Giuseppe C. Karamàzov
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Giuseppe C. Karamàzov

Nov 7, 1984

Lonato, Italy

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Giuseppe C. Karamàzov
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Prometeo incatenato
by Eschilo
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Notre Dame de Paris
by Victor Hugo
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Giuseppe C. Karamàzov
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"La virtù de la bocca, che sana ciò che tocca"... che può essere anche quella dei poeti.
Opera tra le più celebri di Torquato Tasso, l’Aminta rientra nel genere delle favole pastorali, uno dei più apprezzati del manierismo cinque-seicentesco. Si tratta di un componimento breve, in 5 atti, nato per l’intrattenimento della corte ferrarese, dove esso fu anche messo in scena. La struttura, infatti, è dialogica e si presta alla rappresentazione sia parlata, che cantata (alcune parti furono effettivamente musicate più volte). Il tema principale è l’amore, discusso dai vari personaggi, che si trovano ad essere testimoni dei travagli sentimentali del pastore Aminta, innamorato e respinto dalla ninfa Silvia. Questa, devota a Diana, vuole dedicarsi solo alla caccia e preservare la propria onestà e verginità, rifiutando a prescindere l’idea dell’amore. Si scontrano, principalmente, tre visioni: quella più pura del protagonista, che rispetta i sentimenti di Silvia e spera di poter in qualche modo esserne ricambiato; quella del Satiro, che cercherà di seguire i suoi istinti e di prendere la ninfa anche con la forza; e quella di Tirsi (il quale altri non è che Tasso stesso) e Dafne, più disincantata e priva degli estremi idealismi dei protagonisti e del satiro. Cornice e radice di queste vicende e visioni è il rimpianto dell’età dell’oro, antica epoca di ideale libertà e piaceri, inserita in un mondo bucolico, dove le costrizioni della realtà e dell’onore ancora non avevano messo piede. L’autore sceglierà, per il diletto della corte ferrarese, di scrivere un lieto fine per la storia di Aminta e Silvia e – tutto sommato – è la conclusione più giusta, dopo tanto struggersi. È una lettura piacevole e – benché estremamente più semplice di composizioni come la Gerusalemme Liberata – si rimane colpiti dal linguaggio tassiano, sia dal punto di vista della costruzione, musicale, dei versi, sia per la scelta dei bei vocaboli. Va detto, che il nostro autore sorrentino sa davvero come smuovere i cuori più freddi e far sospirare il lettore.
Giuseppe C. Karamàzov
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Aminta
by Torquato Tasso
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Storia d'Israele vs Cronaca Biblica
In questo libro sulla Storia dell'Antico Israele, John Bright, studioso della Bibbia e della storia ebraica, cerca di unire, per quanto possibile, fonti storiche e racconto biblico, per darci un quadro della nascita e dell'evoluzione della civiltà ebraica dai suoi inizi, con Abramo, Isacco e Giacobbe, fino alla rivolta dei Maccabei.  Un'impresa tutt'altro che facile, poiché, in realtà, fonti esterne alle sacre scritture, che confermino quanto in esse è scritto, sono ancora poche e contraddittorie e - quelle che sono state trovate ed effettivamente ci raccontano qualcosa, spesso - ma non sempre - mettono in crisi il racconto dei cronisti biblici (almeno per quanto riguarda la genesi della comunità israelitica e alcuni passaggi evolutivi fondamentali). È un saggio storico che va letto tenendo conto che su vari aspetti, come date, luoghi e battaglie presunte, ci sono ancora oggi dibattiti in corso, risolvibili solo se, miracolosamente, si troveranno ulteriori documenti. Tuttavia, l'opera rimane apprezzabile nonostante le inevitabili criticità, che sia Bright che i curatori del libro mettono subito in chiaro.  