Alessandra Angeletti
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Alessandra Angeletti

"Leggo per legittima difesa" (W. Allen)

Dec 22, 1974

Italy

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Che cos'è la semiotica visiva
by Piero Polidoro
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1984
by George Orwell
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La ragazza con la Leica
by Helena Janeczek
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Alessandra Angeletti
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Gerda meritava di più!
Faticosamente giunta a 1/3 del volume, mi chiedo: ma sul serio questo libro ha vinto Bagutta, Campiello e Strega?! —- Ancor più faticosamente giunta al termine del libro forse posso aggiungere qualcosa in più? Frammentario. Decisamente frammentario. In alcuni punti sgrammaticato (ok, se non erro l’autrice è Italo-ebrea-polacca, nata in Germania, vive in Italia da oltre trent’anni, e non so in quale lingua lo abbia prima pensato e poi scritto, la qual cosa farebbe una certa differenza, ovviamente, ma solo fino a un certo punto, che è dato dall’intervento di un traduttore e di un editor! è quindi evidente anche qualche pecca - se non l’assenza assoluta - di un traduttore e di un editor capaci di renderlo scorrevole!). In altri punti autoreferenziale: quanto so’ brava, ho fatto tante ricerche! Quanto so’ brava, so parlare quattro lingue (e anche qui - per me, almeno questo, no problem - mia cara Guanda editrice, per agevolare qualche lettore meno poliglotta, due noticine a margine per tradurre anche un banale “Ça va sans dire”, mica vi costavano tanto!) Vorrebbe essere una biografia, ma non vi riesce: una biografia dovrebbe avere una narrazione più scorrevole, una logica dal punto di vista temporale e dei flashback ben delineati e coordinati. Vorrebbe essere un romanzo corale, nel quale Gerda viene raccontata dalle voci e dai sentimenti di chi ha vissuto accanto a lei gli ultimi anni della sua breve vita, e non riesce neanche in questo. La narrazione resta comunque in terza persona con narratore esterno, ed è poco convincente e poco empatica nell’immedesimazione, perciò resta distaccata, frammentaria, confusa, poco chiara nel descrivere i personaggi e gli episodi. I flashback e i salti temporali sono sgraziati al punto da franare in rovinose cadute tra una pagina e l’altra. Gli episodi e i dialoghi sono così mal descritti che talvolta ci si chiede chi stia parlando a chi, con chi, di chi, di cosa, e dove, e quando. Le digressioni inserite come riflessioni o contestualizzazioni spazio-temporali anziché fornire maggiori dettagli sugli accadimenti storici e geopolitici, nei quali il nome della protagonista è talvolta gettato lì a caso quasi a ricordare che in fondo è di lei che vorrebbe parlare il libro, irritano il lettore che si chiede a cosa servano, se non a dimostrare che l’autrice ha studiato qualcosa, prima di mettersi a scrivere. Alla fine mi chiedo, cosa mi ha dato questo libro? Cosa mi ha lasciato di Gerda, di Capa, degli altri personaggi che gravitavano intorno a questa coppia? Non so di loro nulla più di quanto conoscessi prima, tra Wikipedia e siti di informazione fotografica. Peccato. La storia di Gerda, proprio come viene detto nel libro (“Oggi nessuno sa più chi era Gerda Taro. Si è persa traccia persino del suo lavoro fotografico, perché Gerda era una compagna, una donna, una donna coraggiosa e libera, molto bella e molto libera, diciamo libera sotto ogni aspetto.”), meritava di essere trattata meglio e divulgata con più amore e rispetto per lei e per le altre donne come lei che sono sempre state al mondo alla luce del sole, abbaglianti eppure seminascoste, in ombra, sempre un passo indietro rispetto agli uomini che hanno accompagnato, nei sentimenti, nell’attività, nel coraggio.
