scopriranno solo all'arrivo che i giovanotti eleganti che sorridevano nelle foto conservate gelosamente tra le loro cose erano sì i mariti, ma vent'anni prima, e che il vestito elegante gli era stato prestato. Che non si trattava di impiegati, bancari o commercianti, ma di braccianti o lavoranti a giornata, lavandai o facchini. E così le ragazze che volevano fuggire dalle risaie si ritrovarono a raccogliere cipolle o pesche, sgobbare in lavanderie malsane, fare le donne delle pulizie, considerato il lavoro più infimo nel loro paese, più umile persino di quello in risaia. Ma se avevano pensato che questa fosse la cosa peggiore si erano dovute ricredere, perché oltre alla delusione e alla fatica di lavori duri ed estenuanti, avevano dovuto fare i conti con il razzismo e – ancora peggio – dopo Pearl Harbour, con le deportazioni e i campi di prigionia. In questo romanzo che in realtà un romanzo non è, piuttosto una rievocazione liberamente interpretata di eventi storici, Julie Otsuka sceglie uno stile narrativo singolare e suggestivo e racconta le vicende di queste donne, dei loro uomini, dei loro figli, usando la prima persona (e in alcuni casi la terza) plurale. Ne esce un ritratto corale e intenso, ma allo stesso tempo didascalico ed essenziale di uno spaccato della storia giapponese contemporanea ignorato dai più, che ci fa sentire meno lontani da questo popolo laborioso e all'apparenza un po' “sterile”, condizionato da modi troppo cortesi e formali, che sotto la superficie nasconde invece tante sfumature emozionali e il disperato desiderio di una vita migliore che ha spinto a emigrare tanti, tantissimi europei e – ora lo sappiamo – anche tanti giapponesi. Nella società attuale assimiliamo la figura dei giapponesi a un paese iper tecnologico, industrializzato, avanzatissimo e un po' kitsch, mentre sono stati anche loro emigranti discriminati, e nei casi peggiori segregati. Tenere presente tutto questo permette di conferire un nuovo significato alla storia del XX secolo e in particolare a quella dell'Estremo Oriente.
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Il mio cielo è diverso
by Flavio Emer
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La recensione che segue è stata pubblicata sul numero 18 della rivista letteraria Il Colophon “Questo libro è per parlare di noi solitari. Noi che anche se siamo in coppia, o se stiamo in una moltitudine, continuiamo a sentirci, a essere soli. Liberi, però soli, di quella solitudine creativa, stimolante, seminale, che ci fa pensare a cose grandi, che ci fa sfidare i nostri limiti. […] Questo è anche un libro sul cammino. […] Il cammino non ti salva ma può essere una cura. […] Puoi camminare per giorni, per mesi, per sempre e non cambiare mai. Per camminare e insieme crescere, curarti, guarire, imparare, devi entrare con la mente nei tuoi passi, devi metterci i pensieri”. Scrive così Alessandra Beltrame in uno dei tre incipit che aprono Io cammino da sola; come si evince dalla citazione, è un libro che parla di due cammini solitari diversi: quello che ha compiuto l’autrice lungo la Via Francigena, e quello ben più lungo e impegnativo attraverso tutta la propria esistenza fino a oggi. Se la solitudine lungo il cammino della vita forse appartiene un po’ a tutti, decidere di mettersi in spalla uno zaino e scegliere i piedi come mezzo privilegiato di viaggio è una variabile che siamo liberi di considerare o meno. Io che mi sposto principalmente a piedi, che non possiedo un’auto per scelta e che anche quando sono in grandi città cerco di usare i mezzi pubblici il meno possibile, ritengo che il viaggio a piedi sia la sublimazione, l’essenza della concezione di viaggio inteso non come il tragitto più veloce e confortevole per spostarsi da un luogo a un altro, ma come la bellezza di ciò che è racchiuso nel mezzo di questa azione. “Non sei lì perché vuoi raggiungere una meta. La meta non è il fine ma il mezzo. Il fine è quel che stai facendo in quel preciso momento: è il cammino”. E ancora: “Non è il traguardo a darci il benestare. È tutto quello che sta in mezzo fra la partenza e l’arrivo. È ogni attimo vissuto con consapevolezza. Sono i secondi, i minuti; i centimetri, i metri. Sono i passi. I battiti. Sono gli uno che si sommano, non i multipli, a riempire la vita”. Queste frasi per me sintetizzano appieno l’esperienza del viaggio. La Beltrame racconta come ha iniziato a camminare, a viaggiare camminando. Prima in gruppo lungo sentieri storici o significativi dell’Italia, da nord a sud. Poi ha deciso di sfidare se stessa e di percorrere la Via Francigena in pieno inverno, dalla Toscana al Lago di Bolsena, quando di pellegrini non se ne incontra praticamente nessuno, ma è proprio così che ha sublimato il suo bisogno di solitudine, di concentrarsi sul proprio corpo e i propri passi. E parallelamente racconta la sua vita, le scelte anche difficili e controverse, dettate dal desiderio di libertà che la pervade: libertà dai legami, dalle cose, dal lavoro. Mi sono trovata a condividere molte delle riflessioni della Beltrame, comprendo il suo bisogno di non sentirsi costretta da vincoli e so, per averlo vissuto io stessa, che proprio il viaggio — quello vero, non la vacanza organizzata — ti permette di dare risposte a questa necessità. Partire avendo in mente un luogo e poche tappe di riferimento, muoversi assecondando i propri tempi e gli incontri della giornata, dormire dove capita, senza preoccuparsi troppo di prenotazioni e camere di lusso. Sono i viaggi così quelli che restano nel cuore, che insegnano qualcosa, che ti aiutano a conoscere meglio te stesso. Ho camminato tanto da sola in città straniere. Mai in un bosco o lungo un’antica via dei pellegrini, ma comprendo bene che sia la dimensione migliore per leggersi dentro davvero, per restare a quattrocchi con la propria anima, e chissà che prima o poi non venga anche a me voglia di farlo. “Un giorno mi sono detta: devo affrontare la solitudine, guardarla in faccia, marciare, inciampare e sacramentare con lei. Sviscerarla, sventrarla, affondarci le mani. Quel giorno, ho chiuso la porta di casa e ho cominciato a camminare da sola”.