Fatte queste premesse, per il resto, ho trovato molto stimolante questa lettura e come si sia cercato di provare storicamente quanto scritto principalmente nell'Esateuco, nei Re e in Cronache, tramite le fonti delle civiltà che condivisero il palcoscenico storico con Israele. A partire dall'età dei patriarchi, fino ad arrivare all'era dei Seleucidi e dunque alla rivolta dei Maccabei, passando per il periodo dell'Esodo e di Mose e poi dei Giudici, si ha la possibilità, oltre che di ripetere quelle parti della Bibbia, anche di ripassare nei tratti fondamentali le vicende di civiltà importanti come quella Mesopotamica, Egizia, Assiro-Babilonese, Ittita e Persiana (come di altre ancora). Questo perché, come dice il detto, "nessuno è un'isola" e nei documenti redatti da queste popolazioni, che hanno di volta in volta governato la Palestina, si possono trovare accenni ai loro rapporti con Israele (e Giuda) in determinati periodi storici e si può cercare di capire, contestualmente, come queste culture abbiano anche influenzato la forma statale o il culto o alcuni aspetti della fede.  Ovviamente, il limite di una ricostruzione di questo tipo è che, riguardo ad alcuni periodi, per mancanza di fonti, ci si deve limitare ad una pedissequa trasposizione del racconto biblico in formato storico-critico. Il che rimane, comunque, una speculazione interessante, perché, anche da testi scritti palesemente dopo i fatti narrati, si possono ricavare, attraverso un'attenta analisi, informazioni con una buona approssimazione.  Lo consiglierei questo libro? Sì, perché non solo è un modo per ripetere la storia di Israele in modo più chiaro, rispetto a come raccontato dalla Bibbia, ma anche perché molte cose, come credenze, tradizioni, simboli, rapporti tra tribù o con i gentili e gli altri stati, vengono qui approfonditi e spiegati; così come viene dedicato spazio alla descrizione delle fonti sulle quali tutto il discorso si basa.  Probabilmente, rispetto a quando Bright ha scritto questo testo l'archeologia sarà andata avanti, ma ritengo che il libro possa offrire ancora molti spunti, spiegazioni e che sia stimolante, per chi si interessa di queste materie.
Giuseppe C. Karamàzov
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Storia dell'antico Israele
by John Bright
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Giuseppe C. Karamàzov
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Le Avventure di Sinuhe, racconto risalente a circa 4000 anni fa, è una delle testimonianze più illustri dell'esistenza di una letteratura egizia. Scritto e ambientato durante il Medio Regno (parliamo di un periodo di tempo che va dal 2000 al 1700 a.C.), questo testo è la presunta autobiografia del suddito Sinuhe, fuggito - a causa di una guerra civile - in Palestina (non rivelerò di più, data la sua brevità). Già all'epoca il racconto ebbe fortuna e non solo fu utilizzato dagli scribi, per insegnare l'arte della scrittura ai neofiti, ma fu anche fonte di ispirazione per le altre civiltà e non ultima quella ebraica.  La narrazione delle vicissitudini di Sinuhe, infatti, ha molto dello stile arcaico dei racconti biblici, sebbene si presenti in una forma ancor più semplificata - e, inoltre, alcuni episodi della vita del protagonista pare abbiano ispirato la storia dello scontro di Davide contro Golia. Dunque, può essere interessante leggerlo e notare varie connessioni tra le tradizioni Egizia, Palestinese/Canaanea e Mesopotamica.  Da questo punto di vista sono soddisfatto e ringrazio la casa editrice Harmakis d'aver avuto il coraggio e la voglia di pubblicare un'opera che, sicuramente, è di nicchia. Ci sono però alcune note dolenti, relative a questa edizione. Benché la prefazione, che offre un quadro della letteratura egizia e la postfazione siano davvero interessanti, entrambe sono funestate numerosi errori di scrittura. Non mi riferisco solo ai refusi, alla mancanza di un articolo o allo scambio di una vocale con un'altra. Magari quelli ci possono anche stare, benché non dovrebbero. Purtroppo, in alcuni punti è proprio la costruzione della frase o la coniugazione del verbo ad essere sbagliata. Il senso si capisce. Ma il geroglifico dovrebbe essere il racconto di Sinuhe, non la prefazione e postfazione italiana.  Ora, data anche la brevità del libro, questi errori, già gravi di per sé, mi sembrano proprio orrori e sciatteria che, purtroppo vanno a minare l'idea che uno si può fare della serietà della casa editrice. È un vero peccato che quello che per contenuti poteva essere un vero gioiellino, sia stato così maltrattato.  Fortunatamente il testo del racconto di Sinuhe ha solo qualche refuso raro... e sono contento che sia stato pubblicato in Italia. Ma l'edizione nel suo complesso mi lascia davvero l'amaro in bocca. Spero se ne accorgano e correggano le cose da correggere.