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La ragazza con la Leica
by Helena Janeczek
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La ragazza con la Leica
by Helena Janeczek
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La vasca del Führer
by Serena Dandini
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Alessandra Angeletti
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Chi cerca di imbrigliarti si perde la parte migliore di te
Lo ammetto: mi disturba non poco che in copertina abbiano messo un elaborato grafico che alla meno peggio vorrebbe ricordare la famosissima foto di Lee Miller nella vasca da bagno di Hitler. Mi chiedo perché non pubblicare la foto originale, che è anche più ricca di dettagli e particolari? Mi disturba anche che non siano riportate le (numerose) fotografie (anche in appendice, perché no? con una nota che le richiami) descritte più o meno superficialmente dalla Dandini durante la narrazione. Però il progetto grafico è curato da Riccardo Falcinelli, al quale mi inchino, ritirando in silenzio le mie lagne. La narrazione tende ad essere discontinua: alcuni episodi vengono narrati con fretta e superficialità, come se non fossero stati approfonditi nelle ricerche, e semplicemente copiati-incollati da wikipedia. (e qui mi è sorta la curiosità di mettere in wishlist la biografia di Lee Miller scritta dal figlio Antony Penrose). Altri episodi vengono descritti con maggiore dettaglio. Di tanto in tanto qualche flashback tra la Miller artista surrealista e la Miller anziana, rassegnata a lasciarsi vivere, prima di lasciarsi morire. Il punto di vista dell'autrice sempre presente, la sua opinione e i suoi commenti personali sempre puntuali, mai narratrice esterna, anzi, spesso descrive le sue passeggiate nelle stesse strade e vie percorse dalla protagonista. Sicuramente più giornalista che scrittrice: anche quando rapporta sé stessa e il proprio pensiero alle vicende e agli episodi di cui scrive resta asciutta nel testo e nello stile, poco incline al “romanzare” la biografia. Insomma, uno stile narrativo misto, tra l'esperienza autobiografica della Dandini che "studia" la donna e artista Lee Miller, la narrazione biografica, il romanzo, la cronaca, con qualche citazione interessante, e pochi dialoghi diretti (in alcuni punti sembra di leggere un “riassunto” di una biografia più corposa e particolareggiata) Nel complesso molto scorrevole, interessante (e non solo perché sono un'appassionata di fotografia). Edit a fine lettura: Ho intitolato questa recensione con una frase che ebbi a dire a me stessa (come monito) un paio di anni fa, dopo una brevissima disastrosa relazione con un uomo del quale mi ero invaghita e che non era altrettanto invaghito di me, forse soltanto infatuato, ma giocava a “cambiarmi” con paternalismo, come se fossi un pupazzetto di plastilina nelle sue mani. Mi è tornata in mente adesso. Lee Miller era troppo autonoma, indipendente, libera (forse anche egoista, egocentrica, accentratrice, aggiungerei) per poter permettere ad un uomo (neanche se quest’uomo si chiama Man Ray! e nemmeno se è il proprio stesso figlio), di imbrigliarla, appunto, di fermare la sua mente irrequieta, inquieta e sempre in fermento. Lee Miller è una donna forgiata e cresciuta precocemente, che ha addentato e divorato la propria vita con fame bulimica, tirandone fuori tante altre vite, sfaccettate, poliedriche, eclettiche: è stata modella, attrice, musa, fotografa, esperta d’arte (lei stessa artista surrealista), giornalista, viaggiatrice, esploratrice, reporter di guerra, compagna, amante, moglie, madre (senza senso materno, ammetterà), Lady, cuoca, nonna. E tante altre donne ancora è stata. Ma soprattutto donna, emancipata e tanto libera un secolo fa, tanto che un secolo dopo, la maggior parte delle donne di oggi, neanche riuscirebbero ad immaginare. Le pagine sull’avvio della guerra sono così attuali - alla luce delle cronache recenti sulla guerra in Ucraina - che nasce spontanea la riflessione per cui la storia tende a ripetersi, e conservare viva la memoria di quanto accaduto, nelle generazioni successive agli eventi rappresenta una speranza che questi eventi non si ripetano più. Le pagine sul suo ingresso a Dachau, e le descrizioni di quegli orrori, mi chiudono lo stomaco, mi annebbiano la vista, mi riempiono la gola di lacrime, mi ricordano perché io da anni rifiuti categoricamente di leggere altri libri o vedere altri film sulla Shoah.