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Grande come l'universo
by Jón Kalman Stefánsson
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Mandate a dire all'imperatore
by Pierluigi Cappello
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Il contanuvole
by Marcello Loprencipe
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L'ombra del carrubo
by Marcello Loprencipe
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L'ombra del carrubo
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La recensione che segue è stata pubblicata sulla rivista letteraria online Il Colophon “Mi innamorai del calcio come mi sarei poi innamorato delle donne: improvvisamente, inesplicabilmente, acriticamente, senza pensare al dolore o allo sconvolgimento che avrebbe portato con sé”. Nacque così, all’età di 11 anni, per Nick Hornby una grande passione, talmente grande da dedicargli un libro, Febbre a 90', che lo ha reso uno scrittore celebre. Una sorta di autobiografia di sé e dell’Arsenal, nota squadra londinese, scandita dalle partite che ha disputato tra il 1968 e il 1992, anno in cui è uscito il libro. Ogni capitolo infatti descrive un incontro (immagino scelto tra i più degni di nota disputati dalla squadra) ma allo stesso tempo offre lo spunto a Hornby per raccontare la propria vita e provare a descrivere le emozioni che si annidano nell’animo di un tifoso. Tutto ebbe inizio nel 1968 — appunto — quando il padre di Hornby se ne andò di casa per un’altra donna. L’equilibrio familiare venne sconvolto e lo scrittore e la sorella, pieni di risentimento per il genitore, erano restii a frequentarlo. Perciò il padre cercò di conquistare Nick invitandolo a vedere la finale di Coppa fra West Brom ed Everton: “Gli dissi che il calcio non mi interessava, neppure la finale di Coppa — il che era vero, per quanto ne ero consapevole — ma rimasi comunque incollato alla televisione per l’intera partita. Alcune settimane più tardi guardai, incantato, l’incontro Manchester United — Benfica, con mia mamma, e alla fine di agosto mi alzai presto per sentire com’era andato lo United nella finale della Coppa Intercontinentale. Amavo Bobby Charlton e George Best (non sapevo niente di Denis Law, il terzo della Santissima Trinità, che aveva saltato l’incontro con il Benfica a causa di un infortunio) con un ardore che mi aveva preso completamente di sorpresa; durò tre settimane, finché mio padre non mi portò a Highbury per la prima volta”. Highbury — per chi non lo sapesse — era lo stadio dove giocava l’Arsenal all’epoca. Chi ama la scrittura di Hornby in Febbre a 90' trova già le premesse che ne hanno fatto uno dei principali scrittori britannici degli ultimi 25 anni, ma c’è dell’altro: in questo libro riesce a esprimere l’essenza del tifo sportivo, a fare respirare anche a coloro che non sono interessati al calcio, e nemmeno allo sport in generale, le sensazioni di chi ha una squadra del cuore e soffre o gioisce per lei. Scrive Hornby nella prefazione: “Febbre a 90' riguarda la condizione del tifoso. Ho letto libri scritti da persone che evidentemente amano il calcio, ma questa è tutta un’altra cosa; e ho letto libri scritti, in mancanza di una parola migliore, da hooligan; ma almeno il 95 per cento dei milioni di spettatori che ogni anno guardano le partite non hanno mai dato un pugno in vita loro. Questo libro quindi è per noialtri, e per chiunque si sia chiesto cosa significhi essere fatti così. Nonostante i particolari qui riportati riguardino solo me, spero stuzzicheranno quanti si siano mai scoperti andare alla deriva, nel bel mezzo di una giornata di lavoro o di un film o di una conversazione, verso un sinistro al volo nel sette di destra, sferrato dieci o quindici o venticinque anni fa”. Probabilmente proprio una parte del successo del libro è dovuta a questa capacità di rendere giustizia al tifoso, di collegarlo empaticamente col resto del mondo, di farlo vedere sotto una luce diversa dal sempliciotto che si scalda per alcuni uomini in calzoncini che corrono dietro a una palla, di fare capire a chi vede tutto dall’esterno che c’è qualcosa di profondo e genuino nel dedicare le domeniche alla partita. Addirittura, attraverso la rievocazione delle partite che hanno scandito la sua vita, Hornby trova una chiave di lettura alla propria esistenza, fino alla rivelazione: “Contro l’Aston Villa, una settimana dopo il Wrexham, mi balenò davanti agli occhi tutta la mia vita. Un pareggio 0–0, contro una squadra da niente, in una partita insignificante, di fronte a un pubblico insofferente, di tanto in tanto arrabbiato ma più che altro stancamente tollerante, nel freddo gelido di gennaio… L’unica cosa che mancava era Ian Ure che inciampa su se stesso, e mio papà, che continua a mugugnarmi accanto”. E dopo avere letto il libro, forse vi scoprirete tifosi persino voi. Una curiosità: dopo il successo della prima edizione, che vendette più di un milione di copie in Gran Bretagna, Febbre a 90' fu ristampato e regalato agli abbonati dell’Arsenal durante la stagione 2005–06, l’ultima in cui la squadra giocò nello stadio di Highbury.