Giuseppe C. Karamàzov
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Le avventure di Sinuhe
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Le avventure di Sinuhe
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Giuseppe C. Karamàzov
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Uno scritto che parla e parlerà - sempre - attraverso i secoli
Areopagitica è un pamphlet polemico/politico scritto da John Milton nel 1644. Il titolo, ispirato dall'omonimo discorso del retore ateniese Isocrate, fa riferimento all'Aeropago, la collina dove si riunivano le supreme magistrature dell'antica Atene. In questo scritto, il celebre autore inglese prende posizione contro il Licensing Order, l'editto sulla stampa del 1644, con il quale il parlamento istituiva la censura. Era previsto, infatti, che prima della pubblicazione le opere fossero visionate da un censore, che le doveva approvare, e che fosse redatto un elenco di autori e libri, con l'intento di arrestare chi fosse ritenuto offensivo per il governo e di distruggerne le opere. Questa situazione diede a Milton la possibilità di scrivere alcune tra le pagine più belle a favore della libertà di stampa e di pensiero; parole che bisognerebbe incidere profondamente nei nostri cuori e nei nostri cervelli e che risultano, tutt'oggi, quanto mai attuali.  Penso, ad esempio, a questo passaggio, che celebra la libertà di scelta dell'individuo: “Se ogni azione, che è buona o cattiva in un uomo in età matura, avvenisse per elemosina, prescrizione o costrizione, cosa sarebbe la virtù se non un nome, quale lode si potrebbe fare al ben agire, quale grazia nell'essere sobri, giusti o continenti? Molti sono quelli che si lamentano della divina Provvidenza per aver fatto trasgredire Adamo; lingue sciocche! Quando Dio gli ha dato la ragione, gli ha dato la libertà di scegliere, perché la ragione non è che scegliere; altrimenti sarebbe stato un semplice Adamo artificiale...” Areopagitica è un vero atto d'amore per i libri, per l'uomo e la sua capacità di ragione, vista come diretta emanazione della divinità: “... chi uccide un uomo uccide una creatura ragionevole, l'Immagine di Dio; ma colui che distrugge un libro uccide la ragione stessa, l'Immagine di Dio nella sua stessa essenza”.  Sono riflessioni ancora degne di nota, soprattutto in questa epoca funestata dalle fake news. Mi chiedo se oggi Milton difenderebbe le stesse posizioni. Credo di sì, anche perché ammette una censura laddove si riscontrino gravi degenerazioni; e suppongo che le menzogne conclamate, nate per dividere la società, possano rientrare nella fattispecie individuata da Milton. E questo lo condivido e supporto, tenendo ben presente che è tutt'altro che facile e che, anche in tal caso, bisogna procedere coi proverbiali piedi di piombo.  Davvero da leggere! Uno scritto che parla e parlerà, sempre, attraverso i secoli.