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La vasca del Führer
by Serena Dandini
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La vasca del Führer
by Serena Dandini
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Castelli di rabbia
by Alessandro Baricco
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Castelli di rabbia
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Il libro dei simboli
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Alessandra Angeletti
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Il colore è soggettivo, è una faccenda meramente culturale
Premessa di natura personale: ho da pochi giorni terminato un famosissimo libro (di appena 200 pagine) di un famosissimo scrittore italiano. Testo scritto in maniera magistrale, volume pluri-osannato ovunque che “com’è possibile che io non l’avessi ancora letto?” e decisamente scomposto in mille e più aforismi riportati qua e là su tutti i siti e i social. Ebbene: quelle 200 pagine hanno richiesto un lungo e faticoso mese di lettura perché riuscissi a terminarle, e pur giunta alla fine a dispetto dell’apprezzamento generale di cui il libro gode, non sono riuscita a capire se mi sia piaciuto o meno! Mi sono catapultata - un bungee jumping sarebbe stato meno pericoloso (a proposito, lieve divagazione: non aver mai fatto bungee jumping è uno dei pochi rimpianti che mi resteranno… vabbè…) - non in un altro romanzo, magari più leggero o più avvincente, di altro genere, es. un noir come mi era stato suggerito, eh no! io le cose me le devo sempre complicare. E inizio un saggio di 443 pagine. Un saggio. 443 pagine. Se vi aspettate di leggere un volume che parli di armocromia, o del rosso-coca-cola che ha cambiato pure Babbo Natale nell’immaginario collettivo, se vi aspettate che suggerisca quale colore abbinare con cosa, in fotografia, pittura, arredamento o abbigliamento… siete fuori strada (ma di poco). Questo volume, scorrevole nonostante peso e mole, ben curato dal punto di vista editoriale con immagini, didascalie, riferimenti e appendici, carta di spessore, è un trattato di storia dell’arte figurativa, di fisica, di chimica, mineralogia, neurobiologia, marketing, tecnologia, gastronomia, psicologia, cinema, fotografia, e tanto altro ancora, tutte materie trattate con una semplicità e una chiarezza tali da rendere la lettura agevole e comprensibile in ogni capitolo. Ricco di episodi, esempi, aneddoti, riferimenti culturali e letterari in ogni campo, sviscera l’argomento "colore" e tutti i colori, senza cadere in facili luoghi comuni, esaminandoli in ogni aspetto, proprio come il prisma fraziona il raggio di luce scomponendolo nei colori che ci hanno insegnato come una filastrocca sin da bambini. --- Edit a fine lettura Adesso finalmente mi spiego: ... perché ho sempre ri-sistemato i pastelli nei miei astucci e negli astucci di mio figlio, in ordine cromatico differente rispetto a quello imposto dal produttore nelle confezioni ("ordine cromatico"... qui si aprirebbe una vastissima parentesi!); ... perché non mi sono mai "scomposta" quando vedevo i bambini scegliere fogli dai colori scuri, o pastelli e pennarelli scuri per disegnare e colorare e fare i lavoretti (diversamente da altri genitori preoccupati da chissà quale tragico significato nascosto si celasse dietro tali scelte); ... perché il nero non mi è mai sembrato un colore luttuoso (e anzi, ho contestato con fervore le parole di chi considerava una mia fotografia di still life / light painting "triste", perché il nero delle parti in ombra era nettamente predominante rispetto alle parti illuminate); ... perché ho sempre mal sopportato il giallo (persino il sole lo coloravo di arancione e mai giallo: d’altronde l’unico momento in cui è visibile senza accecare, è il tramonto, quando è arancione, appunto! E la luna la coloravo di bianco, diversamente dalle mie amichette che coloravano entrambi gli astri in giallo); a tal proposito, aggiungo che solo a 45 anni suonati ho indossato per la prima volta un capo giallo (un abito estivo che tra l’altro, a dispetto del colore, adoro), tra gli sguardi esterrefatti di chi mi conosce bene; … perché non usavo il pastello rosa per colorare le persone (ma sfumavo insieme un po’ di rosa e un po’ di giallo per imitare vagamente il colore della pelle); ... ma questa è tutta un'altra storia...