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Io cammino da sola
by Alessandra Beltrame
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Io cammino da sola
by Alessandra Beltrame
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Amy e Isabelle
by Elizabeth Strout
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Il muschio grigio arde
by Thor Vilhjálmsson
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L'isola senza nome
by Rebecca Walker
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L'isola senza nome
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Cosa sarebbe accaduto se più di 2000 anni fa Sparta non fosse stata sconfitta da Tebe e avesse avuto la possibilità di espandersi tanto da conquistare buona parte dei territori che ora chiamiamo Europa del sud? Cerca di immaginarlo - e lo fa in modo molto realistico - Carlo Menzinger di Preussenthal ne Il sogno del ragno primo romanzo della trilogia ucronica Via da Sparta, ricreando una realtà alternativa alla nostra in cui si muove la protagonista della storia, Aracne. Siamo in un'epoca che per datazione dovrebbe corrispondere ai nostri giorni, ma in un mondo completamente diverso da noi perché la storia si è svolta in tutt'altro modo: Sparta, dopo avere vinto su Tebe, ha distrutto Atene e la sua cultura, ha impedito l'espansione dell'Impero Romano e ha conquistato tutta l'area del Mediterraneo imponendo i propri principi violenti e guerreschi: non esiste la famiglia tradizionale, uomini e donne vivono separati, è condannato l'uso degli abiti e sono considerate da deboli - quindi emarginata - la pratica della cultura e dell'arte, le attività che elevano la mente e non riguardano la materialità, il benessere. Non esistono vecchi e malati perché vengono eliminati, così come i bambini deboli o con disabilità. Un mondo duro e brutale in cui la vita degli iloti, coloro cioè non d'origine spartana, è ancora peggiore perché sono schiavi. Aracne è una giovane ilota che, rimasta incinta dopo una violenza, pratica che viene incoraggiata invece di essere condannata, decide di fuggire dai territori di Sparta per poter crescere il suo futuro bambino in un luogo libero. Ne ha sentito parlare, sa che al nord la vita è molto diversa, anche se non è certa che sia la verità o si tratti solo di una leggenda. Ma sceglie di rischiare e parte per un viaggio che non sarà né facile né privo di pericoli. Parallelamente alla storia di Aracne si sviluppa quella di Nymphodora, sua coetanea spartana, appartenente quindi alla classe dominante, ma che compie delle scelte molto controcorrente che la metteranno in contrasto con la madre e con buona parte dei suoi concittadini. Il romanzo scorre veloce e coinvolgente, sia per l'intreccio in sé che per il modo in cui l'autore ha "costruito" la realtà distopica in cui la vicenda si svolge. Molto interessante anche l'ipotesi dei valori che si sarebbero sviluppati in una civiltà retta dai presupposti su cui si fondava Sparta. Nel mondo immaginato da Carlo Menzinger di Preussenthal il vero amore è quello tra "uguali" (uomo con uomo, donna con donna) mentre l'accoppiamento tra i due sessi è solo un'esigenza finalizzata al concepimento di nuove vite. Nella Sparta di Aracne è normale girare nudi, al massimo indossare un mantello in inverno, e una donna vestita infiamma l'immaginazione degli uomini. Tutti spunti per riflettere che la vita che conduciamo oggi, i valori che perseguiamo, sono il frutto di determinati sviluppi della storia e che se le cose fossero andate in un altro modo molto di ciò che oggi diamo per scontato non lo sarebbe. Ed ora attendiamo il secondo romanzo della trilogia per continuare a seguire Aracne e Nymphodora nel loro percorso verso un mondo migliore e più libero.
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