Giuseppe C. Karamàzov
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Una piacevole storia di me*da... letteralmente! ^__^
L'incredibile storia di Lavinia, di Bianca Pitzorno, mi è stato regalato mesi fa, per il mio compleanno, dalle mie nipotine. È - ovviamente - un libro per bambini/ragazzi: la storia è narrata in modo lineare, la costruzione del periodo è semplice, breve, ma non brevissima e con illustrazioni. Devo dire che - ogni tanto - è bello spezzare il filo delle letture impegnate e darsi a qualcosa di più leggero, ma non meno profondo o banale, in questo caso. I libri per i più piccoli, per chi inizia ad addentrarsi nel mondo della lettura non vanno sottovalutati. Lo stesso Hobbit di Tolkien era iniziato così e poi ha portato a ben  altro. Ma, detto questo, la storia di questa Lavinia è davvero peculiare.  Questa bambina sola e povera, un giorno, incontra una fata che, per aiutarla, le regala un anello magico, con un poderoso potere: trasformare le cose in cacca.  Da qui, Lavinia, con inventiva e determinazione, riuscirà a costruirsi una vita migliore, ricordandoci anche che le cose a cui diamo meno valore, i rifiuti, possono essere usati per qualcosa di buono, se riusciamo a trovare un modo intelligente per trarne profitto.  La Pitzorno chiude la storia ricordandoci anche che bisogna rimanere umili. La protagonista diventerà piena di sé verso la fine e questo farà in modo che lei stessa, per errore, si trasformi in un ammasso di fetide feci. Ovviamente, si salverà, grazie a un amico.  Ma la lezione è imparata: non sottovalutare niente, né te stesso, né la "cacca", ma, al tempo stesso, ricordati di dare la giusta importanza anche al mondo, alle persone, alle relazioni, oltre che a te stesso.   Carino. Ho apprezzato il regalo e sono contento che le mie nipoti leggano. Aspetto con impazienza il momento in cui potremo confrontarci su romanzi più "grandi" e su tante altre cose. Che bello assistere al progresso di una piccola mente, che cresce e crea la sua visione del mondo e le sue opinioni.
Giuseppe C. Karamàzov
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Spoiler Alert
Brutale, con grazia...
Flannery O'Connor è stata una delle voci più importanti della narrativa americana contemporanea. Principalmente scrittrice di novelle, nelle quali il suo talento, secondo la critica, era più a fuoco, la O'Connor ha scritto anche romanzi e Wise Blood (La saggezza nel sangue, nell'edizione italiana) fu il suo primo esperimento in tal senso.  Per la composizione del libro, l'autrice si servì di articoli/capitoli che aveva pubblicato su differenti riviste, adattandole alla forma più ampia del romanzo. Questo, per parlare della singolare figura di Hazel (detto Haze) Motes, un uomo - un veterano - che tornato da poco dall'Europa, luogo in cui aveva combattuto nella seconda guerra mondiale, si ritrova completamente solo e - direi - in una nuova guerra: quella da combattere con la propria anima tormentata.  C'è un grande malessere, che pervade Hazel sin dall'infanzia. E questo deflagra definitivamente al suo ritorno, traducendosi in una enorme conflittualità con la fede, vissuta traumaticamente sin da bambino. Il protagonista proviene, infatti, dalla cosiddetta Bible Belt, il sud-est degli Stati Uniti, caratterizzato da una forte presenza del protestantesimo più intransigente, soprattutto evangelico. Il suo stesso nonno era un predicatore e nel romanzo vi sono vari accenni a come il clima e l'ambiente in cui Haze è cresciuto lo abbiano portato via via a respingere gli insegnamenti avuti, pur eccitandone la fantasia in modi autolesionistici (ma va detto che tale respingimento sembra avvenire più a livello conscio e razionale, che profondo e nascosto). Partendo da questi presupposti, comunque, la O'Connor sviluppa la sua tragedia annunciata, con grazia e brutalità. Infatti, gli eventi sono raccontati con una penna capace di intrattenere (la grazia), anche se l'inchiostro è quello del sangue e della spietata difficoltà di un mondo reale ed ostile (la brutalità).  