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Cromorama
by Riccardo Falcinelli
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Oceano mare
by Alessandro Baricco
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Alessandra Angeletti
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Divagazione, più che "recensione"
La mia vita da lettrice è ormai diventata, con lo scorrere degli anni accompagnati dai pensieri della quotidianità, alquanto disordinata e discontinua. Alterno dunque, fasi in cui i libri mi distolgono dai problemi, periodi in cui posso rifugiarmi tra le pagine, nascondermi dal mondo reale, sentirmi al sicuro e protetta, almeno per qualche ora al giorno… a fasi in cui non solo la vita reale diventa particolarmente ingombrante e pesante nella mia testa, ma anche la pila dei libri da leggere, chiusi, sul mio comodino aumenta l’ingombro e il proprio peso, e sembra guardarmi con aria di rimprovero. Ma quel peso nella mia testa non riesce a farci entrare i libri e le loro storie, né a permettermi di diventare di nuovo piccola come una “A” in Garamond, per nascondermi tra le righe e tra le pagine, fuggendo dal mondo reale. Ma che razza di recensione può essere questa, a un libro di racconti (e d’altronde come si fa a recensire un libro di racconti tanto diversi tra loro, da essere legati solo dal tema - che è anche il titolo della raccolta - e dall’autore)? Ho iniziato questo libro in estate. E' il mio primo Murakami. Avevo bisogno di affondare in cellulosa e inchiostro, e nonostante la malinconia del tema, a netto contrasto con la solarità del contesto in cui leggevo (sabbia, mare, lunghi e tardivi tramonti arancioni e rosa) riuscivo a uscire dalla realtà. Poi l’ho accantonato temporaneamente, assorbita proprio da quella stessa realtà. Questa sera lo riprendo convinta di abbandonarlo nuovamente dopo qualche pagina, vinta dalla lentezza delle trame, dalla stanchezza e dal sonno, e invece lo termino. Il voto, in media, è - appunto - medio: qualche racconto ha trama più interessante e meglio sviluppata di altri, alcuni sembrano sospesi, o soltanto esercizi di scrittura, oppure bozze - benché curate - per future narrazioni da sviluppare ancora; lo stile lento tipico degli autori orientali, con attenzione ai particolari, non asciutto ma senza fronzoli o descrizioni prolisse, con i tipici paragoni della scrittura orientale, legati al mondo della natura, ai proverbi, al mito. Uno stile più evocativo - per ciò che riguarda i sentimenti - che descrittivo ed esplicito. Ed “evocativo” è appunto a parer mio, uno dei caratteri fondamentali di una lettura di qualità! D’altro canto, se uno dei più bei romanzi erotici (e cosa può esservi di più evocativo che l'erotismo in letteratura?!) che ho letto, è proprio giapponese, ci sarà un perché! P.S.: “nota stonata” (e non con accezione negativa del termine, ma proprio perché non intonato al resto, fuori tono e fuori contesto, insomma), è il racconto ispirato da “La metamorfosi” di Kafka, un omaggio certamente, una dedica, ma per stile e contenuto l’ho trovato poco amalgamato agli altri.
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Uomini senza donne
by Haruki Murakami
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Uomini senza donne
by Haruki Murakami
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Le dimensioni ingannano
Càpita sovente di avvicinarsi alla lettura di un libro, “ingannati” in qualche modo dalla sua mole: volumi di oltre cinquecento pagine scorrono via in pochi giorni, libretti di scarse cento pagine che sono ricchi come se ne avessero due o trecento in più, altri romanzi che potrebbero essere snelliti in modo indolore di almeno un centinaio di pagine superflue e inutili… e poi c’è questo: leggerne la metà è stato pesante come il volume di diritto amministrativo all’università, solo che quello era giustificato dal peso e dal volume, oltre che dal contenuto e dalla necessità di studio! È molto probabile che abbia scelto il periodo meno adatto per approcciare questa lettura: mi aspettavo qualcosa di simile al libraio di Selinunte, quindi scorrevole e adatto da leggere anche in spiaggia, ma in realtà si tratta di un saggio, nel quale l’autore, parlando della propria esperienza lavorativa in libreria, approfitta per discorrere di libertà di stampa, obiettività, giornalismo, storia, società, politica, cultura. Argomenti di tutto rispetto, anzi, decisamente interessanti… ma, appunto, non proprio “da ombrellone”. Il primo capitolo è stato interessante e scorrevole, dal secondo mi sono ahimè impantanata. Lo appoggio sul comodino. Lo riprenderò quando sarà il momento giusto. (forse).
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Memorie di un libraio
by George Orwell
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Memorie di un libraio
by George Orwell
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