Hazel proclamerà, tornato in America, la nascita di una nuova chiesa, "La Chiesa senza Cristo", e da uomo che odia i pastori, diventerà pastore egli stesso, predicando contro l'esistenza del peccato originale, della caduta e della redenzione, perché - a suo modo di vedere - non c'era proprio nulla per cui peccare o esser perdonati. Né vi potrà, di conseguenza, essere un giudizio per l'uomo. Secondo Hazel, dunque, Cristo ha mentito e falsa è stata la sua missione. E questo non può che portare che a una chiesa priva Cristo e a vivere con la sola prospettiva dell'adesso. Eppure, è evidente che - mai come in questo caso - ciò che più si respinge è anche ciò che più si cerca. Più Hazel predica, più compie azioni di dubbia moralità, più viene usato e non capito e più chiaro diventa il fatto che questa anima - davvero in pena - ha bisogno di un qualche tipo di grazia. E forse proprio il tipo di grazia che fugge! E la sua morte, forse, rappresenta una grande liberazione da una prigione di dolore e incomprensione e rabbia, che lo ha intrappolato per tutta la vita. Nel suo vagare e predicare, il protagonista incontra diverse figure. E ciò che colpisce è che nell'immaginario di Flannery O'Connor nessuno si salva, il mondo è essenzialmente ostile e  tutti cercano sempre di ottenere qualcosa da chiunque. Non sembra esistere gratuità. Verrebbe da dire che l'autrice ha costruito la scena del romanzo esagerandone i mali marcatamente; eppure ho percepito anche tanta verità in questa tormentata realtà che viene descritta. Mi sembra tutto fuorché irreale, soprattutto nel mondo contemporaneo.  Poi certo, mostrare un'umanità così misera e piccola, da fare tenerezza e orrore al contempo, credo sia legato alle convinzioni cattoliche della scrittrice: ci serve un salvatore, un grazia. Probabilmente è questo che vuole dirci la O'Connor. Può non trovarmi d'accordo, ma non mi dà particolarmente fastidio questa sua visione, poiché v'è un punto di convergenza: bisogna agire bene, per ottenere qualcosa di buono. Wise Blood, il sangue saggio, è nominato da uno dei coprotagonisti di questa storia peculiare (Enoch Emery). La saggezza del sangue, a quanto ho inteso, è paragonabile a un istinto che ci guida, che ci trascina, anche, nelle varie situazioni e che dovrebbe guidarci verso un miglioramento, un innalzamento di noi stessi. E qui ci sarebbe molto da dire, perché non pare ci sia questa dinamica nel romanzo. Hazel è portato verso l'autodistruzione e la mortificazione di se stesso (ma qualcuno potrebbe dire che era questo ciò di cui aveva bisogno)... ed Enoch, l'ultima volta che appare, è vestito da gorilla. E si potrebbe pensare che l'autrice voglia ricordarci quanto siamo animali e come la nostra alta natura umana vada - ancora una volta - mortificata di fronte alla profondità della vita e all'altezza del cielo... il che, forse, è un concetto molto cattolico estremo (elevarsi attraverso il proprio ridimensionamento, il sacrificio, il dolore etc etc...), ma che può trovare il suo spazio anche in un certo relativismo tutt'altro che fideistico. Tutto questo rende Wise Blood una lettura intrigante e profonda, ricca di simbologie da scovare e rivelatrice di una mente con convinzioni marcate. La personalità della O'Connor risalta ed è un vero piacere leggerla, perché ti mette alla prova e ti fa pensare su piani più elevati. Certo, però, si nota anche che è un primo romanzo e che è stato scritto a partire da vari articoli. Ma rimane una buona prova, poiché di tutto rispetto è la mente di chi scrive. Sicuramente leggerò altro di suo.
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Il simbolo perduto
by Dan Brown
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Apologia di Socrate - Critone
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Il castello di Otranto
by Horace Walpole
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Lettere 1914/1973
by John R. R. Tolkien
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